VITE SQUALLIDE.

Erano due vecchie zitelle, e vivevano sole. La signora Rosa, tutta

piccina, tutta giallina per una malattia epatica, portava una

cuffietta bianca con alcune cocche di nastro turchino. La trina ed il

tulle erano di cotone, rilavati ed insaldati finchè ci potevano

reggere; ed il nastro aveva conservata appena una pallida tinta del

turchino primitivo. Nessuno, neppure tra i più vecchi conoscenti, si

ricordava d'aver mai visto la signora Rosa senza la cuffia; il fatto

era che quella cuffia l'aveva adottata prima di compir i quindici

anni, quando aveva sofferto per la prima volta un'itterizia acutissima

che non era poi mai guarita del tutto, e l'aveva accompagnata

fedelmente per tutta la sua povera vita. La signora Caterina invece

era forte e robusta, alta come un granatiere; ed anche i suoi modi

bruschi e la sua intelligenza rudimentale, sarebbero stati più adatti

ad un soldato che ad una signora. Signora, tanto per dire; ed equivale

a donna del ceto civile; ma quelle due sorelle erano poverissime.

Possedevano di patrimonio comune ed indiviso, seimila lire, le quali,

collocate presso un banchiere amico e lontano parente, fruttavano una

somma netta di trecento lire all'anno.

Fino a pochi anni prima che io le conoscessi molto davvicino, le due

zitellone avevano avuto la madre completamente cieca. A quell'epoca un

cugino parroco, cedeva alla vecchia parente un quartierino, annesso

alla sua parrocchia di S. Giovanni; quattro camere ed un giardinetto.

Lo cedeva gratuitamente, a condizione che le tre donne tenessero in

ordine la biancheria della chiesa ed i paramenti.

Con quanta coscienza adempivano a quell'impegno! La domenica e tutte

le feste comandate mettevano da parte i lavori dai quali cavavano da

vivere, e, dalla mattina alla sera, s'affrettavano ad intrecciare alte

trine a maglie complicate, per le tovaglie dell'altare. La signora

Rosa, che sapeva lavorar di fino, ricamava a punto buono l'animetta

per coprire il calice, il corporale, le cotte; orlava finamente i

camici, gli amitti, ed i purificatori. Non c'era sagrestia più ben

tenuta di quella di S. Giovanni.

La signora Caterina aveva la passione dei fiori; una passione muta,

senza espansioni, e modestissima. Non ricercava piante esotiche o

fiori di specie rara; curava devotamente i suoi geranî, i suoi

oleandri, le limonarie, le aspedistre, ed era felice di moltiplicarli,

di coprirne tutto il parapetto e tutte le aiuole del piccolo giardino.

Era la sua unica distrazione, il suo solo piacere.

Le trecento lire di rendita delle tre donne non bastavano al loro

vitto, per quanto modesto. Ed esse lavoravano per un negozio.

Lavoravano assiduamente, un lavoro monotono e mal compensato, e ci

mettevano uno zelo da artista. La signora Rosa cuciva biancherie

finissime, faceva trafori che parevano trine, rammendi che non

lasciavano più trovare la traccia della laceratura. La signora

Caterina non lavorava che a punto di calza; ma in quello era maestra.

Le venivano dal negozio delle calze colorate a disegni strani, delle

uose dello spessore di due centimetri, giubbini e mutande modellati

come maglie da teatro, coperte da letto d'un lavoro complicatissimo.

Lei prendeva quei modelli con mal garbo, dichiarava che erano

sciocchezze, che un bel punto semplice valeva sempre meglio, che, del

resto, lei non era capace d'imitare quelle corbellerie; che, neppure

sapendo, l'avrebbe fatto, perchè non metteva conto; erano idee da

gente leggera; preferiva perdere la pratica del negozio che

sottomettersi a fare quelle stranezze....

Intanto guardava, esaminava ben bene il modello co' suoi occhi loschi,

preparava i ferri in misura, la lana, infilava i punti, e, dopo

qualche tentativo più o meno felice, riesciva sempre a copiare la

nuova maglia.

