UNA GRAN DAMA

al tempo della Rivoluzione Francese.

Mi accade sovente quando vado a Roma di entrare nella Chiesa di S.

Luigi dei Francesi per deporre un fiore di memoria sulla tomba di

Paolina di Beaumont. S. Luigi dei Francesi non attira l’attenzione dei

forestieri per ricchezza di marmi o di opere d’arte; la chiesa è quasi

sempre deserta e la piccola piazza che la fronteggia con quell’unico

negozio di coroncine e di oggetti sacri le conserva intorno un silenzio

di religiosa intimità dove mi piace immaginare abbiano a trovar pace le

ossa di colei che fu tanto tormentata in vita.

Scrivendo queste parole ho sotto gli occhi una vignetta che rappresenta

la contessa di Beaumont accosciata su un breve divano, tra i rigonfi

dell’abito dai riflessi violacei, col braccio cadente in una posa di

supremo abbandono, lo sguardo fisso quasi magnetizzato in una visione

di terrore scorta da lei sola.

Appare forse qui più avvenente di quello che fosse in realtà, ma tutta

la sua grazia e la sua dolcezza e l’intima eleganza devono esservi

fedelmente riprodotte. Guardandola mi corrono sulle labbra i versi di

Ippolito Pindemonte alla Malinconia:

Come mi piace quel di vïola

tuo manto e quello sparso tuo crin!

più dell’attorta chioma e del manto,

che roseo porta la Dea d’Amor

e del vivace suo sguardo, oh quanto

il tuo mi piace, contemplator.

Così, pallida e fine, velata di inestinguibile tristezza, toccando

appena la terra col suo piede leggero, passò in mezzo agli uomini la

figlia del conte di Montmorin in uno dei periodi più agitati della

storia, quando la grande rivoluzione sconvolse la Francia nelle sue più

profonde radici irrorandola di sangue. Tutto le fu avverso nella breve

esistenza e fin l’unico tardivo amore venuto da così alto cielo non le

diede che frutti di cenere.

Suo padre, il conte di Montmorin, che era stato ministro degli esteri

sotto Luigi XVI apparteneva alla più antica nobiltà dell’Alvernia;

uomo integro, di alta onestà, gran signore nei modi e nei sentimenti:

ma, secondo ramo dei marchesi di Montmorin, il conte non disponeva

di molte ricchezze; le accrebbe sposando sua cugina più ricca di lui,

dalla quale ebbe due maschi e due bambine, ultima delle quali Paolina.

Soccorreva alle grandiose spese della famiglia anche la carica del

Ministro cogli annessi vantaggi e tuttavia lo sperpero superava le

entrate. La sola tavola largamente ospitale, come era costume del

tempo, costava moltissimo; nella stalla si nutrivano 24 cavalli e 11

palafrenieri.

Paolina crebbe in questo lusso principesco. A otto anni entrò nel

Convento di Fontevrault dove una zia paterna era badessa e dai tredici

ai sedici passò a compire la sua educazione di gran dama in un altro

convento riserbato alle grandi famiglie francesi, nel quale le nobili

fanciulle avevano ciascuna una governante e una cameriera addette alla

propria persona. Uscita di là, sempre secondo le abitudini del secolo,

le si annunciò che era fidanzata al conte di Beaumont, un ragazzaccio

ignorante e di gusti volgari che sposò senza quasi conoscere e dal

quale fece divorzio più tardi ritornando intanto a vivere nella casa

paterna. Per il suo corredo si erano spese venticinque mila lire

(moneta corrente) e le furono assegnate, come a sua sorella, diciotto

mila lire annue di appannaggio.

Uscita dalle peripezie di questo infelicissimo matrimonio dovette

credere di aver fatto un cattivo sogno e di cominciare appena allora a

vivere. Presso il padre, che ella adorava e di cui si fece in breve la

confidente e la collaboratrice, Paolina raggiunse quella età fiorita

della donna durante la quale ogni respiro è profumo, ogni attitudine

seduzione inconscia. Non molto bella di volto avea però due occhi

profondi, straordinariamente soavi, che ne illuminavano l’interessante

pallore, e un dolce sorriso e una personcina snella, sottile, quasi

fragile, quasi aerea, di una eleganza di Ninfa o di Ondina.

Intelligenza pronta e vivace, avida di imparare, avendo il dono

prezioso dell’entusiasmo e dell’ammirazione, trovò subito nella società

eletta che frequentava il salotto di sua madre di che soddisfare i suoi

gusti e prendere interesse cogli amici di suo padre alle questioni

politiche estere ed interne che già incominciavano a preoccupare la

Francia sullo scorcio del secolo XVIII.

Fu quello il periodo più brillante della sua vita, il suo breve Zènit

che le permise di stringere amicizie onorevoli e durature. Nominata

dama di Corte e vivendo nel gran mondo di un tempo che non aveva

soverchi scrupoli di morale, la maldicenza non la intaccò che assai

leggermente e senza poter addurre prove.

