XXV.

Quella sera la Teresa s'accorse che la bottiglia ov'ella versava il

cloralio, ormai, ristringendosi verso il collo, s'empiva rapidamente.

Una o due dosi ancora, e sarebbe stata colma fino all'orlo.... Ma era

poi indispensabile ch'essa fosse colma fino all'orlo?... La quantità

raccolta non poteva bastare?... Perchè attendere uno o due giorni di

più?... Perchè prolungar l'atroce agonia?

Un brivido corse per le vene della Teresa Valdengo. Era dunque giunto

l'istante supremo? Era quella la sua ultima sera?

Con mano tremante ell'aperse la sua scrivania, rilesse e firmò il suo

testamento. La distribuzione ch'ell'aveva fatta della sua fortuna le

pareva equa; le pareva, ne' suoi legati, di non aver dimenticato

nessuno; nè gli amici, nè la gente di servizio, nè i suoi beneficati

ordinari. Ad altre carità in cui ella usava metter la sua borsa in

comune con quella di Vergalli ella provvedeva appunto per mezzo del

conte.

Gli occhi della Teresa si fermarono più a lungo su quel passo che si

riferiva a Vergalli.

«Al mio fedele e impareggiabile amico conte Mario Vergalli--ell'aveva

scritto--lascio tutti i miei libri, tanta parte dei quali mi fu

regalata da lui; lascio il mio album d'autografi, il piccolo quadro

con la Vergine e il putto ch'è appeso sul mio letto e che i pittori

Angelo Alessandri e Marius de Maria giudicarono della scuola di

Giambellino, le due incisioni di Calamatta, lo schizzo di Giacomo

Favretto e il bronzo di Francesco Jerace che si trovano nel mio

salotto.

«Gli lascio poi una volta tanto ventimila lire italiane perchè egli

voglia continuar quell'opere buone a cui egli mi aveva associata e che

non devono patire per la mia morte nè imporre a lui un maggior

sacrifizio. Che se la somma fosse esuberante non dubito che egli

saprà, con quello che avanza, venir in soccorso ad altre miserie. Ce

ne son tante nel mondo!

«In fine nomino lui, conte Mario Vergalli, mio esecutore

testamentario. Confido ch'egli non rifiuterà l'ufficio, che vorrà dar

quest'ultima prova di devozione a una donna che porta nella tomba il

ricordo del suo affetto alto, nobile, disinteressato, e gli chiede

perdono d'averlo fatto soffrire».

E ora, se veramente ella non voleva veder l'alba novella, ora le

conveniva scrivere al Vergalli la lettera a cui il suo testamento

accennava. Triste lettera che avrebbe rivelato a lui solo la causa

della sua risoluzione disperata!

Ma dopo aver tracciata l'intestazione con pugno malfermo, la Teresa

non riusciva a mettere insieme una riga. La penna le restava sospesa

fra le dita paralizzate, una nebbia offuscava le sue pupille; di

tratto in tratto un sudor freddo le gocciolava giù dalla fronte....

Avrebb'ella presunto troppo delle sue forze? Avrebbe avuto paura?

No, non era, non doveva essere questo; nondimeno sul punto di dir per

sempre addio ad ogni cosa, la Teresa sentiva una ribellione di tutte

le sue intime fibre, e suo malgrado era tratta a ripiegarsi su sè

medesima, a considerare se non vi fosse altra uscita da quella in

fuori ch'ell'aveva scelta. E pensava alle donne che s'eran trovate nel

caso suo; alle fanciulle divenute madri senza esser mogli e

abbandonate dagli amanti nella miseria e nel disonore. Alcune, sì,

avevano creduto sfuggire all'infamia col suicidio o col delitto: ma

quante più, eroine oscure e modeste, avevano portato mansuetamente la

loro croce, affinandosi nella lotta quotidiana, riabilitandosi con

l'abnegazione e col sacrifizio! Perchè non s'inspirerebbe all'esempio

di queste, ella a cui gli agi della vita rendevano pur tanto meno

difficile il combattere e il vincere?

E come nel bagliore improvviso d'un lampo la Teresa vide aprirsi

dinanzi a sè una via lunga, irta di triboli, ma illuminata dal sole,

ma conducente a una meta eccelsa. Non a Mario Vergalli; a Guido di

Reana, al complice del suo dolce peccato, avrebb'ella scritto per

comunicargli ciò ch'egli aveva l'obbligo e il diritto di sapere; nulla

implorando, nulla chiedendo da lui, ma deliberata a nulla rispingere

avventatamente di ciò ch'egli fosse per offrirle, a non inspirarsi

nelle proprie risoluzioni che al sentimento del dovere e al desiderio

del bene. Che se il dovere ella rimaneva sola a compierlo, e sola lo

avrebbe compiuto.... Un giorno forse, chi sa, presso al termine della

via faticosa, un braccio amorevole l'avrebbe sorretta, una voce soave

le avrebbe susurrato:--Alza la fronte, mamma!

Ahimè, per adottar questo partito era necessaria una dose di energia

che la Teresa Valdengo, esausta dall'emozioni e dalle sofferenze degli

ultimi giorni, non possedeva. Le restava appena coraggio bastante per

morire, non gliene restava per vivere.

E quando la visione si fu dileguata e gli occhi di lei caddero di

nuovo sul foglio bianco, ove non si leggevano che due parole, _Amico

mio_, ella abbandonò il capo sul tavolino e sentì che mai, mai avrebbe

spezzato il cerchio di ferro che la stringeva.

Ma la notte era già molto inoltrata, la candela era quasi interamente

consunta; non c'era tempo di finir la lettera prima che sorgesse il

mattino. Pazienza! La Teresa sarebbe vissuta un giorno di più.

Si coricò, spense il lume ch'erano circa le tre.

Verso le otto sonò il campanello.--Fa bel tempo, non è vero?--ella

chiese alla cameriera.

--Bellissimo--rispose la Luisa, aprendo le imposte. Il sole irruppe

trionfalmente nella stanza, e infrangendosi sulla spera dell'armadio

mandò un fascio di raggi sul letto.

--Abbassa le tende--disse la signora, mentre si faceva schermo con la

mano. E soggiunse:--Mi porterai il vestito grigio di lana e la

mantellina solita....

--Esce?

--Sì, per le nove voglio esser pronta. Passerà la contessa Orfei a

prendermi. Le risparmierò le scale.

S'era decisa lì per lì, nell'inquietudine di quella notte insonne.

--Le farà bene a uscire--notò la Luisa.

La Teresa ebbe una scrollatina di spalle.

--Sì, creda pure--insistè la cameriera--ha bisogno di moto.... anche

per dormir meglio.... perchè non dorme, questo si vede.

--Eh no, non dormo--assentì la Teresa costretta ad ammettere una cosa

tanto manifesta.

--Quel famoso cloralio doveva essere un tocca e sana.

--Ma!

--Cambi rimedio.

--Lo cambierò.

--Pur che si decida a chiamare un medico--ripigliò la Luisa

incoraggiata dalla tolleranza della sua padrona.

--Chiamerò il medico quando mi piacerà--rispose questa seccamente.--E

ora fine alle chiacchiere.... Se no, non sarò pronta per le nove....

Va, va.... Che cos'hai da guardarmi in quel modo?

Nulla l'irritava tanto come il vedersi piantati gli occhi addosso. Le

pareva che volessero strapparle il suo segreto. E forse la Luisa già

sospettava....

Il fallo d'una donna onesta · 第 36 / 48 题