ALBERTO SORMANI

_Io cerco di essere eclettico od a meglio

dire tollerante in fatto d’arte. Ammetto

tutte le forme o quasi, purchè vi sieno

soddisfatte certe tendenze universali

dell’anima umana. Ma la mia natura mi

porta a cercare nell’arte le forme più

alte, a rendermene conto, a determinarle

e a seguirle nell’opera mia se le forze

non me ne mancheranno. E per ciò sono e mi

dichiaro idealista, altamente, fortemente,

fieramente idealista._

(Dagli scritti di ALBERTO SORMANI).

Sono quasi cinque anni; e il tempo che tutto cancella, che tutto

affievolisce, non ha ancora cancellata, non ha affievolita la

indimenticabile memoria.

Era un giorno della fine di giugno, verso sera. Il caldo, quell’anno,

aveva anticipato la sua afa snervante. Egli entrò nel mio salotto un

po’ pallido e con un abbandono affatto insolito si lasciò cadere sulla

poltrona. — Sono stanco — disse.

Chi lo avrebbe pensato, allora, che quella doveva essere la stanchezza

ultima, la stanchezza misteriosa e fatale — a ventisei anni, nel vigore

della salute e delle forze?

Sono stanco, aveva detto Lui, che non si confessava stanco mai, mai

scoraggiato, mai dômo. Lo guardai in viso e mi parve mesto. Soggiunse:

— ho gran bisogno di andare in campagna. — Mi afferrai a questa

speranza, esortandolo a partire subito, persuasa che nel suo dolce

Pomelasca si sarebbe riavuto prontamente. Poi parlammo d’altro.

Calava la sera, pesante. La stanza riempivasi d’ombre; i due rettangoli

delle mie finestre si aprivano alla luce smorta dei fanali, nella

via poco frequentata. Gli era cara quella oscurità crepuscolare e per

fargli piacere indugiai ad accendere la lampada. Nell’ambiente bigio

udivo la sua voce senza quasi vederlo; ah! non era la solita voce

potente dallo squillo di bronzo ben temprato; aveva come un velo.

Egli attendeva in quei giorni alla traduzione francese dell’_Ultima

passeggiata_, che avrebbe mandata all’_Ermitage_, ostinandosi a cercare

una parola che non fosse _banc_ per tradurre _sedile_. Gli dissi che

se non l’aveva trovata lui, io non la troverei certamente. Insistette

perchè avessi a cercarla e glielo promisi. Mi veniva intanto alla mente

«_Le banc de pierre_» la soavissima romanza di Gounod che ha tanti

punti di contatto coll’_Ultima passeggiata_. Avrei voluto potergliela

ridire, ma era impossibile.

Non si riusciva quella sera a entrare in un discorso seguito.

Ogni tanto uno di noi lanciava una parola che sembrava cadere e

frangersi contro un ostacolò invisibile. La sua attitudine scorata mi

disorientava nel modo più assoluto. Pensai di leggergli un breve lavoro

del quale Egli aveva già approvata la tesi.

L’abitudine di leggere insieme eragli molto cara. Quando leggeva,

leggeva bene, e quando ascoltava, ascoltava anche meglio. Il suo volto

intelligente e serio prestavasi ad una attenzione intensa; c’era tanta

simpatia nel suo sguardo avido di intellettualità che una corrente si

stabiliva subito fra il pensiero di chi leggeva e il suo. Intendeva

a volo, gustava prontamente; un leggerissimo movimento della bocca

tradiva solo la sua approvazione che restava interna, come un piacere

che volesse trattenere, mentre la parola di biasimo gli usciva ratta

e decisa. Ma anche la lettura quella sera non andò. Alzando gli occhi

lo vidi pallido, con un aspetto sempre più affaticato. Chiusi il

manoscritto, sentendomi invasa io pure da un malessere.

Mentre cercavo fra me che cosa avrei potuto dire al mesto amico, il

paralume della lampada che avevo accesa allora, prese fuoco. Ci alzammo

tutti e due per spegnerlo e quando il pericolo fu finito, Egli mi

spiegò concitatamente come dovevo fare per evitarlo un’altra volta. Poi

ricadde nel silenzio.

Un odore di bruciaticcio persisteva nella stanza; dalla lucerna

tutta nuda diffondevasi una luce antipatica che volli palliare in

qualche modo. Egli mi pregò a desistere soggiungendo ch’era già

tardi. E restammo così, seduti di fronte, con quella luce sfacciata e

malinconica ad un punto. Ma ogni cosa era malinconica quella sera.

Disse: È l’ora.

Io pensai ancora disperatamente che non dovevamo lasciarci a quel modo,

che avevo una quantità di cose da dirgli, solo non le ricordavo più, ma

perchè non le ricordavo? Anch’Egli sembrava aspettare o cercare qualche

cosa. Si alzò, ma non si mosse.

Vidi sul tavolino dei versi per nozze e volli darglieli. — Per far che?