Trovandosi così, nè fanciulla nè sposa, ella trascorreva la sua

esistenza di crisalide nel tepore degli affetti domestici, attendendo

alle pratiche per il suo divorzio.

Maturavano intanto i germi della rivolta nelle classi popolari. I

nobili erano malvisti, specialmente quelli che stavano accanto al

trono. La posizione del conte di Montmorin, notoriamente amico del Re,

era delle più difficili. Egli vedeva il pericolo, ma devoto alla sua

fede dinastica non tremò e non cedette nemmeno quando, avvicinandosi

la bufera gli amici lo consigliavano di mettersi al sicuro. «Convengo

— egli diceva — della verità delle vostre osservazioni, ma nessun

pericolo personale mi impedirà di fare tutto ciò che credo utile a Sua

Maestà.» Questo attaccamento leale e fermo il ministro degli esteri

doveva pagarlo colla strage di tutta la sua famiglia e col proprio

martirio.

Gli avvenimenti incalzavano rapidi e truci. Quando si seppe della fuga

di Luigi XVI a Varennes, il popolo, giudicando complice Montmorin, ne

assalì il palazzo domandando la sua testa. Le teste rotolavano allora

sulle piazze di Parigi come palle da bigliardo e le teste si chiamavano

Andrea Chénier in attesa di essere l’ultima dei Re Capeto.

Che fosse in quei giorni la vita della contessa di Beaumont è facile

immaginare. Datano da allora i principii della malattia di languore che

non doveva più abbandonarla. Il pianto, l’insonnia, l’inquietudine, lo

spavento di tutte le ore, di tutti i momenti passati a fianco di quel

padre a cui la legava il più tenero affetto, minavano il lei l’essenza

stessa della vita.

Nel tetro inverno del 1792 quasi all’appello di una Nemesi implacata

cade la prima vittima della famiglia. Il minore dei figli, Augusto,

partito per l’Isola di Francia in qualità di Insegna di Vascello muore

in un naufragio. Paolina, di cui era il beniamino, ne è inconsolabile.

Non prevedeva l’avvenire!

Le condizioni del monarca intanto erano peggiorate e con esse quelle

del suo ministro, Luigi XVI debole, pusillanime, sempre indeciso

trascinava nella sua disgrazia la disgrazia dei suoi fedeli. Non vi era

più sicurezza per nessuno; le signore della famiglia Montmorin furono

insistentemente pregate di abbandonare Parigi che non era più posto per

donne. Lo stesso conte aveva dovuto allontanarsi dalla sua abitazione

e viveva nascosto in Parigi, ma ricercato attivamente fu scoperto per

un’imprudenza della sua albergatrice, arrestato e sottoposto a uno di

quegli interrogatori _pro forma_ di cui si hanno larghi esempi nei

processi del tribunale rivoluzionario. Il ministro, l’amico del Re,

doveva aver torto e lo ebbe. Ciò che avvenne immediatamente dopo la

sentenza la mia penna si rifiuta a scrivere. Se il lettore vuole averne

un’idea ricordi l’obbrobrioso supplizio della principessa di Lamballe.

Non un particolare della infame tragedia potè restare ignoto alle

signore di Montmorin.

Rifugiate le misere insieme al figlio superstite in un maniero di

Borgogna presso la contessa di Serilly loro cugina vi poterono rimanere

nascoste un po’ di tempo e piangervi in silenzio tutte le loro lagrime.

Alcuni amici ci venivano di notte a portar loro notizie di Parigi

sempre allagata di sangue; era una tristissima vita, ma dall’essere

tutti riuniti nello stesso dolore ne veniva a ciascuno una tregua se

non un conforto, ma fu breve riposo. La infedeltà di un servo denunciò

i fuorusciti al tribunale rivoluzionario e il giorno appresso venivano

arrestati.

La contessa di Montmorin, che in seguito allo strazio del marito non

faceva altro che invocare la morte liberatrice, appariva calma; sua

figlia maggiore, la contessa della Luzerne, pazza di terrore era

corsa a rinchiudersi nella propria camera dalla quale fu estratta

a forza. Anche Paolina si presentò, ma i manigoldi colpiti dalla

sua magrezza, dal suo languore, dalla sua trasparenza d’ombra non

volevano incaricarsene. Ella salì egualmente sulla carrozza che doveva

trasportarli tutti; quando però furono in aperta campagna (compassione

o crudeltà raffinata?) la fecero discendere suo malgrado. Si pensi lo

strazio della poveretta abbandonata sola sul margine di una strada,

vedendo allontanarsi la carrozza che trasportava i suoi cari verso la

morte. Simili ore equivalgono ad anni nella misura del dolore che una

creatura umana può sopportare. Quanto tempo errò ella e come e dove

non sappiamo, finchè potè trovare rifugio nella capanna di un povero

vignaiuolo.

