I.

--Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo, che ha lo stesso nome di

me! esclamava un fanciulletto di undici anni, in sottanella da

chierico, entrando tutto affannato nella cucina del signor Dogliani,

colla cartella a tracolla, e il panierino della colazione sul braccio.

--Oh!

--Ah sì!

--Che ridere! risposero ad una ad una le tre sorelline alle quali

aveva parlato; ma risposero sbadatamente, senza distogliere la loro

attenzione dalla cuoca che stava girando lo sprone intorno agli

agnellotti per frastagliarli a bei festoncini uniformi.

--Tutti e due i nomi! tornò a dire lo scolaretto accostandosi alla

tavola. E guardava le bambine aspettandosi di vederle molto

meravigliate.

--Tutti e due i nomi! Vincenzo Dogliani!

Ma le bambine avevano ben altro da fare pel momento che dargli retta.

La Laura prendeva ad uno ad uno gli agnellotti, e li disponeva giro

giro sulla tafferia. La Maria, un po' più piccina, che poteva avere

sette anni, raccoglieva i ritagli di pasta man mano che la cuoca li

staccava, e li passava all'Elena, la sorella maggiore, già vicina ai

dieci anni, che ne faceva una pagnotta, la rimpastava e la rispianava,

col matterello.

Vincenzo stette un tratto a guardarle, poi, vedendo che nessuno gli

badava, cercò di togliere il matterello all'Elena, col pretesto

ch'egli aveva maggior forza per maneggiarlo, e la fece stizzire. Tentò

aiutare la Laura, e si fece dar sulla voce dalla cuoca perchè toccava

gli agnellotti colle mani sudice; e finì col prendere il vasetto della

tafferia, e, colla scusa di infarinare gli agnellotti, fece cadere una

tale pioggia di farina sulla tavola, sulle mani della cuoca, sul capo

delle bambine, dappertutto, che la cuoca, spazientita, li cacciò fuori

tutti quattro, e chiuse dispettosamente l'uscio della cucina.

L'Elena si mise a correre ridendo e scotendo il capo per farne cadere

la farina, e gli altri dietro, tenendosi per gli abiti.

Così entrarono come una raffica nella stanza da pranzo, dove il signor

Dogliani leggeva un giornale accanto al fuoco mezzo spento, ed una

giornante stirava la biancheria di bucato sulla tavola a ribalte, che

più tardi doveva essere allargata ed apparecchiata pel pranzo, ed

intanto, colle ribalte pendenti e coperta dallo stiratoio, serviva ad

un uso più modesto.

In casa Dogliani tutto era modesto. Non c'era salotto, nè studio;

quella stanza da pranzo teneva luogo di tutto; era vasta e ben

rischiarata da due porte a vetrate che mettevano nel giardino. Presso

una di quelle porte, che non si apriva mai, c'era un tavolino da

lavoro dove la Caterina, ch'era l'unica serva di casa, sedeva la sera

a rammendare il bucato, ed a prepararlo per quella stiratora, la quale

andava a giornata una volta ogni settimana. Alla parete di contro era

addossata una vecchia credenza, e presso la credenza c'era l'uscio. Le

altre pareti erano occupate, una dal camino colla rispettiva cassina

per la legna, l'altra da una scrivania sulla quale i ragazzi facevano

i compiti di scuola, quando il signor Dogliani non ci sedeva lui col

suo librone dei conti.

Il signor Dogliani era un uomo sulla cinquantina, taciturno, spesso

accigliato, un po' scontroso. Voleva un gran bene ai figli, ma non lo

sapeva dimostrare, o non voleva; di certo non li accarezzava punto,

non si intratteneva a chiacchierare e ridere con loro, ed essi erano

sempre in suggezione col babbo. Del resto era spesso fuori a

sorvegliare i suoi fondi, ed i figlioli passavano la giornata a

scuola. Si riunivano soltanto all'ora del pranzo.

Quel giorno, dopo essere entrati con tanto chiasso, le tre bimbe ed il

fanciulletto ammutolirono subito appena s'avvidero che il babbo era

già in casa. Lo salutarono, poi si raggrupparono intorno al tavolo per

guardare la stiratora, che badava a dire: «Laura, non appoggiare i

gomiti sulla salvietta che non la posso piegare. Maria, tira indietro

le manine, bada che il ferro scotta.»

Vincenzo credette il momento buono per richiamare l'attenzione delle

bambine sulla grande nuova che aveva riportata dalla scuola, e che in

cucina non aveva suscitata tutta la meraviglia ch'egli si era

promessa.