Allora cominciava a sorridere colla sua povera bocca storta, un

sorriso muto e gongolante di legittimo orgoglio. E si metteva a quel

nuovo lavoro con ardore, immaginava tutte le applicazioni che gli si

potevano dare, se ne innamorava, disprezzava tutti i punti dell'anno

precedente; poi, quando il nuovo cominciava a passar di moda, si

ribellava, protestava, s'aggrappava a quell'ultimo capriccio, finchè

non ne veniva un altro ad innamorarla daccapo. Erano i suoi soli

amori, da vent'anni in poi, ed erano sempre amori degli altri, che le

venivano imposti.

Una volta sola nella sua vita aveva avuto un amore suo, un amore

d'elezione. Era come un romanzo la storia della signora Caterina; lei

non ne parlava mai, ma la signora Rosa si compiaceva di raccontarla

sommessamente, guardando sua sorella con un'ammirazione retrospettiva,

che nessuno poteva più condividere.

Da giovinetta, la signora Caterina era bellissima di volto come di

persona; allora c'era ancora suo padre, negoziante di generi

coloniali, che guadagnava molto; la famiglia viveva benino, e quella

bella fanciulla consolava i genitori del cruccio d'avere la

primogenita malata, ed invecchiata anzi tempo col suo pallore

giallognolo e la sua cuffia. Quando la Caterina ebbe vent'anni, le

misero il primo vestito da ballo e la condussero ad una festa. Là fece

la conquista d'un professore di contrabasso dell'orchestra della Scala

di Milano, che si trovava a Novara per la gran Messa in musica della

festa di S. Gaudenzio.

Prima di ripartire per Milano, egli domandò la Caterina in isposa; e

si combinarono le nozze col consenso di tutti, per la prossima Pasqua.

Durante quei mesi, lo sposo faceva frequenti gite a Novara. Non era nè

molto giovane nè molto bello; aveva una persona colossale, un viso

paffuto e colorito, troppo colorito. Ma era gioviale, buono,

espansivo; la Caterina ne fu presto innamorata come un'eroina da

romanzo. L'abito da ballo fu riposto nell'armadio, perchè il

corpulento fidanzato non si sentiva bastantemente leggero per danzare,

e non amava di vedere la sua bella sposa danzare cogli altri: ella non

rimpianse quel piacere appena assaporato; il suo amore si compiaceva

del sacrificio.

Dal dì di S. Gaudenzio, che è il 22 gennaio, alla Pasqua, corsero

dieci settimane, e furono dieci visite dello sposo, dieci gioie mute e

frenate per la Caterina, che lo vedeva in presenza dei suoi, gioiva e

palpitava di sentirselo accanto, ma non osava aprir bocca, e lo

guardava appena. La decima visita, però, doveva unirli per sempre; e

lo sposo, che giunse la sera, era tripudiante, esaltato, pazzo d'amore

e di felicità. La Caterina piangeva in silenzio; si sentiva tanto

contenta e tanto amata, che ne era commossa.

La mattina, vestita da sposa, e pallida pel turbamento interno, era

più bella che non fosse stata mai. Rimaneva muta dinanzi allo

specchio, guardandosi fissa, come se quella bella figura le riescisse

nuova, e sorridendo forse al pensiero della gioia che proverebbe il

suo sposo al vederla. La piaceva di sentirsi ammirata. Scese le scale,

voltandosi indietro per vedersi lo strascico dell'abito bianco; era il

suo primo abito a strascico.

C'erano tutti gl'invitati, e le carrozze erano alla porta. Soltanto lo

sposo non era comparso.

Aspettarono un quarto d'ora, poi giunse il sagrestano a dire che in

Duomo tutto era pronto, e che il parroco si impazientava, perchè

c'erano molti ammalati di vaiuolo, che aspettavano i sacramenti.

