Voi non siete la Iddia ma il nudo altare

dice poco galantemente alla donna ma con profonda verità un poeta

moderno. Vediamo ora come fosse l’altare sul quale il grande Nelson

accese la sua fiamma.

Nascere in un villaggio sconosciuto da poveri parenti, condurre un

asino al mercato e attendere ai più umili uffici non è tale fatto

che possa influire sui destini di una donna. Giovanna d’Arco, Santa

Genovieffa, tante altre che ometto per brevità non cominciarono

in modo diverso la loro vita gloriosa. Solamente, come dicono i

francesi, _il y a falot et falot_. Noi si potrebbe tradurre: Tutto

dipende dalla qualità del legno. Passando di servizio in servizio

Emma mette a dura prova la pazienza delle sue padrone. «Nessuna

regolarità nel disimpegno, nessuna coscienza nel lavoro, nessuna cura

della persona. Quando ella aveva stracciate le calze alle spine delle

siepi ne riuniva i buchi con uno spillo e questo era il suo modo di

aggiustarle». Troviamo tale particolare molto intimo nel libro recente

di Fanchier-Magnon: _Lady Hamilton_.

Ecco, sono persuasa che la maggior parte degli uomini a cui caddero

sotto gli occhi queste parole non vi fecero nessun caso; ma io lo

domando alle madri, alle educatrici, a tutte le donne che dirigendo una

famiglia ed un istituto fecero lunga esperienza del carattere delle

fanciulle, domando loro se quelle calze rattoppate con uno spillo

non sono decisamente sintomatiche per l’avvenire di Emma. Invano

una signora si adopera a educarla, a correggerla, a ispirarle buoni

sentimenti. Prima ancora di compiere i quindici anni Emma entra nella

vita galante, seguendo una irresistibile vocazione, la sola vocazione

che avesse.

E anche qui è da osservare che nessun slancio di passione, nessuna

illusione sentimentale la trascina al primo passo. Ella cade nelle

braccia di uno qualunque, per ricompensarlo di un servigio reso, senza

annettere importanza a sì piccola cosa. Non c’è neanche lo svolgimento

di una relazione amorosa; pochi mesi dopo tutto era finito salvo la

nascita di una bambina; e appena appena convalescente, per non perder

tempo, accetta le offerte di un vecchio signore. La madre di Emma

approva, pare, la carriera prescelta poichè salvo rare eccezioni le

due donne non si abbandonarono mai dando, se si vuole, un esempio

edificante di affetto materno e filiale.

In casa del signore dove c’è baldoria tutto l’anno Emma si trova nel

suo elemento. È là che incomincia a sviluppare l’attitudine al canto

ed alla musica che dovrà servirle più tardi per brillare in società.

Anche la sua bellezza prende un rigoglio maggiore. Tranne i capelli

bruni raramente attribuiti alle inglesi, ella rappresenta il tipo

classico della sua razza; eleganza di forme, perfezione di lineamenti,

colorito di gigli e di rose, occhi di quell’azzurro cupo che noi

troviamo solamente nei romanzi e sorriso d’angelo. Romney, Reynold, la

Vigée Lebrun, Angelica Kauffmann, Romney soprattutti che le fu ardente

ammiratore, si ingegnarono a trasmetterci una bellezza chiamata a’

suoi tempi divina, ma forse non riuscirono completamente nell’intento.

Vi sono nelle fisonomie, molto più trattandosi di fisonomie mobili e

cangianti come era appunto quella di Emma Lyon, raggi e baleni che il

migliore dei pennelli non riesce a fissare sulla tela.

Ad onta di tali pregi il vecchio signore si stancò anch’esso di Emma

e, semplicemente, come un servitore che non accomoda più, la licenziò.

Ella aveva peraltro conosciuto in quella casa un nobile di gran

famiglia e di mezzi ristretti che si chiamava sir Greville, che aveva

gettato gli occhi su di lei per raccogliere la successione del vecchio

e che, astuto e freddo, aspettava senza impazienza il suo turno per

averla alle migliori condizioni possibili. A questo punto si entra

in un ordine di fatti così repugnanti che l’immoralità della donna ci

appare quasi la fioritura mostruosa ed inconsapevole di un letamaio.

