X.

Se quell’opera era necessaria per salvare una parte del mondo da una

catastrofe totale, che avrebbe annientato tutta la civiltà antica; era

certo la più difficile che si offrisse allo spirito umano. Non bisogna

dunque meravigliarsi se in quella gigantesca difesa dell’ortodossia,

apparvero tanti uomini straordinari per grandezza intellettuale e

morale, che la Chiesa ha santificati. La grandezza della natura e del

genio umano non si vedono che in tempi di calamità, di fronte alle

imprese difficili e quasi impossibili.

Ma che cosa rappresentavano, a paragone di questo sforzo ultra

umano, per unificare la verità con la dialettica e l’eloquenza, e per

adoperare i più potenti strumenti della cultura antica in vista di un

fine così nuovo, gli sforzi di Costantino per salvare i resti della

cultura antica? Anche in questa direzione Costantino aveva saggiamente

continuata l’opera di Diocleziano.

Nella nuova capitale dell’Impero aveva fondato quella che noi

chiameremmo una università, ove professori pagati dallo Stato

insegnavano la lingua e la letteratura greca e latina, la retorica, la

filosofia, la giurisprudenza, per preparare all’Impero dei funzionari.

Ci restano ancor molte leggi di Costantino che concedono privilegi

e vantaggi, o che assicurano la vita ai medici, ai grammatici, ai

professori di belle lettere in tutte le città dell’Impero. Ma quegli

sforzi restavano sterili. Burocratizzate in un insegnamento ufficiale,

non avendo più nell’agonia del paganesimo da compiere un’opera viva

e vitale, le letterature e le filosofie antiche si disseccavano

nella mediocrità dei professori di mestiere, che volevano vivere

e farsi una posizione a spese dei geni del passato, mentre i nuovi

geni, gli spiriti di grande forza, voltavan la schiena al presente,

sprezzavano la protezione ufficiale, si davano tutti alla grande opera

vivificatrice dei loro tempi....

Uno dei più grandi libri dell’antichità, le _Confessioni_ di S.

Agostino, ci fa vedere sul vivo questa crisi spirituale della cultura

antica.

S. Agostino aveva ricevuto dalla natura tutti i doni necessari per

diventare un grande scrittore; l’immaginazione, il sentimento, lo

stile, la lingua, lo spirito sintetico e filosofico. La forza della

dialettica era in lui pari alla potenza delle immagini; lo slancio

della fantasia e del sentimento alla profondità del pensiero. E pure

era diventato uno di quei professori ufficiali di letteratura, che

l’Impero pagava e onorava perchè conservassero viva la tradizione

della letteratura antica. Una volta tanto, l’insegnamento ufficiale

aveva messo la mano sopra un vero genio... Ma l’Uomo di genio ci ha

lasciato un’indimenticata descrizione della misera esistenza, che

egli condusse facendo il professore a Cartagine, a Roma, a Milano;

l’inquieto scontento che lo rodeva in quegli anni, il furioso agitarsi

del suo grand’ingegno nel vuoto di quella cultura ormai esaurita e

schematizzata nel quadro convenzionale di un insegnamento ufficiale.

Quando un giorno, in un villaggio vicino a Milano, si fece la luce

in quella grande anima, disgustata dal vile mestiere, a cui voleva

condannarlo una civiltà moribonda. Il professore di letteratura

abbandonò la cattedra, gettò i vecchi libri morti e come un ardito

palombaro si cala nel mare, scese negli abissi teologici della grazia,

della predestinazione, del libero arbitrio, per gettare laggiù i piloni

del gran ponte sul quale l’Europa doveva fare il lungo e difficile

passaggio dalla civiltà antica a quella moderna.

Costantino insomma non fallì, ma riuscì solo a mezzo; e contribuì a

evitare per il momento la catastrofe, prolungando l’agonia. Dopo di

lui, l’Impero visse ancora, ma tra scosse continue, e indebolendosi

ogni giorno di più. Aumenta la povertà; lo Stato si disorganizza e si

fa insieme più violento, oppressivo e rapace, il fiscalismo imperiale

imperversa, si rinnovano le atroci tragedie dinastiche; l’esercito

si decompone; vacilla la difesa delle frontiere, le campagne si

spopolano affollando le città; le piccole città, a vantaggio delle

grandi, rovinano; i barbari s’infiltrano dappertutto; la cultura,

dalle arti alla filosofia, si deteriora; s’inaspriscono le lotte

religiose; si spezza l’unità dell’Impero; si separano l’Oriente e

l’Occidente. L’Oriente si difende meglio che l’Occidente, contro

la decadenza, perchè la monarchia assoluta, ritornando come nel suo

paese di origine, vi si stabilisce con maggior facilità e solidità, e

può arginare la dissoluzione generale con più forza e più lungamente

che in Occidente. Così che la forza dell’Impero si ritira, a poco a

poco, verso l’Asia, fino al giorno in cui l’Occidente cade sotto i

colpi rinnovati dei barbari. La civiltà antica è allora, in Occidente,

distrutta quasi del tutto. Per secoli, non ne resteranno più, in quelle

immense regioni ridiventate barbare e deserte, molte delle quali son

colonizzate dagli invasori germanici, che dei vaghi ricordi e poche

vestigia frammentarie, tra cui, unico elemento vitale, la teologia

creata negli ultimi secoli dell’Impero per unificare la dottrina

della nuova religione. La teologia è stata, per lunghi secoli, in

Occidente, l’ultima forma di alta cultura sopravissuta in mezzo alla

rovina di tutte l’altre, quella che ha salvato l’Impero dalla barbarie

piena e definitiva. Da questa ultima forma sopravissuta infatti,

sono a poco a poco uscite, per svilupparsi di nuovo, la filosofia, la

letteratura, il diritto, tutto il grande movimento intellettuale, che

culminò nella Rinascenza. Nella disciplina intellettuale, conservata

dal dogma attraverso il gran caos del medioevo, l’Europa a poco a

poco ha ritrovato e sviluppato i principii d’autorità, che l’Impero

aveva cercati invano, e che gli hanno permesso di ricostituire dei

governi solidi e forti. Ma a mano a mano che ricostituiva l’autorità

dei governi e si sottometteva a una vigorosa disciplina politica,

l’Europa è diventata più intollerante di quella unità e disciplina

intellettuale che, dall’epoca di Costantino alla Riforma, gli erano

parse necessità vitali, più dell’organizzazione degli Stati e degli

eserciti. Incominciano nello stesso tempo a formarsi i grandi Stati

e il pensiero umano si rivolta contro tutte le autorità, alle quali

s’era sottomesso nel medioevo; doppio movimento parallelo e inverso che

doveva svilupparsi per tre secoli e sbocciare nella situazione attuale:

Stati di una potenza formidabile, come non se n’erano mai visti, che

s’appoggiano sopra una delle più grandi anarchie intellettuali e morali

della storia, ossia sul vuoto. Schizzeremo rapidamente, nell’ultimo

capitolo, l’ultima fase, quella più importante, di questa straordinaria

trasformazione del mondo.

La rovina della civiltà antica · 第 37 / 42 题