--A martedì, disse Marco, stringendo lungamente la mano della sua
sposa e guardandola fisso.
--A martedì, rispose lei, abbassando gli occhi e facendosi rossa come
una fiamma. Egli si chinò e la baciò sulla fronte il che sollevò un
vocío di commenti giulivi da parte della mamma, delle amiche, e di
vari signori. Ma, nè Marco nè la Maria mostrarono d'udire quegli
scherzi. Per loro nulla era più serio del sentimento che li turbava.
Si strinsero la mano di nuovo e si separarono in silenzio.
Erano alla stazione di Camerlata. Marco salì in convoglio per tornare
a Milano. La sposa colla sua mamma ed alcuni conoscenti, montarono in
varie carrozzelle da nolo per tornare alla villa, tra Gradate e
Portichetto.
Le nozze dei due giovani si dovevano celebrare il martedì prossimo a
Gradate, ed era appunto la sera del giovedì, quattro giorni prima, che
Marco si separava per l'ultima volta dalla sua sposa. Aveva passata
quasi una settimana alla villa della vedova Nardi, che stava per
diventare sua suocera, ed in quel tempo s'era fatta la richiesta al
Municipio, s'erano presentate le carte necessarie, e Marco ne
riportava le copie a Milano, per riporle fra i documenti di famiglia.
Salito nel vagone guardò traverso lo steccato la Maria che saliva in
carrozza, svelta ed elegante; nell'oscurità della sera non vedeva che
la linea della persona disegnata dal vestito chiaro. Ma l'aveva nel
pensiero, nel cuore, negli occhi, e gli pareva di distinguere il viso
lungo e delicato, la pelle bianca, i grandi occhi turchini ombreggiati
da ciglia scure, la fronte larga e bassa, ed i bei capelli biondi che
le facevano intorno una frangia di riccioli.
Non s'amavano d'un lungo amore da romanzo, non erano cugini nè amici
d'infanzia. Un conoscente comune aveva detto a Marco:
--Dovresti sposare la signorina Nardi. Non è ricca, ma ha una trentina
di mille lire, è semplice, colta, gentile, timida come una bambina
dinanzi agli estranei, ma in famiglia è allegra, schietta e
coraggiosa. E sopratutto è buona; profondamente buona.
--Non la conosco, aveva risposto Marco.
--Non conosci quella bionda alta e sottile che incontriamo spesso,
quando siamo a Como, sulla strada di Camerlata in compagnia di una
signora matura, che è sua madre?
Era la mamma di Marco che prendeva parte al discorso per richiamargli
alla mente la giovinetta. Suo figlio aveva venticinque anni passati;
ella desiderava che si ammogliasse, ed osservava le fanciulle che
incontrava, per cercare una nuora. Quella le era andata a genio; era
anch'essa, come Marco, figlia unica d'una vedova; l'analogia della
situazione poteva essere una causa d'amicizia, un vincolo fra le due
mamme.
Marco si ricordò infatti quella giovinetta. L'aveva osservata poco;
gli era sembrata una bambina. Ma dopo quel discorso ci pensò, se la
richiamò alla mente, bella, ingenua nella sua gioventù immacolata, e
provò un turbamento al pensare che quella fanciulletta candida la
darebbero a lui, che potrebbe essere sua, vivere con lui nella più
stretta intimità.
Il giorno dopo gli riesci d'incontrarla che usciva di casa colla
madre; la seguì da lontano, inebriandosi all'idea di possedere quella
bella figurina bionda, che gli altri osavano appena guardare, dinnanzi
alla quale si dovevano studiare delle perifrasi per velare i discorsi
meno che puri, ed evitare ogni parola ardita. La vide farsi rossa
rossa nel salutare un signore che aveva inchinata sua madre, e pensò
che quel rossore verginale egli potrebbe, forse tra poco, baciarlo.
La signora Bellazio incaricò l'amico, da cui era venuta la prima
proposta, di fare la domanda di matrimonio; le signore Nardi madre e
figlia conoscevano Marco di persona, e la Maria si fece molto rossa
quando sua madre le domandò come lo trovasse.
Il portatore dell'imbasciata fu incaricato d'invitare i signori
Bellazio a passare una giornata alla villa Nardi presso Gradate; e
Marco vi andò agitatissimo, turbato da mille curiosità, impazienze,
paure. Era già innamorato, e quando ripartì la sera per Milano, non
solo era fidanzato, ma era certo d'essere amato dalla Maria.
Erano passate sei settimane soltanto, e Marco tornava un'altra volta a
Milano solo; ma era l'ultima. Fra quattro giorni doveva andare a
Gradate, prendersi la sua bella sposa, e partire con lei per un luogo
qualsiasi; lui solo con lei sola. Quell'amore di due mesi era più
caldo che un amore d'infanzia, che una passione contrastata da anni.
Serbavano tutta la loro freschezza d'impressioni, non avevano esaurita
la gioia di vedersi, di parlarsi, di studiarsi; si promettevano ancora
un mondo di scoperte e di rivelazioni nella conoscenza più intima.
C'era nel cuore di Marco la commozione profonda di chi aspetta una
gioia sicura. Non si impazientava. Si deliziava di pensare a quel
breve passato; di sentire la sua tenerezza, di figurarsi quella di lei
ricordandone le parole, gli sguardi, i rossori; e di pregustare la
felicità che si era assicurata. Era una commozione che lo faceva
piangere, ma anche il piangere gli riesciva dolce.
Arrivò a Milano tardi. Sua madre era già a letto. S'affaccendava tutto
il giorno fuori di casa, nel nuovo alloggio che avevano appigionato,
per apparecchiare il quartierino degli sposi, accanto al quale s'era
riservate tre stanzette per sè; e quando rientrava nella casa che
stava per abbandonare, era tanto stanca che andava subito a dormire.
Marco invece era troppo eccitato quella sera per aver sonno. Aprì la
cassetta della scrivania nella quale doveva riporre i documenti di
famiglia che aveva riportati. Pose la sua fede di battesimo in una
busta con quelle de' suoi fratelli e d'una sorella. Erano stati
quattro, ed ora si trovava solo.
Mise un sospiro, che passò come un soffio lieve sul giubilo del suo
cuore, poi prese una seconda busta, sulla quale era scritto di mano di
sua madre: «Fedi mortuarie.»
