Si riparte per la costa.--Arrivo di un corriere con una
lettera di re Giovanni.--Considerazioni sul paese.--Il campo di
ras Alula.--Due nostri servi imprigionati.--Campo e forte di
Gura.--I Sciohos.--Incontro di Tagliabue.--Arrivo a
Massaua.--Hodeida.--Aden.--A bordo del Manilla.--Un morto in
mare.--Arrivo in Italia.
Appena rifornita la carovana dei quadrupedi necessarî, si decide la
partenza che ha luogo infatti il giorno 14. Ci avviamo alle catene di
montagne verso nord-est, e circa un'ora dopo usciti da Adua siamo
richiamati da voci che si trasmettevano l'un l'altro gli avanzi della
retroguardia di Ghedano Mariam, che stavano disordinatamente sparsi
lungo tutta la via. Ci fermiamo, è l'arrivo di un corriere da
Debra-Tabor con lettere nostre e una del re relativamente al nostro
imprigionamento: è semplice, cordiale, schietta come usa re Giovanni, e
ne trascrivo la traduzione: la lettera autografa era in Amarico e
Maderacal vi aveva unita la traduzione in francese:
«Scritto del re dei re, Giovanni d'Etiopia, e tutta la sua dipendenza.
«Signor Matteucci, capo della spedizione commerciale italiana e suoi
compagni.
«Io vi presento i miei complimenti a tutti: dacchè ci siamo separati, io
e la mia armata fummo bene in salute, grazie a Dio.
«Ho inteso il male che ras Area vi ha fatto. Ciò non è contro tutti voi,
ma contro me stesso: egli lo ha fatto per scontentarmi di lui. Egli mi
scrisse, sono ammalato, mandatemi il dottore, ed io vi pregai nel vostro
ritorno di andarlo a vedere: voi mi rispondeste sì. Voi avevate la mia
lettera, malgrado questo vi ha fatto tal male: egli ha una malattia al
cervello o qualcosa altro di male nella sua salute: egli non è molto
bene. Io so che il pensiero dei cristiani è vasto e vi prego di lasciar
questo fatto nel profondo del vostro cuore.
«Voi avete sofferto per me, io vi ricompenserò.
«_il 2 luglio 1879._»
Credo che re Giovanni non poteva essere più gentile con noi nè far di
più per farci dimenticare un cattivo quarto d'ora passato nel suo regno,
e diede così ancora una conferma alla stima ed all'amicizia, che
conoscendolo avevamo concepito per lui. Certo non può avere gran
istruzione, non conoscendo altre lingue che la sua e non avendo mai
messo piede fuori dai confini dei suoi Stati, ma ha un fondo di serietà,
di onestà, di delicatezza di sentimenti, una finezza di intuizione, una
dose di ingegno naturale, come è raro assai di trovare fra i suoi. V'ha
chi nasce col genio della musica, chi con quello delle matematiche, chi
con quello della letteratura, e Giovanni Kassa, bisogna pur dirlo,
nacque col genio d'esser re d'Etiopia, e da piccolo principe seppe
infatti diventarlo, sa reggersi bene sul trono ed è certo fra tutti gli
Abissinesi quello che più lo merita.
Potessero i suoi sudditi assorbire un pochino del suo buon senso,
tenersi in pace e capire qualcosa dei beneficii della civiltà, smettendo
cento pregiudizii inveterati, e il paese si vedrebbe in poco tempo farsi
fiorente.
Lo scopo cui più di tutto mira re Giovanni è quello di riconquistare le
provincie di Galabat e dei Bogos che gli Egiziani presero all'Abissinia,
poi di estendersi fin verso la costa, occupando lo spazio fra questa e
l'altipiano, spazio di cui le due nazioni si contendono la proprietà, e
che intanto se ne resta indipendente. Vorrebbe avere un porto sul Mar
Rosso per rendere libero il suo commercio di esportazione e di
importazione dalle tasse e dagli abusi delle dogane egiziane che
proibiscono l'introduzione di quello che agli Abissinesi maggiormente
accomoderebbe, le armi e le munizioni, ma non credo vanti, almeno per
ora, pretese su Massaua, e si accontenterebbe forse di una baia
qualunque che l'Egitto gli cedesse. Ottenuto questo, credo che re
Giovanni cercherebbe di favorire la civiltà nel suo paese, facendo però
sempre in modo che questa si infiltri poco a poco per non urtare d'un
tratto le idee del suo popolo che in complesso non vi è troppo
favorevole, perchè non crede averne bisogno, e perchè istigato dai preti
a non lasciarla penetrare.
