V.

Vicenzino fece la strada di corsa. Nell'eccitazione della mente, col

cuore che gli sussultava, non avrebbe potuto camminare adagio. Se non

aveva del tutto raggiunto un ideale lungamente vagheggiato, lo aveva

avvicinato assai, ed aveva intraveduta la possibilità di raggiungerlo.

Dacchè aveva conosciuto Vincenzo, il rimpianto per la vecchia rugine

di famiglia che lo avviliva in faccia al cugino, era diventato un

tormento pel suo cuore. Oh, se avesse potuto riparare quel passato!

Vedersi stendere la mano da quei parenti! Entrare in quella casa! Se

avesse potuto diventare l'amico di Vincenzo!

Tutto l'anno la sua immaginazione aveva divagato intorno a

quell'aspirazione, che si andava facendo più intensa, a misura che il

tempo passava lasciandola insoddisfatta. Fantasticava delle scene

drammatiche in cui egli con atti eroici salvava la vita a Vincenzo:

poi scene tenere che lo commovevano fino al pianto. Altre volte erano

idillî buffi coi quali blandiva dolcemente la sua manía. Pensava di

uscire solo, di notte, di andare sotto le finestre di Vincenzo e di

cantare una serenata che aveva udito in teatro:

«Bella siccome un angelo

«Ti vidi e t'adorai...

Diceva _bello_ invece di _bella_, e cantava con una voce un po' falsa

ed ineguale da adolescente, ma che prometteva di diventare una bella

voce di tenore, e che possedeva un accento di passione assai raro nei

tenori da teatro.

Copiava nei libri che gli capitavano sotto mano dei brani declamatorî

sull'amicizia, e li raccoglieva in un taccuino, dedicandoli nel

segreto del suo cuore a Vincenzo.

Finalmente gli esami gli avevano fornito il mezzo di dare una prova

del suo affetto al cugino. Era un mezzo poco drammatico, ma di una

tale utilità, che Vincenzo l'apprezzò altamente.

Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena

copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola,

impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma

Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei

ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di

compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola

cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con

lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle

sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero

in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che

sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino,

per avvicinarlo senza essere veduto dall'assistente, ed il turbamento

e la passione che aveva posta nel compiere quell'atto tanto comune

nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.

In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto

di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.

A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:

--E così? l'esame di latino?... e crollò il capo come per dire che non

ne sperava nulla.

--L'ho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la

pagina senza un errore..... E gesticolava pavoneggiandosi come se

credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.

--Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti

benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto,

poi stese la mano traverso la tavola, e disse:

--Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo

giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di

questa buona nuova.

Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto

dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole,

che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e,

felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con

orgoglio, dall'alto della sua gloria.

Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello

strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto

il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu

soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.

Vincenzo s'era fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni

per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide

passare Vicenzino, che s'era fatto rosso al vederlo e camminava lesto

lesto, come se non lo avesse riconosciuto.

--Oooh! Vicenzinooo!... strillò Vincenzo con quanta voce aveva in

corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo

cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia

sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:

--Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si

diverte tanto...

E rivolgendosi ai compagni che l'avevano seguito da lontano, gridò:

--Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio

amico... e perchè... perchè...

Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi

di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quell'avvenimento

scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:

--Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli un'altra stretta alle spalle,

lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo

piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da

lontano:

--Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.

Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due

fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di

chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si

ubbriacava d'allegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il

fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi

il petto, ed era felice.

Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il

suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente

suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo

manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra un'idea, e la

continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua

immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un

discorso intimo, una confidenza, uno sfogo d'espansione. Era troppo

divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli

saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei l'uno

all'altro, si davano del _tu_...

Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva

separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo

passo verso la sua futura grandezza.

--Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo

darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai

un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi d'artificio...

Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:

--Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della

loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe

osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo

ricambio di quell'amicizia che sentiva con tanta intensità, e che

Vincenzo pigliava un po' troppo alla leggera.

Senz'Amore · 第 21 / 34 题