A Parigi intanto sua sorella assalita da febbre violentissima fu

trasportata nell’ospedale delle prigioni dove moriva quasi subito; il

domani la contessa di Montmorin e il figlio Calisto eroicamente forti

dinanzi alla morte salivano i gradini della ghigliottina.

E venne un altro inverno, rigido, crudissimo e nella capanna del buon

vignaiuolo la Niobe desolata dei Montmorin, affranta, disfatta, colla

visione terrorizzante del passato e quella paurosa dell’avvenire, si

trascinava a stento dal letto al focolare. Un suggello che era stato

eseguito per lei negli anni migliori recava incisa una quercia col

motto: — _Un souffle m’agite et rien ne m’ebranle_ — Sembrava veramente

un miracolo che fosse ancora al mondo. Ad alleviare la sua solitudine

due vecchi domestici, marito e moglie che si trovavano da trentacinque

anni al servizio della sua famiglia vennero a raggiungerla e a dividere

con lei la mala sorte.

Confiscati tutti i suoi beni, parenti ed amici o dispersi o perduti,

ricoverata dalla pietà di un contadino, vivendo stentatamente colla

vendita di pochi gioielli che erano rimasti, ben di lei si può dire coi

versi dell’Aleardi:

«Oh mia povera bella e tu nascevi

«tra i felici del mondo; oh va, ti fida

«nelle promesse d’una culla d’oro!»

Mentre tutto sembrava perduto e nessuna speranza più sorrideva

all’infelice, la sorte le preparava la sola fortuna forse che doveva

sorridere alla sua vita.

Non molto lungi da quella capanna di Borgogna dove aveva trovato

asilo la contessa di Beaumont-Montmorin viveva allora la maggior

parte dell’anno uno degli uomini più intelligenti, più alti, più puri

che avesse allora la Francia. Uscito da quella famiglia Joubert che

doveva dare a Napoleone uno dei suoi migliori generali, quegli che

Dio misericordioso pose sul cammino di Paolina si era foggiato, lungi

dalla società, una sua vita tutta di pensiero e di nobili azioni. Il

suo carattere era di una tale elevatezza morale, il commercio delle

sue idee così vivace e pronto, il suo cuore così appassionato che non

poteva più stare senza di lui chi una volta lo aveva conosciuto.

La pietosa odissea della figlia di Montmorin era giunta all’orecchio

di Joubert. Egli ne fu profondamente impressionato. Andò a trovarla e

quel giorno fu per entrambi il principio di una nobile e bella e vera

amicizia. È stato ripetuto tante volte non essere possibile amicizia

vera fra due persone di sesso diverso che a me, strenua sostenitrice di

idealità, non par vero di poter presentare questo esempio interessante.

Joubert era allora ammogliato da pochi mesi e data la serietà dei

suoi principi morali non è nemmeno da supporre che non amasse sua

moglie, ma appunto perchè amicizia ed amore hanno principi e finalità

diverse, l’uno può esplicarsi senza bisogno dell’altro. Certo nelle

anime ardenti anche l’amicizia, quando nasce da una profonda simpatia

spirituale, veste carattere di passione e questo fu precisamente il

caso di Joubert.

Anche il suo matrimonio in fondo era stato una buona azione,

decidendosi egli a trent’otto anni e con una salute precaria a sposare

un’orfana inconsolabile per poterle essere sempre vicino a consolarla.

Un movimento di pietà fu pure quello che lo spinse verso madama di

Beaumont e se la simpatia seguì rapida e vivace non dovette uscir mai

dall’orbita spirituale nella quale si svolse tutta la sua vita.

Fitta, più fitta che mai in quell’inverno del 1794 cadeva la neve

sulla capanna del vignaiuolo e Joubert con passo alacre saliva il

piccolo sentiero che molti anni dopo doveva guardare ancora con occhio

commosso. Sono di Joubert i seguenti pensieri sull’amicizia:

«Chi non vede i suoi amici dal lato più bello li ama poco».

«Quelli che amano sempre non hanno tempo di lamentarsi e di essere

infelici».

«L’amicizia è una pianta che deve saper resistere ai periodi di

siccità».

«Vi sono persone che la morale non l’hanno altro che in pezza; non

riescono mai a farsene un abito».

«Se il mio amico è guercio io lo guardo di profilo».

Leggendo questi pensieri si comprende quale raro e prezioso amico egli

fosse e se in ognuno di esso è manifesta l’elevatezza del carattere, in

quest’ultimo c’è tutta la sua originalità e la sua bonomia.