— Egli chiese con un sorriso stanco, molto triste. E il sorriso che gli

corrisposi fu più triste ancora, perchè l’ombra cresceva dentro di me;

mi mancavano ormai anche le parole.

Ci fermammo in piedi davanti al caminetto. L’uscio era lì dietro a noi,

l’uscio che doveva aprirsi e chiudersi per sempre sull’amico. Disse

ancora: — È tardi nevvero?

Oh! come sentivo la fuga irrimediabile del tempo. C’è un dramma del

Maeterlink intitolato «_L’Intrusa_» dove si vede la morte che passeggia

in mezzo ai vivi, suscitando nello spettatore un misterioso turbamento.

Ebbene, quel turbamento io e Lui lo abbiamo veramente sentito: io e

Lui, non spettatori ma attori della fatale tragedia.

Disse finalmente: Vado.

Allora non trovando più argomenti lo supplicai con gli occhi.

Ci guardammo così per alcuni istanti in un modo incredibilmente

angoscioso. Nel suo volto pallidissimo l’occhiaia larga e profonda

sembrava accogliere un fuoco spento. Tutto doveva accadere come

accadde, con uno schianto interno e muto del quale nessuno di noi due

sapeva darsi ragione. Ci salutammo colle solite parole: la stretta

delle nostre mani non fu nè più intensa, nè più prolungata, ed Egli

partì!

Udii sbattere la porta, giù abbasso, udii il suo passo nella via

deserta. Mi affacciai alla finestra e quando Egli alzò il capo gli

replicai la buona sera.

— Buona sera — rispose, e la sua voce — la voce che non dovevo udire

mai più — salì, si disperse nella notte quieta.

Di nuovo la tristezza mi prese con singolare violenza, con un affanno,

una inquietudine, una specie di rimorso, e con un terrore ignoto che

mi fa domandare anche adesso se realmente i presentimenti esistono,

se un filo misterioso tante volte spezzato e sempre rinascente non ci

comunica qualche volta i segreti del mondo ultrasensibile.

Sono passati quasi cinque anni ed ho ancora davanti l’angoscia

inesplicabile di quella sera. Inesplicabile? Non so. Chi oserebbe

affermarlo poichè due settimane dopo Egli era morto?

Prima di parlare di Alberto Sormani, del suo ingegno, de’ suoi ideali,

della sua opera, ora che già dissi come lo perdei, mi è di malinconica

dolcezza rammentare in qual modo lo conobbi.

Nell’inverno del 1890 ero molto debole, convalescente, per cui vivevo

ancor più rinchiusa e solitaria del solito, non ricevendo che gli

amici intimi. Una lettera che trovai alla mia porta mi sorprese e

mi occupò qualche giorno per un non so che di strano, direi meglio

di originale, che trapelava dalla scrittura alta e ferma, quale i

grafologhi attribuiscono al genio ed all’orgoglio; dallo stile, dalle

idee, da una audacia nuova e altera. L’ignoto scrivente mi apriva una

disputa sul mio romanzo, l’_Indomani_, lusingando il mio amor proprio

di autore e mostrando un ingegno acuto; ma io ero debole, malata, e

poi non ho mai avuto passione per la polemica; infine, l’esperienza mi

aveva raffreddata sulla maggior parte di queste lettere di ignoti che

ci destano un palpito così soave per lasciarci, più tardi, una amarezza

di più. Mandai una carta di visita in forma di ringraziamento e non ci

pensai altro.

Passato qualche tempo l’ignoto tornò a scrivere. Domandai allora a

qualcuno che vive nel mondo letterario di chi fosse questo nome a me

sconosciuto. Nessuno lo sapeva. Con una seconda carta mi scusai di non

potere, per la mia salute, rispondere e credevo proprio che tutto fosse

finito.

Invece mi giunsero, con un crescendo di fermezza che dimostrava

una fede sicura e un carattere tenace, due numeri della _Gazzetta

Letteraria_ (24 e 31 agosto 1889) contenenti una novella intitolata:

_Speranza triste_, firmata Alberto Sormani. Scrivo colla maggiore

semplicità, con una schiettezza intera, perchè mi pare il solo modo

degno di parlare di lui. Dirò dunque che la mia prima intenzione era

di non leggere la novella e la lasciai infatti per due o tre giorni

sul tavolino. Fu in un momento di ozio, di noia, di distrazione che la

ripresi? Certo fu con somma indifferenza che incominciai a guardare le

prime parole:..... «Che cosa è restato a questo mondo di donna Clara

Sormani?» — Quando ebbi finito di leggere e che me ne stetti muta, coi

giornali aperti sui ginocchi, una completa rivoluzione era avvenuta

dentro di me. Vedevo forse per la prima volta sorgere da poche pagine

scritte una vera anima ardente e aristocratica, delicata e sdegnosa — e

così viva! L’ignoto che aveva bussato alla mia porta sotto un mantello

di pellegrino si scopriva e mostrava le sue insegne regali.

