--Sì; il vostro babbo aveva un fratello, disse la Rosa; ed erano
venuti su insieme come voialtri, e, da uomini fatti, vivevano ancora
uniti. Possedevano questa casa in Santhià, ed un po' di terreno che
non bastava a farli vivere. Quell'altro, il signor Teodoro, faceva dei
grandi affittamenti di prati e risaie; e vostro padre dirigeva i
lavori, teneva i conti, badava al raccolto, alle vendite. Così gli
interessi comuni prosperavano. Ma quando tutti e due pigliarono moglie
quasi nello stesso tempo, dovettero separarsi. Allora il babbo si
tenne la casa; al signor Teodoro toccarono quei pochi fondi di
famiglia; e ciascuno tirò via ad affittar terreni ed a farli fruttare
per suo conto. Questo fratello qui era di umore tranquillo, pensava a
lungo prima di fare una cosa, e non la faceva se non la credeva buona;
e la vostra povera mamma era una donnina di casa, modesta, che
lavorava dalla mattina alla sera. Quegli altri invece, se il marito
era allegro e sbadato e temerario, la moglie lo era due volte tanto.
«Se si facesse quell'affidamento di diecimila lire?» diceva lui.
«Facciamolo anche di quindicimila», diceva la moglie. E, conchiuso il
contratto, badavano a raccogliere i frutti del terreno, ma punto punto
a pagare l'affitto; ed a fine d'anno i raccolti erano goduti,
quattrini non ne restavano, bisognava ricorrere ai mezzi rovinosi,
ipotecare quei pochi fondi che erano rimasti dall'eredità paterna,
vendere. Poi, appena avevano ripiegato alla meglio, non pensavano più
a malinconie, e ripigliavano la loro vita allegra. C'erano sempre
frotte di signori di Vercelli invitati in casa loro, e pranzi e cene
che era una baldoria, e viaggi ad ogni tratto.
I bambini stavano a sentire esterrefatti quelle narrazioni che
parevano una fola, e tratto tratto scambiavano tra loro degli sguardi
che esprimevano una grande ammirazione per quello zio splendido e
giocondo. La stiratora continuò:
--Bisogna anche dire che qui voialtri venivate al mondo in fretta e in
furia, uno sulle calcagna dell'altro, come fate ora quando correte per
la casa, e la vostra mamma, buon'anima, non aveva tempo d'uscir
dall'uscio; mentre laggiù c'era un solo bambino, un po' infermiccio
che stava seduto in una carriola, e non dava da fare a nessuno.
--Era quello lì della mia scuola? domandò Vincenzo che non poteva
figurarsi quel ragazzo tanto lungo, seduto in una carriola da bimbo
infermiccio.
--Era quello, rispose la Rosa. Lo avevano chiamato Vincenzo, come te,
dal nome di vostro nonno. Come fu, come non fu, un bel giorno
capitarono qui il signor Teodoro e la moglie, che non ci venivano mai,
e presero il padrone alle strette, là nella stanza da pranzo, e gli
fecero una scenata, che li sentivo esclamare e piangere fin fuori
dall'uscio chiuso. Il fatto era questo: che il signor Teodoro, con
quella smania di far le cose in grande, e di guadagnare grandi somme,
si era arrischiato in una speculazione con un negoziante di Vercelli,
aveva sottoscritto delle carte per avere denaro in prestito; poi era
venuto il tempo di pagare; le carte erano lì che parlavano chiaro, e
lui non aveva quattrini. E non c'era modo di uscirne: o pagare, o
fallire.
--Che cos'è fallire? domandarono i ragazzi.