Anche là ce n'erano parecchie, tutte piegate insieme l'una nell'altra
per ordine di data. Marco aperse il piego e si pose a leggerle:
«Alberto Bellazio; morto il 20 gennaio 1873, nato il 2 febbraio 1847.»
--Aveva ventisei anni, povero Alberto, pensò Marco. Ora ne avrebbe
ventotto, sarebbe già ammogliato; aveva un'amore d'infanzia colla
signorina Montani.... E si figurò quella graziosa donnina giovane alle
sue nozze; invece da parte sua non c'erano altri parenti che sua madre
da invitare.
Mise da parte quella fede, e guardò l'altra che stava sotto:
«Elena Bellazio, maritata Villa, morta il 4 luglio 1871, nata il 10
agosto 1845.»
--Anche lei aveva ventisette anni, ed ha lasciati quei due bambini
tanto gracili, che il padre dovette andare a stabilirsi in riviera per
tenerli vivi coll'aria e coi bagni di mare.
La gioia di Marco era offuscata. Il pensiero di quei cari morti che
gli lasciavano tanto vuoto intorno, di quei nipotini la cui vita era
tanto incerta, lo rattristava. C'era ancora una fede da togliere prima
di mettere a posto quella del padre.
«Vittorio Bellazio morto il 30 settembre 1868, nato il 2 agosto 1843.»
A ventiquattro anni non ancora compiti. Si moriva tutti tanto giovani
nella sua famiglia! Povera mamma! Di quattro figli ne aveva già
sepolti tre. Ed era stata sola a sopportare quegli immensi dolori. Il
marito l'aveva perduto da tanti anni, quando i figli erano ancora
piccini. Marco non l'aveva neppure conosciuto. Era nato da poche
settimane, quando il padre era morto, dopo sei anni di matrimonio. Sei
anni, povera mamma, e poi venticinque di solitudine. E non s'era
rimaritata, non aveva amato più. Tutti quegli anni di gioventù li
aveva consacrati ai suoi figli...
Marco rimaneva intento su quella carta, col capo fra le mani,
fantasticando tutto quel passato triste, quelle date funebri che
avevano funestata la sua famiglia; e non poteva scacciarsi dal
pensiero quell'età: ventisette anni. Tutti erano morti prima di
compire i ventotto. E lui ne aveva quasi ventisei.
Se anche lui avesse dovuto morire fra un anno, fra pochi mesi! E
lasciare la sua sposa vedova, così giovinetta... E magari con un
bambino; un bambino gracile, malaticcio, come i figli della povera
Elena... E condannarla ad una vita d'abnegazione e senz'amore come
quella della sua mamma!.. Oh Dio Dio! Ma perchè morivano tutti. a
quell'età? Che maledizione li perseguitava?
Lui era sempre stato assente in quelle circostanze. Aveva passati sei
anni in Isvizzera; i particolari delle malattie che gli avevano
portati via tre fratelli li ignorava. Ma doveva essere una soia
identica malattia; una triste eredità di famiglia.
Impaziente, nervoso, frugò ancora fra le carte, e tirò fuori le
dichiarazioni mortuarie del medico, delle quali sua madre aveva
serbate le copie.
«Tisi polmonare. Tubercolosi. Tisi galoppante...»
Marco s'era fatto pallidissimo, fino le labbra erano bianche. Tremava
tutto, aveva le mani diaccie, ed un infinito abbattimento lo invadeva
come se stesse per morire.
--La tisi non perdona. Io pure dovrò andarmene come i miei fratelli.
Questo pensiero si formulò nel cervello di Marco come una verità
accertata, indiscutibile. Gli pareva impossibile di non averlo saputo
prima. Era alto e sottile; era magro anzi. Ecco perchè sua madre non
gli aveva mai voluto parlare delle malattie de' suoi poveri morti.
Gli diceva che quel discorso la rattristava troppo. Ma invece, era per
non impensierir lui, che lo sfuggiva. E suo padre pure era morto prima
dei ventotto anni, d'una malattia di languore, diceva la vedova.
Doveva essere lo stesso male che si era riprodotto nei figli. Marco
esaminò le dichiarazioni mediche che rimanevano, spiegazzando le carte
con mano febbrile. Anche il padre era morto di tisi polmonare.
Marco ripensò i bambini di sua sorella pallidi e biondi, colle manine
lunghe o la vocina esile.--Così sarà tutta la nostra generazione. La
mia, perchè quei bambini non vivranno tanto da procreare altri
infelici...
Tutti i sogni ridenti che aveva portati da Gradate erano dileguati;
pareva che gli avessero steso dinanzi un velo nero fitto.
Vedeva sè stesso debole, steso in una poltrona, e la sua bella sposa
dimagrita, curva sulla culla d'un bimbo moribondo, in una casa
malinconica...
Piangeva un pianto silenzioso, desolato; piangeva la sua salute
perduta, le sue speranze morte, il suo amore...
--Dovrò confessar tutto alla Maria ed a sua madre. Non voglio
ingannarle. In coscienza non potrei farlo. Se accetta di dividere la
mia vita di sventura...
Quella scena triste tornò a passargli dinnanzi al pensiero; e la Maria
era vestita a bruno, ed il bimbo moriva...
--Se accetta? Ma son io che non debbo accettare il suo sacrificio. Son
io che debbo rinunciare a sacrificare una povera giovane, a mettere al
mondo dei bimbi malati, ad eternare la disgrazia che pesa sulla mia
famiglia...
Sonò il tocco dopo mezzanotte. Alla metà di settembre le nottate
cominciano ad essere fredde. Marco sentì un brivido percorrergli le
reni, ed un impeto di tosse gli scosse un momento il petto. Crollò il
capo, come per dire: «Ecco, sono andato.»
Poi prese un foglio di carta e si mise a scrivere. La penna scorreva,
scorreva nervosamente, le righe si coprivano con grande rapidità, ed
intanto i singhiozzi lo scotevano tutto, e tratto tratto qualche
lagrima cadeva sul foglio. Si asciugava gli occhi perchè non ci vedeva
più, e tirava via a scrivere, a scrivere. Era un addio disperato,
tragico, alla sua sposa. Non doveva vederla più, ed esser forte. La
sua coscienza glielo comandava; voleva obbedire coraggiosamente, pel
bene di lei. Poi cominciava a dirgliene la ragione. E si fermava a
piangere su quelle morti immature, su quelle tombe, e s'inteneriva, e
s'abbandonava a ricordare i suoi sogni di felicità svaniti per sempre,
a fare grandi proteste d'amore e di devozione malgrado tutto, fino
alla morte, alla sua morte solitaria...
