Dicesi che la Venere di Cleomene non sia il ritratto di un'unica
bellezza, ma il riassunto di quante esistevano a' suoi dì in tutta
la Grecia. La natura ci negò dunque un tipo vivente di ciò che lo
spirito umano sa concepire di più bello e sublime; ma nell'offrirci
all'incontro qualche esemplare di quanto vi può essere di più sozzo
e ributtante, eguagliò, se non vinse, le creazioni della più bizzarra
fantasia.
La bellezza sta nell'armonia e nell'equilibrio delle parti; cosa più
presto detta che compresa, e in ogni caso più facilmente compresa che
trovata. L'esclusivo predominio di un'odiosa prerogativa, e l'assoluta
mancanza d'ogni buona e bella dote generano quella privilegiata
turpitudine, che con parola un po' ardita si potrebbe chiamare la
perfezione della deformità.
È questo il momento di porre sott'occhio al lettore uno di questi
esemplari; ma c'è d'uopo che la fantasia di lui ci soccorra, perchè,
da soli e col solo mezzo delle nostre povere parole, dubitiam forte
d'essere da meno all'assunto.
La ferocia tetra e frenetica, che nei bruti non è per solito disgiunta
da venustà di proporzioni e da tratti di maschio vigore, in Egeone,
come in tutta la sua razza, s'accoppiava ad uno speciale rilassamento
di forme, ad una laidezza tanto più mostruosa, quanto meno decisa.
Nulla invero di più ributtante che quell'immane corpo in cui tutto il
meccanismo del moto e della forza era nascosto da uno strato fluttuante
d'adipe senza contorni e senza costrutto — espressione infallibile
di cupa ed insaziabile voracità. Dicasi lo stesso del colore; era nè
bigio nè bruno, ma fosco ed ambiguo. La pelle cosparsa di macchie e
piazzette era qua coperta di setole irte, là spelazzata a segno da
mostrare, in tutta la sua stomachevole nudità, una cotenna floscia,
da cui gemeva un untume nauseabondo. L'occhio, che nella maggior parte
degli animali è tracciato orizzontalmente, in questo, come nella serpe,
scendeva lungo la direzione del teschio, segnato da una piccola fessura
a fior di pelle, entro le rughe delle palpebre gonfie e molli come i
margini fistolosi di una ferita. Uno sguardo bieco, guizzando tratto
tratto dalla pupilla injettata di sangue, rassomigliava al corruscare
intermittente di un insetto fosforico. La bocca smisurata, composta
sovente ad uno sbadiglio ferino, lasciava travedere due curve _difese_
tarlate e giallognole, ma formidabili, dietro cui si schierava un
doppio rango di molari che presidiavano le fauci. La lingua bavosa
e cosparsa di papille aspre spaziava in quella voragine ora lambendo
le zanne, ora lisciando le labra, quasi prelibasse la voluttà di un
pasto insanguinato. Un ringhio non alto come il ruggito del leone, ma
selvaggio al par di quello, gli usciva dal petto rimbombando cupamente
nella cavità di un torace ampio e riquadrato. Il collo era corto e
sepolto, ma l'innata voracità e l'istinto di fiutar checchessia, gli
facevano sporgere il grugno di modo che il dorso, la cervice, e la nuca
descrivevano una linea sola. Più ispidi su quella gli si arruffavano
i peli in segno d'impazienza e di furore, e le zampe irrigidite
straziavano il suolo, sciupando le erbe e sollevando il polverío dello
sterrato.
Ai tempi di cui parliamo, una gran parte del suolo che costituisce
la nostra ubertosa pianura era occupata da lande e selve vergini, in
mezzo alle quali gli animali selvatici vivevano, e si moltiplicavano
al riparo d'ogni offesa. Il cinghiale però, che in altre terre a
pari condizione di clima e di terreno cresceva a segno da divenire lo
spavento delle popolazioni, non fu mai indigeno di questo paese.
Nelle foreste montane degli Abruzzi ne esistono tuttodì; e sono
l'oggetto delle più avide ricerche: ma degeneri dalla natía ferocia,
confinati dalla crescente cultura dei terreni in pochi recessi, ed ivi
pure perseguitati, costituiscono una preda ghiotta, e nulla più.
Il cinghiale è onnivoro. Famelico, e lo è spesso, gradisce ogni
prodotto de' boschi e de' terreni selvaggi. Ma la sua delizia è la
carne. — Irritato, si difende contro l'uomo, lo assale, lo lacera,
lo uccide. In balía a sè, e sicuro d'ogni molestia, s'accosta di buon
grado a chi s'espone inanzi a lui senza difesa, morde le membra di un
uomo dormente, ed a preferenza si pasce delle carni tenere e palpitanti
dei bambini.