--Infatti c'è il Tale che sta male, ed il Talaltro che è moribondo,

disse il padre della sposa che conosceva tutte le famiglie della

città. Questo vaiuolo fa strage, da pochi giorni in qua.

Si mandò un garzone del negozio all'albergo a chiamare lo sposo, per

non far attendere il parroco più a lungo. Lo sposo dormiva

saporitamente. Bussa e ribussa, non c'era verso di farsi udire; e

l'uscio della camera era chiuso internamente. Era un giovane

assestato; aveva con sè il denaro pel viaggio da nozze, aveva dei

gioielli, e non s'era fidato, con quel sonno di piombo che benediva le

sue notti, a lasciar l'uscio aperto in una pubblica locanda.

Vedendo che il giovane del negozio non tornava nè collo sposo nè colla

risposta, il suocero ci andò lui, e volle che l'albergatore facesse

aprir l'uscio del suo futuro genero.

--Ieri sera era in allegria, ha bevuto anche qualche bicchiere di

marsala; chissà quando si sveglierebbe, a lasciarlo fare.

L'albergatore aveva una seconda chiave, colla quale riescì a spingere

fuor dalla toppa quella che c'era di dentro, e poi ad aprire.

Entrarono nella camera. Le imposte erano chiuse, e lo sposo dormiva

sempre.

--Che sonno da marmotta!, disse l'albergatore. E spalancando le

imposte, fece entrare un bel raggio bianco di sole invernale che

illuminò tutta la stanza.

In quella la voce del suocero esclamò:

--Per Dio! Si doveva prevederlo, che era una disgrazia!

Il giovane giaceva col capo rovesciato sui guanciali, il volto

pavonazzo, gli occhi iniettati e grossi come se fossero per uscire

dall'orbite, e la bocca contorta, dalla quale pendeva la lingua

stretta fra i denti, ed orribilmente gonfiata. Era morto d'apoplessia.

Si fece di tutto per ingannare la Caterina. Si disse d'un telegramma,

che lo aveva chiamato improvvisamente a Milano, che tornerebbe... Ma

non c'era apparenza di verità. Il matrimonio sospeso, il turbamento

mal dissimulato di tutti, le fecero indovinare una catastrofe, e la

misero in una convulsione terribile. Piangeva, urlava, sragionava, si

strappava i capelli e le vesti, voleva fuggire, voleva gettarsi dalle

finestre.

Bisognò chiamare il medico, il vecchio medico di sua sorella Rosa, che

era sempre in cura pel suo fegato. Per disgrazia, appunto quel giorno

il medico era a letto con un'infreddatura. Gli altri erano tutti in

giro per le visite mattutine; e nè in casa nè alle farmacie si

potevano trovare. Intanto la ragazza dava in ismanie, pareva che

impazzisse.

Finalmente il padre pensò ad un malato di vaiuolo, presso il quale un

medico aveva passata la notte, perchè l'infermo era aggravatissimo. Vi

accorse, e trovò appunto il dottore che usciva dalla camera del

moribondo. Non gli parve vero di condurlo subito da sua figlia, che a

forza di calmanti si tranquillò, sebbene rimanesse inconsolabile.

Era guarita dalla convulsione; però, dopo alcuni giorni, fu presa dal

vaiuolo, che si sviluppò violento, terribile. Il medico le aveva

portata l'infezione. La sua forte natura, la sua gioventù lottarono

lungamente, e trionfarono del male; ma la bella fanciulla rimase

orrenda. La bocca era contorta, gli occhi loschi; la pelle violacea e

fortemente butterata pareva la corteccia d'un popone; ed uno

stiramento di nervi sotto la guancia sinistra, torceva perennemente il

collo da quella parte. Così erano finite la gioventù e la bellezza

della signora Caterina. Quelle dieci visite dello sposo, avevano

riassunta tutta la parte di poesia e d'amore, concessa alla sua povera

vita.