Ma la contessa di Beaumont, che aveva così begli occhi, non era

necessario guardarla di profilo. Si intesero e si unirono subito con

tutti i legami di due intelligenze affini, l’una riboccante di pensieri

e di meditazioni cresciute in solitudine; assetata l’altra di verità

consolatrici. Joubert aveva trovato il suo vaso d’elezione, l’eco

simpatica che si compenetrava delle armonie della sua anima e gliele

rimandava in suoni celesti. Per la contessa di Beaumont il solitario

di Villeneuve sur Jonne dovette essere come la voce che trasse Lazzaro

dal sepolcro. A contatto di un’anima così alta, ricevendo a fiotti

ininterrotti sul suo cuore assiderato il calore di un affetto delicato

e profondo, ella rinasceva a poco a poco, riaffacciandosi alla vita. La

lettura che era stata fino allora la sola ricreazione del suo spirito

ricevette dalla scelta di Joubert una direzione più estesa e più

sicura; essa le fu di grande risorsa nei brevi giorni e nelle lunghe

sere d’inverno sotto la capanna del vignaiuolo.

Un desiderio tuttavia la pungeva vivamente; non lasciò nemmeno passare

la stagione dei geli che volle recarsi a Parigi per avere notizie

dei parenti dispersi e vedere se fosse possibile di rientrare nel

possesso de’ suoi beni e Joubert, sempre previdente, la raccomandò

a un suo fratello che stava a Parigi. Ma quale impressione dovette

farle la città, trasformata dal ferro e dal fuoco della rivoluzione!

Le vie avevano cambiato nome, i più bei palazzi ridotti a ristoranti

e a locande, nelle chiese profanate il berretto rosso piantato sopra

un alabarda sostituiva la croce; nelle vetrine dei rivenduglioli si

vedevano ornamenti sacri, tovaglie d’altare, statue, vecchi messali.

Con quale emozione Paolina si accostò al palazzo Montmorin saccheggiato

completamente! Del giardino rimaneva appena un cipresso che lei stessa

aveva piantato da fanciulla. Nelle poche settimane che si fermò a

Parigi ebbe la consolazione di ritrovare sua cugina di Serilly scampata

alla ghigliottina per la presenza di spirito della contessa Montmorin

la quale nel giorno stesso dell’arresto dichiarò che sua cugina era

incinta. Salvandole così la vita la contessa Montmorin aveva pagato

l’ospitalità concessa a lei e alla sua famiglia. E di nuovo la contessa

di Serilly volle che Paolina tornasse presso di lei a attendervi la

restituzione di parte almeno dei suoi averi.

Fu un periodo di calma relativa alternato di scoraggiamenti e di

invincibili tristezze. Il passato era stato troppo atroce; non poteva

dimenticare.

Passeggiava senza piacere, leggeva senza interesse. Un male sottile

rodeva la sua salute che era sempre stata delicata; la voce le usciva

fievole e tremante come dinanzi ad una visione continua di terrore.

Joubert raddoppiava le sue cure, ma senza frutto. Una domanda la

tormentava insistentemente. Che cosa faccio al mondo? Poco tempo dopo

le venne a mancare anche sua cugina Serilly e parve che sulla sua

solitudine si rinchiudesse la porta di bronzo del destino.

Il secolo finiva.

Sul principio del 1800 Paolina si stabilì a Parigi indottavi dalla

necessità di sorvegliare da presso i suoi affari. Un grazioso

appartamento della rue Neuve du Luxembourg la accolse e ben presto

nel piccolo salotto azzurro illuminato da una sola lampada, sacrario

di memorie a cui i vecchi fedeli domestici testimoni degli antichi

splendori della famiglia conservavano quel carattere di _ancien régime_

che la repubblica stava cancellando dovunque, accorsero a poco a

poco amici e conoscenti che si credevano perduti nell’uragano della

rivoluzione, formando un cenacolo ristretto ma omogeneo dove si parlava

di tutto fra persone sicure. Un emigrato, amico di Joubert narrava

il suo soggiorno di profugo a Londra e l’incontro che vi aveva fatto

con un uomo di straordinario ingegno. Ascoltato con molto interesse

da quel pubblico nuovo e attento non stancavasi di narrare le loro

scorrerie nei campi e il ritorno a notte alta per vie solitarie,

alla luce tremolante di qualche raro fanale, discutendo sui più alti

problemi dell’anima, entrambi entusiasti, entrambi rapiti in quei voli

divini dello spirito che danno sì belle ore alla giovinezza. Questo

amico stava per arrivare a giorni dovendo mettere alle stampe un libro

magnifico. L’amico era il visconte di Chateaubriand, il libro _Atala_.