È inutile seguire passo a passo il cammino di Emma che si fa

chiamare per turno Lyon, secondo la sua nascita, o Hart per tentare

di nascondersi, ed è così governante di bimbi, commessa di negozio,

cameriera, damigella di compagnia, modella di pittori e soggetto

ricercatissimo per quadri viventi. Ma tutte queste diverse professioni

non riuscendo di suo gusto ella volle rientrare nell’unica per la quale

si sentiva proprio nata e scrisse e riscrisse al vecchio protettore

il quale non si diede neppure la pena di rispondere. Allora rivolse

le sue suppliche a sir Greville che la aspettava al varco e che

trattandola un po’ altezzosamente, un po’ paternamente le promise il

suo appoggio purchè si acconciasse docilmente a una vita modesta, senza

lusso, senza divertimenti, chiusa in casa a esclusiva disposizione del

nuovo proprietario. _Neppure una parola d’amore fu pronunciata._ Emma

accettò, felice. L’ineffabile sua madre che ha pure sentito il bisogno

di cambiar nome e di farsi chiamare la signora Cadogan le sta accanto

in qualità di governante di casa. Tutto cammina sulle rotelle.

Ma sir Greville aveva uno zio del quale doveva essere l’erede, lord

Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli. Tra i due uomini, quantunque

uno avesse trentatre anni e l’altro cinquantacinque, correvano rapporti

di reciproca simpatia come tra giovani camerati. Quando Hamilton

venne a Londra, in congedo per qualche tempo, la casa di suo nipote

gli venne aperta a due battenti ed egli non tardò a diventare l’amico

della leggiadra creatura che ne faceva gli onori. Entusiasmato della

sua bellezza, si pose in mente di correggerne l’educazione e se Emma

non riuscì mai a imparare la grammatica fece invece qualche progresso

nella musica, nella danza ed apprese alcune nozioni elementari che le

permisero di rappresentare al vivo i capolavori dell’arte antica. Ella

era a volta a volta Niobe, Cleopatra, Medea, trasformandosi in ciascuno

di questi personaggi con un istinto meraviglioso della posa, servendosi

d’uno scialle per tutto drappeggio. Lord Hamilton stava più che mai

sotto il fascino.

Incredibile a dirsi, il più felice dei tre era ancora sir Greville.

Guidato unicamente dal proprio interesse egli pensava che fosse

giunto per lui il momento di fare un ricco matrimonio, quindi di

sbarazzarsi della donna che aveva in casa. Contemporaneamente, essendo

l’erede presuntivo di suo zio, gli premeva assai che lord Hamilton

ancora vegeto e robusto non si incapricciasse a sua volta di prender

moglie, così pigliando due piccioni ad una fava decise di appioppargli

la docile Emma per rallegrare il resto dei suoi giorni. Il piano,

concepito con astuzia infernale, minacciò di naufragare per la

inaspettata resistenza di Emma la quale trovandosi così bene a posto

a Londra con un giovinotto non voleva persuadersi di andare a stare a

Napoli con un vecchio e, secondo la sua abitudine, scrisse e riscrisse

a Greville dicendogli che ella venerava e rispettava lord Hamilton ma

che non lo avrebbe mai amato nello stesso modo che amava lui, Greville.

Preghiere, scongiuri, minacce, tutto fu inutile. Emma, sempre seguita

da sua madre, finì coll’andare a Napoli da lord Hamilton e il vecchio

diplomatico innamoratissimo ebbe la faccia tosta di presentarla in

qualità di vedova al corpo diplomatico il quale un po’ torcendo la

bocca, un po’ ingoiando rassegnato una pillola che cadeva da tanta

altezza, si arrese ad accoglierla.

Molti chiamarono Emma Lyon una buona ragazza. Sì, ella aveva la

bontà speciale delle creature del suo stampo, cioè una mancanza di

volontà e una tale assenza di principî non dirò di morale ma neppure

di dignità femminile che fece di lei una festuca mobile in balia

degli avvenimenti. Non era passato gran che dalla sua convivenza

coll’ambasciatore a Napoli ed ella dichiarava di amarlo come nessun

altro al mondo. Buona ragazza fino all’ultimo, conservava una nutrita

corrispondenza con Greville, chiamandolo caro amico e mettendolo a

parte della felicità della sua nuova luna di miele....