Una colonia agricola, per esempio, potrebbe avere, io credo, ogni
concessione dal re, progredire a passi da gigante ed essere di buon
esempio al popolo. Ma chi vorrà fidarsi d'esserne iniziatore? Chi mi
garantisce che da un giorno all'altro sorga un _matto_ di _rivoltato_
che tenga in armi la provincia, rubi, saccheggi e commetta ogni eccesso
contro i poveri agricoltori? E quando ciò fosse avvenuto, da chi
ripetere soddisfazione, se pure per chi ha coscienza v'ha soddisfazione
da contrabbilanciare la vita perduta da miserabili emigranti, ed a chi
attribuirne la responsabilità?
Ma senza assumersi la responsabilità noi di introdurre in Abissinia
l'elemento europeo, nè re Giovanni di chiamarvelo, io credo che re
Giovanni potrebbe erigersi un monumento di gloria collo sviluppare in
paese due rami di industria. Migliori le vie di comunicazione e faciliti
i diritti doganali alle carovane commerciali: allora queste si faranno
frequenti, dal Goggiam e dai paesi Gallas, attraverseranno in gran
numero tutti i suoi Stati per portare le loro mercanzie a Massaua, e da
qui tornando alle loro case porteranno all'interno i prodotti europei
che verranno così conosciuti, se ne riconoscerà l'utilità, si imparerà
ad apprezzare chi li produce. Il consumo crescente vi chiamerà allora
gli stessi Europei ad importarvi la merce, e questi saranno non solo
tollerati in paese, ma già desiderati, e poco a poco si introdurrà così
una civiltà, della quale senza accorgersi il popolo sentirà quasi il
bisogno, mentre oggi vedendola avanzare tutta d'un blocco se ne spaventa
e cerca respingerla. In pari tempo lasci che le migliaia di braccia che
ora non fanno che tenere una lancia od una spada, se ne tornino alle
loro case, e le obblighi all'agricoltura: il paese potrà in breve tempo
diventare un gran produttore di grano: questo non mancherà negli anni di
carestia, e come oggi succede, non si spopoleranno provincie per la
fame, e in breve tempo si esporterà il grano alla costa: questo porterà
ricchezza in paese, quindi maggior spinta al lavoro e maggiore
probabilità che le merci importate dalle carovane trovino sfogo. Dalla
produzione del grano poi, l'agricoltura potrebbe estendersi ad altri
rami che porterebbero benessere nel paese ed utilità coll'esportazione.
Altra fonte di ricchezza per l'Abissinia sarebbe il bestiame, sia pei
latticinii, sia per le carni che si potrebbero conservare, sia
fors'anche per l'esportazione diretta del bestiame stesso, ma questo
porta già una certa complicazione, e sarebbe quindi da attuarsi in
seguito. Io sono convinto che collo sviluppare commercio e agricoltura
tutt'affatto semplicemente come accennai, in pochi anni l'Abissinia può
farsi ricca e fiorente e prepararsi il terreno a degnamente ricevere i
primi pionieri della civiltà. Ma questo deve fare da sè e senza che
nessuno cerchi di imporvisi. Se metterete l'Abissinese in condizioni da
gustare qualche frutto della civilizzazione e da trovarla quasi
necessaria alla sua esistenza, e finanziariamente lo porrete in
condizione da potersela procurare, forse vi asseconderà; ma se volete
imporviglisi o costringerlo al più piccolo sacrificio, resterà sempre
qual'è, cioè presuntuoso e indifferente alla civilizzazione, e quindi
oppositore costante di chi cerca di portarvela.
