LIV.

Quella notizia così inattesa e così grave aveva provocato in Canziana

una certa tendenza all'incredulità, che parebbe attestare coraggio:

ma in fatto non era essa che l'istinto di mercanteggiare colla ragione

qualche appiglio ad illudersi, onde acquetare gli spiriti e provedere.

Le cose poi erano condotte a tal punto, che, se anche una più

autorevole persona fosse venuta a distrugger le dolorose impressioni

di quella notizia, narrandone altre d'indole opposta e più autentiche,

ella non avrebbe mai sconsigliato Agnesina dal pigliare il partito

sicuro. Restava a porre in discussione la scelta del luogo; ed è

appunto questo, che impegnò il più vivo discorso fra le due donne.

Agnesina, all'udire quanto le veniva imposto, sclamò piangendo: —

“Mi si vuol togliere anche il conforto di vivere nella casa de' miei

maggiori; ebbene, me ne andrò; almen dopo non si avrà più nulla a

dimandare a questa sgraziata famiglia.„

“Coraggio, madonna, coraggio, le diceva Canziana che non ne aveva

punto. Obediamo all'avviso, e partiamo.„

“Ma dove, e quando?„

“Il quando lo so; perchè mi fu detto. — Partiam tosto.„

“A quest'ora, con nessun'altra guida che quella dei lampi; colle

strade quasi impraticabili, con una notte, in cui l'ira del cielo pare

scatenata su noi!„

Canziana accompagnava queste parole con un chinar del capo, che

voleva dire approvazione; ma ad un tempo si stringeva le spalle con

un altr'atto ancora più significativo, che valeva quanto il proverbio:

bisogna fare di necessità virtù.

“Tu mi fai coraggio a partire; ebbene si parta — disse risolutamente

Agnesina balzando dal letto, ed abbigliandosi. — Sarà quel che Dio

vuole, affidiamoci a lui.„

“Rimane a decidere un'altra cosa: dove andrem noi?„ chiese la compagna.

Alla fanciulla venne in mente Pavia; e si arrestò sulla sua idea con

qualche compiacenza. Ma non osò tradurla in parole; sperando forse che

Canziana potesse da sè e spontaneamente far cadere la scelta sullo

stesso luogo. Questa taceva e meditava e, per verità, fra le sue

proposte, Pavia sarebbe stata indubiamente l'ultima.

“Più lungi da Milano che sia possibile„, prese a dire Agnesina, volendo

indurre la compagna a proporle quanto essa avrebbe preferito.

“Sì, per certo; onde non correr rischio d'incontrare la masnada. —

Vengono essi dalla Pieve; noi li precederemo a Pontelungo.„

“Io non ho parenti o conoscenze da queste parti, e poi se ne avessi....

dar loro degli impicci, e trarli nella corrente delle mie disgrazie:

me ne guarderei bene.„ — E in dir ciò la povera fanciulla aveva ancora

il suo secondo fine: chè, a forza d'esclusioni, pensava di trarre la

consigliera nel suo avviso. Ma Canziana era o pareva essere di una

ingenuità incorreggibile; perchè pensava sul serio al ripiego, e non

aveva pel capo altro cruccio che quello d'arrivare a mettere la sua

padrona in salvo da' pericoli di qualunque genere.

Agnesina era fanciulla a forti passioni, a volontà deliberata, a fermi

propositi; accarezzando il progetto che la ravvicinava al Conte di

Virtù, non faceva che obedire ad un moto imperioso del cuore: ma essa

non era meno docile agli avvisi altrui, e facile a dubitare di sè

stessa. Impiegò pertanto ogni astuzia feminile, onde mettere innanzi

agli occhi di chi la consigliava ciò che ella avrebbe bramato di

sentirsi proporre; ma non volle dir tanto, che altri potesse indovinare

il suo secreto; anzi, malcontenta d'aver troppo osato, preferì di

rimettersi per intero ai consigli di Canziana, fidando interamente

nell'affetto e nella consumata esperienza della buona donna.

Forse Canziana indovinò tutto; ed ebbe il gentile pensiero di tener

lontana ogni discussione, onde non spingere la fanciulla a dir ciò che

ella poi avrebbe dovuto combattere. — Non permise quindi che Agnesina

errasse più a lungo nell'incertezza; e, posto in campo un ripiego, lo

sottomise alla decisione della fanciulla, colla schietta serenità di

chi fa una scoperta, più unica che bella.

“Oh to'! una felice idea, — sclamò ella, percuotendosi leggermente la

fronte, da cui stava per uscire una bella trovata. — A due miglia più

abbasso da Campomorto, prima d'arrivare a Vallombrosa, non conoscete

voi il casolare di Farinello il mugnajo?„

“Sì„ — disse meravigliata Agnesina, fingendo non comprendere a che

mirasse l'interrogazione.

“Quella stamberga è fuor di tiro d'ogni curioso.„

“È certo — ripigliò l'altra forzandosi a trovar bello un progetto che

distruggeva di colpo il suo. — È forse là, che tu pensi di condurmi?

