Sulla bassa ora di quello stesso giorno capitò al castello un altro
individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di
volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era
costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata
da Barnabò Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per
compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante
aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasciò
la città quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un
avventuriero che piglia a cóttimo le vendette di un potente, ed ora
toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro
padrone.
Quel uomo, per solito odioso ai famigliari del conte, quasi fosse
un parassita che faceva cotenna a spese loro, ebbe questa volta
un'accoglienza festosa; perchè la brigata, che dimagrava dalla
curiosità, credette d'avere in lui il mezzo a toglier un émbrice, come
si suol dire, e veder chiaro nelle stanze secrete del conte.
Medicina, condotto súbito al cospetto del suo signore, ripetè quello
che costui già in parte sapeva dalla stessa fanciulla: colla sola
differenza che il sospetto di una violenza diveniva, nella bocca
del ciurmatore e con data più recente, la certezza di una vendetta
compiuta.
Il conte non volle udir altro; impose silenzio al suo esploratore,
che stava spacciando notizie sul conto de' suoi nemici; e, postosi a
sedere, si mise a scrivere, per ordinare al castellano di Pavia che
venissero, nel più breve termine possibile, allestite una mano di fanti
e più barbute, da spedirsi a Campomorto onde tenere in rispetto le armi
del signor di Milano, che avevano violato i confini.
Il ciurmatore, entrando nelle stanze del conte, guardando sottocchi
attraverso la folta siepe delle sue ciglia, aveva veduto quanto
bastasse per conoscere che l'ospite misterioso era una donna; da altre
circostanze comprese, o meglio indovinò, chi ella fosse.
L'avido servidorame, che aspettava ritorno dì Medicina per
scapricciarsi, dovette ancora tener chiusa in cuore la sua matta
voglia; poichè il ciurmatore, riposto lo scritto del conte, escì
inosservato per una porta secreta. Egli non era uomo da vendere le cose
sue a chi non sapesse pagarle a lira e soldo, Consegnato l'ordine al
castellano di Pavia, tornava alle sue tende, ridendo in cuor suo del
tardo provedimento, da lui suscitato pel solo motivo di crescer fede al
suo zelo. Pensava che i compagni carichi di bottino dovevano essere già
in ordine di partenza, e che i soldati del conte non avrebbero nemmanco
il tempo di portar acqua alla casa arsa. Certo del fatto proprio, egli
divorava la via colle sue lunghe gambe, e lasciava errare la mente
fra un mondo di liete follíe. Ei si chiamava l'uomo a cui nulla è
impossibile: amico di tutti per trarne denaro e protezione, a tutti
nemico per combattere, vincere e far bottino.
Ma quale fu la sua sorpresa allorchè, vicino al conquiso villaggio,
invece di trovarvi i suoi, vide un mascalzone del contado, che armato
di picca simile a quella de' suoi bravacci, stava facendo la sentinella
a capo della via? La meraviglia diventò stupore all'accorgersi, che
colui l'ammiccava, aspettandolo al varco per far cadere su lui il
rigore della consegna. Infine credette sognare, quando una voce alta
e franca, prova indubia di una risolutezza che non scende a patti, gli
intimò volgesse a dritta per la strada maestra, senza metter piede nel
villaggio.
Alla prima ingiunzione, rispose egli col far spallucce e con una
bestemmia: e tirò avanti. — Ad una seconda, più viva ed imperiosa,
credette opporre una di quelle risposte che non ammettono replica;
snudò la spada, e fece arco di tutto il suo corpo, per spingersi avanti
e dare una lezione a quel marrano.
Era costui di quelli che sanno mostrare il viso all'occasione, e che
volentieri cercano un pretesto per torsi il prurito dalle mani; per
cui, senza dire all'arrivato “sta in guardia„ capovolse la picca, gli
misurò il troncone sulle spalle e sul capo fuor d'ogni regola di buona
guerra, e si arrestò solo quando lo vide in tale posizione da essergli
impossibile il cader più al basso. Urlò Medicina all'insulto; egli
avrebbe in quel momento venduta l'anima, per avere un mezzo qualunque a
ripigliare la lotta. — Ma l'astuto combattente, che leggeva il progetto
sulla fronte illividita del rivale, lo teneva d'occhi, e gli appuntava
il ferro alle coste, facendo árbitro della vita o della morte di lui il
suo più lieve atto d'insubordinazione.
Medicina si credè spacciato; girò lo sguardo bieco intorno a sè per
vedere se mai vi fosse uno scampo, o se alcuno arrivasse. — Trovandosi
solo, e sperando di poter seppellire nel secreto la sua viltà, chiese
per grazia la vita; e si mise a discrezione del vincitore.
“T'abbiamo conciato noi per le feste, — sclamò il villano, — non
temere, gigante di stoppa; non voglio dar sì tristo arnese al diavolo.„
“Grazia,„ — ripetè il vinto con un rantolo, che più sapeva di
disperazione che d'obedienza.
“Vuoi grazia?... ebbene sappi meritarla. Ti conosco al fiuto; tu
sei un ladro. Quando un tuo pari vuol metter giudizio, prima d'altro
restituisce ciò che non è suo. Fuori dunque quei sonajuoli che hai
sgraffignato al castello de' Mantegazzi. Fuori!...„ e accompagnò la
parola con tal gesto che gli faceva sentire il freddo dell'arma sulla
nuda pelle.
Medicina, che avrebbe speso volontieri de' suoi per trarsi da
quell'impaccio, sentì un grande accoramento all'atto di staccarsi da
quei ducati, frutto delle sue fatiche, che gli avevano fatto buona
compagnia nella lunga corsa. — Pronunciò quindi qualche parola per
ingannare l'inchiesta; ma vedendo, o meglio sentendo sul suo corpo, che
l'altro non se ne mostrava pago, rinversò le tasche delle brache sul
terreno, e fe' piover fuori gli spiccioli che v'erano celati.
“Alzati adesso, riprese il vincitore; e quando sarai a Milano fa dir
del bene a' tuoi morti; che è merito loro se non ti mando a piè di
Dio.„
Surse Medicina più snello, e credette potersene andare. Ma le leggi
di difesa, improvisate da quei contadini dopo la patita violenza,
non gli permettevano di sbiettare senza aver dato conto di sè ad
un consesso di padri, che faceva l'officio di direttorio in quella
republica improvisata. Gli fu d'uopo pertanto entrare nel villaggio
come prigioniero di guerra, e scendere nel fondo di un sotterraneo del
castello, ov'era raccolta una dozzina de' suoi, colti e puniti alla
stessa maniera.
Ivi potè finalmente conoscere la storia della sua sconfitta; e questa
ci pare sì strana e bisbetica, che vogliamo lasciare a chi v'ebbe parte
il carico di raccontarla.