Chateaubriand aveva allora trentadue anni. Era bello. Era sopratutto

fascinatore per temperamento, per bisogno di essere amato, per una

segreta voluttà di dominio che specialmente ne’ suoi rapporti colle

donne si avvantaggiava di uno sguardo magnetico. Un uomo può credere

di conoscere a fondo un altro uomo, ma vi sarà sempre una donna che

lo conosce meglio, vale a dire da quel punto di vista in cui l’uomo

non si mostra mai al suo simile e che è una metà almeno della sua

psiche. Si aggiunga che Chateaubriand tornava da un lungo viaggio in

terre sconosciute; il deserto svolgeva ancora davanti a’ suoi occhi

solitudini smisurate; il vento portava ancora alle sue nari il profumo

dei cactus e dei tamarindi. C’era intorno a lui, nella sua persona, nel

suo modo di esprimersi la rivelazione di una forza selvaggia acuita

dai ricordi dell’infanzia trascorsa in Bretagna nel tetro castello

paterno, sugli scogli battuti dall’oceano, nelle foreste abitate dagli

elfi e dai gnomi delle antiche leggende. Questo è l’uomo che Joubert

presentò nel piccolo salotto azzurro e come poteva egli non fare una

profonda impressione su Paolina la cui sensibilità era stata scossa

fino allo spasimo? Si trovava appunto in quella età della donna che

è come il meriggio per un fiore; e non aveva ancora amato! Dal suo

infelice matrimonio era uscita offesa, brutalizzata a guisa di farfalla

nelle mani di un tristo ragazzo e per il seguito delle sue sventure non

credeva, non sperava più nulla. Che era mai quella luce nuova, quel

palpito non mai provato, quel rinascere alla vita quando la potente

individualità di Chateaubriand apparsa nel piccolo salotto col suo

bagliore astrale, col suo fuoco di vulcano in ebollizione ricondusse

ogni valore alle minime proporzioni tanto che ognuno si ricantucciò

modestamente, spontaneamente dinanzi a quella regalità assoluta?

Non era più il salotto della contessa di Beaumont, era il salotto di

Chateaubriand.

Paolina potè credere sulle prime di cedere anche lei al pari di tutti

gli altri all’ammirazione per l’uomo singolare; la sua mente, nutrita

di buone letture si estasiava al suono musicale delle di lui parole,

alla magia dello stile che nelle pagine di _Atala_ e di _Réné_ lette

fra un silenzio religioso evocava in frasi luminose ed ampie i cieli

dorati dell’America, gli aromi intensi delle foreste vergini, i venti

che scuotono sui tramonti color di rosa le ghirlande delle liane. Nella

sincerità del suo entusiasmo ella confessava ad un’amica: «_Le style

de Mr. de Chateaubriand me fait éprouver une espéce de fremissement

d’amour: il ìoue du claveçin sur toutes mes fibres_».

Noi la vediamo questa giovane donna un po’ languida, un po’ patita,

ma così seducente nel suo pallore, con quei begli occhi oblunghi che i

patimenti avevano reso più teneri come una fiamma velata di pianto; la

vediamo con un bianco scialle incrociato sul suo vitino di fanciulla,

protendersi graziosamente dalla poltrona per non perdere una sola

parola dell’incantatore.

Ma che cosa saranno stati i loro colloqui quando si trovavano soli!

(egli andava da lei in principio tutti i giorni poi due volte al

giorno). Il salotto azzurro era ben chiuso. Saint Germain e sua moglie

attraversandolo con passo discreto avevano messo in bell’ordine i

mobili d’acaìou, le porcellane fine, la coppa arabescata a fondo oro,

i quadri, i ritratti, tutte le care memorie che contribuivano a dare

a quel nido provvisorio l’aspetto signorile dell’ambiente in cui era

nata. Le finestre prospicenti il giardino del Ministero di Giustizia

tendevano una cortina di fresco verde fra quel dolce asilo e il mondo;

l’ora felice suonava sul quadrante misterioso del tempo: «_Mr. le

Vicomte de Chateaubriand_» annunciava con un inchino rispettoso il buon

Saint Germain. Che balzo nel cuore di Paolina!

Il colpo di fulmine aveva mirato preciso e toccato a fondo; la creatura

devastata dal dolore e che si credeva insensibile ritrovò fede,

entusiasmo, illusioni, sogni, tutto ciò che rende bella la vita. La

passione la trasformava ed ella vi si gettò senza scrupoli e senza

ipocrisia.

E Chateaubriand? Il più acuto dei suoi critici dice che egli amava

allo stesso modo di Giove o di Luigi XIV. Io non mi sento di discutere

questo paragone. È però certo che uomini della tempra di Chateaubriand

non possono darsi interamente a nessuna donna ed a nessuno. È troppo

vasto il mondo che hanno dentro di loro. Dice ancora il critico

eminente: «Ciò che voleva Chateaubriand nell’amore era meno l’affetto

della tale o tal altra donna che l’occasione del turbamento e del

sogno; non era tanto la persona che egli cercava quanto il ricordo,

il rimpianto, il crollo della propria giovinezza, l’adorazione di cui

si sentiva oggetto, il rinnovamento di una situazione cara. Ciò che

si chiama l’egoismo in due restava per lui l’egoismo a uno solo. Egli

teneva a sconvolgere e a consumare più che ad amare».

