Più volte, durante la sua convalescenza, Vincenzo tornò su quel
discorso che riesciva penosissimo al suo compagno. Ma c'era tale
giubilo nel cuore del malato, tanto ardore di giovanili speranze, che
il pensiero della felicità che dava, confortava in parte Vicenzino di
quella che perdeva. Ogni giorno i due giovani avevano nuove del signor
Dogliani, il quale benediva il nipote come il salvatore della sua
famiglia. Era sempre l'Elena che scriveva, e lei pure aveva pel cugino
parole di fervente gratitudine. Si sentiva che era commossa; c'erano
delle lagrime nelle sue lettere, e Vicenzino, nel leggerle, pensava
che il suo sacrificio era stato compreso in tutta la sua grandezza, e
che un altro cuore soffriva con lui dello stesso dolore. E questo
pensiero gli dava coraggio.
Appena l'ammalato fu in grado di muoversi, i due giovani tornarono
insieme a Santhià; e Vicenzino trovò su tutti i volti ed in tutti i
cuori le traccie della sua bella azione. Nella casa, benchè impoverita
per l'infermità del padre, regnava il contento per il fratello
ricuperato e felice; e la fronte grave del vecchio infermo, esprimeva
la calma e la gioia di vedere assicurato l'avvenire de' suoi figli.
Egli stese al nipote la sola mano che poteva muovere, e gli disse
piangendo:
--Dio ti benedica! figlio mio, Dio ti benedica!
Ma le fanciulle non saltarono al collo del loro giovane parente; non
lo baciarono come quando era tornato dal campo. Gli parlarono con
affetto e con una gratitudine rispettosa; ed egli fin d'allora sentì
d'essersi fatto prete.
Rimase pochi giorni in famiglia, poi, col cuore addolorato, ma
coll'anima forte, partì pel Seminario, mentre Vincenzo, seguendo lo
slancio del suo carattere impetuoso ed avido d'emozioni, tornava ad
arruolarsi, ma questa volta nella milizia regolare, per fare la
carriera del soldato.
Per un anno Vicenzino studiò assiduamente, e, nelle aride discipline
della teologia morale e dogmatica e del diritto canonico, cercò un
contrasto alle calde aspirazioni ed ai rimpianti del suo giovane
cuore. Ma a vent'anni passati, quella vita di reclusione,
quell'esistenza in comune con una frotta di giovani cresciuti in
convitto, che avevano tutte le ingenuità e tutte le malizie dei
collegiali, che si compiacevano di giuochi puerili, di pettegolezzi
insulsi, era, per la natura gentile di Vicenzino, qualche cosa di
irritante, che eccitava più che mai i suoi nervi già tesi. Quelle
risate goffe, quei discorsi scuciti, offendevano il sentimento
d'abnegazione sublime e grave che gli riempiva il cuore. E la fede
cieca ed il fervore religioso, vero o apparente, che lo circondavano,
non trovavano eco in lui. Sentiva di non aver intorno nessuno che
potesse comprenderlo, e si racchiudeva tristamente in sè stesso.
La notte poi, quando tutti dormivano in quelle lunghe file di letti
bianchi che parevano tombe, ed egli solo vegliava alla luce scialba
d'una lanterna, che proiettava negli angoli delle ombre paurose, sotto
il grande Cristo scarno che biancheggiava in alto colle braccia
lungamente stese sul fondo nero della croce, gli pareva di trovarsi
vivo in un cimitero, lo coglieva un senso d'abbandono e di morte,
sentiva che non era più di questo mondo. E tuttavia questo mondo
esercitava il suo fascino potente sulla sua fantasia; ed il povero
giovane subiva lotte crudeli, tentazioni di ribellione, che lo
impaurivano. E si metteva più accanito allo studio, per consacrare al
più presto con un voto solenne, quella risoluzione che la foga della
gioventù faceva ancora vacillare.
Appena ebbe compito il ventunesimo anno, prese il suddiaconato, e fu
irrevocabilmente prete.
Allora, non avendo più nulla a temere dalla propria debolezza, si
sentì più calmo. L'idea alta del dovere lo rassicurava, e potè
dedicarsi con tutta la sua intelligenza allo studio. A 22 anni e 6
mesi, ottenne di ricevere il presbiterato, e poco dopo lasciò il
Seminario, ed in capo a pochi mesi, ebbe la fortuna d'essere collocato
come viceparroco nella parrocchia stessa della famiglia Dogliani, dove
il parroco già avanti negli anni, aveva bisogno un aiuto, per la parte
più faticosa del suo ministero.
Ed allora cominciò per Vicenzino la sua triste vita senza amore. La
sola passione che gli era concessa, era quella del bene; ed egli
metteva tutto il suo cuore nell'assistere i moribondi, nel soccorrere
i poveri, nel sollevare gli spiriti abbattuti con parole di conforto e
di fede. Ma non era un cattolico fervente, aveva idee liberali, e
questo attenuava di molto agli occhi de' suoi superiori il merito del
suo zelo. Egli però se ne consolava col pensiero di far vivere la sua
famiglia adottiva col magro frutto delle sue prime fatiche, e colla
rendita del suo beneficio. Ma anche questa nobile gioia doveva
essergli amareggiata e resa difficile. Alla fine del 1870 la nuova
legge sui beni ecclesiastici minacciò di sopprimergli il benefizio; e
fu soltanto dopo una lite lunga e dispendiosa per rivendicarlo, che
potè riaverlo, diminuito d'un terzo.
