V.

Sarebbe un errore il voler negare che la civiltà greco-latina, in

apparenza ancor florida al principio del terzo secolo, fosse già

sordamente minata da un travaglio di lenta decomposizione.

Questa civiltà posava sul politeismo e sopra uno spirito di tradizione

locale, che noi troppo facilmente confondiamo con lo spirito nazionale

della nostra civiltà, benchè fosse cosa molto diversa. Senonchè il

cosmopolitismo dell’Impero, le mescolanze delle razze delle religioni

dei costumi delle culture, l’unificazione del governo, lo sviluppo del

commercio e dell’industria, le nuove dottrine religiose e filosofiche,

favorite dal cosmopolitismo, avevano ferito a morte il politeismo

e lo spirito della tradizione locale. La prosperità stessa, quella

relativa facilità di arricchirsi, di istruirsi, e di salire nelle

classi superiori con la ricchezza o con l’istruzione, o con ambedue

insieme, erano state segrete ma profonde cause di indebolimento. La

civiltà greco-latina era aristocratica; la sua forza stava nelle sue

_élites_ molto ristrette, ma molto intelligenti; quanto essa guadagnava

in _diffusione_, perdeva in intensità. L’umanismo egualitario, che si

sviluppò durante l’Impero in forme così varie, doveva indebolirla nella

religione, nello Stato, e nei costumi.

Ma tutte queste cause nascoste e profonde non avrebbero mai partorito

una catastrofe così vasta, se non fosse sopravvenuto un formidabile

accidente politico, che precipitò le cose e impedì ogni tentativo di

salvarle. Questo accidente fu la distruzione dell’autorità del Senato,

opera della rivoluzione di Settimio Severo. Bastò questa distruzione

perchè tutto l’Impero restasse senza un principio di legittimità

con cui riconoscere l’Imperatore che aveva il diritto di comandare;

e l’assenza di questo principio scatenò rivoluzioni e guerre quante

bastarono in cinquant’anni ad annientare quasi tutta l’opera di tanti

secoli.

La rovina della civiltà antica è dunque il resultato di una decadenza

lenta, dovuta a malattie organiche, e di un terribile accidente che,

distruggendo con una scossa vigorosa la chiave di volta di tutto

l’ordine legale, gettò questa civiltà già indebolita, per la sua

massa e per la sua decadenza interna, nelle convulsioni del dispotismo

rivoluzionario. Questa terribile esperienza merita di essere meditata

dalla nostra epoca. Da cinquant’anni la civiltà occidentale s’è

indebolita per la crescente confusione delle dottrine, dei costumi,

delle classi, delle razze e dei popoli; per una specie di anarchia

intellettuale e morale a cui nessuna istituzione o tradizione o

dottrina ha resistito; per lo spossamento del lavoro continuo,

rapido e senza riposo, per la mobilità via via crescente di tutti gli

elementi della vita sociale; per una specie di febbre universale, che

sovraeccita le volontà e le intelligenze, rendendole atte a sforzi

molto intensi, ma corti e poco profondi; per la volgarizzazione di

tutte le attività dello spirito e di tutti i beni della terra. Mentre

eravamo in questo stato di indebolimento interno, è sopravvenuto un

accidente terribile, il più terribile, forse di tutta la storia....

La guerra mondiale può ricordare, per le sue conseguenze, ed in grande,

la rivoluzione di Settimio Severo, perchè ha distrutto o indebolito

tutti i principi d’autorità o di legittimità che sostenevano l’ordine

sociale. Due erano questi principii: il diritto divino delle dinastie

nelle potenti monarchie dell’Europa centrale e settentrionale; la

volontà del popolo, nelle democrazie dell’Europa occidentale. Con la

caduta dell’Impero russo, dell’Impero austro-ungarico, e dell’Impero

tedesco, il diritto divino ha ricevuto un colpo, da cui è ben difficile

che possa rialzarsi. Ma è dubbio che l’opposto principio approfitti

della sua rovina. Questo principio, di per se stesso poco chiaro e

di applicazione difficilissima, esce da questa grande crisi debole e

screditato a tal punto, che il suo inatteso trionfo negli imperi del

centro e nell’impero russo non suscitò sette anni fa nè speranza nè

entusiasmo nel resto dell’Europa; è stato seguito da una sua clamorosa

rovina in Italia, e sembra oggi, sette anni dopo la fine della guerra,

pericolare in molte nazioni, perfino in Francia e in Inghilterra, dove

è risalito da molte parti in vigore.

Come l’Impero romano al terzo secolo, l’Europa sta dunque per trovarsi

senza un principio chiaro e preciso con cui riconoscere chi e in che

limiti ha il diritto di comandare e chi, e in che limiti, ha il dovere

di obbedire? Nessuno potrebbe oggi rispondere risolutamente nè sì nè

no. Ma appunto perchè non si può rispondere risolutamente di no, non

sarà inutile ristudiare un po’ la vecchia storia di Roma, la quale ci

mostra che cosa può capitare ad una civiltà, la quale lasci cadere

tutti i vecchi principii di autorità, che sono il fondamento del

diritto di comandare, sia che non sappia sostituirli con dei nuovi, sia

che si illuda essere cosa facile di sostituirli.

La rovina della civiltà antica · 第 12 / 42 题