Così il commercio di esportazione, a mio credere, sarebbe almeno
prematuro il tentare di esercitarvelo ora gli Europei. Per volerlo
sperimentare bisognerebbe fare le cose piuttosto in grande, e questo
raddoppierebbe ancora le difficoltà. Innanzi tutto sui mercati si
pretende sempre un prezzo assai più elevato dal compratore bianco,
perchè si suppone che questi abbia sempre grosse somme disponibili, e
che colle merci che acquista faccia poi favolosi guadagni. D'altronde fu
sperimentato che quando il negoziante bianco si trova all'interno,
prevale il pregiudizio che per mettere a profitto il suo tempo e il suo
viaggio, si trovi costretto di comperare a qualunque prezzo, mentre
quando il negoziante indigeno è arrivato ai mercati delle coste, vi è
obbligato di vendere a prezzi ragionevoli per non rimanervi sulle spese
e per prepararsi al ritorno. Grave ostacolo al commercio in grande
sarebbero poi le continue rivoluzioni che in questo paese pullulano, e
tengono agitate intere provincie per mesi ed anni: una grossa carovana
derubata, o la via interrotta ad ogni comunicazione, sarebbe una vera
rovina per la speculazione che vi si tenta. E per questo non vi sono
garanzie, nè promesse, nè trattati col re che possano influire. Altra
considerazione che milita in favore della mia idea è pur questa: le
merci atte ad un commercio possibile provengono tutte dal Goggiam e dai
paesi Gallas, dai quali per portarsi alla costa con carovane di muli
carichi occorrono da due a tre mesi. L'Europeo in questo tragitto ha
bisogno certamente di vivere molto meglio dei pochi indigeni che
esercitano questo traffico, che vivono con farina, peperoni e cipolle,
dormono continuamente per terra, e sono i primi a dar l'esempio ai servi
coll'aiutare a caricare e scaricare. Sono poi gente paziente per la
quale è ignoto il detto che tempo è danaro, e un mese di più di viaggio
per loro è nulla, purchè si risparmino le mule o si facciano lunghe
soste per lasciarle risanare dalle piaghe. Il bianco che si adatta a
questa vita di fatiche, di pericoli, di privazioni, vuole certo in pochi
anni farsi una fortuna, e la società che lo incarica ne vuol pure
ricavare il suo utile, mentre gli indigeni non tentano tanto di
arricchire, chè hanno idee ben limitate sulla ricchezza, ma si
accontentano di vivere e di aumentare tutt'al più il loro capitale di
tanto da accrescere forse di una mula in ogni viaggio la loro proprietà
ambulante. Somma tutto, io ritengo, e sentii ripetere anche da persone
esperte, che per ora almeno convenga aspettare alla costa le piccole
carovane del paese, e farvi trovar pronte le nostre merci che possono
scambiare colle loro. Oltre tutto questo, i piccoli negozianti del
paese, ritornando riportano qualche poco di merci che sanno di poter
vendere, e soddisfanno le piccole commissioni che ricevono dall'uno e
dall'altro, e con questo quasi ritraggono le spese del ritorno. Ma son
cose queste che possono andare per piccole carovane, e non basterebbero
a compensare le carovane grandi, per le quali quindi tutto il viaggio di
ritorno sarebbe perduto.
Abbiamo inoltre incontrate sulla via piccole carovane che fanno
trasportare parte del loro carico da schiavi comperati sui mercati del
Goggiam e che poi rivendono verso la costa, traendone così profitto e
risparmiandosi le spese del loro viaggio di ritorno. Altri hanno invece
per servi degli schiavi loro, che comperati si mantengono con ben poco e
si retribuiscono delle loro fatiche con pochi talleri e qualche metro di
tela all'anno. Sono mezzi questi che portano una grande economia, ma ai
quali non potrebbe certo ricorrere l'europeo, che anche da questo lato
incontrerebbe quindi assai maggiori spese, e i prodotti da lui
trasportati alla costa avrebbero ben maggior valore che non gli stessi
trasportativi coi mezzi abituali.
Io non voglio con questo portare uno scoraggiamento, nè pretendere che
l'Abissinia sia un paese che non merita considerazione dal lato
commerciale. Tutt'altro, ma ripeto non hanno a farsi illusioni, che
dall'oggi al domani se ne possano succhiare ingenti ricchezze. Queste vi
stanno, ma per arrivarvi è necessario studii, esperienza e tempo: un
avvenire per chi vi vuol dedicare le proprie fatiche ci deve essere
certamente, ma non bisogna pretendere di raccogliere dei frutti
prematuri, e accontentarsi di seminare quello che può preparare ai
nostri nipoti abbondante raccolto, e per questo è doppiamente benemerito
chi vi si dedica con proprio disinteresse, ma colla fiducia di un bene
futuro per la propria causa e pel proprio paese.