Traverso i vetri chiusi della finestra si vedeva già il bianco
dell'alba che non pareva ancora luce, e Marco non aveva finito di
scrivere, e piangeva sempre. Continuò ad accumulare le pagine, triste,
desolato, ed ogni volta che la brezza mattutina, gli dava un brivido,
provava come il terrore della morte.
Quando, più tardi, entrò nella camera della sua mamma, la povera donna
fu impaurita, tanto era pallido in viso, cogli occhi cerchiati e
profondamente mesti.
--Che cosa ti accade, Marco? Per carità! gridò balzandogli incontro.
Egli si lasciò andare come morto sopra una sedia, e cedette ancora ad
un impeto di pianto. Poi, facendosi forza, vergognoso di quell'atto di
debolezza, si asciugò gli occhi, cercò di rinfrancare la voce, e
disse:
--Non è nulla, mamma; non istò male per ora; soltanto, sento una
sensazione di freddo in mezzo alle scapole, ed ho un po' di tosse...
La mamma si fece bianca bianca, ed un'espressione di inesprimibile
angoscia le alterò il volto. Aveva udite tante volte quelle parole!
--Ma da quando hai la tosse? domandò tutta tremante. Da quando ti è
venuto questo male?
--Chi lo sa? È il nostro male di famiglia; ne portiamo il germe
nascendo... Ma questo non importa, soggiunse Marco sedendo accanto
alla signora Bellazio, che a quel discorso era caduta sulla sedia in
una profonda desolazione. Non importa ch'io viva qualche anno più o
meno. Quello che mi affligge è di non averci pensato, avanti di
contrarre un'impegno colla Maria... Io non ho diritto di prender
moglie per trasmettere ai figli la disgrazia che ha colpiti tutti
noi...
E le disse la sua risoluzione, tornando a commuoversi.
--Staremo fra noi, mamma. Mi assisterai tu come hai assistiti gli
altri, ed almeno non avremo rimorsi...
Le preghiere, le persuasioni della madre non valsero a nulla; era così
convinto di dover morire che si sentiva già staccato da tutto;
studiava in sè i sintomi del male, e vedeva coll'immaginazione il
quadro della sua fine.
Tutto quello che la signora Bellazio potè ottenere fu che non
prendesse una risoluzione prima d'aver parlato col medico.
Lei non poteva credere che Marco fosse malato.
--Sei sempre stato forte, andava ripetendo. È la prima volta che dici
d'aver la tosse. E poi, non rassomigli a nessuno de' tuoi fratelli, nè
al babbo, poveretto. Rassomigli a me che sono robusta. Ma che! Ma che!
Tu non hai nulla...
Il tempo incalzava. Si chiamò il medico il giorno stesso; il dottor
Andreoni, un vecchio che aveva assistiti tutti i figli ed il marito
della signora Bellazio. Egli fece una lunga oscultazione, esaminò il
giovane minutamente, e si mostrò soddisfatto del suo stato.
--Non solo non ha la menoma lesione ai polmoni, disse, ma non ha
nessuna disposizione ad averne. Ha un bel torace ampio, e
l'apparecchio respiratorio non potrebbe essere meglio costituito. Stai
di buon animo, figliolo. Potrai morire di qualsiasi male, perchè tutti
si muore, ma non morrai di tisi.
La signora Bellazio piangeva di gioia a quelle parole. E Marco pure
parve rassicurato. Soltanto disse che aveva ricevuto una scossa, che,
qualunque ne fosse la causa, pel momento non si sentiva bene. E senza
mandare quella lettera disperata che aveva scritta, volle ad ogni
costo che si differissero le nozze per qualche tempo, finchè egli non
si sentisse completamente ristabilito in salute.
La signora Bellazio andò in persona a Gradate il giorno stesso per
evitare che si facessero gli ultimi apparecchi; espose le circostanze
che avevano inquietata pel momento la coscienza delicata di Marco, ed
ottenne dalla signora Nardi, non solo una facile adesione, ma una
vivissima approvazione per quella misura di prudenza, che mirava a non
esporre sua figlia ad un matrimonio disgraziato. Le due vedove si
separarono amichevolmente:
--I ragazzi sono giovani, conclusero; quando Marco sarà guarito, se la
Maria sarà ancora libera, si riuniranno.
In casa Bellazio si riprese la solita vita. Da circa un anno, Marco
aveva ottenuto il posto di direttore meccanico in una grande officina.
Passati quei giorni di turbamento, ricominciò ad uscire il mattino pe'
suoi lavori, ed a passare la giornata fuori. Era taciturno, e questo
faceva meraviglia perchè aveva un carattere naturalmente sereno ed
espansivo. Ma sua madre attribuì quella malinconia all'allontanamento
della sposa, alle speranze che aveva lasciate svanire, e non gliene
parlò. Alla fine di settembre madre e figlio andarono ad abitare il
nuovo alloggio preparato per gli sposi; ma la sposa non c'era, e
l'inaugurazione del quartierino elegante fu tutt'altro che festosa. La
camera nuziale rimase chiusa, e Marco si fece mettere un letto nello
studio, una stanzetta piccola dove stava rinchiuso tutte le ore che
non erano reclamate dalle sue occupazioni fuori di casa, assorto in
lunghe letture.
Sua madre avrebbe preferito di passare la sera in compagnia, o di
vederlo andar fuori e divertirsi; ma egli rispondeva sempre:
--Questa sera non ho voglia di parlare; preferisco leggere un poco;
sarà per domani, mamma. Ma il domani di star allegro e di divertirsi
non veniva mai.
--Non ti senti bene? domandava spesso sua madre. Ma egli la
rassicurava: era soltanto un po' stanco... E lei confidava che col
carnevale tornerebbe allegro, e si riprenderebbero le relazioni colle
signore Nardi.
L'ottobre passò uggioso a quel modo. Neppure l'ora del piccolo pranzo
di famiglia, che altre volte era tanto animata dalle ciarle di Marco,
dalle sue dimostrazioni affettuose verso la mamma, dalle loro
discussioni sulla musica, sull'esposizione di Brera, sulle mode, sulle
nuove pubblicazioni, ora era silenziosa e triste. Marco mangiava poco
e distrattamente, ed appena aveva finito, pigliava un giornale o un
libro per aspettare il caffè, poi se ne andava nella sua camera.