Dovette cercare di dar lezioni in paese, farsi ripetitore presso vari
studenti del liceo, per sovvenire ai bisogni della casa e del vecchio
infermo. Tra i suoi doveri ecclesiastici e quelli d'insegnante, faceva
una vita laboriosa, occupato tutte le ore del giorno, e spesso
strappato al sonno la notte, per accorrere al letto di qualche
ammalato.
Quelle fatiche, nelle quali si esaurivano le sue forze giovanili, lo
lasciavano prostrato, e la sua mente stanca non aspirava che al breve
riposo che le era concesso. Così viveva relativamente tranquillo,
troppo occupato per pensare ad altre eccitazioni, ad altre tempeste.
Soltanto la presenza dell'Elena qualche volta lo turbava. Uno sguardo,
una parola amichevole, bastavano a richiamargli al pensiero le dolci
visioni d'avvenire ch'egli aveva vagheggiate altre volte, ed a
gonfiargli il cuore di amarezza e di rimpianti. Ma, troppo onesto per
abbandonarsi a quelle fantasie tentatrici, egli si consolava de' suoi
sogni svaniti, pensando che una volta, nel segreto del suo cuore
quella bella fanciulla bionda lo aveva amato. E quel vago ed innocente
ricordo era la sola gioia della sua vita.
A vent'anni la Laura venne fidanzata ad un giovane napoletano
impiegato al telegrafo. Ci furono due mesi di agitazione insolita in
casa. Gli apparrecchi pel corredo, i doni nuziali, i disegni
d'avvenire, ed un po' il rincrescimento della separazione, perchè lo
sposo doveva essere traslocato a Milano, occupavano straordinariamente
le fanciulle. Poi c'erano le visite dello sposo, le sue tenerezze, i
rossori espressivi della giovinetta, i loro colloqui a mezza voce.
Vicenzino faceva la parte di vecchio parente; provvedeva a tutto,
assisteva a quelle visite; pensava alle carte, alla richiesta al
municipio, alle pubblicazioni, a tutto. Ma in quei giorni era triste e
nervoso, e la sua alta missione di carità non bastava a consolarlo.
La vigilia delle nozze, mentre gli sposi, colla mano nella mano, erano
assorti in un lungo silenzio d'amore, la Maria che a diciotto anni
aveva ancora tutta la spensieratezza d'una fanciulla viziata, disse
all'Elena:
--Perchè la Laura, che è più giovane, si marita prima di te?
--Io non penso a maritarmi, rispose l'Elena. E c'era un accento di
malinconia così profonda in quelle semplici parole, che Vicenzino si
sentì tutto turbato. Essa lo aveva amato, aveva compreso il suo
sacrificio, ed accettandolo pel bene de' suoi, s'era sacrificata con
lui. Quando uscì per ritirarsi, nel silenzio della strada buia, il
giovane prete alzò le braccia al cielo e ringraziò Iddio per quella
gioia.
Vincenzo doveva arrivare nella notte pel matrimonio della sorella, e
quando vide l'amico la mattina seguente, gli trovò un aspetto così
soavemente calmo, così sereno, che non ebbe neppure l'ombra d'un
sospetto del sacrificio che gli aveva fatto, ed abbraciandolo
allegramente gli disse:
--Mio bell'arcangelo, eri proprio nato per essere prete.
L'anno seguente si maritò la Maria, ed anche lei se ne andò fuori di
paese. La casa divenne silenziosa e mesta, troppo vasta, per quel
vecchio infermo e quella fanciulla. Vicenzino ci tornava ogni sera: il
vecchio steso in una poltrona leggicchiava un giornale o sonnecchiava.
L'Elena lavorava al suo tavolino, ed il cugino sedeva dall'altro lato,
in faccia a lei, come una volta. Parlavano della salute del babbo,
delle sorelle lontane, di Vincenzo che stava per passare ufficiale;
erano tanti affetti comuni, tanti vincoli che li legavano. Vicenzino
narrava de' suoi poveri, de' suoi malati, che l'Elena prendeva molto a
cuore. La vita omai pareva facile e dolce al giovane prete, confortata
da quella pura affezione fraterna, e dalla calda amicizia di Vincenzo.
Omai le prove erano finite, le tempeste erano cessate; qualche anno
ancora, poi Vicenzino prenderebbe il posto del vecchio parroco che
pensava a ritirarsi, accoglierebbe i suoi due parenti nella casa
parrocchiale, e vivrebbero assolutamente in famiglia. E quando, per
disgrazia, dovesse mancare il sig. Dogliani, sarebbe passato del
tempo, del tempo assai. I due cugini non sarebbero più giovani,
avrebbero presa l'abitudine di vivere uniti, e potrebbero continuare a
vivere così, come buoni fratelli, senza pericolo. E chissà, forse
allora anche Vincenzo, stanco della vita militare, avrebbe ascoltato
il consiglio del suo cuore affettuoso e riconoscente, sarebbe venuto a
vivere presso il suo salvatore, con una sposa e dei bambini,
riscaldando il suo triste focolare da prete colla vista di quella
felicità di cui andava debitore a lui. Gli pareva di vederle, intorno
alla sua mensa, le dolci testine bionde, e di udire la voce di
Vincenzo a dirgli:
--La gioia d'essere sposo e padre sei tu che me l'hai data.... Quella
gioia Vicenzino se l'era strappata dal cuore per cederla al cugino; ma
era contento del suo sacrificio, pensando che l'Elena l'aveva compreso
e ne aveva accettata la sua parte, che aveva lei pure rinunciato ad
esser sposa e madre, per esser fedele a quel primo raggio d'amore che
le era balenato davanti un momento; e che il pensiero di lei tornava
col suo, alla dolcezza di quel ricordo.