Nella camera quasi buia, ritta davanti allo specchio, la Teresa
Valdengo finiva di ravviarsi i capelli.
Due volte Guido le aveva offerto di alzare un po' la tendina: ella
aveva sempre risposto di no.
--Come puoi vederci?
--Ci vedo, ci vedo...
E a lui che le ronzava attorno non sazio ancora di carezze, non atto a
persuadersi che potesse mai venire il momento dell'ultimo bacio,
diceva supplichevole:--Sta tranquillo, te ne prego... Mettiti a
sedere.
Egli si lamentava.--Dio mio!... Sembri già un'altra donna... Sei
pentita?
Ella voltò lentamente il capo.--Tardi sarebbe.
--E allora!
--Allora che cosa, tormentatore?
--Perchè sei così fredda?... Perchè mi tieni lontano? Ci sarò lontano,
domani, a quest'ora...
Nonostante il divieto, le si riavvicinò pian pianino e le susurrò
nell'orecchio:
--Col corpo, non con lo spirito... Nell'ampio mare non vedrò che la
tua immagine, non sentirò che la tua voce, non ricorderò che questi
giorni di paradiso... Penserai a me?
Le labbra di lei si aprirono faticosamente per lasciar cadere un
monosillabo:--Sì.
Nel modo in cui quel _sì_ era pronunziato c'era come l'affermazione
d'una cosa inesorabile e triste. Sì, penserò a te, ma quanto pagherei
a poter non pensarci, a poter cancellare dalla memoria questo episodio
doloroso della mia vita!
Parve ch'egli le leggesse nell'anima.--In che maniera lo dici!...
Ecco, io lo capisco, io lo sento, tu non mi perdoni... tu mi detesti.
La Teresa trasalì. Aveva anch'egli i suoi istanti di chiaroveggenza,
anch'egli intuiva la contraddizione fatale che c'è nell'amore, onde
sembra ch'esso lasci dietro di sè un lievito d'odio?
Ma la gentilezza della sua natura equilibrata riprese tosto il
disopra, e la vinse di nuovo un senso di compassione, di tenerezza per
quel fanciullo a cui la voluttà si mutava in pianto e ch'era sincero
oggi nel suo dolore come sarebbe stato sincero domani nel facile
oblío.
--Scegli male il momento per dire ch'io ti detesto--ella notò con
dolcezza, abbandonandogli la mano ch'egli afferrò e coperse di baci.
--Hai ragione, sempre ragione--egli singhiozzava.--Così sciocco devi
trovarmi... così inferiore a te...
--Zitto, Guido, sii buono--ella riprese con quel tuono materno che
inconsciamente adottava talvolta parlandogli--aiutami piuttosto a
veder se ho dimenticato qualche cosa... No, che fai?
--Se devo guardare, bisogna pure ch'io sollevi alquanto la tenda...
Io... così... non ci vedo.
Ella che aveva già il cappellino in testa si tirò indietro vivamente.
--Ma se dirimpetto non c'è che un muro sgretolato!--disse l'ufficiale
mentre perlustrava ogni angolo della stanza.
Era vero; la casa che sorgeva dall'altro lato della _calle_ non aveva,
in quella parte, nessuna finestra. Tuttavia, ora che la luce era
penetrata nella camera e ne metteva in mostra il disordine rivelatore,
la Teresa vi si trovava a disagio.
--Non cercar più oltre... non ci sarà più niente.
--C'è una forcina dorata--disse Guido--questa la tengo io.
--Tienla pure.
--Grazie--egli rispose, riponendo il prezioso oggetto nel
portafogli.--Hai tutto?
--Tutto, fuor che l'ombrellino che dev'esser rimasto di là... Ebbene,
Guido, mi apri l'uscio?
--Dove vai?
--A casa mia. Lo sai che son quasi le quattro e mezzo? Lo sai che son
qui dalle undici?
--Un lampo.
--Per noi, forse; non per la giornata che volge al suo termine... Alle
sette e mezzo ci rivediamo... Sei a pranzo da me.
Egli non si rassegnava a lasciarla.--Aspetta un poco... Oppure...
Congiungendo le palme in atto di suprema preghiera, Guido continuò:
--Oppure... permettimi d'accompagnarti.
--Ma no, Guido... Perchè mi chiedi questo?
--È una grazia che ti domando l'ultimo giorno che resto qui.
--Ma no, ma no...
--O senti invece--ripigliò di Reana.--Tu mi precedi di due minuti
percorrendo la calle dei Fabbri, dirigendoti al Molo attraverso la
Piazza... Cammini adagio... io ti raggiungo.
--Oh meno che mai!--ella rispose con piglio risoluto. I sotterfugi le
ripugnavano.--Piuttosto... tanto fa... usciamo insieme.
L'ufficiale non credeva a sè stesso.
--Dici davvero?
--Sì.
Raggiante di gioia, egli la baciò sopra il velo ch'ell'aveva già
calato sul viso.
--Grazie, amore.
Passarono pel salottino ove sulla tavola non ancora sparecchiata
c'erano gli avanzi della loro colazione. In mezzo alla tavola, in una
coppa piena d'acqua, alcune rose bellissime spargevano intorno una
soave fragranza.
Guido ne porse una alla Teresa; un'altra ne prese per sè, e l'infilò
nell'occhiello del soprabito. Aperse con cautela l'uscio che metteva
nell'andito, cacciò la testa per lo spiraglio.