Qualche volta la signora Bellazio lo pregava di accompagnarla a
teatro. «Al Manzoni c'era la compagnia Pietriboni che dava una nuova
commedia di Ferrari. Al Dal Verme c'era l'opera semiseria con artisti
buoni...» Marco non si faceva pregare; ma rimaneva tutta la serata in
fondo al palco, senza prestare la menoma attenzione allo spettacolo.
In novembre il dottor Andreoni, che andava qualche volta a passare la
sera colla signora Bellazio, le disse:
--Che cos'ha Marco? Questa mane l'ho incontrato; era un po' abbattuto,
e serio serio. Ha in mente ancora quella malinconia della tisi?
--No, rispose la madre. Dice che non ci pensa più; ma di certo ha
cambiato carattere dopo che ha mandato a monte il matrimonio.
--Cerchi di ravvicinarlo alla sposa. Dacchè è rassicurato sulla sua
salute, non c'è più ragione che rinunci a' suoi disegni. L'amore della
sposa, il cambiamento di vita, l'orgasmo delle nozze, gli faranno del
bene. Non mi piace quella tristezza.
La signora Bellazio ne parlò al figlio:
--Ora che sei persuaso di non essere ammalato, perchè non vai a fare
una visita alle signore Nardi che sono tornate in città?
--Non mi pare il caso, rispose Marco. Dacchè abbiamo rotto il
matrimonio...
--Rimandato soltanto, a tempo indeterminato; e fra noi non c'è stato
nessun dissapore. Temevi per la tua salute, hai preso tempo a
riflettere. Ora stai bene, la tua affezione è sempre la stessa per la
Maria, mi figuro. È naturale che tu ritorni a lei.
--È ancora troppo presto, disse Marco. E poi, non si sa che
impressione abbia fatto sulla Maria il mio distacco. Preferisco
incontrarla in società, vedere prima come si contiene, se si mostra
risentita, se ha cambiato pensiero...
Ma in società Marco non ci andava. Diceva sempre che era stanco, che
aveva da scrivere, e differiva di volta in volta. Si faceva sempre più
misantropo.
Il dicembre fu molto rigido. Ci furono delle grandi nevicate che
rendevano le contrade quasi impraticabili. Andando all'officina, dove
per la fine dell'anno si dovevano fare delle riforme e degli
ingrandimenti, Marco si prese un'infreddatura, che lo obbligò a stare
qualche giorno a letto. La signora Bellazio fece subito chiamare il
medico, e quando questi entrò in camera, Marco disse:
--Ci siamo, dottore; ora comincia la tosse.
--E domani finirà, rispose il medico ridendo; poi, dopo averlo
visitato, soggiunse:
--Ti sei buscata una bronchite; leggera, ma che ti farà stare a letto
una settimana.
Marco sorrise con aria incredula, e non rispose.
Dopo cinque o sei giorni si alzò, ma sempre più triste. Il dottor
Andreoni lo trovò seduto in una poltrona colle mani pendenti, il capo
chino, un'aria da vittima rassegnata, come se fosse stato infermo
tutta la vita. Gli applicò il termometro sotto l'ascella, lo esaminò,
poi disse:
--Sei guarito; abbiti un po' di cura per alcuni giorni ancora, e non
c'è altro. Sta di buon animo.
--Sì, sì, sono guarito; ripetè Marco col solito piglio incredulo.
--Perchè lo dici a quel modo? Cosa ti senti?
--Nulla mi sento. Sto benissimo. Fra sei mesi starò anche meglio. Non
vede come ingrasso? E mostrò le sue mani, che infatti, da qualche
tempo, erano smagrite, como tutta la sua persona.
--Sfido! Se non mangi...
--Si mangia a seconda dell'appetito che si ha, e si ha appetito a
seconda della salute.
--Ma la salute, mio caro, dipende anche molto dalle disposizioni
d'animo in cui viviamo. Tu, da un pezzo in qua, ti dai alla vita
solitaria, alla malinconia. Se credi che questo regime ti giovi...
--Caro dottore; io non sono più pauroso d'un altro. La morte non mi
spaventa; ma ammetterà che la prospettiva di finire come i miei poveri
fratelli, di lasciar qui la mamma sola, dopo averle straziato il cuore
con una lunga malattia, non è fatta per mettermi di buon umore.
--Ma dove la vedi questa prospettiva? domandò il medico; t'assicuro
che sei forte, che stai benissimo.
Marco mostrò parecchi trattati di medicina che aveva sulla scrivania,
e che da qualche tempo erano diventati i suoi libri prediletti, e
disse:
--Questi sono più sinceri di lei, dottore; mi dicono la verità che lei
vorrebbe nascondermi, e mi fanno bene, perchè mi preparano
all'avvenire che mi aspetta.
Il dottore si trattenne a lungo a discorrere con lui; gli espose
minutamente il suo stato di salute, la sua costituzione, quali gli
risultavano dalle ripetute visite, precisamente come avrebbe fatto con
un collega chiamato in consulto. Ma Marco gli rispondeva colla solita
ragione del male ereditario. Quell'idea gli si era fitta in mente con
una forza spaventosa, e gl'impediva di apprezzare qualsiasi argomento
in contrario.
I giorni passarono, venne il gennaio, cominciarono le feste del
carnevale, e Marco continuava a stare in casa come un convalescente.
Quando gli dicevano di uscire rispondeva che faceva freddo, che il
tempo era umido, e rimaneva per lunghe ore immobile nella poltrona, e
guardava fuori dalla finestra con certi occhi da moribondo che saluta
la luce, che faceva veramente pietà.
Il medico cominciò a mettersi in pensiero seriamente.
--Se vai di questo passo, ti ammalerai davvero, gli diceva.
Ma tutto era inutile, e Marco dimagrava visibilmente.
Sul finir di gennaio il dottor Andreoni prese a parte la signora
Bellazio e le disse:
--Mia cara signora, bisogna assolutamente che quel ragazzo cambi modo
di vivere, se non vuole ammalarsi. Sono quattro mesi che si sta
crucciando con un'idea penosa; è dimagrato, e quella malinconia
potrebbe procurargli il male che teme.
--Ma cosa posso fare? domandava la povera donna piangendo; ho tentato
ogni mezzo, gli ho proposto di viaggiare, ho invitati i suoi amici,
l'ho obbligato ad accompagnarmi fuori; ma, con chicchessia e dovunque,
la sua tristezza non lo abbandona mai. Cosa posso fare, mio Dio?
