Non inviterò dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia
di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria
vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano
ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto
indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina.
D'altronde, la miseria la più squallida, appunto perchè tale, offre
talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate
non hanno. — Il casolare, di cui è parola, era, come il pastrano del
mendico, un ricucimento di più e più cose, di vario gusto e d'epoca
diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse
ancora al dì d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle
finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato,
chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e
della stagione.
Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto,
qua e là rinverdito da cespi di cárici e di triboli aquatici. Il
suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava
sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso,
mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola
offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni
vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le
antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde
melanconico ogni cosa fissa.
Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due
distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di
legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al
resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune
ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina,
sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era
ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di
Farinello.
L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un
secolo: ma la grande varietà di oltraggi era velata da quella tinta
indefinita di vecchiume, che è la tenerezza dei pennelli alla moda. —
Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature
artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di
oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco
superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente
sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture,
ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale
un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la
polvere volatile del mulino.
Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e
stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col
parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in
terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano
poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso
più facile l'improvisare un finestrino.
Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendío, soverchiava coll'ampie
tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio
costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde
e il turchino, o meglio che è un misto dell'uno e dell'altro; e che i
pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.
L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore.
Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso,
si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un
camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva
impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore
di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano.
Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli
irregolari, il pavimento, di poco più sodo del pattume esterno, si
smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di
fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti
di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli
uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a
portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per
riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati. All'ingiro e presso al
muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi
di varia misura; quali colmi, quali vuoti per metà; alcuni sorretti,
altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano
ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di
vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali,
leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come
le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. — Ed infatti
quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello potè
velar l'occhio un'ora in quella notte, gli è che, per assicurarsi un
armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura,
aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei
rifiuti per dar sfogo alla piena.
Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che
s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ciò
che credeva più atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con
una cordialità, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.
Anzitutto attizzò un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e
burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella
maniera; apprestò infine pane, cacio e un non so che di simile al vino
pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.
Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla più buona voglia
del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo,
che inspirasse fiducia alla delicata castellana. Non faccia meraviglia
che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse
l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella
non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare
della roba casalinga. La pulitezza è una di quelle doti, che saltano
sùbito all'occhio, e su cui è difficile ingannarsi. E intorno ciò la
Nena prevenne l'esigenza della donna la più schifiltosa: il bucato è
l'infallibile riabilitazione dei cenci.
Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere
sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacchè durante quel
tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva
perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le
si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. —
Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di
scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva
cacciata. — Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli
strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.
Oh come pianse, la poveretta, quando si trovò sola! Al primo bagliore
del nuovo giorno, che fu più del solito tardo a comparire, oh quanto
le parve ancora più trista e desolata la sua situazione! E se alcuna
volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una
valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente,
quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva
più addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. — Tener dietro
ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai
avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta
troppo grave carico di pazienza. — Onde lasceremo per un momento la
nostra eroina, che quel dì e il dì seguente non fece altro che vivere
del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a
lei nuove vicende e più gravi sciagure.