Vicenzino fece la strada di corsa. Nell'eccitazione della mente, col
cuore che gli sussultava, non avrebbe potuto camminare adagio. Se non
aveva del tutto raggiunto un ideale lungamente vagheggiato, lo aveva
avvicinato assai, ed aveva intraveduta la possibilità di raggiungerlo.
Dacchè aveva conosciuto Vincenzo, il rimpianto per la vecchia rugine
di famiglia che lo avviliva in faccia al cugino, era diventato un
tormento pel suo cuore. Oh, se avesse potuto riparare quel passato!
Vedersi stendere la mano da quei parenti! Entrare in quella casa! Se
avesse potuto diventare l'amico di Vincenzo!
Tutto l'anno la sua immaginazione aveva divagato intorno a
quell'aspirazione, che si andava facendo più intensa, a misura che il
tempo passava lasciandola insoddisfatta. Fantasticava delle scene
drammatiche in cui egli con atti eroici salvava la vita a Vincenzo:
poi scene tenere che lo commovevano fino al pianto. Altre volte erano
idillî buffi coi quali blandiva dolcemente la sua manía. Pensava di
uscire solo, di notte, di andare sotto le finestre di Vincenzo e di
cantare una serenata che aveva udito in teatro:
«Bella siccome un angelo
«Ti vidi e t'adorai...
Diceva _bello_ invece di _bella_, e cantava con una voce un po' falsa
ed ineguale da adolescente, ma che prometteva di diventare una bella
voce di tenore, e che possedeva un accento di passione assai raro nei
tenori da teatro.
Copiava nei libri che gli capitavano sotto mano dei brani declamatorî
sull'amicizia, e li raccoglieva in un taccuino, dedicandoli nel
segreto del suo cuore a Vincenzo.
Finalmente gli esami gli avevano fornito il mezzo di dare una prova
del suo affetto al cugino. Era un mezzo poco drammatico, ma di una
tale utilità, che Vincenzo l'apprezzò altamente.
Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena
copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola,
impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma
Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei
ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di
compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola
cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con
lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle
sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero
in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che
sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino,
per avvicinarlo senza essere veduto dall'assistente, ed il turbamento
e la passione che aveva posta nel compiere quell'atto tanto comune
nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.
In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto
di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.
A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:
--E così? l'esame di latino?... e crollò il capo come per dire che non
ne sperava nulla.
--L'ho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la
pagina senza un errore..... E gesticolava pavoneggiandosi come se
credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.
--Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti
benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto,
poi stese la mano traverso la tavola, e disse:
--Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo
giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di
questa buona nuova.
Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto
dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole,
che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e,
felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con
orgoglio, dall'alto della sua gloria.
Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello
strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto
il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu
soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.
Vincenzo s'era fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni
per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide
passare Vicenzino, che s'era fatto rosso al vederlo e camminava lesto
lesto, come se non lo avesse riconosciuto.
--Oooh! Vicenzinooo!... strillò Vincenzo con quanta voce aveva in
corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo
cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia
sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:
--Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si
diverte tanto...
E rivolgendosi ai compagni che l'avevano seguito da lontano, gridò:
--Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio
amico... e perchè... perchè...
Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi
di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quell'avvenimento
scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:
--Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli un'altra stretta alle spalle,
lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo
piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da
lontano:
--Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.
Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due
fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di
chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si
ubbriacava d'allegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il
fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi
il petto, ed era felice.
Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il
suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente
suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo
manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra un'idea, e la
continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua
immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un
discorso intimo, una confidenza, uno sfogo d'espansione. Era troppo
divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli
saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei l'uno
all'altro, si davano del _tu_...
Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva
separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo
passo verso la sua futura grandezza.
--Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo
darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai
un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi d'artificio...
Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:
--Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della
loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe
osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo
ricambio di quell'amicizia che sentiva con tanta intensità, e che
Vincenzo pigliava un po' troppo alla leggera.