Conosco senza dubbio altre novelle più leggiadramente composte, meglio

soggette ai freni dell’arte, e neanche potevano sfuggirmi in questa

_Speranza triste_ le scorrettezze, le inesperienze, certe crudità,

certi stridori di forma; ma come tutto ciò scompare davanti alla

straordinaria sincerità della visione, alla elevatezza intima del

pensiero! Dal cozzo di frasi potenti con frasi meschine, che non appare

nel caso presente frutto di ignoranza o di cattivo gusto ma eccesso di

passione, ne viene alla novella un contrasto di bagliori e di tenebre

che non è forse la sua minore attrattiva.

Si leggono molte cose vere che non sono così vere come questa

fantastica creazione dove un’anima si mostra intera; e succede che

mentre vediamo spesso sotto ricche vesti spuntare le ossa rachitiche

di un corpo deforme, qui i succinti veli e i poco abili drappeggi e la

stoffa maneggiata con dita inesperte non riescono a guastare l’armonia

delle forme elette. Non ci troviamo davanti a un capolavoro letterario,

ma abbiamo la rivelazione di una individualità superiore; per cui,

tutto all’opposto di quanto avviene ogni giorno, invece dell’opera

che soprafà l’artista siamo presi dall’artista stesso che ci impone

violentemente il dilemma: o amatemi o abbonatemi. È difficile infatti

presentarsi in una volta sola con tante qualità e con tanti difetti.

Ancor più difficile conoscere quelle qualità e non subirne il fascino e

dimenticare tutto il resto.

Alcune persone scrupolose non approvarono il soggetto del racconto che

è un amore tra fratello e sorella. Confesso che sulle prime l’audacia

della narrazione è tale, che ne rimasi io pure impressionata; ma anche

senza conoscere Alberto Sormani, come appunto allora non lo conoscevo,

l’impressione svanì subito nella purezza del concetto che non lascia

alcun dubbio sulle intenzioni dell’autore. Chi poi lo conobbe, chi

seppe quale signorile altezza egli portava in tutte le sue concezioni

artistiche e ricorda come un altro scrittore egualmente aristocratico,

Chatheaubriand, abbia trattato lo stesso argomento forse con minore

intensità di sentimento, deve ammettere che non si può imputare la

scelta del soggetto a uomini che si mostrano assolutamente superiori

alle convenzioni della folla.

Per Alberto Sormani poi c’è una ragione di più. L’individualismo

spiccatissimo della sua psiche, la raffinatezza delle sensazioni,

l’assorbimento continuo e fisso del pensiero dominante in lui qualsiasi

altra manifestazione della vita, non potevano fargli concepire l’amore

se non per una sorella. Sorella d’anima, s’intende, nel concetto primo,

che restringendosi vieppiù e isolandosi nella contemplazione interna lo

condusse alla sublime abberrazione di quel vocativo: sorella, suora,

soror mea; il _nome divinamente dolce_. È come l’amore di Sigmondo e

di Brunechilda nell’Anello del Nibelungo; un simbolo, un mito, una

condensazione della più vaporosa idealità; ed anche nella celebre

Trilogia questo sforzo dell’immaginazione verso un concetto che supera

la portata delle menti comuni fu biasimato, ma senza toglier nulla

della poesia e della passione di quella immortale leggenda.

In una delle sue prime lettere Egli me ne parlava così:

«È da quei tempi (quando era in collegio) che data la concezione

della mia _Speranza_. Vissi così lungamente con quella mia sorella

non mai esistita, sentii così vivamente la necessità ch’ella

esistesse, che veramente per me la differenza tra la sua realtà e

la sua non realtà non è grande.

«Molte pagine che ho poi messe nel mio scritto non sono che la

trascrizione letterale di quei miei pensieri. Da un pezzo mia

sorella non la ricordavo più. Solamente qualche volta alla visione

od al ricordo confuso di un volto, di un disegno, mi prendeva di

soprassalto un desiderio infinito, dolce e torturante nella sua

tristezza artistica, di averla ancora viva, di passeggiare con lei,

di confidarmi a lei, unica che potessi amare.

«Fu leggendo alcune parti delle _Mémoires d’outretombe_ di

Chatheaubriand, ove parla di sua sorella Lucilla che pare lo

amasse e che pare egli non sapesse comprendere — una fanciulla

triste e fantastica — io mi sdegnai contro quel poeta senza cuore

e volli protestare scrivendo in ben altro modo della sorella

mia. Tutta la _nostra_ vita mi invase la mente d’un tratto con

una tale commozione, che tornando a casa dalla biblioteca per

scrivere, facevo fatica a trattenere le lagrime. Quel lavoro fatto

affrettatamente mi portò un grande sfogo e dopo mi parve quasi

d’aver resa viva la mia povera sorella, di averla vicina quando

voglio. La nostalgia appassionata si è mutata in un senso sempre

più vago di malinconia dolce e di confidenza amica.»

