Sarebbe un errore il voler negare che la civiltà greco-latina, in
apparenza ancor florida al principio del terzo secolo, fosse già
sordamente minata da un travaglio di lenta decomposizione.
Questa civiltà posava sul politeismo e sopra uno spirito di tradizione
locale, che noi troppo facilmente confondiamo con lo spirito nazionale
della nostra civiltà, benchè fosse cosa molto diversa. Senonchè il
cosmopolitismo dell’Impero, le mescolanze delle razze delle religioni
dei costumi delle culture, l’unificazione del governo, lo sviluppo del
commercio e dell’industria, le nuove dottrine religiose e filosofiche,
favorite dal cosmopolitismo, avevano ferito a morte il politeismo
e lo spirito della tradizione locale. La prosperità stessa, quella
relativa facilità di arricchirsi, di istruirsi, e di salire nelle
classi superiori con la ricchezza o con l’istruzione, o con ambedue
insieme, erano state segrete ma profonde cause di indebolimento. La
civiltà greco-latina era aristocratica; la sua forza stava nelle sue
_élites_ molto ristrette, ma molto intelligenti; quanto essa guadagnava
in _diffusione_, perdeva in intensità. L’umanismo egualitario, che si
sviluppò durante l’Impero in forme così varie, doveva indebolirla nella
religione, nello Stato, e nei costumi.
Ma tutte queste cause nascoste e profonde non avrebbero mai partorito
una catastrofe così vasta, se non fosse sopravvenuto un formidabile
accidente politico, che precipitò le cose e impedì ogni tentativo di
salvarle. Questo accidente fu la distruzione dell’autorità del Senato,
opera della rivoluzione di Settimio Severo. Bastò questa distruzione
perchè tutto l’Impero restasse senza un principio di legittimità
con cui riconoscere l’Imperatore che aveva il diritto di comandare;
e l’assenza di questo principio scatenò rivoluzioni e guerre quante
bastarono in cinquant’anni ad annientare quasi tutta l’opera di tanti
secoli.
La rovina della civiltà antica è dunque il resultato di una decadenza
lenta, dovuta a malattie organiche, e di un terribile accidente che,
distruggendo con una scossa vigorosa la chiave di volta di tutto
l’ordine legale, gettò questa civiltà già indebolita, per la sua
massa e per la sua decadenza interna, nelle convulsioni del dispotismo
rivoluzionario. Questa terribile esperienza merita di essere meditata
dalla nostra epoca. Da cinquant’anni la civiltà occidentale s’è
indebolita per la crescente confusione delle dottrine, dei costumi,
delle classi, delle razze e dei popoli; per una specie di anarchia
intellettuale e morale a cui nessuna istituzione o tradizione o
dottrina ha resistito; per lo spossamento del lavoro continuo,
rapido e senza riposo, per la mobilità via via crescente di tutti gli
elementi della vita sociale; per una specie di febbre universale, che
sovraeccita le volontà e le intelligenze, rendendole atte a sforzi
molto intensi, ma corti e poco profondi; per la volgarizzazione di
tutte le attività dello spirito e di tutti i beni della terra. Mentre
eravamo in questo stato di indebolimento interno, è sopravvenuto un
accidente terribile, il più terribile, forse di tutta la storia....
La guerra mondiale può ricordare, per le sue conseguenze, ed in grande,
la rivoluzione di Settimio Severo, perchè ha distrutto o indebolito
tutti i principi d’autorità o di legittimità che sostenevano l’ordine
sociale. Due erano questi principii: il diritto divino delle dinastie
nelle potenti monarchie dell’Europa centrale e settentrionale; la
volontà del popolo, nelle democrazie dell’Europa occidentale. Con la
caduta dell’Impero russo, dell’Impero austro-ungarico, e dell’Impero
tedesco, il diritto divino ha ricevuto un colpo, da cui è ben difficile
che possa rialzarsi. Ma è dubbio che l’opposto principio approfitti
della sua rovina. Questo principio, di per se stesso poco chiaro e
di applicazione difficilissima, esce da questa grande crisi debole e
screditato a tal punto, che il suo inatteso trionfo negli imperi del
centro e nell’impero russo non suscitò sette anni fa nè speranza nè
entusiasmo nel resto dell’Europa; è stato seguito da una sua clamorosa
rovina in Italia, e sembra oggi, sette anni dopo la fine della guerra,
pericolare in molte nazioni, perfino in Francia e in Inghilterra, dove
è risalito da molte parti in vigore.
Come l’Impero romano al terzo secolo, l’Europa sta dunque per trovarsi
senza un principio chiaro e preciso con cui riconoscere chi e in che
limiti ha il diritto di comandare e chi, e in che limiti, ha il dovere
di obbedire? Nessuno potrebbe oggi rispondere risolutamente nè sì nè
no. Ma appunto perchè non si può rispondere risolutamente di no, non
sarà inutile ristudiare un po’ la vecchia storia di Roma, la quale ci
mostra che cosa può capitare ad una civiltà, la quale lasci cadere
tutti i vecchi principii di autorità, che sono il fondamento del
diritto di comandare, sia che non sappia sostituirli con dei nuovi, sia
che si illuda essere cosa facile di sostituirli.