Volgere le offese contro il cinghiale, tenergli dietro, assalirlo,
ucciderlo, erano cose facili a chi aveva prontezza d'armi e di
coraggio. — Ma nel caso presente, perchè la vittoria non venisse
sfruttata, o perchè non costasse troppo cara, ci voleva assai più
tattica che valore. — Il nemico traeva seco nella ritirata un prezioso
ostaggio.
Il conte, a tale considerazione, moderò il passo, ed accennò colla
mano alla donna che facesse sosta, prevedendo che la fiera, riavutasi
dal momentaneo turbamento di un'aggressione, avrebbe obedito alla sua
inerzia naturale. — E infatti, al cessare d'ogni movimento, s'avviò
dessa colla sua ordinaria lentezza nel bosco, trascinando seco e sempre
allo stesso modo, la preda. — Il cavaliere, tenendo fisso lo sguardo
a quel punto in cui il fruscío de' rami e l'ondulazione degli arbusti
accusavano il passaggio del cinghiale, legò in un attimo il cavallo
ad un albero, impugnò l'asta, ed avvicinatosi alla donna, le disse
sommessamente: “coraggio.„ — Poscia lesto, in punta de' piedi, evitando
ogni strepito, diede una giravolta; e, per una via più lunga, si
diresse verso quella parte del bosco, dove, a suo intendimento, erasi
nascosta la fiera.
Con arte finissima si era questa collocata in una posizione quasi
inespugnabile, acquattandosi ai piedi di una quercia due volte
secolare, entro un covo formato da una siepe di radici contorte e
scalzate. Il principe, poichè l'ebbe veduta, non l'affrontò, essendovi
troppo grave pericolo per la vita del bambino, che giaceva a terra
presso le zampe dell'animale; ma valendosi di quella teoria, che
abbiamo udita dalla bocca del guardacaccia ad istruzione di un male
esperto, studiava il modo di costringere l'avversario ad un movimento
di fianco, che gli permettesse d'impadronirsi anzitutto della preda.
L'asta che egli impugnava, come tutte le armi che servivano a
tal genere di caccia, aveva una lama acutissima fatta a zagaglia;
tagliente cioè da un lato, dall'altro fornita di spine lunghe e
ricurve, a guisa delle frecce de' selvaggi, che, penetrate nel corpo,
non possono ritrarsi dalla ferita senza squarciarne orribilmente i
margini. Con ciò e col mezzo di uno spuntone più lungo e del pari
ricurvo, che esciva dal collo della lama dove la cocca bipartita in
due branche si stringeva al troncone, diveniva cosa meno difficile il
ferire l'avversario nella parte opposta a quella in cui si trovava il
feritore, e trarlo nell'inganno di cercare il nemico dov'egli non era.
Tale maneggio, inutile forse colle altre fiere d'ordinario più snelle,
dava tempo a preparare nuove offese contro questa, sempre tarda ed
impacciata ne' suoi movimenti.
Il conte vedeva adunque il cinghiale; ma questo non si accorgeva di
essere veduto. — Il primo, s'avanzava pian piano, guardandosi dal
tentare offesa, che non fosse un colpo sicuro. L'altro, interamente
ricomposto dalla fiducia di trovarsi solo, vagheggiava in uno
spensierato riposo la squisitezza della rara ghiottornía che s'aveva
dinanzi; fiutava cupidamente il bambino, e ne leccava i panni e le
carni. La creatura, appena fu deposta a terra, riavutasi dagli squassi
sofferti, cessò dal piangere.
Poco lungi, sulle pedate del suo difensore, levavasi la madre in punta
de' piedi, drizzando, fin dove era possibile, lo sguardo per indovinare
che avvenisse. — Lo sgomento d'alcuni istanti prima erasi cangiato in
un'angoscia più profonda ma meno disperata.
Quando il conte fu discosto dal cinghiale non più che la lunghezza
dell'asta, si arrestò. Prima che il cinghiale levasse il capo, egli
stese il braccio, drizzò l'asta, la fece scorrere sopra il dorso della
fiera senza punto toccarla, poi, inclinatala con prontezza, la percosse
ai lombi collo spuntone; ma il fece sì leggermente che potè ritirar
l'arma all'istante.
Scoppiò a quell'atto la mal repressa rabbia della belva. — Al
sordo grugnito fece succedere uno strido furibondo, che echeggiò
nella foresta. Spalancò le fauci, corrugando il labro superiore e
componendolo ad una smorfia, che pareva il sogghigno di un demonio;
poscia, poggiandosi fortemente sulle zampe anteriori, e curvando il
dorso colla scorrevole pieghevolezza di un verme, si voltò verso quella
parte da cui credeva venirle l'offesa.
Approfittò il conte di quel movimento per far due passi in avanti,
stendere una mano e sollevar da terra il bambino. — Impadronitosi della
preda, retrocesse fino ad incontrare la madre; la quale tosto raccolse
nelle braccia la cara creatura: con qual gioja, con quante benedizioni
lo pensi il lettore.
Il cinghiale, non appena s'accorse dell'inganno, meditò la vendetta.
Quatto quatto, a passi misurati, strisciando il ventre a terra, si fece
incontro al suo nemico; e quando gli fu vicino, sostò di bel nuovo,
accosciandosi un istante in atto di misurare un salto. Il furore aveva
dato a quel pigro colosso una precaria agilità: un momento ancora, ed
esso avrebbe investito con tutte le forze delle sue membra, e coperto
con quanta era la sua mole, il corpo dell'avversario.
Ma il conte che lo dominava per l'altezza della statura, per l'agilità
delle membra e per l'imperturbato impero dello sguardo, non pose
tempo di mezzo, e, côlto il destro in cui la belva alzando il muso
gli presentava indifeso il petto, vibrò di bel nuovo l'asta, e tentò
colpirlo nella regione del cuore. — I muscoli di ferro di una tigre
sarebbero stati squarciati da quella lama egregiamente temprata, scossa
da un braccio robusto ed intelligente; ma la cotenna di quella belva
estinse il colpo, opponendovi la resistenza tutta propria, ad una
sostanza molliccia e sfibrata. — Il ferro rimase quasi innocuo nelle
cellule della pinguedine, ed il cinghiale, irritato ancor più dal
dolore della ferita, si preparò a slanciarsi, con maggior impeto e con
ira indicibile, contro il suo feritore.
Importava al conte d'aver libera l'arma, e non poteva ritrarla; gli
uncini, ond'era sparsa la costa della lama, si piantavano ne' margini
adiposi ed escrescenti della ferita.
La forma e la tempra velenosa di quell'arma rendevano certa la morte
di chiunque ne fosse tocco a sangue; ma l'effetto de' suoi colpi non
era immediato. — Il conte non ripetè più che una volta il tentativo
di ritirare la zagaglia. Vedendo che a quelle scosse il cinghiale si
contorceva orribilmente, e mandava strida spaventevoli, senza punto
scemare le minacce, pensò che fosse più saggia cosa l'abbandonare il
troncone e metter mano al pugnale. — Egli previde, ciò che infatti
avvenne.
Consisteva quel pugnale in una lunga lama fina e forbita, di sezione
triangolare, tagliente sul filo ed acutissima. Una guardia di acciajo
lavorata a trafori proteggeva l'impugnatura, coperta d'una guaina di
cuojo granito, che ne rendeva più fermo e facile il maneggio. — Esciva
essa dalla più famosa officina degli _spadari_, e portava l'impronta
della maestranza sul principio della lama. Più avanti, in mezzo a'
bizzarri ghirigori tracciati a niello, erano scolpite in caratteri
greci le parole: _in te vincam_. Quell'arma aveva la sua storia. —
Era stata l'indivisibile compagna di Galeazzo, padre del Conte di
Virtù, allorchè militò in terra santa; e la portava al fianco quando
nel 1343 fu insignito del cingolo militare in Gerusalemme. — Ad essa,
in più occasioni, egli fu debitore della vita. — È fama, che tiepida
del sangue di un infedele, fosse dal novello cavaliere deposta sui
gradini del santo sepolcro, e che da quell'atto di pietà ritraesse il
privilegio di rendere incolume chi la portava. Reduce dalla Palestina,
Galeazzo l'affidava ad un artefice di Damasco, perchè v'incidesse
quelle parole di buon augurio.
