Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara,
formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del
Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virtù. Dal suo
volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi
soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita
ed il ravviato corso del sangue.
Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente
i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere
ormai rimosso ogni sospetto di morte. — Quanto alla ferita non era
lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate
della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo
avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle
foglie, onde, era tessuta la bara.
La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo
dell'ospite. — Agnesina, compresa da pietà e da ammirazione verso
chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con sì prodigioso
successo, si chiamò fortunata di potere essere utile ad uomo che
soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di sè,
perchè, anche in faccia ad un impegno sì nuovo ed improviso, potesse
nutrire il più lieve imbarazzo, la più piccola timidezza. — Ella
medesima, ajutata da Canziana, allestì con ogni sollecitudine un
letto nel migliore appartamento; poi andò incontro al Principe, che,
ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi,
nell'interno del Castello.
Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron
battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di
persone dell'arte — Fra la gente del séguito era un arrabbattarsi
continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi,
quanto solleciti altretanto inopportuni. — Gli uomini del contado
strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi
in aiuto dell'eroe. — Le comari proponevano rimedj d'ogni specie,
erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e
ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo
della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un
orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.
Agnesina e la sua governante (ma più quella che questa) conservavano in
mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria — Volevano
essere operose, e perciò cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile
presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle
vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani.
Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza,
credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere
loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di
vegliarlo fino all'arrivo dei medici.
Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe'
suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di
cultura. — A quei dì l'arte salutare, studiata e praticata in grande
nelle scuole e nelle corsìe degli spedali allora nascenti, era ne'
luoghi lontani dalla città interamente abbandonata agli empirici,
che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana,
riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad
inevitabile morte.
La necessità pertanto di giovare a sè ed a' suoi, quando e dove non era
facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico
nella cura de' mali ordinarii e di più facile guarigione. — L'ignoranza
ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo
contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere
i serii dettami della dottrina, perchè non v'intende nulla, accoglie
di buon grado le più assurde e le non meno misteriose prescrizioni
di un cerretano o d'una femminetta; forse perchè l'ignoranza è dote
comune fra loro. — E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi,
si giova di sostanze semplici ed innocue, così ogni suo prodigioso
successo non è altro che un tributo di lodi alla natura, che,
abbandonata alle proprie forze è, soventi volte, medica esperta di sè
stessa.
Anche Agnesina aveva studiato i _semplici_, e dalla applicazione di
essi otteneva spesso i più felici risultamenti. Vivendo gran parte
dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere
la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e
prevenirne le conseguenze; più spesso giunse ad arrestarne il corso. La
carità era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando
il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili
e di morti premature.
Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che
si cela la più squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire
il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano
criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della
natura.
Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto,
lo zelo e la pietà, con cui li amministrava, non avean confine, e ne
centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa
preparava e porgeva le pozioni; nè s'allontanava dall'infermo finchè
non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della
necessità di attraversare la falsa compassione della gente vulgare,
che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana
voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.
Nel medicare e fasciare le ferite, arte più pratica che induttiva,
poteva chiamarsi abilissima; perocchè le continue guerre de' Milanesi
contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della
discordia fra Barnabò Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la
città nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed
alla pietà de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una
vasta esperienza.
Agnesina, recatasi al letto del principe, si sentì commossa fino al
pianto nel mirare quel volto sì nobile e leggiadro, su cui la vita
fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli
spasimi di una terribile agonia. — Predominata da una pietà imperiosa,
non pensò chi ella era, nè chi fosse l'uomo, che le stava davanti;
vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in
opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse
quella sensibilità morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge
dalla vista del sangue.
Gli si avvicinò quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta
staccò ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita;
ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua
tiepida, lavò diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un
lino umido e finissimo. Allora solo potè rilevare quanto fosse vasta
e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come
sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegrò pensando che
la guarigione era certa.
Ripetuta più volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne
un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembrò rianimarsi
alcun poco. — Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?)
che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo
presto ritornare all'uso de' sensi. — Dinanzi ad un corpo inanimato
ella si sentiva più sicura di sè; ove gli occhi del cavaliere si
fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. — Se poi avesse
udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del
bene forse che ella operava?
Nessuno oserà condannare la fanciulla se chiedeva di non essere
disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni
addormenta coll'ètere l'infermo, per non sentire una pietà che potrebbe
essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.
Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le
incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne
d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole
per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un
unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe
ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire,
appoggiandovi lievemente la mano.
L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare
delle ciglia accusò un dolore più intenso. Ma quel sintomo fu
passaggero. La fronte gli si spianò ben tosto, e il volto riprese la
sua consueta immobilità. — Una circostanza però dava già credito al
rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilità dell'infermo non
rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma
di chi dorme.
Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che è
spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ciò che giova alla
umanità sofferente, la fanciulla fasciò in una lunga benda l'omero
dell'infermo, e vi assicurò la medicatura. — Rimessa poscia ogni
cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal
sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue
cure. — Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa
pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la pietà della fanciulla era
altra e ben più nobile cosa.