LVII.

Non inviterò dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia

di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria

vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano

ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto

indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina.

D'altronde, la miseria la più squallida, appunto perchè tale, offre

talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate

non hanno. — Il casolare, di cui è parola, era, come il pastrano del

mendico, un ricucimento di più e più cose, di vario gusto e d'epoca

diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse

ancora al dì d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle

finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato,

chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e

della stagione.

Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto,

qua e là rinverdito da cespi di cárici e di triboli aquatici. Il

suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava

sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso,

mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola

offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni

vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le

antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde

melanconico ogni cosa fissa.

Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due

distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di

legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al

resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune

ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina,

sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era

ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di

Farinello.

L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un

secolo: ma la grande varietà di oltraggi era velata da quella tinta

indefinita di vecchiume, che è la tenerezza dei pennelli alla moda. —

Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature

artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di

oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco

superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente

sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture,

ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale

un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la

polvere volatile del mulino.

Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e

stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col

parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in

terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano

poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso

più facile l'improvisare un finestrino.

Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendío, soverchiava coll'ampie

tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio

costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde

e il turchino, o meglio che è un misto dell'uno e dell'altro; e che i

pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.

L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore.

Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso,

si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un

camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva

impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore

di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano.

Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli

irregolari, il pavimento, di poco più sodo del pattume esterno, si

smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di

fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti

di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli

uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a

portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per

riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati. All'ingiro e presso al

muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi

di varia misura; quali colmi, quali vuoti per metà; alcuni sorretti,

altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano

ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di

vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali,

leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come

le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. — Ed infatti

quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello potè

velar l'occhio un'ora in quella notte, gli è che, per assicurarsi un

armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura,

aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei

rifiuti per dar sfogo alla piena.

Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che

s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ciò

che credeva più atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con

una cordialità, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.

Anzitutto attizzò un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e

burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella

maniera; apprestò infine pane, cacio e un non so che di simile al vino

pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.

Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla più buona voglia

del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo,

che inspirasse fiducia alla delicata castellana. Non faccia meraviglia

che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse

l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella

non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare

della roba casalinga. La pulitezza è una di quelle doti, che saltano

sùbito all'occhio, e su cui è difficile ingannarsi. E intorno ciò la

Nena prevenne l'esigenza della donna la più schifiltosa: il bucato è

l'infallibile riabilitazione dei cenci.

Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere

sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacchè durante quel

tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva

perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le

si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. —

Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di

scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva

cacciata. — Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli

strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.

Oh come pianse, la poveretta, quando si trovò sola! Al primo bagliore

del nuovo giorno, che fu più del solito tardo a comparire, oh quanto

le parve ancora più trista e desolata la sua situazione! E se alcuna

volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una

valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente,

quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva

più addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. — Tener dietro

ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai

avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta

troppo grave carico di pazienza. — Onde lasceremo per un momento la

nostra eroina, che quel dì e il dì seguente non fece altro che vivere

del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a

lei nuove vicende e più gravi sciagure.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 76 / 111 题