Arde il cielo purissimo d’incanto
che si dilata grave e sonnolento
Tutto — pare — potrebbe in un momento
incendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.
Io non brucio e nell’anima mi sento
sol di domande come dolce canto
placido e molle un desiderio. E intanto
del mondo nel pensier colgo un accento,
E rispondon per me su dal villaggio
le campane dii Dio tenere e gravi
che misteriosamente san le ore.
«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio,
non t’arrestar. Temi i consigli pravi
del Sol ch’è insieme padre e corruttore.»
Tuttavia, mi affretto a dirlo, non è scrivendo versi che egli avrebbe
spiegate le sue forze maggiori. La poesia non era campo sufficiente,
nè completamente adatto a tutte le sue qualità; parodiando un altro suo
motto dirò che non aveva tempo di essere poeta. E del resto potrebbe la
mia parola rendere i foschi ardori della sua anima, le sue speranze ed
i suoi ideali meglio della sua parola stessa? Ascoltiamolo:
«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai
miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più
utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi
offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi,
di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore
fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche
cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future
generazioni. Questo bisogno di _darmi_ arriva in me a un colmo
frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; per
me tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non
in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza,
la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche
quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale —
da sè sono _pulvis, cinis, umbra_.
«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione
assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato
fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita
nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni
dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere
come tutti gli altri, interessarmi _per sè_, all’arte, alle donne,
a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro.
Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che
rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida,
fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione.
Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta
perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto
al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo
mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a
spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata,
quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi
i terribili supplizi da cui erano minacciati. Io non ci tengo
certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è
qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho
pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di
sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse
s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così
deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser
preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non
addirittura d’essere appeso _alla lanterna_. Ebbene penso a questa
eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per
questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del
paradiso.
«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete
forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbre
_materialmente_ tutte le volte che penso a ciò che potrei fare e
che _devo_ ad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel
campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi
riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun
primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio
posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti
sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore.
Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o
l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unica mia ambizione è di
fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.
«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?
«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà,
ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del
Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta.
No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di
avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa
è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere
rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la
loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io
per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E
probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle.
Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente
dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il
migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di
più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima
idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati
uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere
che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori
allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli
per fare le cose grandi! Lo scoraggiamento entra per tutte le
parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come
oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il
fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (_Il Diario di Cavour
alla Biblioteca di Torino_). Da letture come queste, esco sicuro
e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano!
Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa
grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non
la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»
Non sono squarci di letteratura questi che io cito, nè esercizi
di bello scrivere da inserire nelle Antologie. Sono le semplici
manifestazioni di un’anima nei colloqui dell’amicizia; ma è così
appunto che io spero di far conoscere Alberto Sormani, perchè molto
probabilmente una grande maggioranza dei lettori si sarà già domandata:
Chi era questo Alberto Sormani? — e che abbiano oppure non abbiano
visto il suo nome in calce a qualche articolo disseminato su per i
giornali, resterebbe sempre per i più inesplicabile l’immenso dolore
lasciato dalla sua perdita e il lutto che perdura in pochi cuori a lui
fidi, quel lutto che fece dire a un suo compagno di battaglia: _Nessun
morto è più vivo in mezzo ai vivi_. — Questa è l’impressione che devono
provare necessariamente tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato.
Invano si cerca intorno a noi una tale forza di entusiasmo unita alla
conoscenza esatta del proprio valore, un tale ardore di vita ideale,
una rinuncia così completa delle gioie materiali ed un olocausto così
pieno d’amore alle più alte cime del pensiero. Alberto Sormani non
fu solamente un uomo morto giovane, una bella intelligenza troncata
sul fiore; egli fu sopratutto l’espressione più ardita della nostra
fede, colui che ci sosterrà ancora nelle lotte dell’avvenire facendoci
pensare nei momenti di maggior scoraggiamento: «Eppure l’ideale esiste,
noi lo abbiamo veduto!»
Gli avrebbe la società concesso il modo di esplicare tutte le sue
potenze? Sarebbe egli diventato un uomo grande, un riformatore o un
apostolo?... Tutte le volte che mi propongo questo quesito mi sembra
di veder ridere sinistramente nell’ombra la Sfinge della vita. Certo
la vita Egli non la conosceva ancora. La sorte che fu per lui la più
amorosa delle madri gli aveva sgombrato di ogni spina il sentiero;
nessuno può dire come Egli avrebbe sostenuto l’urto della sventura;
tuttavia questo sorriso del destino che lo accompagna nella breve
carriera, se appare a tutta prima una menomazione di merito, risulta in
ulteriore esame quasi la prova del fuoco del suo carattere.
La prosperità più assai che non la sventura ammollisce gli animi, li
rende inetti, voluttuosi, egoisti; ed appunto perchè egli era ricco,
libero e felice, il suo austero distacco dalle morbidezze e dalle
blandizie acquista una vera espressione di superiorità, e la sua
scelta fra una esistenza sicura appoggiata a un materiale benessere e
la malagevole, aspra, lontana vetta a cui egli tendeva prodigando le
intere sue forze come il giovinetto di Longfellow, innalza tutta la
sua vita a una nobiltà di concetto che risponde anticipatamente con
sicurezza all’avvenire che gli fu negato. — Ma la Sfinge ride, ride
ancora... ed io accolgo questo riso crudele quasi con riconoscenza,
rammentando l’antica fede che faceva morir giovane il prediletto.
Aveva Egli mai pensato a questa possibilità di morir giovane?
Seriamente e a lungo credo di no. Si sentiva così forte, così sicuro,
così pieno di ardire! pure, troppe volte l’immagine della morte si
affaccia al suo pensiero perchè si possa negare in lui un misterioso
presagio. Fra le abitudini intellettuali, che occupavano tutta intera
la sua giornata e parte delle sue notti, c’era anche quella di scrivere
su foglietti volanti ogni idea che gli passava per la mente. Codesti
fogli, ammucchiati a diverse migliaia senza ordine di data, sono
una prova dello spaventoso lavorìo di quel cervello e in uno di essi
appunto trovai questa nota: «Muor giovane chi al cielo è caro — dunque
io morirò?»
Alcuni versi sulla propria tomba che cito, non per il loro valore, ma
perchè hanno, come ogni cosa che usciva dalla sua penna, un profondo
senso di realtà, sono per tale aspetto significativi: