XXVII.

--È stato il conte--disse la cameriera dal pianerottolo.

--Quando?

--Mezz'ora fa, e si mostrò molto dispiacente di non averla trovata.

--Ha lasciato detto nulla?

--Che tornerà verso il tocco.

--Bene. Badate che, tranne il conte, non ricevo altri in tutta la

giornata.

--Nemmeno suo zio, se venisse...?

--Nemmeno. Parlo chiaro. Nessuno.... E che non accada come ieri.

--La contessa Orfei volle a tutti i costi....

--Non avrebbe già sforzato la porta.... Del resto, è inutile tornar

sulle cose vecchie.... C'è posta?

--Un giornale e una lettera.... di là, sulla scrivania.

Quantunque i vestiti le dessero noia ed ella non vedesse l'ora di

mettersi un po' in libertà, la Teresa entrò nel suo salottino senza

neanche levarsi il cappello. La lettera era lì, sopra il giornale.

Portava il bollo di Porto Said.

--Ha bisogno di me?--chiese la Luisa che aveva seguito la sua padrona.

--No, chiamerò.

Quella lettera doveva arrivare. Pur non confessandolo, la Teresa

l'aspettava; non per mutare o raffermare la sua determinazione ch'era

ormai incrollabile, ma perchè il silenzio di Guido di Reana, dopo i

rapporti esistiti tra loro, le sarebbe parso tale un oltraggio da

avvelenarle gli ultimi istanti.

Quella lettera doveva arrivare, e la Teresa l'aspettava. Tuttavia nel

vederla sul suo tavolino, il sangue le dette un tuffo. Sentì come una

voce che le dicesse:--Se ciò che attendevi è giunto, quali ragioni

d'indugio avrai più?

Ella ruppe la busta civettuola chiusa da un elegante monogramma,

spiegò il foglio profumato di muschio. E s'accinse a leggere, turbata

sì, ma non tanto che non le riuscisse di analizzare il suo turbamento,

e di non trovarvi, meravigliata, neanche un briciolo d'amore. C'era la

vergogna del fallo commesso, c'era la pietà del proprio destino, c'era

l'indulgenza, il perdono per chi l'aveva tratta a rovina; amore non ce

n'era. Non un palpito del cuore, non una vibrazione dei sensi; nulla.

Così lontano le pareva quel tempo e non erano trascorse che poche

settimane!

Nè la lettura di ciò che di Reana le scriveva sprigionò una favilla

dalle ceneri spente.

Ella si ricordava di alcune parole di lui.--Ti scriverò un fascicolo

da Porto Said.--Non erano invece che quattro paginette d'una

intonazione sbagliata da cima a fondo. Qua e là una frase inopportuna,

un'allusione sguaiata, e, in mezzo all'espressioni sentimentali,

romantiche, qualche spiritosità di cattiva lega, qualche motto

francese riportato con ortografia malsicura. Non aveva saputo, Guido

di Reana, trasfondere nella sua epistola artificiosa nulla della

grazia spontanea e dell'ardor giovanile a cui egli era andato debitore

dell'insperato trionfo. Anche il _tu_ confidenziale ch'egli doveva pur

credersi in diritto d'usare, anche quel _tu_ offendeva la Teresa. Ella

pensava alle lettere ch'era avvezza a ricevere da Mario Vergalli,

tenere e rispettose ad un tempo, rivelanti un'anima alta e leale, un

cuore pieno di gentilezza, un ingegno robusto, nudrito di studi, atto

a intender tutte le manifestazioni del bello. Che confronto, Dio

buono, che confronto!

Del resto, Guido adduceva due scuse del non scriver più a lungo: le

esigenze del servizio che gli avevano impedito di prender la penna in

mano durante tutto il viaggio e il desiderio di punir la _mammina_

cattiva che a Porto Said non gli aveva fatto trovar nemmeno una riga.

Ora la _mammina_ (due volte Guido ripeteva la parola malaugurata)

doveva affrettarsi a inviargli sue notizie a Massaua, ove il _Colombo_

si sarebbe trattenuto circa un mese. Da Massaua naturalmente avrebbe

riscritto anch'egli per dir la sua impressione sulla nostra colonia e

sulle donne abissine per le quali i suoi compagni mostravano una

curiosità indiscreta ed incomprensibile. In quanto a lui aveva troppo

impresse nella memoria certe donne bianche per sentir la tentazione

delle negre. Di Reana finiva ringraziando la Teresa d'avergli dato una

felicità di cui egli non era degno e che non avrebbe dimenticato

giammai, e rievocando le memorie dell'ultimo giorno passato insieme.

Egli sentiva che, avesse pur vissuto cent'anni, non si sarebbe più

rinnovato per lui un giorno simile a quello.

La Teresa ripose silenziosamente la lettera nella busta. L'idea che,

nel corso di quella notte, aveva un istante attraversato il suo

spirito la faceva sorridere d'un sorriso amaro. Bene in verità ella si

sarebbe rivolta a questo ragazzo leggero, sensuale, avido di piaceri,

per dirgli:--Bada, caro, la nostra relazione ha avuto conseguenze che

tu non t'immaginavi; prendine anche tu la tua parte.--Bene si sarebbe

rivolta; bene avrebbe provvisto all'avvenire della creatura che

portava in grembo!

Ah no, nemmeno gli avrebbe scritto. Nel suo cassetto, insieme con gli

altri ricordi ch'ella lasciava a conoscenti ed amici ce n'era uno per

lui, un anello di zaffiro ch'egli aveva ammirato. Era in una piccola

scatola suggellata, con l'indirizzo di pugno della Teresa: «Al signor

conte Guido di Reana, sottotenente di vascello, a bordo del

_Cristoforo Colombo_.» Mario Vergalli avrebbe avuto la bontà di

recapitarlo. Tanti sacrifizi ella aveva chiesto a Mario che osava

chiedergliene uno di più.

E ora, infilata ch'ebbe la sua vestaglia e fatto il suo simulacro di

colazione, ella stette ad aspettarlo con un'ansietà maggiore

dell'usato. Perchè aveva egli quella mattina anticipata la visita

quotidiana? Che aveva saputo? Che aveva supposto?

Il fallo d'una donna onesta · 第 38 / 48 题