E in un’altra lettera «Amo quelle mie pagine, perchè c’è dentro qualche

cosa dell’anima mia. Ma tuttavia, come _Speranza_ è inferiore a ciò

che posso fare, che farò certamente, che sto già facendo! Io vorrei

dall’arte qualche cosa di delicatamente bello, delle pagine luminose e

profonde, tenebrose e celesti nello stesso tempo.»

Maturata nel pensiero a Pomelasca, la dolce casa de’ suoi avi, nell’età

fervida dei vent’anni, quando il sogno femminile domina la mente dei

giovani, quasi prodromo ai più forti sogni di gloria, Egli amava questa

novella con singolare predilezione.

_Speranza_, come si vede, era per Lui una persona viva; diceva che

avrebbe voluto essere un gran pittore per farne il ritratto, così

chiara ne aveva dinanzi la fisionomia e lo sguardo. Creata da lui,

inaccessibile e invisibile agli altri, era la sua donna, la sua Musa,

il rifugio d’ogni suo desiderio, d’ogni sua fervida immagine. E gli

sembrava, nella novella, imperfetta. Voleva ampliarne i contorni,

rivederla, correggerla, farne veramente il suo capolavoro. In mezzo

alle tante occupazioni degli ultimi anni, alle lotte del giornalismo,

alle fatiche della polemica, tornava nei momenti più calmi alla sua

_Speranza triste_ (fatidico nome!) e aggiungeva una scena, un periodo,

sempre con quell’ardore chiuso e divoratore che era la caratteristica

del suo modo di amare.

L’_Ultima Passeggiata_ doveva far parte della novella quando egli

fosse riuscito nell’intento di renderla perfetta e di pubblicarla in

un piccolo volume illustrato da lui stesso e del quale aveva già in

mente il formato, la copertina, i caratteri, tutto corrispondente alla

semplice e profonda mestizia del concetto. _Ultima passeggiata_ è una

specie di poesia in prosa, che, se come genere appartiene forse alla

decadenza dell’arte, rispecchia pure quando è sincera un particolare

stato dell’animo non indegno di attenzione.

Egli ripensa l’ultima volta che percorse insieme alla sorella i

soavi sentieri di Brianza, le ombre dei boschi di Inverigo e dopo una

invocazione alle piante dell’Orrido dice alle stesse piante:

«L’autunno ch’ella incominciava a morire

io pensavo che il vostro dolore fosse per lei;

pensavo che fosse una disperazione in voi

a vedere la vostra povera regina

che si incamminava malinconica e pallida

verso la morte.

Ora lei non c’è più. Ella è nelle regioni oscure

e non può venire insieme a me. Io vengo solo,

io sono sano, io sono forte, io sono anche

malinconicamente felice.

E voi piangete ancora,

voi vi addolorate e vi disperate sempre, egualmente.

A qualcuno questi versi potranno non piacere come versi, ma è

innegabile che palpita in essi un vero soffio poetico, una freschezza

di ispirazione spesso sorretta da frasi felici.

«I suoi occhi dicevano che non voleva morire

che era così giovane ancora e così bella.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Scendeva sempre tacendo

per le roccie tagliate a gradini;

guardava le acque piangenti come sorelle,

le piante spogliate come sorelle,

le foglie morte in terra come sorelle morte.

La sincerità, l’originalità non vengono meno mai. Il dolore, alato, non

perde mai il suo carattere austero e immateriale.

«Ora vedendovi ancora

o cose tristi, come quel giorno,

cerco ancora di lei.

Il poeta è colpito dalla mestizia eterna dei luoghi, mentre egli si

trova sano e forte ed anche «malinconicamente felice». Quanta grazia in

questo pensiero! E finisce col chiedere a sè stesso se non è tutta la

natura e la vita

«una illusione amara

un vano simulacro di un’anima che non c’è.

Il dubbio che l’anima manchi agli esseri ed alle cose è naturale e

scusabile in chi sente fortemente e qualsiasi manifestazione gli pare

inadeguata all’altissimo ideale suo; ma è anche momentanea quando si

trova di fronte a un carattere come quello di Alberto Sormani che

nella sua stessa forza ritemprandosi batte il volo ben lungi dallo

scetticismo e dallo scoramento.

Il progresso della forma è evidente fra _Speranza triste_ e l’altra

novella _Gesù e Maria_ pubblicata nella _Vita moderna_ sei mesi dopo la

sua morte (21 e 28 Gennaio 1894).

Scrivendo di queste pagine che scoppiarono improvvisamente nel mondo

dei vivi come una voce dell’al di là, come l’estremo saluto d’oltre

tomba, mi trema la mano. Ricordo con una lucidità meravigliosa una

delle prime volte che Egli me ne parlò fra i tuoni e le tempeste in

quell’idillico paese, in quel Lanzo d’Intelvi, dove Fogazzaro pose

l’incontro del Poeta con Violet — e il silenzio che seguì e le vicende

— e questo riapparire della novella, dopo la di lui morte, per quanto

incidentalmente lo spieghi la pedestre ragione umana, mi scuote e mi

penetra ancora quasi un misterioso avvertimento.