--Cerchi di persuaderlo che non ha nessun male, che non ha
disposizione alla tisi; non c'è altro. Infatti non ci ha disposizione,
glielo assicuro io in coscienza.
Dopo un lungo colloquio col medico, che passò una parte della serata
con lei, la signora Bellazio entrò da Marco, pallida ed abbattuta,
cogli occhi ancora rossi, ed un gran peso sul cuore. Era una scena
desolante. Avere in sè la certezza che il suo ultimo figlio era sano,
che avrebbe potuto vivere, e vederlo spegnersi volontariamente per un
pensiero ostinato, vederlo andare incontro alla morte straziante de'
suoi poveri fratelli, era una tortura, per quella madre già tanto
sventurata.
Eppure in quel momento era evidente che un'altra agitazione la
turbava. Lottava con sè stessa. Sentiva d'avere un dovere da compiere,
e non ne aveva la forza.
Un momento s'accostò al figlio, e susurrò: «Senti, Marco;» poi le
mancò il coraggio di proseguire; una timidezza invincibile le
strozzava le parole in gola. Quello che doveva dire era troppo
difficile.
Sull'imbrunire, rinfrancata dalla penombra che la avvolgeva come in un
velo, cominciò:
--Senti, Marco; debbo dirti una cosa...
Ma quand'egli le alzò in viso i suoi occhioni indifferenti con
un'aspettazione senza interessamento, si intimidì un'altra volta, e
soggiunse fremendo:
--No; non posso. Vi sono delle confessioni difficili; troppo
difficili, per una povera donna.
Andò fin sull'uscio per ritirarsi nella sua camera, poi tornò
indietro, nervosa, eccitata, ed esclamò:
--E tuttavia non posso lasciarti passar la notte così. Da' retta, tu
non sei malato, non puoi esserlo; capisci che non puoi esserlo;
capisci che non puoi? Che sono io che te lo dico?
--Tu ne sai di molto, rispose Marco, col suo sorriso rassegnato. Lo
dici oggi perchè l'avrai udito dal medico. Ma se non è oggi sarà
domani. Quando si è di quel ceppo....
--Ma se _non sei_ di quel ceppo! gridò la povera donna, nascondendosi
il volto fra le mani e scoppiando in singhiozzi.
--Mamma!... esclamò Marco balzando in piedi.
Ma la vide in una convulsione di pianto, avvilita, vergognosa, e non
osò dir altro.
Ella rimase un momento, forse aspettando una interrogazione
conciliante sulla colpa che confessava, poi uscì sempre piangendo e
senza scoprirsi il volto.
Marco non ebbe il coraggio di trattenerla. Provava un'ignota
sensazione di vergogna come se il colpevole fosse stato lui. Ad un
tratto si sentì travolto in tutt'altro ordine di sentimenti e d'idee.
Il germe del male di famiglia non c'era; non potè pensarci più. Ma
sentì un'onta pesargli addosso, come un nemico da combattere, e tutto
il suo sangue si mise a ribollirgli nelle vene. Non era debole, non
era malato, ed aveva un avvenire dinanzi a sè. Sentì di dover agire,
ed il primo pensiero che gli si affacciò alla mente fu per sua madre.
L'aveva vista piangere di vergogna, e ne sentiva una grande pietà.
Avrebbe voluto andare ad abbracciarla, a dirle che comprendeva quanta
abnegazione doveva esserle costata la rivelazione di quel segreto; che
quell'atto di lealtà espiava molto; che l'amava sempre, che voleva
perdonarle. Pensava delle scuse per lei; la sua gioventù, l'infermità
del marito, forse un matrimonio contratto senza amore; ma al momento
d'avviarsi gli mancò il coraggio.
Dacchè era al mondo, era avvezzo a trattarla con tanto rispetto, che
gli sarebbe sembrato d'insultarla facendo allusione a quanto lei aveva
confessato. Era un argomento di cui non era possibile parlare fra
loro. Non avrebbe osato neppure di rivederla per qualche tempo;
sarebbe bastato che i loro occhi si fossero incontrati, per
confonderli e farli arrossire tutti e due.
Si diede a pensare seriamente che cosa potrebbe fare.
Dopo quella rivelazione le cose erano mutate per lui. Il patrimonio
del signor Bellazio non gli apparteneva. Egli poteva, per salvare
l'onore di sua madre, portarne il nome, ma non voleva appropriarsene
il denaro. Quando aveva domandata la mano della Maria era quasi ricco;
ora possedeva soltanto il suo impiego e poche migliaia di lire
guadagnate nella sua brevissima carriera da ingegnere, e che aveva già
spese in parte per addobbare la sua nuova casa.
--Se mi ama davvero, questo non dovrebbe cambiare le sue risoluzioni,
pensò. E stabilì di andare dalle signore Nardi la mattina seguente.
Quanto a sua madre, non si sentiva la forza di rivederla pel momento.
Scrisse un biglietto:
«Mamma cara,
«Perdonami se vado via per alcuni giorni senza salutarti; e consolati
nel tuo cuore amoroso, pensando che sono guarito dalle ubbie che mi
tormentavano,
«Vado dalle signore Nardi. Le mie circostanze sono un po' mutate. Non
so se la sposa che avevo scelta quando mi credevo ricco s'accontenterà
ora d'un povero giovane senza patrimonio.
«Perchè sai che non ne ho, non posso averne. L'usufrutto appartiene a
te, e la proprietà della sostanza Bellazio spetta ai figli della mia
povera sorella.
«Ho fede nell'affezione e nella generosità della Maria, e credo che il
matrimonio si farà egualmente e presto. In tal caso accompagnerò
quelle signore a Gradate, perchè desidero di maritarmi quietamente in
campagna, e poi anderò a fare un breve viaggio per aspettare il giorno
delle nozze. Allora ci rivedremo, mia cara mamma, e vivremo sempre
uniti, nel nostro bel quartierino, che la tua bontà ci ha preparato, e
dove la camera nuziale non sarà più chiusa. Parleremo dell'avvenire
che ci aspetta, soltanto dell'avvenire; e saremo tutti felici. Tu pure
sarai felice, mamma cara e venerata sempre.
«_Il tuo_ MARCO.»