Il conte indietreggiò alcuni passi per calcolare la portata degli
strani e convulsi movimenti della fiera. — Questa ora s'ergeva sulle
zampe posteriori, ora s'appiattava, ora balzava di un tratto da un
posto all'altro, soffiando, grugnendo e mordendo il troncone dell'asta.
Anzi in quella foga, cui la spingeva un improvido istinto di liberarsi
da quella puntura, non faceva che inacerbirne gli strazii; e con essi
crescevano, se pur era possibile, i furori. — L'asta, abbandonata dalla
mano del cavaliere, strisciava a terra dalla parte dell'impugnatura.
Ad ogni movimento retrogrado della fiera, essa scorreva indietro
radendo il suolo, e ad ogni sua spinta in avanti, trovando nel terreno
una resistenza invincibile, si configgeva nelle carni, approfondiva e
lacerava la ferita. Imaginate quale strazio; quanto furore!
L'estremità del male sospinse la belva ad un estremo tentativo. Aveva
gli occhi fuori dalle orbite, le membra convulse e palpitanti, le
zanne atteggiate a mordere, ed insozzate da una bava cruenta. — Non
potendo correre di fronte, per non rinovare le trafitture, spiccò con
una agilità felina un salto, e vi impresse tal impeto, che dominò d'un
tratto la posizione del suo avversario. — Il peso della sua mole e
il movimento impresso dal furore compivano involontariamente l'atto
aggressivo.
Il cinghiale si gettò, o meglio cadde come corpo morto, sulla persona
del conte, e lo stramazzò. Ma cadendo costui, volle fortuna che il
braccio dritto gli restasse libero. Strinse egli allora il pugnale,
e vibrandolo di tutta forza, glielo ringuainò fino all'elsa tra te
coste. Ben s'avvide quanto gli costasse cara la vittoria; ma non si
perdette d'animo. Stretto fra le branche della sua vittima, cui i
spasimi dell'agonia davano un vigore fittizio, sentiva lacerarsi a
brani il giaco di cuojo, le sottovesti e i lini; gemeva sotto un peso
insopportabile che gli toglieva il respiro; soffocava dalla nausea
di un alito fetente; sentiva effundersi sulla nuda carne delle spalle
e del viso la sanie sanguinosa, che la fiera eruttava: ei vinceva, e
moriva ad un tempo d'ansietà, di schifo, di terrore. E non era tutto;
l'animale boccheggiante non aveva compiute le sue vendette.
Alla mostruosa ampiezza della sua bocca, la spalla denudata di un uomo
era un nonnulla. Egli la coprì delle sue labra, la strinse tra le zanne
come in una morsa di ferro; squarciò la pelle, s'addentrò nelle carni,
trafisse i muscoli, fino a far scricchiolare le ossa. Dopo ciò, bevve
un largo sorso di sangue, diè i tratti, e spirò.
Il conte, che fino allora non aveva abbandonata l'elsa del pugnale, e
lo scuoteva per inacerbire la piaga del suo avversario, dovette alla
fine cedere agli insopportabili spasimi della sua ferita. Oppresso da
un peso enorme, che gli toglieva il respiro, indebolito dalla perdita
del sangue e dallo strazio delle carni, si sentì venir meno le forze.
Una nube gli velò la mente; un pallore mortale gli si effuse sul volto:
tentò invano di chiamare soccorso; chiuse gli occhi, e svenne.