Il sole era già scomparso dall'orizzonte.
L'Esculapio, fatto chiamare da Pavia, lottava fra due opposti
principii: la fretta dell'invito e la sua flemma abituale. Ma dopo
maturo esame cedeva all'aforismo _festina lenter_, tanto a lui
prediletto e merendava in tutta pace, intanto che un famiglio poneva
il basto al suo ronzino, da lui per vezzo chiamato Bucefalo. Levatosi
dalla mensa, colla stessa pace visitava uno per uno i suoi ferri, e
li chiudeva in un astuccio. Calzava poscia un paro d'enormi stivali,
e ben bene imbaccuccato scendeva in corte; dove, abbracciata la moglie
e non so quanti figli, raccomandò la casa ai famigliari, fece il segno
della croce, inforcò Bucefalo e partì a un piccolo ambio, nella beata
illusione di correre veloce come il pensiero.
I cortigiani raccolti in una gran sala, ristauravano le forze con
una sontuosa cena, libando alla salute del conte, a cui predicevano
la guarigione per l'indimani, onde torsi dall'impaccio di durare nel
cerimoniale del dolore. — Il malato, a parer loro, non aveva altro
bisogno che di riposo, ed essi, dimenticatolo tra le allegrie della
mensa, servivano a' suoi interessi con tutto lo zelo del mestier
loro. Cacciatori, canattieri, valletti trincavano intanto nel tinello,
gridando a testa, e buffoneggiando. Anche Canziana era ita a dare gli
ordini opportuni: a provedere cioè il bisognevole per ospitare tanta
gente.
Nella camera dell'infermo, accanto alla proda del letto, trattenendo
quasi il respiro per non turbare la calma dell'assopito, stava Agnesina
immemore di sè e d'ogni cosa sua; profondamente ma non dolorosamente
commossa, da che ogni sintomo le faceva sperare prossimo il buon
successo delle sue prime cure. Quell'essere sola non le era grave:
anzi compiacevasi di non avere a dividere con altri la sodisfazione
de' suoi pietosi officii. Avrebbe bramato di poter chiamar inutili e
tardivi i servigi del chirurgo che si attendeva; perchè ogni merito
fosse suo. L'aspetto del Conte, ben lungi dall'inspirarle peritanza,
le infondeva una sicurezza affatto insolita: era come se l'avesse
incontrato altra volta, come se al suo destarsi fosse certa d'essere
riconosciuta da lui. — Ma desiderava e temeva ad un tempo che egli
si risvegliasse; affrettava col pensiero il momento di mirarlo negli
occhi, di udirne la voce; eppure era ancora dubiosa se avrebbe avuto
il coraggio d'affrontare tutta sola i suoi sguardi, e di rispondere
senza tremare ad una sua dimanda. — Mistero del cuore umano, che non
m'arresto a spiegare, poichè ognuno dirà di saperlo meglio comprendere
che definire. Lotta di sentimenti ovvii e spontanei, onde si genera in
noi quel dualismo di forze, che la filosofia degli antichi attribuì
con troppo facile soluzione ai principii del bene e del male, che si
contendono l'impero della nostra volontà.
Ma dove poteva esservi male in quanto operava Agnesina? Libera da
ogni affetto che non fosse santo, nuova alle passioni che intorbidano
la vita, ignara delle arti che insidiano la verginità della mente,
accudiva al più nobile, al più santo dei doveri. Quell'interna
commozione non poteva dunque essere un'avviso della coscienza fin
allora incolpevole; era e doveva essere il presentimento del pericolo
ancora lontano; l'istintivo e geloso amore della propria spirituale
conservazione.
Un ultimo raggio di luce entrava dalla finestra socchiusa, e diradava
debolmente le tenebre, in cui era immersa tutta la camera. Non bisogna
omettere una circostanza, che vale, meglio che altro, a far conoscere
lo stato del cuore della fanciulla. Al crescere della oscurità, l'animo
di lei, che in tutt'altro ordine di cose si sarebbe affievolito,
sembrava rinfiammarsi. Di pieno giorno, o sotto l'influsso di una luce
artificiale, avrebbe durato in quella indecisione, che la stringeva
all'inerzia: la solitudine ed il bujo le diedero animo ad un tentativo.
Il letargo dell'infermo era troppo protratto. Ella che credeva d'avere
i mezzi per scioglierlo, rimproverò sè stessa di dappocaggine, se fino
a quel momento le era mancato il coraggio d'adoperarli; ponendo ogni
suo scrupolo sotto la salvaguardia della responsabilità che pesava su
lei sola, tutrice in quel punto della vita e della salute d'un uomo.
Tolse quindi da un armadio una fiala di aceto medicato, atto a dare
una scossa energica a' sensi intorpiditi; e versandone alcune goccie
sul lembo di un pannolino, bagnò le tempie del malato, indi glielo
porse sotto le nari. L'infermo, riscosso di colpo, aperse gli occhi,
li girò intorno ed articolò alcune voci confuse. — Incoraggiata da
quel successo, la fanciulla ripetè la bagnatura. L'occhio del malato
parve riavere la facoltà visiva; il suo labro riacquistò la parola.
Guardò, e vide: parlò, e chiese dove fosse. Ma la sua dimanda rimase
ad un tratto sospesa. Colpito da un'estasi improvisa, egli fissava lo
sguardo sulla donna di angelica bellezza, che si vedeva allato, di
cui non sapeva spiegare la meravigliosa apparizione. Conscio d'aver
la mente confusa e trovando nel séguito delle sue avventure un vuoto
inesplicabile, ei dubitò di sè, de' suoi sensi; e credette sognare.