Se questo ritratto è vero anche solamente in parte si comprende come

la forte individualità di Chateaubriand abbia potuto interessarsi alle

fragili grazie della contessa di Beaumont. Non fosse altro per legge di

contrasto, egli che tornava dalle rudi esperienze di un lungo viaggio

in mare e di soste non meno lunghe in paesi selvaggi, doveva subire il

fascino delicato fino alla raffinatezza di quella gran dama superstite

di una società scomparsa. Egli l’amò certamente, sia pure alla sua

maniera, ma non è questa la maniera di una quantità di uomini che pure

non sono Chateaubriand?

_Atala_ venne pubblicata nella primavera del 1801. L’autore era

pressochè sconosciuto; solo un piccolo gruppo di iniziati aveva avuto

occasione di conoscere i lampi e le folgori di quel forte ingegno,

ma per la stessa selvaggia originalità contrastante col gusto allora

caro al pubblico di una letteratura artificiosa e vuota si temeva un

possibile insuccesso. Paolina più di chiunque visse le ansie e i timori

dell’aspettativa comunicandoli a Joubert, a quell’alta anima pura che

amando lei di un affetto superiore ad ogni calcolo umano s’era messo

per amor suo ad amare Chateaubriand. Se Chateaubriand rappresentava

la felicità di Paolina, Joubert doveva necessariamente desiderarne il

trionfo. Questo venne e fu completo; sorpassò anche la previsione degli

amici; la singolarità di quel libro anzichè nuocergli piacque. A noi

italiani può interessare il fatto che, per tre edizioni inglesi, due

tedesche e due spagnuole, nella nostra lingua se ne fecero sette. Il

successo accese in Chateaubriand una febbre di lavoro. Volle terminare

il _Genio del Cristianesimo_ già incominciato a Londra, e vagheggiava

un posto tranquillo dove potesse lavorare lungi dai rumori e dalle

distrazioni di Parigi; ed ecco la donna amante mettersi alla ricerca

dell’eremo desiderato.

Fu nel bel mese di maggio, quando fiorivano le rose sulle spalliere

solatie e la vite gonfiava le sue prime gemme che i due partirono

per Savigny, piccolo villaggio non lungi da Parigi; partirono ebbri

dei loro sogni, sogni di gloria per l’uomo, di tenerezza e d’amore

per la donna; ma così giovani entrambi e così nuovi nella loro gioia

che potevano credersi due scolari in vacanza. Rimangono le lettere di

Paolina a Joubert per testimoniare l’armonia ininterrotta di un periodo

che fu di vera felicità. Quel leggero alzarsi al mattino, quella gaia

colazione presa insieme e poi il lavoro condiviso seduti alla stessa

tavola, quello scambio di sguardi e di parole ad ogni momento non è

forse la vita ideale che ogni donna sogna?

Alla sera erano brevi passeggiate nei dintorni per verdi vallette,

per sentieri solitari. Prima di rientrare sedevano nell’orto presso

un bacino d’acqua viva, e in quel silenzio, in quella luce morente,

guardando le prime stelle che si accendevano nel firmamento ella

narrava colla sua voce languida il primo disinganno del disgraziato

matrimonio e gli orrori della rivoluzione fino al giorno in cui i

carnefici della sua famiglia l’avevano abbandonata sulla strada, sola,

senza difesa. Ma più del racconto delle proprie sventure ella preferiva

ascoltare da lui i ricordi originalissimi della sua infanzia, la sua

emigrazione, i suoi viaggi. La luna intanto sorgendo sul loro capo

segnava nelle vie del cielo l’eterna storia degli uomini. Pensava

Paolina che il tempo non si arresta mai?

Venne il mese di dicembre e fu necessario abbandonare la casetta di

Savigny. Il _Genio del Cristianesimo_ era finito e le ansie per il

successo ricominciavano, ma Paolina non era più sostenuta dalla dolce

intimità di Savigny. Qualche cosa si scioglieva intorno a lei, sotto

i suoi occhi che non vedevano ancora, ma che indovinavano; coll’acuta

sensibilità de’ suoi nervi ammalati avvertiva l’avvicinarsi di un

pericolo ignoto ed egli non era più là per rassicurarla. Egli doveva

occuparsi della nuova pubblicazione e coltivava a questo scopo un

progetto che le tenne nascosto più che fosse possibile. Volgendo gli

occhi al nuovo astro che sorgeva sulla Francia Chateaubriand volle

dedicare il suo libro a Napoleone e tale manovra copriva un primo

passo per ottenere la nomina di capo segretario nell’ambasciata presso

la Santa Sede a Roma. Ma vi era un ostacolo da rimuovere prima di

presentarsi a S. S. il Papa. Chateaubriand tra i viaggi e le avventure

aveva dimenticato di essere marito. Congiunto già da dieci anni con

incredibile leggerezza ad una fanciulla che quasi non conosceva egli

non l’aveva più vista da allora. Una riconciliazione era necessaria,

fosse pure apparente, e per conseguenza un viaggio in Bretagna dove

la Signora di Chateaubriand trascorreva rassegnata la sua bizzarra

vedovanza.

