Meglio gli si perdonerebbero le facili consolazioni che egli trovò
pochi mesi dopo, se nella eternità del marmo avesse saputo scolpire
una di quelle frasi alate che facevano fremere Paolina quando egli le
leggeva le pagine dell’_Atala_ e di _René_.
Un altro cuore meno immaginoso, ma non meno ardente ed infinitamente
più serio doveva portare il lutto eterno di quella perdita, Joubert,
che da quando ella decise il viaggio a Roma non aveva cessato un sol
giorno di addolorarsi e di tremare per la salute dell’amica, che aveva
rotta ogni corrispondenza e non apriva nemmeno quelle che riceveva,
indifferente a tutto che non fosse lei. Quando fu morta scrisse
a un amico: «Non vi dico nulla del mio dolore, esso sarà eterno.
Chateaubriand la rimpiangerà sicuramente al pari di me, ma gli mancherà
meno a lungo. Da nove anni io non avevo avuto un pensiero dove ella
non vi si trovasse e lo stesso sarà per l’avvenire; il suo ricordo e
il dolore della sua assenza si congiungevano ad ogni azione della mia
vita.»
Profeta per sè e per gli altri vent’anni dopo egli cercava ancora sulla
collina il sentiero che guidava alla capanna dove la dolce amica aveva
cercato rifugio nei giorni del Terrore e lo mostrava a Chateaubriand;
ma Chateaubriand stava scrivendo le _Memorie d’oltre tomba_, questo
bellissimo romanzo della sua vita, dedicandolo, quasi riassunto di
tutti i suoi amori, ad una donna sola affinchè ella passeggiando fra
le colonne di quel tempio che egli le aveva eretto vi incontrasse il
proprio nome. E non era il nome di Paolina di Beaumont.