XXIII.

Tutte le sere, dopo il suo ritorno a Venezia, la Teresa Valdengo

fingeva, anche con la servitù, di andare a letto presto, e prima delle

nove si chiudeva nella sua camera. In realtà ella occupava un paio

d'ore a riordinar le sue carte, a far la scelta delle lettere da

distruggere, a rivedere accuratamente i suoi conti, a redigere il suo

testamento. Aveva un'amministrazione semplicissima, che teneva, si può

dire, da sè; solo per le riscossioni ed i pagamenti ricorrendo

all'opera d'un vecchio ragioniere che passava da lei una volta alla

settimana. Del resto, la sostanza non poteva esser più liquida. Un

venticinquemila lire di rendita in titoli dello Stato, depositati

presso una Banca; altre cinque o sei mila lire all'anno fruttavano due

o tre case possedute in città, oltre a quella ch'ella abitava; una

passività era la villa di Mogliano che le assorbiva su per giù il

prodotto degli stabili di Venezia. Sola, di gusti eleganti, ma aliena

da ogni sfarzo, ella sarebbe stata una donna agiata in qualunque parte

del mondo; per Venezia era ricca, e poteva concedersi la soddisfazione

di far del bene. E ne faceva in palese e in segreto, mai così contenta

come quando le riusciva di scoprire e alleviare qualcheduna di quelle

miserie che si nascondono. Onde, a lato delle carità fatte una volta

tanto, ce n'erano di ricorrenti e periodiche: quella Marcella a cui

ella forniva i mezzi di perfezionarsi nella musica; quel Massimo

Scilla ch'ella, insieme con Vergalli, manteneva all'Università;

quell'antica condiscepola che abitava in Polesine e alla quale ella

mandava un centinaio di lire a ogni cambiar di stagione perchè

provvedesse al vestito suo e dei figliuoli; e una vecchia cameriera

inferma e impotente, e un gondoliere che l'aveva servita in passato e

che adesso era condannato all'ozio metà dell'anno da una sciatica, ed

altri ancora che s'erano rivolti a lei e avevano trovato aperta la sua

borsa e il suo cuore. Nessuno di questi beneficati doveva soffrire

della sua morte. Anche a quelli che, per uno scrupolo di delicatezza,

ella non voleva nominare nel suo testamento, anche a quelli ella

avrebbe provvisto, legando fiduciariamente una certa somma a Mario

Vergalli affinchè, ne disponesse secondo le istruzioni particolari

ch'ella gli avrebbe lasciate. Coll'associarlo a questa sua carità

d'oltretomba ella gli dava la miglior prova d'affetto e di stima che

fosse in suo potere di dargli: e l'era dolce il pensiero che la loro

intimità sopravvivesse nella sua parte più nobile e pura. Così dolce,

che sentiva empirsene il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime.

Ma non eran queste le sole lacrime ch'ella spargesse. Ella piangeva

altresì sul proprio destino, e, pur risoluta a morire, piangeva la sua

vita infranta, piangeva tutte le cose buone e belle che doveva

abbandonare, e il suo concetto della giustizia era offeso dall'idea

d'un'espiazione tanto maggior della colpa. Non tentennava però; più

che mai convinta che la morte fosse il suo unico scampo.

Per solito verso le undici si decideva a coricarsi... sebbene fosse

certa di non chiuder quasi occhio in tutta la notte. Sul comodino

presso il letto l'attendeva la boccettina del cloralio che l'avrebbe

fatta dormire, ma ogni sera ella ne versava il contenuto in una

bottiglia che l'era rimasta in seguito ad una cura. E ogni sera, dopo

aver visto il livello del liquido alzarsi, ella riponeva la bottiglia

in un piccolo armadio a muro che si trovava nel suo spogliatoio, e di

cui custodiva gelosamente la chiave... Quando la bottiglia fosse

piena, ella sapeva quel che le restasse da fare.

A letto si sforzava di leggere. Aveva due o tre volumi, mandati dai

librai per esame durante la sua assenza, aveva alcuni numeri di

Riviste, e sfogliava questi e quelli senza poter fermar la mente sulle

cose lette. Solo seguiva con qualche attenzione un romanzo della

_Revue des deux mondes_ ch'era giunto alla seconda parte e che aveva

un punto d'analogia con la sua storia. Si trattava anche lì di una

donna matura che s'era data in braccio a un uomo assai più giovine di

lei. Ma l'analogia non andava più oltre; i caratteri, gl'incidenti del

racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e

si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il

prossimo fascicolo della _Revue_ ella non sarebbe più a questo

mondo... E allora perchè leggeva?... In verità, non questo solo, ma

ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una

scadenza fissa, vicina... E pur la vita va innanzi, meccanicamente,

come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si

continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno

e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.

Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si

svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con

un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in

quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa

della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua

agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella

pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in

qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe

stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che

non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata

difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella

laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona

nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale

istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al

ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè

ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la

morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e

chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità

sufficiente da non fallire allo scopo.

Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo

salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul

mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa

inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti;

temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto

passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.

Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia

un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in

lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora

frenando qualche slancio donchisciottesco.

--Io lo abbomino il mio viaggio--egli aveva detto un giorno alla

Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la

compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del

_Parsifal_ di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni

capolavori della galleria di Dresda... Aveva percorso altri paesi,

visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in

capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera

della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non

aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:--Torna a Venezia.--E

una voce più forte copriva la prima.--È troppo tardi.--E le due voci

l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti

alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della

campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più

frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi

di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in

cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in

ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui

sedeva una folla indifferente ed ignota...

--E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?--ella

balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.--Chi? Chi?...

Una donna?...

Vergalli si schermì dal rispondere.

--Che importa ormai?

Ella assentì sospirando.

--È vero... Non c'è più cosa alcuna che importi.

Così l'argomento voluto evitare penetrava insidioso nei colloqui di

quei due infelici. Quand'egli soffriva troppo, quando s'accorgeva di

farla troppo soffrire, si alzava con uno sforzo.--A domani.

Il fallo d'una donna onesta · 第 34 / 48 题