Da questo momento un destino sempre più avventuroso si incarica

di portare Emma ai più alti fastigi sociali. Sotto la protezione

dell’ambasciatore inglese ella assiste alla caccia del re Ferdinando

IV, si lega in amicizia colla duchessa d’Argyl, penetra nella migliore

società, riceve i personaggi della corte. La sua bellezza conquista

tutti. Infine lord Hamilton la sposa e sotto questo colpo inaspettato

chi dovette rodere catene fu sir Greville al quale Emma con sottile

veleno femminile scriveva: «Non potrò mai ringraziarvi abbastanza per

avermi fatto conoscere il migliore uomo del mondo, colui che amo e che

amerò sempre. Non potete immaginarvi come noi siamo felici. Credo vi

farà piacere il saperlo».

Feste, ricevimenti, pranzi, gite, una corona di adoratori, un marito

che la sodisfa in ogni capriccio, un successo che va crescendo di

giorno in giorno inebriarono la neo lady Hamilton. Ella fa un altro

passo ancora e diventa l’amica inseparabile della regina di Napoli

Maria Carolina. C’è, è ben vero, sopratutto dal lato degli inglesi,

qualche intransigente puritano che non si piega alla fortuna insolente

della bella avventuriera; ma sotto l’egida del marito, e coll’amicizia

della regina Emma non se ne cura. Ella si crede oramai in diritto di

osare qualunque cosa.

Giunge intanto il famoso 10 settembre 1793, giorno in cui un naviglio

inglese entra nella baia di Napoli col suo capitano Orazio Nelson

incaricato di reclutare soldati per tener testa alle prepotenze

dei rivoluzionari francesi. Impressionato dalle notizie di Parigi

ove la ghigliottina funzionava su tutte le piazze, Ferdinando mosse

ad incontrare colui che già il popolo acclamava come il salvatore

d’Italia, e nell’odio contro i francesi Nelson, il re, la regina

erano tutti d’accordo. Lady Hamilton si scoperse pure un odio simile

ed entrò subito a far parte degli ammiratori di Nelson. Trionfando in

quel momento la politica inglese la moglie dell’ambasciatore divenne

il perno intorno al quale si aggiravano le nuove speranze. La regina la

incoraggiava con tutte le sue forze. Emma poteva scrivere in quel torno

a sir Greville: «Non abbiamo tempo di scrivervi perchè da tre giorni e

da tre notti non facciamo altro che preparare lettere di importanza per

il nostro governo». Eh? Chi se lo sarebbe immaginato! Meno di tutti sir

Greville.

In realtà questa figlia di contadini che si chiamava ora lady Hamilton

si era gettata corpo ed anima negli intrighi politici servendo a

vicenda Maria Carolina e Nelson il quale già stretto in viva amicizia

coll’ambasciatore si sentiva più che mai avvinto dal fuoco che gli

metteva l’ambasciatrice. Egli, uomo semplice, puro, un po’ ingenuo

di quella rude ingenuità dell’uomo di mare abituato a vivere tra

cielo ed acqua, egli religioso, egli che fino allora era stato tenero

marito, credette di vedere in questa donna un essere straordinario,

eccezionale. La sua riconoscenza si cambiò presto in amore e l’amore

fu con pari slancio ricambiato. Lodandosi e ammirandosi a vicenda

giunsero in uno stato di esaltazione visibile per tutti, tranne che per

il marito. Lord Hamilton non si accorse mai di nulla e la sua cecità

giunse al punto di accettare la vita in comune. La vittoria di Aboukir

aveva messo Nelson sopra un tale piedistallo dal quale nessuno osava

guardarlo altrimenti di come si guarda un eroe.

Nelson non era un Adone. Piccolo, meschinello, calvo, aveva perduto un

braccio all’assalto di Teneriffa e lasciato un occhio ad Aboukir. Ma

Emma non amava in lui l’uomo. L’ambizione l’aveva ubriacata. Avendo per

amica una regina era naturale che l’eroe del giorno dovesse essere il

suo amante. Noi sappiamo del resto che per lei questa cosa aveva poca

importanza.