Quando la mattina volle consegnare la lettera alla cameriera, da
rimettere a sua madre appena si fosse svegliata, gli fu risposto che
la signora aveva dovuto uscire di buon'ora, ed aveva lasciato nella
sua camera un'imbasciata per lui.
Marco entrò subito nella camera di sua madre, e trovò infatti un
biglietto sulla scrivania diretto a lui.
--«Non posso assistere alle tue nozze, scriveva la povera donna, nè
vivere, come avevo sognato, presso di te. Non si può illudersi che il
male non si espii presto o tardi; e questa è la mia espiazione. Vado a
Nervi presso i bambini della povera Elena, e se il loro babbo mi
vorrà, rimarrò con loro. Posso sperare almeno che tu mi scriva?»
L'umiltà di quella lettera fece male al cuore buono di Marco. Ma egli
non potè a meno di approvare quella separazione.
Erano appena le nove, e sarebbe stato impossibile andare a quell'ora
in casa Nardi. Impiegò il tempo che gli rimaneva da aspettare, a
scrivere una lettera a sua madre, invece di quella che aveva
preparata. Le notificò la sua risoluzione di rinunciare al patrimonio
Bellazio, ed aggiunse dei rimpianti per la sua lontananza e delle
espressioni affettuose, molto al disotto però della tenerezza
vivissima che provava in quel momento per lei. Temeva che qualsiasi
manifestazione insolita potesse parere un'allusione alla confessione
ricevuta, e si trattenne per non dir troppo.
Dalle signore Nardi, Marco trovò facilmente il modo di spiegare come
si fossero dissipati i dubbi che lo tormentavano circa la sua salute.
L'assicurazione ripetuta del medico dopo un'osservazione di quattro
mesi, era più che sufficiente a persuadere chiunque della sua buona
costituzione. Ma fu imbarazzato per addurre una ragione soddisfacente
del suo improvviso cambiamento di stato. Non c'era tempo da pensarci
su, e dovette appigliarsi al solito pretesto delle speculazioni mal
riescite. Gli era rimasto soltanto un piccolo capitale, che aveva
sacrificato per fare una rendita vitalizia a sua madre, affinchè
potesse godere le agiatezze alle quali era avvezza....
Se si fosse trattato di persone più cupide ed esperte di affari,
sarebbero forse nate discussioni sulla legalità della cosa. Ma la
Maria era innamorata, e non badava ad altro; e la madre, vedova
anch'essa, approvò di buon grado quello che un figlio devoto aveva
fatto per un'altra madre vedova. Del resto gli sposi, tra tutti e due,
potevano mettere insieme circa dieci mila lire all'anno; Marco era
avviato in una buona carriera e la sua condizione prometteva di
migliorare sempre; era ancora un discreto partito. Quelle ragioni
d'interesse spiegarono anche l'allontanamento improvviso della signora
Bellazio. Certo fra lei ed il figlio c'era stata qualche discussione
che, per quanto accomodata, lasciava un lieve screzio, e li faceva
desiderare di non far casa comune.
Le nozze, il viaggio, quelle prime sorprese della felicità,
assorbirono talmente Marco, che non ebbe testa di pensare a nulla.
Mandò due telegrammi a Nervi, nei quali non faceva che dare nuove
ottime di sè e della sposa, e sfogare la sua gioia. Fu soltanto al
ritorno, coll'animo più tranquillo, che cominciò ad avvedersi d'un
grande riserbo nelle lettere di sua madre.
Erano scarse e brevi; parlavano pochissimo di lei, e più dei bambini,
che crescevano sempre bellini e gracili. Marco aveva risentita tanta
riconoscenza per l'abnegazione, con cui quella povera donna, ch'egli
avrebbe onorata sempre come una santa, s'era avvilita con una
confessione tanto penosa, pur di rassicurarlo sulla sua salute, che
non capiva come mai ella non gli tenesse conto di tanta gratitudine e
di tanta indulgenza. Dal canto suo la madre, in quella prima lettera
di Marco, dove anche le parole di perdono e d'amore erano tenute nei
limiti del linguaggio abituale, per timore d'offenderla con
un'allusione al suo errore, aveva trovata una freddezza, che non la
faceva pentire di certo della sua confessione eroica, ma gliela faceva
considerare mal compensata.
Ella si andava ripetendo la vecchia storia di Cristo e della Maddalena
che ha incoraggiati tanti errori, e imbaldanziti tanti colpevoli, e
pensava che Marco era stato crudelmente severo verso di lei, che gli
aveva consacrata tutta la vita. Quel rifiuto del patrimonio non
l'aveva preveduto, e la crucciò profondamente. Avvezza ad una vita
molto agiata, le pareva che Marco dovesse patire delle privazioni. E
d'altra parte, a che titolo poteva insistere perchè accettasse quel
danaro? Non osò parlarne; non osò neppure mandare il dono di nozze che
aveva preparato per la sposa; tutti i suoi gioielli nuziali rilegati a
nuovo. Era ancora una ricchezza di casa Bellazio; la respingerebbero
di certo, e lei fremeva al solo pensiero di quell'affronto.
Dal canto suo Marco diceva:
--Povera donna. Nell'impeto dell'affetto materno la sua coscienza le
ha strappato quella confessione: ma ora rimpiange l'aureola d'onestà
che ha dovuto sacrificarmi, e nel suo orgoglio offeso non mi perdona
d'averla involontariamente obbligata ad un'umiliazione.
Finirono per credere ciascuno ad un risentimento che in realtà non
esisteva nell'altro. Cioè, esisteva, sì, nell'animo di Marco, un
immenso rammarico per quella colpa della madre. Come mai aveva
offuscata la sua bella riputazione di donna onesta? E chi era
quell'uomo? Ci pensava con fastidio, e non avrebbe voluto conoscerlo.
Non gli perdonava d'aver avvilita sua madre. E quel povero marito
malato, debole, condannato ad una morte immatura, e, per colmo di
sventura, tradito, prendeva nel suo cuore generoso il posto del padre
che disprezzava. Di tutto questo si era proposto di non lasciar
trasparire nulla alla sua povera mamma, e di perdonare, di perdonar
tutto, di gettare un velo sul passato, ricordandosi soltanto la sua
lunga vita di solitudine e di dolore e di devozione materna.
Ma la freddezza di lei inasprì il suo giudizio, ed egli finì per
pensare:
--Infine, se si allontana da me, se non vuol vivere colla mia sposa
onesta, vuol dire che sa di non meritarlo, o che non mi ama quanto io
credevo.