Quando la Contessa de Beaumont fu informata da Chateaubriand stesso che

le chiese consiglio sul viaggio in Bretagna, ella molto dignitosamente

lo incitò a seguire le vie consuete; ma, più il rispetto di se stessa

le imponeva di rimanere calma, più la lotta interna la attanagliava con

raffinati supplizi. Il salotto azzurro si riaperse ai soliti amici,

ma era come un tempio vuoto, mancava il dio animatore. La tristezza

di Paolina cresceva di giorno in giorno. Se la felicità gustata per

sette mesi a Savigny (sette mesi o un istante?) aveva risollevata la

sua salute, l’amaro rimpianto del passato, l’inquietudine dell’oscuro

avvenire la gettarono in uno stato di prostrazione che rincrudì i

suoi mali. Joubert ne soffriva con tutta la sincerità del suo affetto

ardente e puro; avrebbe voluto che si recasse al Mont d’Ore. Ma il male

di Paolina era troppo profondo; esso si attaccava a una stanchezza, a

un disgusto della vita che nel terrore di doverla sopportare ancora

a lungo confidava al suo giornale intimo questi gridi che sono vere

confessioni di un’anima ferita a morte.

«_Si je dois exister encore longuetemp que deviendrai-je? Ou

me cacher? Quel tombeau choisir? Comment empecher l’éspérance

d’y penetrer? Quelle puissance en murera la porte? M’eloigner

en silence, me laisser oublier, m’ensevelir pour jamais tel

est le devoir qui m’est imposé et que j’espère avoir le courage

d’accomplir._»

Chateaubriand intanto che era partito per Roma nel maggio di quel 1803

le scriveva regolarmente, ebbro del suo viaggio e della sconfinata

ammirazione per Roma delle cui meravigliose bellezze sentiva il fascino

esaltatore.

Non è sempre felice chi parte in confronto di chi resta? E se colui che

parte per il più bel paese del mondo è ricco di salute e di energie,

di speranze, di promesse e la povera abbandonata in preda a un male

inesorabile si aggira sola nei luoghi dove furono felici insieme, dove

ogni oggetto è come una croce piantata sopra una fossa, non devono

quegli entusiasmi, quelle estasi, quella felicità lontana da lei

trafiggerla di mille punte avvelenate? Egli le parlava del Colosseo,

del Campidoglio, della superba grandezza romana e lei piangeva nel

piccolo salotto azzurro pensando ai bei giorni di Savigny. L’uomo

saliva ardimentoso la sua parabola di gloria, la donna si reclinava sul

suo sogno d’amore distrutto.

Eppure amava ancora. Amava coll’appassionato trasporto degli amori

tardivi che sembrano concentrare in se i sogni, i desideri, le rinuncie

del passato; tesori d’affetto accumulati dall’esperienza, tenerezze

tanto più ardenti quanto si sentono fuggitive. Il proposito di

nascondersi, di murarsi in una prigione dove la ingannevole speranza

non potesse penetrare si sgretolò nelle sue mani stanche. Mostrando

di cedere alle esortazioni dell’amicizia ella partì per la cura del

Mont-d’Ore, ma pochi giorni dopo prendeva la via di Roma.

Chiunque pensi che cosa erano i viaggi allora e quanti disagi e fatiche

comportassero, può di leggeri comprendere i timori e le inquietudini

del buon Joubert per l’avventata risoluzione della sua amica.

Chateaubriand che ve l’aveva incoraggiata, sperando bene per lei dal

clima di Roma, incaricò un amico di andare ad incontrarla a Milano per

alleviarle la lunghezza dèi viaggio ed egli stesso si portò a Firenze a

riceverla.

Quando la vide rimase atterrito; non era più che un’ombra. La vettura

procedeva al passo ed ella scorgendolo ebbe appena la forza di

sorridere.... Presero insieme la via di Perugia e da quel momento, se

pure egli non era stato l’amante che una simile donna meritava, fu fino

all’ultimo il gentiluomo perfetto, l’amico assolutamente devoto. Roma

apparve loro in fondo a quella meravigliosa via Appia i cui silenzi

ripetono nella vastità luminosa dell’orizzonte l’eco di venti secoli

di storia. Oh! come la pallida donna, i giorni della quale erano già

contati, dovette sfiorare con mesti sguardi la muta poesia delle tombe!