Maturavano intanto le congiure contro il trono dei Borboni. In

seguito all’esempio di Maria Antonietta, sua sorella, la regina di

Napoli si persuase della necessità di una fuga che pur tuttavia per

l’ansia di mettere in salvo tutti gli oggetti di valore minacciò di

eguagliare la misera fuga di Varennes. Lo zelo e l’energia di lady

Hamilton riuscirono a salvare ogni cosa. Messo a posto sicuro il

tesoro, nella notte che precede il Natale gli Hamilton, con Nelson

s’intende, accompagnarono il re e la regina a Palermo, perseguitati da

uno spaventoso uragano durante il quale lady Hamilton potè sviluppare

dinanzi al suo eroe una serie di atti coraggiosi che poi si compiacque

descrivere per lettera a sir Greville eletto suo corrispondente

perpetuo.

Gli arresti dei rivoltosi, la condanna di Caracciolo, ognuno dei fatti

che segnarono quella pagina di storia italiana ebbero lady Hamilton

a ispiratrice e consigliera. Congiunta oramai al destino di Nelson,

acquiescente in singolare cecità il marito, questo terzetto sfila

dinanzi all’Europa intera. Da Napoli a Palermo, da Palermo a Napoli,

poi a Vienna, poi a Londra gli indivisibili vanno sempre insieme, non

dandosi neppure la pena di salvare le apparenze. L’aristocrazia di

Vienna tuttavia, più severa della napoletana, non fece buon viso a

tanta impudenza e invano lady Hamilton sollecitò un invito a corte!

Lentamente la fortuna incominciava a voltarle le spalle. Quella

bellezza che aveva in particolar modo contribuito ai suoi successi

subiva l’inevitabile insulto degli anni; le magnifiche forme si

deformavano in una degenerazione adiposa. Chi la vide allora ebbe a

giudicarla volgare e priva di distinzione.

Solo i due mariti (chiamiamoli così) restavano sotto il fascino.

A Londra intanto, nel ritiro austero della propria casa, nascondeva

le sue lagrime la moglie abbandonata di Nelson. Quando la triade

scandalosa entrò nella capitale inglese una grande folla di persone

accolse il vincitore di Aboukir e gli inseparabili Hamilton. Ma la

signora Nelson nessuno la vide. Spinta da un sentimento che è facile

comprendere, la povera reietta volle appena mirare una volta la sua

rivale e con questa intenzione si mescolò al pubblico nella serata di

gala offerta in teatro ai reduci, ma appena scorse il marito seduto

accanto a colei che glielo aveva tolto, svenne. Molti allora furono i

commenti, si capisce, e non benigni. In seguito a ciò la signora Nelson

restrinse ancor più il suo isolamento recandosi a vivere in campagna

nella dignità di un silenzio assoluto.

Ora trova posto un avvenimento che sorpassa in audacia tutti gli altri.

Emma, portando in grembo un figlio di Nelson, se ne sgrava nella stessa

casa del marito senza che costui si fosse accorto di nulla, nè prima,

nè durante, nè poi. Un colmo!

Qualche tempo dopo sua moglie e l’amico gli presentano una bambina che

dicono di avere raccolta per carità e che per combinazione si chiama

Orazia. L’ottimo lord Hamilton approva l’atto umanitario e così il

terzetto si muta in quartetto con soddisfazione generale.

Sempre d’accordo, quantunque le finanze comuni fossero un po’

sbilanciate, Nelson e gli Hamilton acquistano una proprietà incantevole

in mezzo a verdi praterie dove scorre una specie di fiumicello in riva

al quale l’ambasciatore passa gli ozi ben meritati a pescare colla

lenza, mentre Nelson ed Emma continuano a filare il perfetto amore

adornando tutte le pareti della nuova casa dei loro due ritratti in

tutte le pose e in tutte le dimensioni.

Nella piena serenità di questo idillio la morte coglie lord Hamilton.