Il soggetto stesso della novella ha una singolare potenza suggestiva.

Gesù, stanco dell’arida e infruttuosa predicazione, sale, in un

pomeriggio estivo, alla casetta di Maria. Anche qui il misticismo

simbolico domina tutta l’azione. Guai chi lo prendesse alla lettera!

Quell’uomo non è Gesù, quella donna non è nè Maria di Bethania,

nè Maria di Magdala, bensì sono l’uomo e la donna dei suoi ideali,

il fratello e la sorella ancora che rappresentano l’unione intima,

superiore, indistruttibile degli elementi migliori. Gesù pensa che

Maria, unica fra tutti, poteva comprendere la sua anima e si abbandona

alla dolcezza dell’affetto. Il dialogo, di religioso che era in

principio, si fa appassionato: Gesù teme di sè stesso e, per provare

Maria, la interroga. Maria gli risponde incitandolo a morire per il

trionfo dell’ideale. Gesù vede, per la prima volta, dentro di sè;

vede la propria agonia solitaria, il gelido sepolcro, e trema e parla

cupamente a sè stesso: «La morte è una cosa triste...» Maria grida,

trasfigurata dall’entusiasmo: «Al di là della morte c’è la vita! Va,

parti, muori! trionfa! Sieno queste le nostre nozze per l’eternità!» E

Gesù si avvia verso il suo Calvario.

È impossibile leggere queste pagine ardenti e non ripensare alle ultime

parole di un libro famoso «L’amore di una donna ha dato un Dio al

mondo.»

Non occorreva, ma per eccesso di precauzione un poscritto avverte

che questa novella non è storica. Che importava dei fatti ad Alberto

Sormani, Egli che viveva tutto per le idee! Anche l’amore della donna

non era per Lui che un tramite di elevamento, una forma oscura e

misteriosa dell’ideale. Guardiamo Speranza, guardiamo Maria. Il loro

amore è adorazione. Esse non amano l’uomo, ma il suo genio. Speranza

dice ad Alberto: «Sii grande.» Maria dice a Gesù: «Sii grande.» E

Speranza, che si chiamava Clara, «era così oscura» e Maria era «bella

come i fiori oscuri dei giardini: dolce ed oscura come le figure che

piangono sulle tombe nei cimiteri.»

«I capelli dell’una e dell’altra e gli occhi sono scuri.» Questo

aggettivo che ritorna spesso alla penna di Alberto Sormani, più che

l’imitazione di un maestro a Lui caro, risponde a un vero ideale

dell’anima sua, essa pure scura e misteriosa nel fondo benchè

attraversata da una gran luce.

Aveva la sua anima i molteplici aspetti di un organismo potente, ricco

fino all’esuberanza. Coloro che assistendo alle rumorose riunioni del

_Circolo popolare_ o della _Associazione degli studenti_, udirono

Alberto Sormani, tuonante sopra tutti, combattere con ardore le

battaglie dell’individualismo, pronto sempre all’attacco, attento

alla replica, audace, positivo, violento e così giusto e così fermo

nel colpire, trincerato in quella sua dialettica che aveva tutto

il bagliore e la resistenza di un’armatura nuova, non può forse

immaginarselo passeggiatore sentimentale nei cimiteri, egualmente

penetrato di entusiasmo per le bellezze di un’alba pallida o di un

tramonto rosato, per le ombre dei cipressi sulle tombe abbandonate,

per i fiori e principalmente per i fiori appassiti; infine per tutto

ciò che è sogno, poesia, rapimento di una immaginazione oltre ogni dire

sensibile.

Egli amava pure con passione l’ambiente intellettuale delle

biblioteche, delle pinacoteche e l’ambiente mistico delle chiese. Il

Duomo lo attirava colle ombre de’ suoi colonnati, colla profondità

e l’altezza delle vôlte, col suo silenzio, col suo mistero. Per un

gran tempo vi passò qualche ora tutti i giorni, uscendone esaltato e

commosso. Era poeta nel significato più intimo della parola, ed era

artista, ed era pensatore. Tolgo ancora dalle sue lettere: «Io sento

dappertutto delle sensazioni vivamente, straordinariamente eccitanti.

Io mi meraviglio e mi _diverto_ sempre di tutto, sempre fremente di

non riuscire a vedere l’intimo fondo di tutto. Vedo in tutto una gran

luce di mistero, sento delle intimità nascoste; riunisco sempre tutto a

qualche cosa di sublimemente grandioso e a qualche cosa di sublimemente

grandioso lancio continuamente, senza tregua, tutto il mio essere,

tutte le mie forze, tutto il mio amore. Provo una gran sete e mi

disseto continuamente. Tutto mi sembra grande, profondo, inenarrabile

e a tutto mi unisco con una specie di dolcezza... Cerco di vivere molto

con me stesso e colle grandi cose senza parole. Quello che mi circonda

pensa con me, si commuove con me. Mi sono abituato così fin da ragazzo,

fin da bambino. Ripeto la frase di Marco Aurelio e dico al mondo: Io

amo con te!» «Questo mi pare di dovere applicare a tutta la vita e non

per un esercizio della fantasia ma per un bisogno del cuore. Il mondo è

per me non solo ciò che posso sentire, ma tutto ciò che posso pensare,

e dirigo il mio pensiero sempre a ciò che posso trovare di bello e

di profondo; immagino le cose più delicatamente vibranti, immagino

specialmente delle anime che diventano per me come cosa viva e le amo!

