XXIV.

Il conte ebbe altre occasioni di parlare da solo a sola ad Agnesina.

Egli si valse di tali colloquii per ringraziarla dell'ospitalità

ricevuta, per benedire la sorte che lo aveva condotto presso di lei,

per esporle nel modo il più schietto qualche episodio della sua vita.

— Ma in ogni parola stava l'anima sua. Lodasse la calma presente, o

rimpiangesse il funesto passato, Agnese era sempre la mistica eroina

de' suoi concetti.

“La più bella virtù di una donna, le diceva un giorno, è la pietà;

il più bel pregio della virtù è l'ignorare sè stessa. — Perdonate, o

fanciulla, se parlando io oso distruggere questa incantevole inscienza

de' vostri meriti; perdonatemi, perchè io non ho il coraggio di tacere

e di sembrare un ingrato.„

Un'altra volta, rammentandole il modo un po' brusco col quale aveva

interrotte le sue parole a proposito de' cortigiani, — “Agnesina, le

diceva, vi parrà strano che, in mezzo a tanta dovizia, io sia solo ed

abbandonato come il più misero de' mortali. — Eppure la cosa è così. —

Non prestate fede al commovente cerimoniale, con cui fu festeggiata la

mia salvezza.„

Agnesina commossa non dissimulava un amaro cruccio nell'udire tali

parole. La comprese il conte, e ripigliò:

“Non crediate già, che io metta tutto in un fascio. Il porre in

evidenza il male è rendere omaggio al bene — Dei buoni parleremo

poscia; ma per trovarli bisognerà escire dalla cerchia di coloro, che

mi strisciano intorno.„

“Ma perchè vi circondate di tali persone, quando altre ve ne sono, che

vi amano davvero?„, soggiunse la donzella con calore.

“Chiedetelo a vostro padre, all'integerrimo Maffiolo. Egli fu sulla

soglia della casa Visconti, ma se ne ritrasse; e perchè il fece a

tempo, portò seco quanto aveva di più prezioso: la sua onestà.„

“Allora permettetemi che io dica che voi siete bene a compiangere.„

“Fatelo che ne avete donde. Ogni mia arte è riposta nel saper trarre

partito da quella greggia, perchè non sia del tutto improduttiva.

Coloro possono diventare le nostre armi, i fili arcani de' nostri

negozj; amici non mai. — Ad essi confidiamo un secreto quando ne

torna conto che tutto il mondo lo conosca. Accarezziamo con affettata

parzialità colui sul quale si vuol far cadere la sfiducia de' compagni.

Siamo lieti o mesti in faccia a loro non come lo richiede lo stato

dell'animo, ma come c'importa che il mondo ne giudichi. Accogliamo i

tristi senza esame e senza paura; ma se ci si presenta un uomo onesto,

diciamo tosto fra noi: questo non è il suo posto.„

Agnesina ascoltava con grande interesse e con pari accoramento le

parole del conte: ma non ne indovinava la cagione e lo scopo. Lungi

dal riconoscere il sentimento che ella aveva destato nel cuore di lui,

appena s'accorgeva di ciò che passava nel suo. Era grandemente commossa

nel vedere un uomo sì potente e sì mal giudicato, invocare con umile

parola la pietà di un'umile fanciulla. — E poichè di pietà il cuor suo

non era povero, ella ne era larga fino alla prodigalità; senza pensare,

l'incauta, che questo affetto faceva velo ad altro meno innocuo

sentimento.

Canziana vedeva, sorvegliava, dirigeva ogni cosa senza giungere a

colpire nel segno. Quando in ossequio ai doveri, che le erano imposti

dalla sua età e dalla fiducia di messer Maffiolo, seguiva più da vicino

i passi della fanciulla, e ne sindacava con feminile sottigliezza ogni

atto, ogni sguardo, ogni parola, rinveniva dei dubii (se pur v'era

dubio), e si consolava dentro di se ripetendo, che Agnesina era un

angelo. Avrebbe però voluto che il padre affrettasse il suo ritorno, e

si meravigliava della troppo lunga assenza. Al cadere d'ogni giorno,

si pentiva di non avere inviato a Milano un messo per informarlo di

ciò che era avvenuto al castello; ed ogni mattina si destava nella

certezza che quel dì non sarebbe passato senza rivederlo. Anzi, come

talvolta Agnesina erasi mostrata inquieta sul conto di suo padre, ella

s'affrettava a consolarla, numerando i molti casi di un'assenza eguale

o più lunga; e le parlava de' molti suoi negozj, della sollecitudine,

con cui soleva mettersi a discrezione degli amici; e cercava di

sollevarla dalla molestia del sospetto.

Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 38 / 111 题