XLIX.

Su di un carro, parato a nero e condotto da due cavalli colle

gualdrappe d'egual colore, si elevava il feretro di Maffiolo ravvolto

in un'ampia gramaglia, le cui pieghe erano qua e là rattenute da corone

di fiori campestri, improvisate ed appese alla coltre nera lungo la

via. Dietro il carro camminava un monaco colla stola bruna, fisso lo

sguardo sulle pagine di un libro liturgico. Le sue labra, anche durante

qualche momentaneo riposo dal leggere, pronunciavano sommessamente

le preci dei morti. Seguivalo una folla copiosa e compatta, ma

procedente in buon ordine. La diversità dei tipi che spiccava in

essa, attestava che v'erano accorse persone di varie classi. Vi si

vedevano dei cittadini in cappa e cappuccio, che avevano vegliato la

notte, per non mancare a quell'atto di pietà; giacchè il convoglio

staccavasi da Milano un'ora prima dell'albeggiare, onde non dar

nell'occhio ai malevoli. Ingrossava la turba nel passare pei borghi e

pei casali; dapertutto raccoglieva gente pietosa; benestanti, contadini

o poverelli; quali attirati da un sentimento di pietà, quali dalla

memoria dei ricevuti beneficii. — Le donne e le fanciulle seguivano a

gruppi, e recitavano in comune delle preci, che le prime intuonavano

con voce alta, e a cui l'altre rispondevano con un bisbiglio flebile

e devoto. I giovinetti si tenevano in coda, onde essere liberi di

disperdersi pei campi, a coglier ciclami ed amaranti, e tesserne

corone. — Nei paeselli, dove la modesta chiesuola possedeva una o

più campane, che era un lusso, al lontano apparire del corteggio, si

udivano i tocchi mesti e prolungati del sacro bronzo, che salutavano

l'arrivato, e lo seguivano nel suo passaggio; fin quando il villaggio

vicino si pigliava alla sua volta l'incarico del funereo annuncio.

Non era la enfatica parola dei pastori, che sollevasse quella gente

a tale atto, e nemmanco la tacita opera dei nemici del tiranno che

movesse la folla a protestare contro l'iniquo giudizio di lui; era

la libera espressione di un sentimento, che trovava eco in ogni

cuore, e traboccava spontanea; come spontanei erano il dolore e la

riconoscenza. Da quella turba pertanto prorumpeva involontariamente uno

di quei giudizj imparziali e solenni, che decretano all'uomo virtuoso

l'immortalità del nome ed un tributo eterno d'affetti: ciò che molte

volte si chiede invano ai marmi ad alle pompe.

Qui ne cade in acconcio un'osservazione. Le moltitudini di tutti i

tempi, (quelle in ispecie dell'epoca di cui favelliamo) sono rese

unanimi e compatte dalla stessa ignoranza. Se emerge fra loro uno

spirito illuminato, nessuna meraviglia che la parola di uno diventi

volontà di tutti. La pretta ignoranza è modesta, docile, riverente;

sono le passioni, che la rendono caparbia, presuntuosa, maligna. — Una

moltitudine ignorante, ma primitiva, è come un'isola sorta di fresco

dal mare, che spetta al primo occupante. Se nessuno la fa sua, essa

si matura coi mezzi proprj. E come il suo sviluppo è regolato dalle

leggi eterne della natura, che mirano costantemente ad un solo fine,

così quella turba, che non subisce dominio d'alcuno, opera e giudica

con unanimità di azioni e di giudizj, perchè la ragione spassionata e

vergine che regna su di essa è d'egual indole in tutti, ancorchè non

sia in tutti valida egualmente. Perciò a conforto dell'uomo troppo

presto accusato di una perversità, che non è essenzialmente propria

della sua natura, si può asserire, che nei grandi commovimenti le gesta

generose sono opera e pensiero di molti; perchè la ragione semplice ed

istintiva dei più è buona consigliera: le enormità invece, ancorchè

perpetrate da molti, hanno nei colpevoli comune la mano, ma non il

concetto, e rimontano ad origine sì meschina ed ignobile, che bene

spesso riesce impossibile lo scoprirla. Il bene è operato per slancio e

per esempio dei più; il male per macchinazione e per avviso di pochi.

Ciò ne spiega il perchè quella plebe cittadina e campagnuola fosse

sì pronta e concorde nel porgere un tributo d'ossequio alla memoria

di Maffiolo. In una classe più illuminata d'uomini, presso cui ogni

libera espressione dei proprj sentimenti è legata agli interessi di

uno stato speciale, prima di gettare una corona sul feretro di quel

cittadino, sarebbesi chiesto come egli vivesse non solo, ma come

morisse; se in pace o no colle due podestà dominanti; onde il chiamarlo

un eroe od un colpevole non doveva dipendere soltanto dal voto libero

della coscienza, ma da questa in un coi pregiudizii della casta e

dell'educazione; in ossequio quindi al partito cui s'appartiene, ed

alle attinenze che torna conto d'accarezzare. È anzi a credere che

tutte queste ragioni, deboli ad una ad una, ma potenti se riunite,

avrebbero fatto tacere ogni pensiero generoso; sicchè vi fosse più

d'uno, che nel cuore lo chiamasse benedetto, mentre col labro lo

condannava: perocchè il cuore è tutto nostro, e il labro talvolta crede

operare per noi, quando già serve agli altri.

Fra l'infima plebe all'incontro non si levò questione di sorta; non

si chiese come finisse la vita di Maffiolo; bastò il ricordare che

ella era stata modello di carità e di saviezza. Quel popolo era capace

di odio e di disprezzo; ma non sapeva odiare e disprezzare senza

una ragione, e meno ancora per forma. Egli non disse: Maffiolo si è

tolta la vita; ma pensò ch'ei l'aveva sacrificata per far salvi tanti

buoni, come lui; pensò ch'ei non faceva getto di un'esistenza strema

ed infelice; ma rinunciava a giorni vegeti e ridenti, all'amore di sua

figlia, all'affetto di tutti i buoni....

Se quel popolo avesse torto o ragione non è nostra assunto il

ricercarlo. Certo è che ogni anima gentile si sentirà più inclinata a

perdonargli questa colpa, se è colpa, che non ad applaudirlo, quando,

invaso dalla ferocia degli inquisitori, assisteva con gioja delira allo

spettacolo di vedere ardere i paterini e gli scomunicati.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 67 / 111 题