Su di un carro, parato a nero e condotto da due cavalli colle
gualdrappe d'egual colore, si elevava il feretro di Maffiolo ravvolto
in un'ampia gramaglia, le cui pieghe erano qua e là rattenute da corone
di fiori campestri, improvisate ed appese alla coltre nera lungo la
via. Dietro il carro camminava un monaco colla stola bruna, fisso lo
sguardo sulle pagine di un libro liturgico. Le sue labra, anche durante
qualche momentaneo riposo dal leggere, pronunciavano sommessamente
le preci dei morti. Seguivalo una folla copiosa e compatta, ma
procedente in buon ordine. La diversità dei tipi che spiccava in
essa, attestava che v'erano accorse persone di varie classi. Vi si
vedevano dei cittadini in cappa e cappuccio, che avevano vegliato la
notte, per non mancare a quell'atto di pietà; giacchè il convoglio
staccavasi da Milano un'ora prima dell'albeggiare, onde non dar
nell'occhio ai malevoli. Ingrossava la turba nel passare pei borghi e
pei casali; dapertutto raccoglieva gente pietosa; benestanti, contadini
o poverelli; quali attirati da un sentimento di pietà, quali dalla
memoria dei ricevuti beneficii. — Le donne e le fanciulle seguivano a
gruppi, e recitavano in comune delle preci, che le prime intuonavano
con voce alta, e a cui l'altre rispondevano con un bisbiglio flebile
e devoto. I giovinetti si tenevano in coda, onde essere liberi di
disperdersi pei campi, a coglier ciclami ed amaranti, e tesserne
corone. — Nei paeselli, dove la modesta chiesuola possedeva una o
più campane, che era un lusso, al lontano apparire del corteggio, si
udivano i tocchi mesti e prolungati del sacro bronzo, che salutavano
l'arrivato, e lo seguivano nel suo passaggio; fin quando il villaggio
vicino si pigliava alla sua volta l'incarico del funereo annuncio.
Non era la enfatica parola dei pastori, che sollevasse quella gente
a tale atto, e nemmanco la tacita opera dei nemici del tiranno che
movesse la folla a protestare contro l'iniquo giudizio di lui; era
la libera espressione di un sentimento, che trovava eco in ogni
cuore, e traboccava spontanea; come spontanei erano il dolore e la
riconoscenza. Da quella turba pertanto prorumpeva involontariamente uno
di quei giudizj imparziali e solenni, che decretano all'uomo virtuoso
l'immortalità del nome ed un tributo eterno d'affetti: ciò che molte
volte si chiede invano ai marmi ad alle pompe.
Qui ne cade in acconcio un'osservazione. Le moltitudini di tutti i
tempi, (quelle in ispecie dell'epoca di cui favelliamo) sono rese
unanimi e compatte dalla stessa ignoranza. Se emerge fra loro uno
spirito illuminato, nessuna meraviglia che la parola di uno diventi
volontà di tutti. La pretta ignoranza è modesta, docile, riverente;
sono le passioni, che la rendono caparbia, presuntuosa, maligna. — Una
moltitudine ignorante, ma primitiva, è come un'isola sorta di fresco
dal mare, che spetta al primo occupante. Se nessuno la fa sua, essa
si matura coi mezzi proprj. E come il suo sviluppo è regolato dalle
leggi eterne della natura, che mirano costantemente ad un solo fine,
così quella turba, che non subisce dominio d'alcuno, opera e giudica
con unanimità di azioni e di giudizj, perchè la ragione spassionata e
vergine che regna su di essa è d'egual indole in tutti, ancorchè non
sia in tutti valida egualmente. Perciò a conforto dell'uomo troppo
presto accusato di una perversità, che non è essenzialmente propria
della sua natura, si può asserire, che nei grandi commovimenti le gesta
generose sono opera e pensiero di molti; perchè la ragione semplice ed
istintiva dei più è buona consigliera: le enormità invece, ancorchè
perpetrate da molti, hanno nei colpevoli comune la mano, ma non il
concetto, e rimontano ad origine sì meschina ed ignobile, che bene
spesso riesce impossibile lo scoprirla. Il bene è operato per slancio e
per esempio dei più; il male per macchinazione e per avviso di pochi.
Ciò ne spiega il perchè quella plebe cittadina e campagnuola fosse
sì pronta e concorde nel porgere un tributo d'ossequio alla memoria
di Maffiolo. In una classe più illuminata d'uomini, presso cui ogni
libera espressione dei proprj sentimenti è legata agli interessi di
uno stato speciale, prima di gettare una corona sul feretro di quel
cittadino, sarebbesi chiesto come egli vivesse non solo, ma come
morisse; se in pace o no colle due podestà dominanti; onde il chiamarlo
un eroe od un colpevole non doveva dipendere soltanto dal voto libero
della coscienza, ma da questa in un coi pregiudizii della casta e
dell'educazione; in ossequio quindi al partito cui s'appartiene, ed
alle attinenze che torna conto d'accarezzare. È anzi a credere che
tutte queste ragioni, deboli ad una ad una, ma potenti se riunite,
avrebbero fatto tacere ogni pensiero generoso; sicchè vi fosse più
d'uno, che nel cuore lo chiamasse benedetto, mentre col labro lo
condannava: perocchè il cuore è tutto nostro, e il labro talvolta crede
operare per noi, quando già serve agli altri.
Fra l'infima plebe all'incontro non si levò questione di sorta; non
si chiese come finisse la vita di Maffiolo; bastò il ricordare che
ella era stata modello di carità e di saviezza. Quel popolo era capace
di odio e di disprezzo; ma non sapeva odiare e disprezzare senza
una ragione, e meno ancora per forma. Egli non disse: Maffiolo si è
tolta la vita; ma pensò ch'ei l'aveva sacrificata per far salvi tanti
buoni, come lui; pensò ch'ei non faceva getto di un'esistenza strema
ed infelice; ma rinunciava a giorni vegeti e ridenti, all'amore di sua
figlia, all'affetto di tutti i buoni....
Se quel popolo avesse torto o ragione non è nostra assunto il
ricercarlo. Certo è che ogni anima gentile si sentirà più inclinata a
perdonargli questa colpa, se è colpa, che non ad applaudirlo, quando,
invaso dalla ferocia degli inquisitori, assisteva con gioja delira allo
spettacolo di vedere ardere i paterini e gli scomunicati.