“Mi pare impossibile, all'ora in cui parliamo e al tempo che fa, trovar

di meglio. Quel casolare, chiuso fra due rami dell'Olona, è fuor

di strada: chi diamine oserà dubitare che in esso stia rinchiusa la

castellana di Campomorto?„

“Hai ragione; non è possibile trovare un luogo più opportuno e più

sicuro di questo.„

“V'arriviamo in meno di un'ora: sapete?„

“Lo credi tu?... tanto meglio.„

“Di là potremo, quando ne aggrada, spedire gente a vedere che avviene a

Campomorto; e staremo sulle guardie.„

“È vero.„

“Un altro vantaggio..... Non avremo a dir grazie a nessuno....„

“Perchè tutto sarà generosamente pagato, aggiunse la donzella.„

“Troppo giusto. Ma nell'additarvi l'abitazione di un poverello, non ho

scelto a casaccio. È bene che lo sappiate. Il vecchio mugnajo è una

nostra conoscenza fin da prima che voi veniste al mondo. Vedrete che

buona cera ei farà alla figlia di messer Maffiolo, di santa memoria;

perchè, se il dabben uomo macina pane pei suoi figli, gli è pel merito

del vostro genitore, che Dio abbia con sè. Senza lui, Farinello sarebbe

morto di fame, sapete. Vi conterò tutto durante il tragitto; intanto

non più indugi. Fatevi coraggio, madonna; vo a dire a Gianni che

appresti la lettiga a due, e torno subito.„

Canziana garriva contro voglia; come suol cantare il fanciullo quando è

al bujo, ed ha paura. Per ingannare Agnesina, avrebbe voluto cominciar

dal trarre in inganno sè stessa. Faceva la disinvolta perchè quella

scossa riescisse meno aspra alla sua diletta. Ma come poteva infundere

ad altri la calma, che non aveva per sè? Non appena infatti escì da

quella stanza, tornò di nuovo la creatura dubiosa e sgomentita di

prima; e non fece mistero alla gente di casa, come quella facenda le

pesasse sull'animo.

Le strettezze del tempo, l'ansia e l'urgenza del momento, contribuirono

a restaurare quanto bastava le forze di Agnesina. — Completamente

abbigliata, come richiedeva quel tragitto, avvicinossi un istante alla

finestra e tentò di far capolino per giudicare del tempo. Un colpo

furioso di vento diede un crollo spaventevole alle imposte, ed una

spruzzaglia d'acqua le flagellò il viso con tale impeto, che per poco

non ne fu gittata a terra. In quel mentre, al chiarore prolungato di un

lampo vide Canziana, che faceva crocchio coi famigli, e probabilmente

dava loro degli ordini. Comprese dai gesti, che tutti gli abitanti del

castello erano commossi da quelle notizie: vide che la lettiga era già

collocata sotto il vestibolo dell'uscita; e che un servo s'affrettava

ad allestirla.

Agnesina, ritirandosi dalla finestra poichè tutto era rientrato nel

bujo, pensò far tesoro di quel poco tempo per raccogliere quanto

possedeva di più prezioso, onde sottrarlo alla profanazione degli

invasori. — Enumerò nella mente quali oggetti avrebbe potuto portar

via con sè, quali altri conveniva nascondere o consegnare in deposito a

persona discreta e fuor del castello. Pose tra le prime lo scrignetto

degli ornamenti feminili, prezioso pel valore degli ori e delle

gemme che conteneva, e più ancora per le care memorie che v'erano

raccomandate. Spettavano quei giojelli a sua madre; e le ricordavano

le parole di Maffiolo che, dipingendo le splendide corti d'Azzone e

di Luchino, soleva rammentarle i trionfi della pudica bellezza della

sua sposa, le gare gelose e le invidiuzze delle rivali. E in portar

l'occhio a quel tesoretto le tornava sempre alla mente l'atto cortese,

con che suo padre lo ripose nelle sue mani, dicendo: “òrnati, o

fanciulla, di queste gemme, condannate sempre ad essere meno belle di

chi le porta.„

Unitamente ai monili, alle collane e ad altri vezzi, riponeva alcune

carte, cui ella dava un valore ancor più grande. Erano lettere di

sua madre, canzoni da lei copiate e postillate sul margine, fiori

diseccati, farfalle, miniature e nastrini; inezie, insomma, già guaste

dal tempo, ma preziose sempre per le vive memorie, che ridestavano.

— Solo esitò un momento se dovesse riporre fra quelle sacre reliquie

un rotoletto di pergamena che, dalla freschezza del colore e dalla

consistenza, appariva essere cosa recente. Dubitava Agnesina, e perchè?

Quel foglio conteneva alcuni versi del Petrarca squisitamente, se

non correttamente, copiati dal Conte di Virtù negli ozj della sua

convalescenza, e da lui dimenticati (dimenticati?) nelle sue stanze

prima di partire. Era quel ben noto sonetto del canzoniere di messer

Francesco che comincia così — “pace non trovo ecc.„ — e del quale il

conte aveva trascelto le due seguenti terzine, perchè s'attagliavano

perfettamente al caso suo:

“Veggio senz'occhi, e non ho lingua e grido,

E bramo di perir, e chieggio aíta,

Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;

Egualmente mi spiace e morte e vita,

In questo stato son, Donna, per vui.„

Tale scritto era stato trovato, come si è detto, sullo stipo del conte;

e chi l'aveva scoperto, non sapendo leggere, lo rimise nelle mani di

Agnesina. Questa con appassionata indulgenza accolse di buon grado la

dichiarazione pel modo onesto con cui le veniva fatta; e ripose quei

versi tra gli altri ricordi, giustificando il privilegio, col dire che

anche quello era per lei ricordo di persona morta.

Accorreva finalmente Canziana a questa bisogna; e, persuasa pure

della necessità di sottrarre ogni cosa preziosa all'avidità dei

saccheggiatori, raccoglieva nel mezzo della camera quanto giudicava

più meritevole di essere riguardato. Ma la sua scelta, come è naturale,

era fondata sur un diverso calcolo; secondo lei avrebbesi dovuto portar

via tutte le suppellettili, anzi tutto il castello, perchè non trovava

briciolo che meritasse d'essere abbandonato alle mani sacrileghe degli

uccisori di Maffiolo.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 73 / 111 题