E rivolse tutto il suo affetto alla propria famiglia, la quale andò
d'anno in anno aumentando d'un piccolo essere, che reclamava un
grandissimo posto nel suo cuore e ne' suoi pensieri.
Quando i bambini furono quattro, e la Maria, un po' stanca, sentì il
bisogno d'un aiuto, Marco non osò pregare sua madre di venire a vivere
in casa sua. S'era allontanata di sua volontà, non gli aveva fatto
neppure una visita in sei anni; non conosceva nessuno de' suoi figli;
non lo amava più. Egli diceva fra sè:
--Accade alle volte che una donna onesta, trascinata in fallo da un
momento di passione, prenda in uggia il figlio che le ricorda
quell'ora vergognosa della sua vita. Io poi, che fatalmente dovetti
saper tutto....
Fu la madre di sua moglie che andò a vivere con loro per assistere la
Maria nelle sue cure materne.
Marco provò un momento d'imbarazzo quando dovette annunciare alla
signora Bellazio quella novità. Due volte cominciò una lettera su
quell'argomento, ma non gli riescì di concluder nulla. Finì per dire
la cosa semplicemente, come una circostanza secondaria in una lettera
delle solite, senza mostrare di darci maggior importanza.
«Mia suocera, che in causa dei bambini è venuta a vivere in famiglia
con noi, m'incarica di unire i suoi saluti affettuosi ai nostri....»
La risposta, sebbene molto ritardata, era piena di malinconia. La
mamma ritrovava tutta la sua tenerezza. «Si struggeva di vedere Marco.
Sapeva che la vita attiva lo aveva fortificato, che era anzi sulla via
d'ingrassare. Il medico glie lo aveva scritto. Le era riserbata quella
gioia dopo tanti dolori, di sapere che suo figlio vivrebbe lungamente,
sano, con una famiglia rigogliosa. Oh quanto desiderava di vederla
quella famiglia, quanto!»
Marco, nel segreto del suo studio, pianse su quella lettera della
madre. «Ella si teneva in corrispondenza col medico per essere
informata della sua salute, povera donna. Egli l'aveva accusata a
torto di non amarlo. Non era che il sentimento della sua umiliazione
che la teneva lontana.»
Marco non aveva mai avuto bisogno di cure mediche in quei sei anni.
Aveva un florido appetito, digeriva senza avvedersene, dormiva bene,
resisteva alla fatica; il suo umore era sereno ed uguale, i suoi nervi
tranquilli. La Maria, nei lievi incomodi delle sue crisi materne,
aveva desiderato d'essere assistita dal suo medico di famiglia, che
più tardi aveva curati anche i bambini nelle loro piccole malattie.
Il vecchio medico Andreoni era stato lasciato da parte. Marco lo aveva
incontrato qualche volta qua e là, ma aveva appena scambiate poche
parole, e l'aveva lasciato senza invitarlo a visitare sua moglie. Gli
rimaneva un resto d'imbarazzo per la scena della sua tisi supposta;
non sapeva in che termini la signora Bellazio gli avesse spiegata la
guarigione di quell'idea fissa. Temeva che sapesse tutto, perchè
godeva da anni la confidenza della famiglia. Ed il dottore era tanto
vecchio, e d'un'onestà così esemplare e riconosciuta, che Marco si
trovava male dinanzi a lui, pensando che forse giudicava severamente
sua madre.
Ma, al ricevere da lei quella lettera affettuosa, provò un gran
desiderio di rivedere il vecchio amico della sua famiglia. Dacchè sua
madre gli scriveva, e riceveva da lui le informazioni sulla salute del
figlio, era certo ch'egli la teneva sempre nella stessa
considerazione, e non sapeva nulla.
Non osò andarlo a trovare dopo tanto tempo, ma frequentò il circolo
politico dove l'aveva incontrato qualche volta, sperando in una
combinazione fortunata. Sgraziatamente la combinazione non capitò, e,
domandando ad un conoscente, seppe che il dottor Andreoni era
ammalato.
Allora non esitò più, ed andò a vederlo. Non era una malattia grave;
era un accesso di podagra che impediva al vecchio quasi ottuagenario
di uscire di casa. La vista di Marco gli fece un piacere vivissimo.
Gli strinse le mani, tanto commosso, che alla prima non potè parlare;
poi gli disse:
--Dammi un buon bacio, figliolo; e raccontami come stai e cosa fai.
Marco lo informò della sua situazione, della sua famiglia, di tutto.
--Cinque bambini! esclamò il vecchio. Daranno molto da fare alla tua
sposa.
--C'è la sua mamma che l'aiuta, disse Marco un po' imbarazzato.
--Ma non vive con voialtri, osservò il vecchio,
--Sì, da qualche mese facciamo casa comune; appunto per i bambini....
--Ah! Era il posto della tua povera mamma, quello! sospirò il medico.
--Ma quegli altri due laggiù che sono orfani, hanno tanto bisogno di
lei, s'affrettò a rispondere Marco.
--È vero, è vero, soggiunse il medico. E la tua salute come va? Ci hai
più pensato alla tisi?
--Che! Non ci ho disposizione; disse Marco. Ora ingrasso davvero. E
poi ho fatte le mie prove. Capirà che la direzione d'un'officina così
vasta non mi lascia molto riposo. Alle volte mi tocca di salire venti,
trenta chilometri al giorno, in montagna, per vedere dei materiali;
non posso badare nè al sole nè all'umidità; eppure non ho mai avuto
una tosse. Sono refrattario.
--E non hai paura che quel male si sviluppi?
--Che! È stata un'impressione giovanile. Ero appunto nell'età in cui
sono morti tutti i miei. Ma ora l'ho passata quell'età, e di parecchi
anni, purtroppo.
--Quanti anni hai?
--M'avvio verso i trentatrè,
--Dunque ora sei sicuro. Ed il medico continuò a parlargli di
quell'argomento. Gli narrò molti casi, di famiglie colpite da una
malattia ereditaria, nelle quali poi il contagio s'era arrestato per
non ripetersi più per molte e molte generazioni. Del resto Marco non
ci pensava più da un pezzo, ed anche indipendentemente dalla ragione
suprema che gli aveva data sua madre, non capiva come mai avesse
potuto lasciarsi impressionare a quel modo.
Quando si alzò per congedarsi, il vecchio gli disse:
--Non permetterai che, quando potrò uscire, io venga a conoscere la
tua signora?