— in un modo sfrenato, appassionatamente dolce, con una compassione

che entra in loro, che si confonde a loro e che abbraccia lo spazio

ove io le pongo colla mente e le cose che riflettono su di loro il loro

incanto.»

E ancora «Quante volte perduto nei pensieri della natura e dell’arte,

ho sprezzato tutto ciò che le misere creature umane potrebbero darmi;

ho sentito un desiderio di essere solo, di non avere alcun contatto

irritante ed abbassante. Mi pareva di avere nell’anima mia dei popoli e

dei mondi che erano già troppi e che amavano misurarsi coll’infinito.

Chi mi darà solamente la parola per esprimere, le lagrime per sfogare

un sentimento al di cui paragone ogni altro mi sembra freddo e gretto e

limitato e vile?»

Non ho mai conosciuto un’anima così ardente per tutte le cose ideali,

così aperta al sentimento raro e squisito dell’ammirazione e così larga

ne’ suoi voli da comprendere in un eguale entusiasmo Gesù e Darwin con

un ecletismo grandioso che faceva stupire molti, che sembrava qualche

volta una posa, una ricerca paradossale. Ma se posa c’era, se c’era il

paradosso, queste erano manifestazioni inerenti al suo specialissimo

modo di sentire e per ciò assolutamente sincere. Temperamento

complicato ma schietto, padrone di sè eppure sempre pronto a darsi,

a profondersi tutto fino al sacrificio per una idea che gli sembrasse

nobile e alta; di una onestà e di un disinteresse rari a trovarsi, la

sua vita era una ricerca febbrile della perfezione.

Sottoporre la materia al pensiero era uno de’ suoi ideali più

vagheggiati; era anzi il suo punto di partenza per raggiungere tutti

gli altri ed aveva riportato in questo campo tali vittorie che lo

rendevano un po’ sdegnoso e superbo per le debolezze degli altri.

«Non ho tempo di essere buono» mi disse una volta in cui gli avevo

rimproverato la sua mancanza di carità e sotto questa dichiarazione

ingenua e profonda si intravvede la lotta per uscire dalle piccole

virtù, dalle virtù a buon mercato che dovevano riuscire così facili a

lui e che egli calpestava sprezzantemente, fisso lo sguardo a una meta

sublime. In quest’impeto di calda giovinezza aveva talvolta una foga

barbara che il tempo avrebbe mitigata.

Non si accontentava facilmente degli altri è vero. Quando si ha un

forte ideale è impossibile ammirare incondizionatamente una porzione

di esso, che per quanto perfetta ci lascierà ancora un desiderio

insoddisfatto; ma, è d’uopo aggiungere, non si accontentava interamente

neanche di sè. Pur ritenendosi superiore, vagheggiava una scala sempre

più ascendente e le sue potenze altruistiche si concentravano con

indicibile amore nel sogno di una umanità più alta e più pura.

Preferendo la superiorità all’eguaglianza non impediva a nessuno di

arrivarvi; al contrario invitava, incitava all’altezza, persuaso che

tale modo di amare gli uomini è il solo veramente inefficace. E se

qualche volta la sua parola prorompeva irruente era perchè amava la

battaglia e stuzzicava per il desiderio della risposta e gettava nel

mondo come una sfida le sue ragioni colla palpitante commozione di

provocarne delle altre, anche migliori, anche più grandi, divorato come

era del bisogno della luce!

Francesco d’Assisi si sentiva tormentato fin da giovinetto dall’idea di

uscire dalla volgarità e di raggiungere una meta alta. Soleva dire a’

suoi compagni: «Vedrete che un giorno sarò adorato dal mondo intero.»

E intanto era così allegro, così gaio, che in alcuni momenti dubitavano

della sua ragione.

Come era gaio, come era allegro qualche volta anche Alberto Sormani,

senza perdere mai di vista il suo scopo, conservando nell’apparente

abbandono un substrato di personalità intangibile!... Tanto ricca

e poliedrica è la sua figura che se per un lato non temetti di

confrontarlo a Francesco d’Assisi, oso anche più applicargli

alcuni canti di Walt Whitmann. Quella pienezza di vita e di sogni,

quell’ardore di ideale, quella coscienza superba del proprio valore, ma

con qualche cosa di più delicato e di più simpatico, erano anche suoi.

Ognuno può riconoscerlo nel canto dell’_Excelsior_:

«Io domando. Chi è colui che è proceduto più innanzi? Perchè io

voglio procedere più innanzi ancora.

