Vincenzo non amava il latino. Quella lingua morta non voleva entrargli
nella testa. Appena usciva di classe sentiva il bisogno di darsi
movimento, di gridare, di reagire in tutti i modi a quella quiete
opprimente. L'idea del cómpito lo crucciava, ed egli rimandava a più
tardi l'ingrato dovere; e quando per forza ci si metteva, aveva
tardato tanto che non c'era più tempo per tutto, e lasciava indietro
il lavoro latino, il più lungo e difficile.
Più volte il signor Anselmo Dogliani aveva ricevuto delle lagnanze dai
maestri per la negligenza del figlio appunto nel latino, senza il
quale la carriera ecclesiastica non era possibile. Egli lo aveva
ammonito severamente, e lo trattava con sussiego, sebbene passasse poi
le notti a vegliarlo, quando, nelle lunghe e gloriose battaglie a
palle di neve coi compagni, si buscava delle tossi, che minacciavano
di schiantargli il suo petto robusto.
Lungo l'inverno Vincenzo pensava: «Avrò tempo a studiare questa
primavera, quando le giornate saranno più lunghe...» Ma nella
primavera la campagna era bella, ed era un piacere andare in giro. Per
studiare c'era tempo gli ultimi mesi...
Un giorno il signor Dogliani gli disse:
--Se quest'anno non passi gli esami, debbo toglierti la sottana, e si
perde il benefizio, che omai è la nostra sola ricchezza. Queste sono
le consolazioni che mi dai.
E c'era una tale sfiducia e tanta amarezza in quelle parole, che
Vincenzo se ne sentiva annientato; lui che aveva creduto di poter
essere il sostegno della famiglia. Avrebbe dato Dio sa che cosa per
poter tornare indietro al principio dell'anno, e incominciare l'annata
in tutt'altro modo, studiando un poco ogni giorno...
Venne il termine dell'anno scolastico; tutti gli altri esami andarono
così così, tanto da passar la classe. Ma quando Vincenzo si trovò alle
prese colla traduzione latina si sentì perduto. Vide svanire la sua
veste da prete, si vide con vergogna ridivenuto un semplice fanciullo
come gli altri, in pantaloni e giubba, senza la menoma speranza di
piviale e mitra d'oro.
Ed il babbo, che era tanto afflitto pel benefizio perduto! Quel
benefizio di certo era una ricchezza, Vincenzo non aveva idea di
quanto fruttasse; ma gli pareva qualche cosa come le ventimila lire
portate via dallo zio d'America. Dacchè era al mondo aveva sempre
udito parlare di quel benefizio. Molte volte gli era venuto
all'orecchio questo discorso, che l'aveva fatto palpitare d'orgoglio:
«Se le ragazze non troveranno marito perchè non hanno dote, avranno
sempre il fratello prete, e non mancheranno di nulla». Gli era
sembrato d'esserci già, grande e maestoso, nella sua bella casa
parrocchiale, e di atteggiarsi da sovrano magnifico e generoso,
raccogliendo le sorelle sotto la sua protezione: «Venite qui tutte. Io
provvedo». Ed invece, là, nella sala degli esami, doveva convincersi
che egli non sarebbe mai il fratello prete, dacchè non potrebbe
entrare in seminario; che non potrebbe mai far nulla pel babbo e per
le sorelle, e che sarebbe sempre considerato nullo come lo era stato
fin allora.
Mentre questi pensieri passavano l'un dietro l'altro, lenti e neri
come un funerale, nella mente di Vincenzo, il tempo concesso al
cómpito latino scorreva, e sulla pagina bianca non c'erano che delle
lagrime che gonfiavano in vari punti il foglio. Man mano che uno
scolaro piegava il lavoro, lo consegnava all'assistente e se ne
andava, Vincenzo si sentiva più scoraggiato, come se le sue insegne
ecclesiastiche fossero uscite dall'uscio ad una ad una dietro quei
ragazzi. Pensava:
--Ecco, quando saranno andati via tutti, e resterò qui solo, dovrò
dire che non lo so fare il cómpito, ed allora, addio benefizio. Dovrò
tornare a casa con questa nuova.
S'era già fatto un gran vuoto intorno a lui. Non c'erano più in classe
che sei o sette scolari di poca vaglia, assai lontani l'uno
dall'altro. Ora che la vigilanza dell'assistente cominciava a
stancarsi e sarebbe stato più facile eluderla, Vincenzo non poteva più
domandare aiuto a nessuno, perchè i suoi vicini erano tutti usciti, ed
era solo nel banco.
Stava col gomito sinistro sul banco ed il capo appoggiato alla mano,
mentre colla destra teneva la penna sulla carta nell'atto di scrivere;
ma non scriveva. Aveva gli occhi fissi in terra tra il sedile ed il
banco, e piangeva in silenzio.
Ad un tratto, di sotto al sedile, vide sorgere una mano con un
fogliolino piegato, e posarglielo sulle ginocchia. Vincenzo era troppo
avvezzo alle gherminelle di scuola per non capire all'istante. Quel
fogliolino era la traduzione latina, la sua salvezza, la sua veste da
prete, il seminario, il benefizio, la ricchezza della sua famiglia. La
gioia lo invase, gli diede un tremito per tutte le membra, un calore
ardente alle guancie. Ma non gridò, seppe frenarsi. Prese il foglio,
lo spiegò pian piano in grembo colla mano destra, senza togliere il
gomito dal banco, senza muovere il capo. Poi ripigliò la penna, e,
sempre nello stesso atteggiamento, si mise a ricopiare febbrilmente il
cómpito che gli era piovuto bell'e fatto dal cielo, fremente di veder
scorrere i minuti, ansioso di arrivare alla fine.
Aveva appena scritte poche parole, quando l'assistente disse parlando
al fondo della classe dietro a lui:
--Dogliani Vincenzo, laggiù; cosa fai sotto il banco?
--Ho raccolto il foglio che m'era caduto...... rispose colla voce
turbata Vicenzino. E, consegnata la sua pagina, uscì tutto rosso in
viso, senza guardare il cugino. Ma questi non ignorava più da che
parte gli era venuto quel soccorso.