Dopo d'allora erano passati molti anni. Il padre era morto, lasciando

gli affari del negozio in cattivo stato; e le due sorelle,

invecchiate, s'erano trovate povere colla madre cieca, e s'erano

ritirate nella casa del prete, dove, per dodici anni, avevano fatto la

stessa vita di lavoro e di reclusione solitaria.

Dopo dodici anni, la madre cieca si era spenta quietamente, senza

malattia grave, senza dolore. Ed allora il prete aveva reclamato il

suo quartierino.

Quando io le vedevo giornalmente, la casa di San Giovanni non era più

che una memoria rimpianta del loro monotono passato. La signora

Caterina non aveva più fiori. Abitavano sulla piazza del mercato di

contro alla nostra casa. Avevano una camera da letto, dove dormivano

tutte e due, ed una prima stanza che chiamavano sala, ma che in realtà

sarebbe stata una cucina. C'era un camino, nel quale la signora

Caterina cucinava il pranzo, una tavola coperta di marmo bianco, che

era il mobile di lusso, l'orgoglio delle due sorelle, due seggiole

poste ai lati del balcone, e, contro la parete di faccia alla tavola,

un mobile misterioso coperto con un tappeto verde. Quel mobile erano i

fornelli; ma non funzionavano da fornelli. Nei due vani, destinati ad

accogliere il carbone acceso, erano stati messi due grandi bacini di

terra, che lungo il giorno stavano coperti da un'asse sul quale si

stendeva il tappeto. Nel vuoto sotto i fornelli c'era il secchio

coll'acqua, c'era la mestola e c'erano due casseruole lucenti, avanzo

della passata grandezza, che non s'adoperavano mai.

Per quanto di buon'ora si alzassero i vicini, nessuno riesciva mai ad

essere tanto sollecito da prevenire le due zitellone. Quanto a me, a

qualunque ora scendessi dal letto, le vedevo sempre sedute ai due lati

del balcone, con due panierini di vimini ai piedi per riporvi le lane,

il filo, le forbici, e tutti gli arnesi da lavoro. La signora Rosa

cuciva, tenendosi il lavoro sulla punta del naso perchè era miope; e

la signora Caterina faceva calze con una rapidità sorprendente, dalla

parte del cuore, perchè non poteva voltare il capo dall'altro lato.

Aveva raccolta qualche novità da raccontare alla sorella, perchè a

quell'ora aveva già fatta la sua corsa giù nella piazza del mercato,

per le provviste della giornata. Narrava il prezzo delle ova, del

burro, dei legumi, e se dalla fruttaiola l'aveva servita la madre o la

figlia, e quanta gente c'era dal salumaio. La signora Rosa ascoltava

in silenzio; aveva i gusti più fini, e quelle ciarle da mercato non la

interessavano.

Quando mancava un quarto d'ora al mezzodì, la signora Caterina posava

il lavoro nel suo panierino, allontanava il paracamino, accendeva il

fuoco e con un pentolino ed una padelletta, che stavano appunto

nascoste sotto il camino, preparava il pranzo: una zuppa di magro,

oppure condita col lardo, e delle ova o della verdura.

Al mezzodì tutto era pronto, e le due sorelle pranzavano, civilmente,

con una bella tovaglia pulita sulla tavola di marmo. Poi la signora

Rosa, colle sue mani gialline e delicate, toglieva il tappeto che

copriva i fornelli, alzava l'asse, e nei due bacini, rigovernava. Non

ho mai capito perchè quella faccenda la facesse appunto lei, che aveva

bisogno di serbare il suo ricamo candidissimo. Forse perchè era tanto

esigente sulla pulizia, e non si fidava della rigovernatura sollecita

che avrebbe fatta sua sorella. Ad ogni modo le sue mani non serbavano

la menoma traccia di quell'ingrata operazione; erano sempre morbide e

gialline, ed il ricamo non ne pativa. Al tocco il camino era di nuovo

mascherato dal paracamino, i fornelli, ricoperti dall'asse e dal

tappeto, avevano ripresa la loro aria misteriosa di sarcofago, e le

due sorelle erano sedute al loro posto ai lati del balcone, coi loro

lavori, che non ismettevano più fino alla sera.