«E chi è il più giusto? Perchè io voglio essere il più giusto della

terra.

«E chi è il più cauto? Perchè io voglio essere il più cauto

altresì.

«E chi è il più felice? Questi son io, perchè nessuno è più felice

di me.

«E chi è il più prodigo? Perchè io prodigo incessantemente tutto il

meglio che ho.

«E chi è il più franco e il più veritiero? Perchè io vorrei essere

il più franco e il più veritiero degli uomini.

«E chi è colui che ha goduto l’amore di maggior numero di amici?

Perchè lo so ben io che vuol dire l’amore appassionato degli amici.

«E chi ha gli ideali più vasti? Perchè io vorrei cingerli tutti

colle mie braccia.

Alla pagina 71 del secondo volume di Walt Whitmann, Egli stesso segnò i

passaggi seguenti:

«Oh! qualche cosa di pernicioso e di spaventoso!

«Qualche cosa molto diversa da questa vita piccina e pia!

«Qualche cosa di non ancora provato e che rapisca in estasi!

«Qualche cosa sfuggita alla presa delle àncore e che veleggi

libera!

In queste parole del _Canto dei tripudii_, Egli vedeva forse riprodotta

la parte più segreta del suo io, quella che chiamava colla sua parola

prediletta _oscura_ e di cui esageravasi forse la impenetrabilità; come

pure gli piaceva in certe occasioni a negare la propria schiettezza,

mentre era così sincero sempre, anche quando per vaghezza di parere

più complicato caricava le tinte del suo colore preferito. Ma ad ogni

modo un fondo oscuro c’era nella sua anima e vi si agitavano strane

passioni, flore fantastiche e grandiose di un oceano in tempesta.

Penso ancora a lui irresistibilmente leggendo il Manfredo di Byron:

«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini;

nè guardò sulla terra con occhi umani;

la sete della loro ambizione non fu mia;

le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenze

mi fecero straniero.

Questo sentimento di trovarsi straniero in mezzo agli uomini, Alberto

Sormani lo provava vivamente e numerose pagine delle sue lettere ne

fanno fede.

Prendo una frase: «Non potete credere come mi sento solo anche colle

persone più care».

E soggiungeva che in tale solitudine gustava una malinconica dolcezza

mista di compassione e di orgoglio.

Egli, così ricco di passioni, non aveva però nessuna di quelle che

corrono per il mondo. Le esche meglio apprezzate dagli altri lo

lasciavano indifferente; la febbre delle ricchezze e dei piaceri non

alterava di una benchè minima pulsazione il battito delle sue arterie;

solo le conquiste del pensiero gli sembravano degne di Lui, e per

questo i versi del Manfredo lo rammentano con una precisione scultoria.

Egli era veramente — prendo a prestito una frase che sembra creata

per lui — il solo uomo in piedi in mezzo ad una generazione di vecchi

adolescenti sdraiati.

Ma come Alberto Sormani non ebbe della sua generazione i gusti molli e

sensuali, non ebbe neppure l’arido scetticismo e la calcolata maniera.

Io so con quale sdegno giudicava queste animuccie fredde dall’alto

e dal fondo de’ suoi entusiasmi generosi e so anche con quale amore

misterioso e ardente slanciavasi verso ogni manifestazione di vita

spirituale, fiutando quasi nell’aria con una finezza meravigliosa ogni

grande anima che si schiudeva: «Se sapeste (ancora le sue lettere) a

qual punto io sento l’ammirazione e l’entusiasmo! Sono gioie immense,

quasi tremende, e pensando che le ho e le avrò sempre alla mia portata,

quando vorrò, mi par quasi di sfidare ogni cosa nella vita, sicuro di

una specie di felicità che non mi verrà tolta mai.»

Ma era egli dunque così tetragono alle voci della natura umana, da

non ascoltare nemmeno l’appello della gloria? A questo risponde egli

stesso in una lettera della sua polemica con Pietro Sbarbaro: «Anch’io

sogno la gloria, ma una gloria appartata, ristretta, supremamente

aristocratica. Parlare a poche anime, ai migliori, agli eletti, ai

fratelli. Se per mezzo di questi il mio pensiero potrà passare nel

mondo e dominarlo ed inspirare magari gli Sbarbari dell’avvenire, non

me ne lamenterò; ma passare senza essere profanato, senza il tramite

volgare della popolarità, senza che io mi sia mai dato un momento

in pascolo alla folla. Il sospiro eterno di chi pensa altamente è

di essere amato da poche anime alte, di possederle come cosa nostra.

Fosse un’anima sola, essa può bastare all’anima nostra e può bastare

in qualche caso ad irradiarne la luce per tutto il mondo e per tutto

l’avvenire.»