E come nell’afflosciamento della persona esile e stanca sui cuscini

della vettura la piccola mano avrà palpitato sotto la mano cara!

L’appartamento che Chateaubriand aveva scelto per la contessa di

Beaumont si trovava in piazza di Spagna, presso la viuzza di S.

Sebastiano ed aveva un giardino piantato ad aranci che saliva verso il

Pincio ricongiungendosi probabilmente all’aranceto dell’attuale Hôtel

de Russie. Il viaggiatore che visita ora piazza di Spagna e si sofferma

a leggere l’iscrizione lapidaria della casina dove abitarono i poeti

Shelley e Keatz e forse ricorda i versi di Keatz:

«Oh dove sono i canti

«di primavera, dove?».

deponga un fiore di memoria là dove chiuse sua breve vita questa dolce

e malinconica figura di donna per la quale il primo canto fu il canto

del cigno.

Scendendo dalla vettura ella era così affranta che non poteva reggersi

in piedi. I medici giudicarono subito che non vi era speranza di

salvarla; il polmone profondamente leso non la lasciava respirare

che a stento. Parve tuttavia che riposata dal viaggio faticoso si

risollevasse tanto che nelle ore migliori potè uscire qualche volta

in carrozza sotto i lecci di Villa Medici, intorno alle fontane di

Villa Borghese, verso le meraviglie dell’antica Roma per le quali

Chateaubriand le era il più prezioso degli interpreti. Egli la

circondava di speranza e di tenerezza, parlando di condurla a Napoli,

dare di là le sue dimissioni all’Ambasciata e non lasciarsi più, esuli

volonterosi in qualche eremo lontano dove vivrebbero soli col loro

amore. Cullata dal suono di quella voce che l’incantatore sapeva in

certi momenti rendere irresistibile, la donna prossima a sparire beveva

avidamente gli ultimi profumi della terra colle ultime illusioni del

cuore. Gli indifferenti che la vedevano passare appoggiata ai cuscini

della carrozza, in una di quelle pose di suprema distinzione di cui

ella possedeva il segreto, delicatamente ravvolta nel suo cachemir a

fondo bleu e così smunta, così immateriale, si sentivano presi da un

istintivo sentimento di compassione. Un giorno andando al Colosseo

prese freddo; ricondotta subito a casa si pose a letto e non si rialzò

più.

Il momento della separazione fu straziante, dolce insieme e doloroso.

Chateaubriand sentendo il valore dell’affetto che stava per perdere fu

eloquente, appassionato. Riandarono insieme i bei giorni di Savigny,

piansero; egli giurò di amarla sempre e questo ritorno dell’ora divina

illuminò di un sorriso celeste la sua agonia. Fu Chateaubriand che

posandole la mano sul cuore ne raccolse l’ultimo battito.

L’autore del _Genio del Cristianesimo_, il segretario dell’Ambasciata

francese presso il Santo Padre non poteva lasciar morire senza i

conforti religiosi la figlia di colui che era stato ministro del suo

re. Egli stesso l’aveva persuasa al passo estremo. I Sacramenti le

furono portati con tutta la solennità della chiesa Romana e solenni

riuscirono anche i funerali la sera del cinque novembre al lume delle

torce, con grande concorso di popolo e di rappresentanze ufficiali.

Un particolare delicato e commovente è che nessuna mano profana toccò

la salma di Paolina. Ella aveva raccomandato nel suo testamento di

ravvolgerla in un tessuto di crespo della China che il di lei fratello

Augusto le aveva spedito dai suoi viaggi per farsene un abito da ballo.

Questo tessuto che portava sempre con sè fu cinto dalla fedele S.

Germain e da Chateaubriand stesso intorno al fragile corpo.

Il dolore di Chateaubriand fu sincero. Egli chiese alla famiglia

(oramai rappresentata dal solo conte della Luzerne cognato di Paolina)

il permesso di prendere con sè i due vecchi domestici dell’amica

perduta; a questo pensiero di una gentilezza squisita egli aggiunse

l’altro di avocarsi la cura per erigerle un monumento nella chiesa di

S. Luigi dove fu sepolta. Lo si trova infatti nella prima cappella a

sinistra entrando; non so come l’abbiano giudicato i contemporanei,

per me fu una completa delusione. Quei ritrattini che dovrebbero

rappresentare le tragiche figure della famiglia Montmorin appesi alla

parete come fotografie nel salotto di un piccolo borghese, sono una

concezione così goffa e puerile che fanno pena a vedersi. Ma anche

l’iscrizione dettata da Chateaubriand non è quale si avrebbe potuto

attendere dal suo ingegno e dal suo cuore.

APRES AVOIR VU PÉRIR TOUTE SA FAMILLE,

SON PÈRE, SA MÈRE, SES DEUX FRÈRES ET SA SŒUR,

Profili, impressioni e ricordi · 第 13 / 53 题