Quando imbruniva, profittavano del breve momento in cui non era tanto

buio da accendere il lume, per cenare con pane e noci, o pane e frutta

fresca, a seconda della stagione. Poi accendevano una lampadetta ad

olio, e tornavano a lavorare fino alle nove. Dacchè erano venute ad

abitare di contro, la sera la passavano spessissimo da noi. Ma sempre

lavorando. In casa loro, il balcone aperto era l'unico distintivo

dell'estate; il caldanino ai piedi era l'unico distintivo

dell'inverno. Il fuoco non era mai acceso nel camino fuorchè quando

s'aveva a preparare il pranzo. Stufe non ce n'erano. I caldanini erano

fatti colla carbonella e duravano tutto il giorno; e dovevano

prepararli in quelle ore mattutine che non mi riescì mai di

sorprendere, quando nessuno, tranne le due zitellone, era fuori dal

letto. Da venti, da trenta, da quarant'anni facevano sempre quella

vita, tutti i giorni eguale, meschina, arida, senza un bene,

strascicando una salute sciupata in una sequela di privazioni.

All'estate l'aria era cattiva. Tutti s'andava in campagna; Novara

rimaneva deserta. Le due sorelle s'affacciavano al balcone per vederci

salire in carrozza, colle valigie, la mattina della partenza; ci

salutavano colla mano, e prima che la carrozza avesse voltata la

cantonata, erano ancora sedute ai loro posti, coi loro lavori.

Passavano per noi tre mesi di gite, di vendemmie, di merende, di balli

campestri, di recite di beneficenza, di spassi d'ogni maniera; ed alla

fine di novembre, arrivando in città, sbucando sulla piazza, le prime

cose a vedersi erano la signora Rosa e la signora Caterina ai due lati

del balcone, coi due panierini, e la calza, ed il ricamo.

Veniva il carnovale; c'erano i teatri, i balli, noi s'andava fuori

quasi ogni sera; le due zitellone non potevano più venire a lavorare

in compagnia; ma la loro vita non mutava; era sempre quella, sempre

eguale, regolata come un orologio; sempre le stesse cose alle stesse

ore. Eppure non si lagnavano mai, ed erano sempre pulite, e pei giorni

di festa serbavano un vestito di seta nera; andavano superbe delle

loro trecento lire di rendita, e la signora Caterina diceva: «E non

sono imbarazzata a guadagnarne altrettante». La signora Rosa sorrideva

in silenzio, perchè in realtà la maggior parte di quel magro guadagno

era dovuto a' suoi fini lavori; ma la signora Caterina, che era la più

forte, si considerava come capo della casa, e parlava sempre in prima

persona.

Un giorno, un unico giorno indimenticabile, le vidi capitare a casa

nostra in un'ora insolita, mentre era chiaro, e si sarebbe potuto

lavorare. La signora Caterina era più rossa, più violacea del solito;

la signora Rosa era più gialla, ed ansimava di più. Entrarono nello

studio del mio padrigno, e chiusero l'uscio.

S'udì un parlare concitato, poi dei singhiozzi; poi l'uscio si aperse

e la signora Rosa uscì per la prima col viso inondato di lagrime; ma

neppur il pianto convulso aveva potuto arrossare la sua faccina

anemica; era giallina come al solito; soltanto gli occhi natavano

nelle lagrime e la faccia era lucida. La signora Caterina si soffiava

il naso, e diceva, facendo l'indifferente: «C'è una nebbia quest'oggi

che la si taglierebbe col coltello». Mio padrigno aveva la parrucca di

sghembo coll'incavo d'un orecchio in mezzo alla fronte; segno di gran

turbamento di spirito. Uscì subito colle zitellone.

