IV.

Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli

nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi

movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete

opprimente. L'idea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più

tardi l'ingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva

tardato tanto che non c'era più tempo per tutto, e lasciava indietro

il lavoro latino, il più lungo e difficile.

Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai

maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il

quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva

ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi

le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a

palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano

di schiantargli il suo petto robusto.

Lungo l'inverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa

primavera, quando le giornate saranno più lunghe...» Ma nella

primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per

studiare c'era tempo gli ultimi mesi...

Un giorno il signor Dogliani gli disse:

--Se quest'anno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si

perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono

le consolazioni che mi dai.

E c'era una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che

Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter

essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per

poter tornare indietro al principio dell'anno, e incominciare l'annata

in tutt'altro modo, studiando un poco ogni giorno...

Venne il termine dell'anno scolastico; tutti gli altri esami andarono

così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle

prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua

veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo

come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di

piviale e mitra d'oro.

Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel

benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di

quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire

portate via dallo zio d'America. Dacchè era al mondo aveva sempre

udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto

all'orecchio questo discorso, che l'aveva fatto palpitare d'orgoglio:

«Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno

sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era

sembrato d'esserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa

parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso,

raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io

provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi

che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe

entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per

le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato

fin allora.

Mentre questi pensieri passavano l'un dietro l'altro, lenti e neri

come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al

cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non c'erano che delle

lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno

scolaro piegava il lavoro, lo consegnava all'assistente e se ne

andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne

ecclesiastiche fossero uscite dall'uscio ad una ad una dietro quei

ragazzi. Pensava:

--Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò

dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò

tornare a casa con questa nuova.

S'era già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non c'erano più in classe

che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani l'uno

dall'altro. Ora che la vigilanza dell'assistente cominciava a

stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più

domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed

era solo nel banco.

Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano,

mentre colla destra teneva la penna sulla carta nell'atto di scrivere;

ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il

banco, e piangeva in silenzio.

Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un

fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo

avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire all'istante. Quel

fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da

prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La

gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore

ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio,

lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il

gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e,

sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il

cómpito che gli era piovuto bell'e fatto dal cielo, fremente di veder

scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.

Aveva appena scritte poche parole, quando l'assistente disse parlando

al fondo della classe dietro a lui:

--Dogliani Vincenzo, laggiù; cosa fai sotto il banco?

--Ho raccolto il foglio che m'era caduto...... rispose colla voce

turbata Vicenzino. E, consegnata la sua pagina, uscì tutto rosso in

viso, senza guardare il cugino. Ma questi non ignorava più da che

parte gli era venuto quel soccorso.

Senz'Amore · 第 20 / 34 题