--È un imbroglio da negozianti che non mi riesce di spiegarvi. Tanto
non capireste. Ma di certo non è una cosa buona, tutt'altro. E qui il
padrone strepitava «che non avesse ad accadere quella vergogna, che
anche lui ne avrebbe patito nella riputazione, che un galantuomo non
deve fallire....» Poi quando quell'altro parlò chiaro e domandò il
denaro a lui, ventimila lire che gli occorrevano entro pochi giorni,
il vostro babbo si consultò con la signora, buon'anima, e poi rispose:
--Senti; queste ventimila lire io e mia moglie le abbiamo messe da
parte a forza di lavoro e di economia, perchè abbiamo dei figlioli;
chissà quanto ci vorrà a rifar questa somma, seppure la si rifarà mai
coi raccolti che non sono più quelli di una volta. Dunque bada a
pensarci seriamente; se questo denaro ti può salvare dal fallimento,
pazienza, te lo daremo, e sarà quel che Dio vorrà. Ma se devi fallire
ad ogni modo, non lo portar via ai nostri poveri bambini, a cui lasci
già la vergogna e gli toccherebbe la povertà insieme.
Ma quell'altro giurò per tutti i santi: «che con quei quattrini là,
non solo avrebbe accomodato tutti gli affari suoi, ma avrebbe fatto
questo e quest'altro, e guadagnato il doppio di quella somma, e che
l'avrebbe restituita coi frutti», e un mondo di promesse alla sua
maniera. Qui il babbo non ci credeva a tutte quelle grandezze, perchè
sapeva che testa aveva suo fratello; ma disse alla signora:
--Questo gli risparmierà il fallimento; cosa vuoi farci? ci va del
nostro onore.
E lei rispose:
--Ma sì; se è necessario daglieli pure, e qualche santo provvederà.
E gli diedero le ventimila lire per salvare la loro riputazione di
gente onesta.
Ma non salvarono nulla, perchè il signor Teodoro, quand'ebbe i denari
in mano, pensò a fare delle grandi speculazioni in America, e scappò
laggiù lasciando qui tutt'i debiti. A Santhià non si parlava d'altro,
e qui in casa si è fatto un gran piangere ed un gran vergognarsi.
D'allora vostro padre, che era già sempre di poche parole, si è fatto
così silenzioso, ed è divenuto più solitario e scontroso che non era
prima; perchè gli pareva che la gente nel vederlo dicesse: «Eccolo il
fratello del fallito». Dio, se ci ha patito! E la vostra povera
mamma,--io le ho sapute da lei tutte queste cose, che mi voleva bene,
e mi diceva tutto per isfogarsi,--non fu più lei dopo quel gran
cruccio, e per la pena di veder suo marito umiliato a quel modo; si
può dire che è stato quello il principio della sua malattia, povera
donna, che Dio l'abbia in gloria. Ora sono due anni che il signor
Teodoro è tornato dall'America con quel figliolino, che s'è rinforzato
un po'; la moglie gli è morta laggiù in mezzo ai selvaggi; e lui ha
girato un po' a Vercelli, un po' a Chivasso, un po' a Torino, ha
finito di consumare quei pochi quattrini che aveva, ed ora è venuto a
Santhià, e vorrebbe che il fratello si rimettesse a far interessi
comuni con lui. Glielo ha fatto dire da varie persone, ma il babbo ha
risposto che lui fa conto di non aver fratelli, dacchè quello che
aveva non è più degno di portare il suo nome, per la cattiva azione
che ha fatta. Dice che è stato il disonore della famiglia e la rovina
de' suoi figli, e non vuol sentirne parlare. Ecco. Dunque, tu,
Vincenzo, bada a non venir più fuori colla tua novità del ragazzo
nuovo, che ha il nome eguale al tuo, perchè gli fai dispiacere, al
babbo. Questa mattina t'ha udito; ho visto io che il giornale gli si è
messo a tremare nelle mani.
Vincenzo e le due sorelle maggiori avevano ascoltato con grande
attenzione e curiosità quella lunga chiacchierata, e la prolungarono
ancora con molte domande sui particolari, mentre la piccola Maria
dormiva placidamente, colle braccia incrociate sulla tavola ed il
capino sulle braccia.