Il banchiere, amico e lontano parente, pressa il quale erano collocate

le seimila lire famose delle povere donne, era fallito.

Per più d'un mese non udii parlar d'altro che di fallimento, di

sindaci di fallimento, tanto per cento, ecc. ecc. Non credevo di veder

più la fine di quel discorso; e mi faceva una gran pena. La signora

Rosa non era più giallina, ma color d'arancio, e non mangiava più. La

signora Caterina, malgrado la diminuzione della rendita, faceva delle

spese stravaganti per preparare dei piattini alla sorella. Comperava

del cervello di capretto; un giorno mise persino al fuoco una delle

casseruole relegate sotto i fornelli. La signora Rosa sorrideva d'un

sorriso mesto, e contemplava con ammirazione la sua sorella burbera e

buona, che non se ne avvedeva perchè non poteva voltare il capo.

Ci fu un grande andirivieni in tribunale; e poi una mattina le due

donne vennero da noi, portando qualche cosa nel grembiule. La signora

Rosa aveva sempre quel sorriso desolato; ma la signora Caterina era

raggiante di gioia. Nel grembiule aveva tremila lire; il cinquanta per

cento ottenuto dal sindaco del fallimento sul loro capitale. Quel

capitale lei non lo aveva mai veduto, era come nominale. Invece le

tremila lire le sentiva, vedeva luccicare i marenghi nel suo

grembiule; alla sua corta intelligenza riesciva impossibile di

comprendere che aveva fatta una perdita, mentre aveva tutto quel

denaro che le tintinniva in grembo; le pareva d'essere arricchita, e

rideva del suo riso muto e gongolante, dicendo alla sorella:

--Via! Ti posso dare molti fritti di cervello, con tutto questo.

Mio padrigno trovò modo d'impiegare quelle tremila lire al sei per

cento. Ma tuttavia v'erano sempre centoventi lire all'anno di meno: il

prezzo della pigione. Senz'allontanarsi dalla piazza le povere donne

mutarono alloggio e presero una camera sola. Poi ripigliarono la

solita vita lavorando ancora di più, mangiando ancora meno, facendo

durare più a lungo le cuffie della signora Rosa, i vestiti, le scarpe;

ma serbandosi sempre pulite, e nei giorni di festa portando sempre il

vestito di seta nera.

Mio padrigno morì; la nostra famiglia si disperse. Io fui assente da

Novara parecchi anni; quando ci tornai, di passaggio, le due zitellone

erano ancora sedute ai due lati del balcone, coi due panierini ed i

due lavori. La signora Rosa ricamava cogli occhiali, la signora

Caterina aveva delle rughe che complicavano ancora più i rabeschi

fatti dal vaiuolo sul suo volto violaceo. Si intrattenevano ancora,

una del romanzo della signora Caterina, l'altra dell'avventura del

fallimento.

Sempre malate, sempre miserabili, sempre laboriose, sempre rassegnate,

hanno bisogno di tutte le forze, di tutto il coraggio, e di tutte le

ore della loro povera vita, per mantenerla in quello squallore. Ora

debbono essere vecchie del tutto; in quell'età in cui i mali si

aggravano, il lavoro riesce più difficile, e le forze mancano per

sopportare le privazioni.

Ma finchè la morte o l'infermità non le avranno atterrate, lavoreranno

ancora, lavoreranno sempre, lavoreranno l'una per l'altra, e,

nell'assenza d'ogni speranza, la loro anima semplice e mite non

conoscerà la disperazione.

Ricchi generosi che amate di far il bene, e cercate le miserie

tragiche nelle cronache dei giornali, quando le due seggiole saranno

abbandonate ai lati del piccolo balcone, possa il caso o Dio farvi

alzare lo sguardo a quei posti deserti. Forse nei loro lettini bianchi

le due vecchie piangeranno per la prima volta di non poter lavorare.

Forse la più malata sarà già morta, e la superstite, nella sua

miseria, soffrirà sola.

Senz'Amore · 第 8 / 34 题