Egli spira tranquillo fra le braccia della moglie fedele e del

leale amico. Ambedue lo piangono con una sincerità commovente; ma

forse qualche lagrima la vedova spremette ancora quando, aperto

il testamento, si trovò che l’erede era sir Greville e che a lei

non restava che una misera pensione per non morir di fame. Era per

l’avventuriera la disgrazia definitiva; per Greville una luminosa

rivincita. Giunto finalmente in possesso di quel patrimonio al quale

aveva agognato tutta la vita egli gettò la maschera di amico e di

corrispondente schierandosi addirittura contro la vedova di suo zio. Da

questo momento l’astro di Emma Lyon declina. Invano Nelson sollecita

per lei ricompense e dal governo inglese e dalla ex regina di Napoli.

Nulla ottiene. Nelle mani di Emma ciò che le restava della artistica

grandezza sbriciolavasi ogni giorno in spese pazze e in un disordine

completo. I debiti si accumulano, i creditori sono alla sua porta.

Nelson, chiamato a nuove campagne, si strugge lontano da lei e le

scrive lettere appassionate: «Cara sposa, buona e adorabile amica,

che cosa non darei per esservi vicino! Possiamo almeno contare

sull’avvenire che ci darà ancora molti giorni di felicità circondati

dai figli dei nostri figli. Dio onnipotente potrà, quando il voglia,

appianare ogni ostacolo».

L’ostacolo, è bene saperlo, era la moglie di Nelson della quale si

sperava prossima la fine.

Invece però delle desiderate gioie domestiche l’ammiraglio è chiamato

a nuove campagne. La gloriosa giornata di Trafalgar si prepara nel

mistero di quell’avvenire che egli aveva diversamente invocato.

Il 21 ottobre 1805, poche ore prima che tuonasse il cannone, Nelson

incomincia il suo testamento, con una preghiera a Dio; poi raccomanda

in caso di morte al Re e all’Inghilterra le sorti di lady Hamilton e

della piccola Orazia. Infine termina con parole d’amore esaltato alla

sua adorata Emma; ma la lettera rimase incompiuta. Chiamato dal primo

colpo di cannone, l’ammiraglio prese il suo posto di avanguardia e poco

meno di un’ora dopo cadeva colpito a morte.

Nelson non era più, ma aveva salvato l’Inghilterra.

Emma, che non seppe mai reggersi da sola, privata di appoggio rovinò

rapidamente verso l’estrema miseria. I suoi ultimi anni furono un

continuo combattimento coi creditori. Non potendo persuadersi di un

crollo così completo della sua fortuna, ella che aveva brillato alla

corte di Napoli come stella di prima grandezza, che possedeva ottocento

lettere della ex regina, che aveva arringato le folle ed era stata

arbitra del cuore di due grandi uomini aspettava ancora, aspettò sempre

una ricompensa che le sembrava dovuta. Si illudeva anche di avere

diritto, dopo la sua morte, ad essere sepolta in San Paolo accanto

a Nelson. Nientemeno! La incoscienza più assoluta accompagna questa

donna fino all’ultimo. Scacciata di casa in casa per mancato pagamento

di pigione, non cessa di far baldoria come può. Incarcerata per

debiti dirama inviti per commemorare a suo modo lo anniversario della

battaglia di Aboukir, cioè a tavola. «Venite (ella scrive agli amici)

noi _beveremo_ alla sua (di Nelson) memoria gloriosa».

Alcune persone caritatevoli si unirono per pagarle i debiti e trarla

fuori di carcere. Poco tempo dopo ricadeva e nei debiti e nella

prigione. Fu allora consigliata di lasciare l’Inghilterra. Si ridusse

infatti a Calais dove morì nella più squallida miseria a cinquantatre

anni.

Mai cicala cantò più alto nei meriggi ardenti, e qual cicala cadde a

sera Emma Lyon, sparendo da quel mondo dove aveva fatto tanto rumore

senza lasciare nessun rimpianto. Il bel corpo che fu suo vanto, sua

fortuna e suo disonore insieme si dissolvette sotto le zolle di un

piccolo cimitero grigio, desolato, abbandonato; e la sua memoria, se

mai si aggira ancora intorno alla eccelsa colonna di _Trafalgar square_

è per mettere un’ombra sulla fronte del grande Nelson.

Profili, impressioni e ricordi · 第 18 / 53 题