Marco accolse quella domanda con gioia; provava un vero sollievo a
quel ravvicinamento. Infatti, circa due settimane dopo, il dottor
Andreoni andò in casa Bellazio, si fece subito amico colla Maria e
volle vedere tutti i bambini che trovò belli e floridi. Più li
esaminava e più si metteva di buon umore.
--Che toraci! esclamava, e che organi vocali! Questo deve rassicurarti
sullo stato dei loro polmoni.
Marco sorrideva di compiacenza. Aveva infatti la calma serena d'un
uomo felice.
--Se li vedesse tua madre! disse il medico. Una nube passò sulla
fronte di Marco. Forse quella stessa salute di lui e dei figli, non
farebbe che richiamarle il ricordo vergognoso della loro origine.
Intanto le nuove di Nervi erano consolanti a proposito dei nipotini di
Marco. L'aria marina aveva rifrancata la loro costituzione debole. La
ginnastica, un buon regime igienico, avevano contribuito a risanarli.
Tutti e due avevano scelta la carriera militare, e si disponevano ad
entrare in un collegio dì marina.
Una mattina Marco ricevette un biglietto dal dottor Andreoni che lo
pregava di recarsi da lui, e vi corse subito.
--Non sono venuto io da te perchè avevo bisogno di parlarti da solo,
disse il vecchio appena lo vide entrare. Aveva un'aria assai grave, e
Marco si impauri.
--La mamma è ammalata? domandò ansiosamente.
--No, figliolo. Tua madre è sana e forte, ed è lei che ha trasfuso in
te quell'onda di sangue puro che ti ha salvato.
Marco chinò il capo, e non disse nulla.
--Sicuro, ripigliò il medico. Lei, lei sola, capisci?
L'imbarazzo di Marco cresceva. Cosa voleva dire quell'allusione? Alzò
gli occhi imbarazzato, un po' severo, come per far comprendere al suo
vecchio amico che quel discorso era indiscreto. Ma il dottore
continuò:
--Al suo sangue robusto devi la tua salute fisica; ed al suo cuore
generoso ed eroico, devi la tua salute morale.
Tacque un minuto, guardando il giovine onestamente negli occhi, poi
vedendolo turbato e commosso soggiunse:
--Ti ha ingannato! È sempre stata la più onesta delle mogli, adorava
il suo povero marito, ed adora te, perchè sei tutto quanto le è
rimasto di lui.
Marco si alzò con impeto, tutto pallido e tremante come per correre ad
abbracciare sua madre. Poi si gettò al collo del vecchio, e rompendo
in un pianto convulso esclamò:
--Oh, dottore! Mi dica che è vero!
--L'ha immaginato lei, nella sua disperazione quell'inganno pietoso.
Me lo disse più tardi, ed io non potei che approvarlo, dacchè ti aveva
guarito dall'idea fissa che ti perseguitava; ma non sapevo che dovesse
costarle tanto dolore, nè durar tanto. Speravo che tu la richiamassi,
e che avreste continuato a vivere insieme fino al giorno in cui,
vedendoti rassicurato, ella potesse giustificarsi con questa lettera.
E gli porse una lettera suggellata. Marco l'aperse, e, traverso le
lagrime che gli velavano gli occhi, lesse:
«Figlio mio, legittimo e caro:
«Il medico mi dice che, se non riesco a rassicurarti sulla tua salute,
la tua vita e la tua ragione sono in pericolo.
«Finora non vissi che per te, ti sacrificai la mia gioventù; ora ti
sacrifico assai più: l'orgoglio d'essere stimata da te. Affronto il
tuo disprezzo per salvarti; mi accuso d'una colpa che non ha commessa;
ma quando sarò morta, il dottore, o chi ne riceverà l'incarico da lui,
ti consegnerà questo foglio. Ed allora saprai che oggi ho mentito per
salvarti, ma che non ho mai mancato a' miei doveri di moglie; e
rispetterai ancora la mia memoria.»
Quella lettera portava la data di circa otto anni prima; il giorno
indimenticabile di quella rivelazione.
Il povero giovane si disperò, pianse come se avesse ricevuto un
annunzio di sventura. Non poteva perdonare a sè stesso di avere
creduto quell'enormità, d'aver lasciato sua madre sotto il peso di
quell'accusa. Diceva al vecchio parole crudeli perchè aveva permesso
quel sacrificio inumano, poi lo baciava, e lo bagnava di lagrime, e lo
benediva per averglielo rivelato.
La mattina del giorno seguente, dopo la colazione, la signora Bellazio
madre stava nella stanza da pranzo di suo genero a Nervi, preparando
il corredo dei giovani marinai, tutta intenta a numerare le camicie,
le calze, le pezzuole. Ma era triste. Quei fanciulli, che aveva
cresciuti con tanta cura, se ne andavano; il padre voleva stabilirsi
alla Spezia per essere vicino a loro. E lei doveva di nuovo cambiar
paese, trovarsi un'altra volta fra gente ignota, lontana da tutti
quelli che amava. Suo genero, del resto, aveva poco più di
quarant'anni. Era amantissimo dei grandi viaggi; era lui che aveva
insinuato ai figli l'idea di scegliere quella carriera. Alla prima
partenza, di certo egli si sarebbe imbarcato per seguirli; e lei
sarebbe rimasta sola, ora che cominciava a sentirsi vecchia,
--Arrivano dei signori, nonna, disse il più giovane dei suoi nipoti,
entrando tutto eccitato; sono scesi or ora al cancello del cortile.
La signora Bellazio si scosse di dosso qualche filo bianco, che le era
rimasto dal riavviare la biancheria, e s'avviò verso l'uscio per
andare nel salotto.
Ma, prima che ci arrivasse, vide entrare il vecchio medico, che le
aperse le braccia, e le disse:
--Sono qui tutti, e sanno ogni cosa. L'ho detto; non ne potevo più;
ora che lei rimaneva sola...
E Marco si precipitò al collo di sua madre, singhiozzando come un
bambino; e dopo un primo sfogo le mise intorno tutti i suoi figli, e
sua moglie, dicendo:
--Oh, mamma cara! mamma santa!
La Maria s'era inginocchiata presso la suocera e le baciava le mani,
mentre i bambini, a cui avevano detto di abbracciare la nonna,
esclamavano giubilanti:
--Un'altra nonna! un'altra nonna!