Così ella scriveva, e Mario Vergalli, divorando le poche righe di cui
la commozione aveva resi incerti e confusi i caratteri, sentiva
fondersi la sua collera in una grande tenerezza, in una grande pietà.
Povera e buona Teresa, che non sapeva se non accusare sè stessa e
chieder perdono agli altri! E quest'era la donna ch'egli insozzava co'
suoi sospetti, ch'egli, un momento prima, aveva creduto capace di
bassi artifizi, ella che, spontanea, confessava il suo unico fallo, e
non aveva una parola acerba pel vile abbandono dell'amico di quasi
vent'anni? Ma, in verità, che diritto aveva Vergalli d'essere
inesorabile con lei? Che diritto hanno gli uomini d'imporre al sesso
più debole un'austerità di costumi ch'essi non si sognano di avere?
Egli, Vergalli, il giudice inflessibile, dacchè conosceva la Teresa
Valdengo, non aveva nulla a rimproverarsi? Sicuro.... per gli uomini
la cosa è diversa;... ciò ch'essi dànno non importa il sacrifizio
della loro dignità.... Eppure.... eppure questa disuguaglianza, che la
natura ha iniziata, non fu ingigantita artificialmente dalle ipocrisie
sociali, quelle ipocrisie medesime che tutto permettono e assolvono
tutti, maschi e femmine, sol che si salvino le apparenze? Ah che mondo
di tristi e codardi! Ecco, la Teresa Valdengo, libera, padrona delle
sue azioni, era umiliata, reietta per un istante di oblio, mentre
intorno a lei si pompeggiavano inchinate, invidiate le mogli adultere,
le ragazze corrotte, le avventuriere che non furono mai nè ragazze nè
mogli.... E a quante non aveva anch'egli in gioventù, schivo e
sdegnoso com'era, a quante non aveva baciato la mano; a quante non
aveva offerto il braccio per condurle trionfalmente in mezzo alla
folla pigiata negli eleganti salotti!... Ah valeva proprio la pena di
essersi emancipato a poco a poco dalle menzogne convenzionali, valeva
la pena di far professione di filosofia per non trovare in sè che la
severità del fariseo nel giorno in cui più sarebbe occorsa la
equanimità dello stoico!...
Ohimè, questa equanimità calma e serena Mario Vergalli la invocava
senza frutto. Egli amava troppo per poter essere equanime. Nella lunga
notte insonne egli fu continuamente palleggiato da pensieri diversi.
Ora tornava all'idea di partire, di partir subito, senza veder la
Teresa, tutt'al più accommiatandosene con un bigliettino per iscusarsi
s'evitava un colloquio che li avrebbe fatti soffrire tutti e due, per
dirle ch'egli non le serbava rancore, per assicurarla che dovunque
egli andasse l'avrebbe rammentata con dolcezza; ora invece la sua
titubanza gli pareva un delitto e affrettava col desiderio il momento
di poter essere ai piedi dell'amica; e avrebbe voluto balzar dal letto
e correre sotto le finestre di lei e gridare:--Teresa, Teresa, son qui
umiliato, contrito, pronto a morire per voi.--E intanto egli, l'uomo
forte, egli giunto ormai all'età in cui si quetano le passioni,
singhiozzava, gemeva, inzuppava di lacrime il capezzale. Quando la
mattina si alzò e si guardò nello specchio, aveva la fisonomia sfatta,
scomposta.--Oh, il bel damerino!--egli disse fra sè, contraendo le
labbra a un sorriso doloroso. E, involontariamente, il suo pensiero
corse _all'altro, all'altro_ che aveva poco più di vent'anni e co'
suoi vent'anni aveva trionfato. O giovinezza, giovinezza! Come
presumere di gareggiar teco? Tu hai l'ali che volano, hai la luce che
splende, hai la fiamma che brucia....