Diocleziano aveva cercato di restaurare l’autorità su tre principii:
la divisione dell’Impero, la divinità degli imperatori, la scelta per
cooptazione. Il suo sistema era dunque più complicato e raffinato
che il sistema della monarchia asiatica, fondata sui principii
dinastici dell’eredità e, in certa misura, dell’unità, perchè era una
contaminazione di orientalismo e di romanesimo. Nel suo sistema il
figlio non era il divino successore del padre, ma il successore scelto
diventava, per adozione, figlio del predecessore, proprio come nel
secolo degli Antonini. Così, nell’ultima ripartizione dell’Impero,
Diocleziano aveva escluso dal trono il figlio di Costanzo Cloro,
Costantino, e il figlio di Massimiano, Massenzio. Come supremo omaggio
alla civiltà greco latina che, in punto di morte, aveva generato
quel sistema e il suo creatore, Diocleziano aveva voluto salvi i
diritti sovrani dell’intelligenza, non affidandosi per la scelta
dell’imperatore a quell’accidente di un accidente che è la nascita, e
sforzandosi di evitare nello stesso tempo, a ogni successione, quelle
lotte di ambizioni che avevano già fatto tanto danno all’impero.
Ma questa contaminazione di monarchia asiatica e di scelta
aristocratica era troppo complicata per le passioni violente e la
cultura grossolana di quegli elementi quasi barbari, nelle mani dei
quali era caduto l’Impero. Nemmeno un anno dopo l’abdicazione di
Diocleziano e di Massimiano moriva Costanzo Cloro, lasciando, come si è
detto, un figlio, Costantino, che Diocleziano, nella nuova ripartizione
del potere, aveva escluso. Ma Costantino era un giovane intelligente,
energico, molto ambizioso; e appena morto il padre, pensò bene di
farsi proclamare Cesare dai suoi soldati, a Eboraco, senza aspettare
le decisioni degli Augusti (28 luglio del 306). Questo colpo di testa
riuscì. Per evitare la guerra civile, Galerio, che era il più antico
e il più autorevole dei due Augusti, riconobbe il fatto compiuto e
proclamò Costantino Cesare, dando a Severo il rango di Augusto. Ma la
guerra civile, ch’egli aveva sperato di evitare, cedendo in Gallia,
scoppiò poco tempo dopo in Italia, appunto perchè egli aveva ceduto
in Gallia. La vecchia Roma tollerava con malumore il rango di città di
provincia, in cui era caduta. L’assenza della Corte e dell’Imperatore
feriva l’orgoglio e danneggiava insieme gli interessi della metropoli.
Il Senato non aveva più autorità, i pretoriani non contavano più
nulla; mancavano al popolo i grandi spettacoli e tutti i profitti dei
tempi passati. Cosicchè, valendosi di un pretesto offerto da un nuovo
censimento, ordinato da Galerio, il popolo e il corpo dei pretoriani si
sollevarono, proclamando Augusto il figlio di Massimiano, Massenzio,
che viveva poco lontano da Roma e che voleva pure, dopo la nomina di
Costantino, salire al trono imperiale (27 ottobre 306). Massenzio, per
essere più saldo nel potere, persuase il padre, malcontento del suo
ritiro, a riprendere il potere imperiale. La tetrarchia era distrutta;
l’Impero contava oramai sei imperatori: quattro Augusti e due Cesari!
Questa volta Galerio non volle (o non potè) riconoscere il fatto
compiuto, e incaricò Severo di riconquistare l’Italia. Ma il nome di
Massimiano, dell’antico collega di Diocleziano, era ancora una tale
forza, che i soldati di Severo non vollero combattere contro il vecchio
generale e preferirono passare al nemico. Severo, fuggito a Ravenna,
restituì a Massimiano la porpora di cui Massimiano stesso, poco prima,
l’aveva insignito (307). Un secondo tentativo contro Massenzio, fatto
da Galerio, in persona, non ebbe esito più felice, perchè l’Italia, mal
contenta del nuovo regime e dei nuovi signori che le erano stranieri,
s’era tutta dichiarata solidale con Roma e con Massenzio; e le città
sbarrarono le porte al legittimo erede della potenza di Diocleziano.
Galerio giudicò savia cosa non assediare Roma, che Aureliano aveva così
ben fortificata; uscì dalla penisola; e invitò a Carnunto (in Pannonia)
Diocleziano stesso, sperando nel suo consiglio e nella sua autorità
per trovare una soluzione del conflitto, che minacciava di smembrare
l’Impero.
Era questo un grande omaggio fatto al fondatore della tetrarchia; ma
il risultato fu mediocre. Nemmeno l’uomo che l’aveva creata riuscì a
riorganizzarla. L’avrebbe forse potuto, riprendendo il potere, ma non
volle, sebbene Massimiano, che aveva già litigato con il figlio, e
Galerio cercassero di persuaderlo. La conferenza decise soltanto che
un nuovo Augusto, un antico compagno di Galerio, Luciniano Licinio,
sarebbe sostituito a Severo, nel governo dell’Illiria (novembre del
307); che Massimiano sarebbe rientrato a vita privata, e Massenzio
escluso dall’Impero. Il rimedio era peggiore del male. Massenzio
conservò l’Italia a dispetto delle deliberazioni di Carnunto;
Massimiano non depose la porpora e cercò di intendersi con Costantino,
al quale diede in moglie la figlia Fausta, sperando da lui l’appoggio
che non aveva trovato in Massenzio; la nomina di Licinio creò nuove
difficoltà. Licinio saliva al primo posto dell’Impero senza essere
passato attraverso il grado di Cesare, lasciandosi così indietro
Massimino Daja e Costantino. I due Cesari protestarono; il primo si
fece proclamare Augusto dalle sue truppe, e il secondo reclamò per
sè, da Galerio un’altra investitura. Al principio del 308 c’erano
quattro Augusti, oltre Massenzio e Massimiano, senza che, fra questi
quattro Augusti, apparisse più nessun rapporto di subordinazione.
Tutti gli sforzi di Diocleziano erano fatti sterili per le ambizioni
rivali degli Augusti e dei Cesari; l’unità dell’Impero era di nuovo
rotta; l’incertezza del principio d’autorità, sul quale posava la
carica suprema, questa malattia mortale che dalla morte di Augusto
aveva continuato a tormentare l’Impero, generava ora una nuova crisi,
che non doveva chiudersi senza fiumi di sangue. La prima vittima
fu Massimiano, scomparso in circostanze misteriose. Si buccinò che
avesse cospirato contro il genero, e certo è che Costantino lo fece
arrestare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, sparire per sempre (310)
senza curarsi dei grandi servizi che aveva resi all’Impero. Ma proprio
in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, tutto a un tratto,
nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino,
Licinio, promulgavano un editto, che sospendeva la persecuzione del
Cristianesimo.