--Date retta dunque, disse a mezza voce. Oggi è venuto alla scuola un

ragazzo nuovo che ha lo stesso nome di me; nome e cognome....

Questa volta il risultato fu più inaspettato ancora della prima,

perchè, mentre le bambine stavano per rispondere, la stiratora urtò

col piede Vincenzo sotto la tavola, poi si mise un dito sulla bocca,

accennando che stesse zitto, e che anche le bambine stessero zitte,

che c'era il babbo.

--Che male c'è?... cominciava a dire Vincenzo, alzando apposta la

voce, perchè gli pareva che anche il babbo dovesse interessarsi di

quel fatto, ed ammonire la stiratora che lo lasciasse parlare.

Ma il babbo non intervenne, e l'altra daccapo ad urtargli il piede con

più forza, ed a fargli dei cenni misteriosi perchè stesse zitto. Poi

disse:

--Fammi il favore, Vincenzo, domanda alla Caterina se l'altro ferro è

caldo.

Era una buona donna, vecchia di casa, avvezza a trattare i ragazzi

senza cerimonie, e Vincenzo obbedì, ed uscì correndo per andare in

cucina. Ma non poteva capire perchè non s'avesse a parlare dinanzi al

babbo di quel suo compagno fenomenale. Era così bello d'aver quella

cosa meravigliosa da raccontare! Dacchè aveva udito la combinazione

strana di quel nome, era stato ansioso d'andarlo a ripetere a casa, di

chiacchierarne colle sorelline, e colla Caterina. Perchè mai glielo

proibivano?

--Perchè mai? domandavano impensierite le bambine che erano corse

tutte in cucina sulle calcagna del fratello, secondo una loro

abitudine di partire e di arrivar sempre in frotta come una volata di

passeri.

--Zitti, ragazzi! esclamò la stiratora, entrando anche lei in cucina

col ferro in mano col pretesto di cambiarlo. Non parlate di quello

scolaro nuovo dinanzi al babbo.

--Ma perchè, Rosa? Di', perchè? esclamarono in coro i bambini,

piantandole in volto i loro otto occhi sbarrati, curiosi, come otto

punti interrogativi. E la Rosa, sempre affaccendata e misteriosa;

--Perchè gli farebbe dispiacere. Lasciatemi andare, via....

--No, no. Di', che cosa gli importa al babbo? Che cosa c'è da far

dispiacere?

--Non gli fa dispiacere, lo irrita.

--Ma perchè? Perchè?

--Ve lo dirò poi; lasciatemi andare, che non s'avveda che sono uscita

per parlare di questo. E cercava di svincolarsi; ma i ragazzi la

stringevano davvicino:

--No, no. Dillo ora, Rosa. Perchè?

--Perchè quel ragazzo è figlio d'un suo fratello; ma zitti; vi dirò

tutto questa sera. E profittando dello sbalordimento prodotto da

quella rivelazione, la Rosa sfuggì alle otto braccia che la

trattenevano, e tornò al suo lavoro.

Questa volta sì che lo stupore fu grande! Esistevano un fratello del

babbo, ed un suo figliolo! Dunque essi avevano un cugino! I ragazzi

perdettero la parola dalla stupefazione, ed invece di correre tutti in

sala da pranzo dietro la stiratora, come non avrebbero mancato di fare

in tutt'altra circostanza, rimasero aggruppati sull'uscio della cucina

a fare delle congetture, a parlare tutti insieme, finchè la cuoca li

chiamò perchè aiutassero a preparare la tavola, mentre la Maria stava

ancora domandando a tutti «se un cugino che non si è mai visto resta

cugino egualmente» senza aver ottenuto una risposta che schiarisse il

suo dubbio.

Di solito a pranzo il babbo domandava:--Cosa c'è stato di nuovo alla

scuola? Ed i ragazzi cominciavano a raccontare, si animavano,

parlavano forte, ridevano o si bisticciavano; e, ad ogni modo, il

signor Dogliani poteva tacere e pensare a tutt'altro, senza che per

questo regnasse nel desinare di famiglia quel silenzio glaciale, che

toglie l'appetito e fa cattivo sangue. Ma quel giorno non la fece la

domanda che dava la stura alle chiacchiere. Di certo aveva udita la

famosa nuova di Vincenzo, e non voleva che se ne riparlasse.

Fu un pranzo silenzioso, sbrigato alla lesta; e subito dopo il signor

Dogliani uscì.

Si può figurarsi con che furia i ragazzi si precipitarono in cucina

intorno alla Rosa che finiva di mangiare, per farle dire di quello zio

e di quel cugino.

Senz'Amore · 第 17 / 34 题