Aristocratica — altra delle parole che Egli amava — è l’aggettivo

proprio della sua mente e chi lo conobbe può dire se anche le forme

esterne corrispondessero a quest’intima armonia, se veramente fosse

l’anfora di squisito lavoro contenente uno squisito profumo. Tante doti

riunite lo rendevano fiero di sè stesso, ma la sua era l’alta fierezza

di chi prende per motto: _nobiltà obbliga_. Egli si sentiva orgoglioso

dell’influenza esercitata su chiunque lo avvicinava; influenza

elevatrice e purificatrice, di una portata morale di cui è difficile in

così poche pagine rilevare l’estensione. Tutti i suoi amici conoscono

il bisticcio che Egli fece sul proprio nome, metà per scherzo, metà sul

serio, come gli accadeva spesso:

«Albero erto io son Sor agli umani.

È forse meno noto questo autoritratto:

«Severo, fier, bastevole a me stesso,

son cortese con tutti e tutti sdegno,

Penso molto all’amor, lo sdegno anch’esso

fissa la mente a più splendente regno.

Ho pochi affetti: la mia mamma morta,

una sorella che non visse mai...

qualche memoria... Poche donne amai

d’una passione austera, oscura e smorta.»

Come si vede la preoccupazione dell’altezza lo seguiva sempre anche

nelle cose apparentemente frivole, alle quali egli non dava certo

importanza, ma dove gli riusciva pure impossibile di dimenticarsi del

tutto. E in questo ritratto che gli assomiglia tanto, la sua schietta

originalità gli ha fatto evitare lo scoglio nel quale urtarono molti

dei nostri uomini più insigni, giustamente rimproverati dal Carducci

di aver posto in rima i connotati del loro passaporto. Egli, natura

interna se ve ne furono, non fa cenno alcuno della propria persona, non

si guarda nello specchio per copiarsi i lineamenti del volto; volendo

esattamente riprodurre sè stesso tocca la sua anima e la fa vibrare

sdegnosa e sincera.

Sdegnoso, sincero, ardente, ecco come appare Alberto Sormani in tutte

le sue manifestazioni; tuttavia quest’ultima parola ardente non va

presa nel significato volgare che si è soliti attribuirle. Corretto e

spesso rigido e altero, il suo fuoco era tutto nell’anima «una calma

perennemente ardente» diceva lui stesso. I suoi sensi gli ubbidivano

sempre o piuttosto Egli li avvinceva alle sue idee al pari di ignobili

schiavi.

Essendogli impossibile di vivere senza entusiasmi, era sempre

innamorato di qualcuno o di qualche cosa: di un prato, di un monte,

di una combinazione di nuvole, di un profilo visto da lontano, di

un quadro di cui aveva letta la descrizione, di un poema sognato, di

un colore, di una nota, di una semplice parola, di meno ancora; ed è

incredibile lo spreco di forze che Egli si regalava, che prodigava in

queste orgie della fantasia da vero poeta pazzo e sublime che brucia

sè stesso per conoscere l’intima essenza della fiamma. Si capisce che

dovesse disprezzare, essendo lui tanto prodigo, i poeti freddi che

giuocano colle rime senza darsi mai alla musa. Una sua pagina su tale

argomento può servire di scuola a molti:

«Ho riletto la *** di *** e mi ha dato da pensare. Adesso che lo

conosco bene non ho più la minima opinione della sua poesia. Eppure

il temperamento non gli mancherebbe, ma è una cosa che mi fa male a

vedere come ispirazione, commozione, meditazione e concentramento sono

per lui cose vuote di senso. Egli prende un foglio di carta, prende

quel soggetto qualunque, molto vago, che gli pare si possa prestare

a fare dei versi e comincia a scriverne uno, proprio così come vien

viene; un verso sonoro, un verso dolce un po’ generico, che si presti

ad essere continuato... Poi non ha altra preoccupazione che di trovare

dei versi che si riuniscano coi primi che ha scritto. I pensieri

vengono di volta in volta naturalissimamente, insieme alle rime; o

ripete qualche suo movimento antecedente, oppure prende nell’immenso

serbatoio delle reminiscenze qualche frase, qualche idea di patrimonio

comune, di quelle che possono sempre piacere quando sieno manipolate

in qualche combinazione nuova e così la poesia si finisce quasi per

incanto. Questo non è il metodo del solo *** ma di molti altri. Non

potete immaginarvi quale sia la mia repulsione per roba scritta così.

Se mi venisse il dubbio che Dante componesse in questo modo non saprei

più trovarci nè bellezza, nè forza, nè altezza. Ciò che si scrive deve

essere cercato con passione, anche con fatica, deve essere quello o

null’altro. Accontentarsi di ciò che capita è prostituire l’arte.»

Con tanto sentimento della poesia, con tanta genialità di concetti,

era Alberto Sormani poeta? Io non esito a dire di sì. Non si deve

giudicarlo da alcuni versi scritti in fretta o per celia e con

giovanile irriflessione pubblicati. Egli ne lasciò pure taluno degno

di lui. Scelgo questo saggio da un piccolo poema intitolato «_Il giorno

e l’anima_» che parmi renda abbastanza bene i caratteri generali della

sua poesia, pregi e difetti insieme.

Profili, impressioni e ricordi · 第 5 / 53 题