Tutte le sere, dopo il suo ritorno a Venezia, la Teresa Valdengo
fingeva, anche con la servitù, di andare a letto presto, e prima delle
nove si chiudeva nella sua camera. In realtà ella occupava un paio
d'ore a riordinar le sue carte, a far la scelta delle lettere da
distruggere, a rivedere accuratamente i suoi conti, a redigere il suo
testamento. Aveva un'amministrazione semplicissima, che teneva, si può
dire, da sè; solo per le riscossioni ed i pagamenti ricorrendo
all'opera d'un vecchio ragioniere che passava da lei una volta alla
settimana. Del resto, la sostanza non poteva esser più liquida. Un
venticinquemila lire di rendita in titoli dello Stato, depositati
presso una Banca; altre cinque o sei mila lire all'anno fruttavano due
o tre case possedute in città, oltre a quella ch'ella abitava; una
passività era la villa di Mogliano che le assorbiva su per giù il
prodotto degli stabili di Venezia. Sola, di gusti eleganti, ma aliena
da ogni sfarzo, ella sarebbe stata una donna agiata in qualunque parte
del mondo; per Venezia era ricca, e poteva concedersi la soddisfazione
di far del bene. E ne faceva in palese e in segreto, mai così contenta
come quando le riusciva di scoprire e alleviare qualcheduna di quelle
miserie che si nascondono. Onde, a lato delle carità fatte una volta
tanto, ce n'erano di ricorrenti e periodiche: quella Marcella a cui
ella forniva i mezzi di perfezionarsi nella musica; quel Massimo
Scilla ch'ella, insieme con Vergalli, manteneva all'Università;
quell'antica condiscepola che abitava in Polesine e alla quale ella
mandava un centinaio di lire a ogni cambiar di stagione perchè
provvedesse al vestito suo e dei figliuoli; e una vecchia cameriera
inferma e impotente, e un gondoliere che l'aveva servita in passato e
che adesso era condannato all'ozio metà dell'anno da una sciatica, ed
altri ancora che s'erano rivolti a lei e avevano trovato aperta la sua
borsa e il suo cuore. Nessuno di questi beneficati doveva soffrire
della sua morte. Anche a quelli che, per uno scrupolo di delicatezza,
ella non voleva nominare nel suo testamento, anche a quelli ella
avrebbe provvisto, legando fiduciariamente una certa somma a Mario
Vergalli affinchè, ne disponesse secondo le istruzioni particolari
ch'ella gli avrebbe lasciate. Coll'associarlo a questa sua carità
d'oltretomba ella gli dava la miglior prova d'affetto e di stima che
fosse in suo potere di dargli: e l'era dolce il pensiero che la loro
intimità sopravvivesse nella sua parte più nobile e pura. Così dolce,
che sentiva empirsene il cuore di tenerezza e gli occhi di lacrime.
Ma non eran queste le sole lacrime ch'ella spargesse. Ella piangeva
altresì sul proprio destino, e, pur risoluta a morire, piangeva la sua
vita infranta, piangeva tutte le cose buone e belle che doveva
abbandonare, e il suo concetto della giustizia era offeso dall'idea
d'un'espiazione tanto maggior della colpa. Non tentennava però; più
che mai convinta che la morte fosse il suo unico scampo.
Per solito verso le undici si decideva a coricarsi... sebbene fosse
certa di non chiuder quasi occhio in tutta la notte. Sul comodino
presso il letto l'attendeva la boccettina del cloralio che l'avrebbe
fatta dormire, ma ogni sera ella ne versava il contenuto in una
bottiglia che l'era rimasta in seguito ad una cura. E ogni sera, dopo
aver visto il livello del liquido alzarsi, ella riponeva la bottiglia
in un piccolo armadio a muro che si trovava nel suo spogliatoio, e di
cui custodiva gelosamente la chiave... Quando la bottiglia fosse
piena, ella sapeva quel che le restasse da fare.
A letto si sforzava di leggere. Aveva due o tre volumi, mandati dai
librai per esame durante la sua assenza, aveva alcuni numeri di
Riviste, e sfogliava questi e quelli senza poter fermar la mente sulle
cose lette. Solo seguiva con qualche attenzione un romanzo della
_Revue des deux mondes_ ch'era giunto alla seconda parte e che aveva
un punto d'analogia con la sua storia. Si trattava anche lì di una
donna matura che s'era data in braccio a un uomo assai più giovine di
lei. Ma l'analogia non andava più oltre; i caratteri, gl'incidenti del
racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e
si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il
prossimo fascicolo della _Revue_ ella non sarebbe più a questo
mondo... E allora perchè leggeva?... In verità, non questo solo, ma
ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una
scadenza fissa, vicina... E pur la vita va innanzi, meccanicamente,
come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si
continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno
e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.
Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si
svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con
un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in
quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa
della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua
agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella
pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in
qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe
stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che
non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata
difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella
laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona
nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale
istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al
ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè
ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la
morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e
chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità
sufficiente da non fallire allo scopo.
Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo
salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul
mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa
inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti;
temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto
passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.
Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia
un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in
lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora
frenando qualche slancio donchisciottesco.
--Io lo abbomino il mio viaggio--egli aveva detto un giorno alla
Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la
compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del
_Parsifal_ di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni
capolavori della galleria di Dresda... Aveva percorso altri paesi,
visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in
capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera
della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non
aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:--Torna a Venezia.--E
una voce più forte copriva la prima.--È troppo tardi.--E le due voci
l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti
alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della
campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più
frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi
di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in
cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in
ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui
sedeva una folla indifferente ed ignota...
--E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?--ella
balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.--Chi? Chi?...
Una donna?...
Vergalli si schermì dal rispondere.
--Che importa ormai?
Ella assentì sospirando.
--È vero... Non c'è più cosa alcuna che importi.
Così l'argomento voluto evitare penetrava insidioso nei colloqui di
quei due infelici. Quand'egli soffriva troppo, quando s'accorgeva di
farla troppo soffrire, si alzava con uno sforzo.--A domani.