--Non c'è anima viva.
Giunta sulla soglia, la Teresa si voltò un momento indietro. Mai più
ell'avrebbe riviste quelle stanze, ove, nel tramonto della sua
giovinezza, ella, la donna austera ed irreprensibile, aveva immolato
il suo pudore e il suo orgoglio. Domani il quartierino di Guido di
Reana sarebbe occupato da ospiti nuovi. Guido stesso le aveva detto
che dovevano venirvi due sottotenenti di vascello, amici suoi... E gli
ospiti nuovi vi avrebbero portate le loro belle.... fioraie, sartine,
cantanti d'operette... e peggio... Ma non solo dopo di lei altre
femmine avrebbero in quel luogo servito al piacere di altri uomini;
chi sa quante prima di lei s'erano sedute a quella tavola, s'erano
abbandonate in quell'alcova?...
Di Reana, supponendo ch'ella esitasse pel timore d'incontrar gente, le
ripetè:
--Non c'è nessuno.
Ella si scosse, e con passo fermo percorse l'andito, scese le scale.
Svoltata la _calletta_ deserta, si trovarono su una delle strade che
da San Luca conducono in Piazza. Camminavano a fianco in silenzio;
ella con un abito di lana allacciato sul davanti da bottoni di velluto
cremisi, stretto alla vita da una cintura di cuoio di Russia, con un
cappellino nero guarnito anch'esso di velluto del colore dei bottoni
dell'abito; egli vestito in borghese con signorile semplicità. Erano
due belle persone; egli alto, bruno, agile e forte; ella di statura
giusta, di forme nè esuberanti nè scarse, i lucidi capelli castani
raccolti dietro la nuca, la piccola testa superbamente eretta sul
collo bianco e sottile.
Le strade anguste per cui essi passavano erano quasi nell'ombra, e il
sole appena illuminava il sommo delle case più alte; ma quando
dall'arcata delle Procuratie sboccarono in Piazza San Marco fu come se
un'altra ora del giorno brillasse sul loro capo. Bench'ella avesse
sempre abitato a Venezia ed egli vi fosse già da oltre un mese,
s'arrestarono tutti e due maravigliati, rapiti. Il cielo aveva il
color della perla, l'aria era luce e tepore. Ma la cattedrale
bisantina, palpitante sotto i baci del sole, ardeva dai marmi,
scintillava dalle vetrate, dai mosaici, dai bronzi, dagli ori, con le
mille vibrazioni d'un corpo che vive, che sente, che ama.
Senza parlarsi, i due s'avviarono lentamente verso la Piazzetta.
Seduti sui gradini d'uno degli stendardi alcuni forestieri davano da
mangiare ai colombi; altri ritti davanti alla chiesa ammiravano.
Guido di Reana toccò il braccio alla Teresa, e le susurrò:
--Non è tuo zio quello, là presso il campanile?
Era lui appunto, con un giovine, certo il conte di Schaumburg.
--Desideri tornare indietro?
--No.
Ella non tentò nascondersi; anzi con una mossa altera sollevò il velo.
Il barone Venosti Flavi vide la coppia che gli passava accanto, ma
finse di non conoscerla.
--Sciocco!--borbottò fra i denti la Teresa. Poi affascinata dallo
spettacolo che si offriva ai suoi occhi, disse all'amante:--Non ci
badare... Guarda, piuttosto, che magnificenza!
Di mano in mano che procedevano verso la Piazzetta tra il Palazzo dei
Dogi e la Biblioteca Sansoviniana, la scena si svolgeva più ampia, più
varia. Di fronte, di là dal bacino di San Marco, l'isola di San
Giorgio sfolgoreggiava anch'essa nel sole con la sua chiesa palladiana
dalla bianca facciata, con lo svelto campanile rosso, con l'antico
cenobio benedettino oggi mutato in caserma. A destra la punta della
Dogana e la mole imponente della salute, e il sole, sempre il sole
che, sfavillante, si calava dietro la cupola eccelsa. In fondo, e
visibile soltanto in parte, la lunga striscia della Giudecca,
vigilata, protetta dalla chiesa del Redentore. A sinistra, come un
braccio che mollemente s'incurva, tutta la Riva degli Schiavoni
arcuata da sud-est a sud-ovest, e la gran macchia verde dei Giardini
pubblici, e, in una lontananza più grande, il Lido. Da quel lato
l'azzurro del cielo moriva in un tenue colore di viola. Ma sulla
spalletta dei Giardini, sui fabbricati di Santa Elisabetta del Lido,
sulle ultime case della Riva prospettanti verso occidente, il sole,
ormai basso, dardeggiava i suoi raggi, mandava bagliori d'incendio.
Immobili sullo specchio dell'acqua tranquilla sorgevano qua e là
bastimenti a vela e piroscafi; un vapore austriaco, un vapore inglese,
un _yacht_ americano, una corvetta greca giunta in porto quella
mattina. Il _Colombo_, nella sua tinta bianca, aveva il solito aspetto
di fantasma. Guido e la Teresa ne ritorsero istintivamente lo sguardo.
Erano fermi l'uno presso all'altra, fra le due colonne di Marco e
Todero, con gli occhi rivolti dalla parte della Salute. Sembravano una
coppia di sposi, una delle tante coppie che vengono qui a passar la
luna di miele.
Dal Molo i barcaiuoli gridavano:--Gondola, gondola?... _La gondole_!