— Con un movimento inavvertito levò allora un braccio, e corse colla
mano agli occhi, per rimoverne la nebbia. Quel atto gli ridestò una
puntura acutissima all'omero; il dolore della ferita gli fece trovare
il filo degli avvenimenti; per esso gli tornarono alla memoria ad uno
ad uno i terribili istanti, che avevano preceduto una densa notte piena
d'inesplicabili sogni.
Quel dolore, per quanto aspro, lo confortò; poichè gli dava certezza
d'essere vivo e sveglio. Stese la mano per assicurarsi della presenza
di colei, che gli stava allato — Ah quanto fu lieto in accorgersi che
non era un sogno! Egli toccò, egli strinse la mano d'Agnesina.
Se alcuna volta ci accade di vedere un incendio, che investa quanto ha
vicino, e consumi quanto investe, la prima e la più ovvia delle domande
è: — quale ne sarà stata la cagione? E per solito ci sentiamo dire che
la più perdonabile delle trascuranze, la più lieve delle imprudenze
generò quello spettacolo di desolazione. — Or bene: prima di entrare
nella storia di un lungo ed infelice amore, torna a conto l'accennare
il piccolo fatto che lo cagionò. Quando ci saremo arrestati un momento
su di esso, e ne avremo calcolato la potenza e seguito il primo
sviluppo, non accadrà che una passione, perchè nata per prodigio, sia
accolta come un'invenzione da novelliere.
Quella stretta di mano a cui il conte ebbe ricorso per riaver fede ne'
suoi sensi, e che la fanciulla gradì, perchè il rifiutarla era atto di
scortesia discorde dall'innata gentilezza dell'animo suo, fu il primo e
solenne pegno di un legame indissolubile.
Ma se l'estrema conseguenza di quell'atto fu una sola per entrambi, non
doveva essere identica la prima impressione che esso preduceva su due
cuori d'indole omogenea, ma ben diversi tra loro.
La sensazione d'Agnesina era un misto di rammarico e di dolcezza:
questa vinceva quello solo perchè il bene, che ella provava, era
inatteso. Le balenò nel cuore la speranza d'aver trovato ciò, che
rassoda e completa un'esistenza già esperta di mancare d'alcuna cosa,
senza sapere che domandare, ed a chi. — Quella momentanea gioja era
però attraversata da una vertigine, che ravvolgeva il tutto nel
mistero; e quel mistero le era penoso. — Provava ella l'ansia di
colui che si accosta ad un pendío rapidissimo, su cui l'arrestarsi
è difficile, più difficile il governare la corsa, impossibile il
retrocedere; e cercava d'essere giustificata se, per legge di un
destino ineluttabile, ella fosse discesa.
Ammirava sui nobili lineamenti dell'uomo, che le stava davanti,
l'eroismo della carità spinto fino al sacrificio della vita; vi
leggeva il valore temprato dalla mitezza, la sapienza congiunta alla
semplicità, la bellezza rilevata dalla gagliardia. — Il caso, che lo
aveva condotto nella sua casa, ed affidato alle sue sollecitudini, fu
da lei interpretato come un decreto della providenza. Le parve infine
che le cure, prodigate a lui sì felicemente, le accordassero, qual
premio, il diritto di vegliar anche per l'avvenire alla sua incolumità.
Pensieri sì varii, sì nuovi, sì disparati s'incrociavano nella sua
mente con una rapidità che rifugge alla più minuta suddivisione
di tempo. — Ogni sentimento non si sviluppava solo e distinto, ma
rimescolato cogli altri in un tutto, d'onde emergeva quello stato
indefinibile, che è ad un tempo desiderio ed angoscia, gioja ed
amarezza.
Ma non una parola escì da quel labro, non uno sguardo tradì l'interna
lotta dei sentimenti. — Soltanto un lievissimo rossore le accese
involontariamente le gote, ed anche quello svanì inosservato all'occhio
discreto del cavaliero.
Costui, anche in altro momento e nella pienezza delle sue forze,
avrebbe riconosciuta ed ammirata la beltà d'Agnesina. Il suo occhio
penetrante avrebbe distinto sull'angelico volto di lei quel raro e
sublime pregio dell'avvenenza, che, sotto diafani lineamenti, lascia
trasparire le doti ancor più belle dell'anima. — Egli dunque l'avrebbe
ammirata e compresa; ma tra le gravi sue preoccupazioni, in mezzo a
tante cure, la memoria di una fanciulla non sarebbe stato il suo unico
pensiero, nè avrebbe a lungo sopravissuto.
Riavendosi da una terribile scossa, rinasceva, direm quasi, ad una
esistenza vergine e nuova; gustava il pieno uso de' sensi, il facile
respiro, il ritorno delle forze come un dono lungamente desiderato. E
colla vita non ricomparivano tosto le cure accigliate, i disinganni,
le pene, che ne erano in addietro compagne inseparabili. Simile a chi
ricupera la vista, vedeva la luce non le ombre, il bello non il deforme
della natura.
Agnesina dunque appariva dinanzi a lui, come ad un adolescente, cui
tutto sorride. La sua bellezza esercitava sovra sensi ringioviniti
un impero assoluto. Lo stesso languore cagionato dal dissanguamento,
quanto aveva tolto alle facoltà riflessive ed alla memoria aggiungeva
alla fantasia, la quale, dopo una momentanea sosta, sembrava ripigliare
maggior slancio e calore. All'occhio dell'infermo la fanciulla era
la bellezza incarnata, alla mente di lui era la vigile providenza; la
viva ed incontrastabile apparizione dell'angelo, che veglia alla nostra
salute.