Potrei citare esempii che avvalorano queste mie considerazioni, ma ne
risparmio la lungaggine, confidando che il tempo verrà a confermarle, ed
ho già la soddisfazione di averne una prova nella condotta che si è
prefissa il nostro Comitato di esplorazione commerciale, composto tutto
di persone, che oltre il sapere posseggono l'arditezza accompagnata
dalla prudenza necessaria in queste imprese.
Il nostro compagno Bianchi, giovane serio ed esperto, rimasto
all'interno, potrà studiar meglio il paese e fare un rapporto in
proposito assai più profondo e ponderato. Porteranno forse le sue
considerazioni a conclusioni opposte alle mie, e allora al frutto della
sua esperienza e de' suoi studii, non oserò certo opporre queste
semplici osservazioni che impallidiranno dinnanzi alla sua autorità.
Proseguiamo intanto per la nostra via, chè ben ansiosi siamo noi di
raggiungere la costa, e non meno desideroso sarà il lettore di ultimare
queste pagine.
In direzione nord-est, correndo nel fondo di larghe vallate o sulla
costa di alture, percorriamo un cammino continuamente tortuoso per
evitare monti che a picco isolatamente si elevano dal suolo. Dopo sei
ore raggiungiamo Ghedano Mariam e mettiamo l'accampamento vicino al
suo, presso il villaggio di Magara Tamri, a 2100 metri d'elevazione. Il
terreno è verdeggiante e sparso di acacie, euforbie e cespugli.
Il giorno 15 lasciamo la via diretta di Gura per piegare più ad est e
avvicinarci al campo di ras Alula. Ci portiamo su un vasto altipiano che
attraversiamo in direzione quasi nord, poi scendiamo in un profondo
burrone che da questo lato lo limita, per risalire dal versante opposto
e proseguire di altura in altura, finchè mettiamo il campo con Ghedano
Mariam, in compagnia del quale abbiamo fatto cammino. Altezza 2050
metri.
Attraversiamo il giorno dopo un vastissimo vallone per poi sorpassare,
se così può esprimersi, una distesa di alture verdeggianti, ma
spopolate, e fermarci presso un torrente che scorre a 1680 metri. Da
questa via passò or fa qualche giorno ras Alula col suo corpo
d'esercito, e passando riscuote imposte, infligge pagamenti di multe per
mancanze commesse e pretende il mantenimento per tutto il suo seguito,
senza contare che tutti i soldati poi entrano nelle case e si
impossessano di quanto trovano, spadroneggiando da veri briganti. Per
questo all'avvicinarsi delle truppe, tutti i contadini colle loro
famiglie, le loro scorte ed il bestiame si ritirano nelle montagne e vi
stanno nascosti, per cui troviamo tutti i villaggi spopolati e deserti,
le abitazioni completamente vuote, e anche i nostri stomachi risentono
di questa mancanza di abitanti, troppo giustificata, del resto, per non
trovarla perfettamente giusta, malgrado le privazioni che ci apporta.
Con una piccola provvista di farina e miele, noi ce la passiamo ancora
discretamente, ma pei poveri servi manca letteralmente di che far tacere
le domande dello stomaco, e sono ammirabili come sopportano il digiuno,
lavorando sempre e lamentandosi mai.
Il 17 partiamo prima di giorno, percorrendo un altipiano sparso di
immensi massi prismatici di roccia nuda rossastra. Curiose sono le
abitazioni tutte appoggiate al versante delle alture, in pietra,
rettangolari, lunghe, basse, con una specie di porticato sul davanti, il
tetto piatto, in terra, talchè spesso vi stanno pascolando le pecore.
Tutta la strada è continuamente ingombra dal seguito di ras Alula, del
quale verso l'una raggiungiamo il campo, che occupa uno spazio
estesissimo, al centro del quale, su un'altura, sorgono le tonde del
capo.
Ci riceve assai cordialmente, ci fa piantare una tenda e subito ci
regala di una vacca, pane, tecc, birra.
Qual baraonda sia un corpo d'esercito abissinese in marcia, è
impossibile dire e figurarsi. La minor parte sono quelli che si possono
chiamare soldati, i veri combattenti; del resto vecchi, donne, ragazzi,
che nel maggior disordine seguono le tracce del capo che marciando pel
primo indica la strada.
Quasi ogni soldato porta seco la propria famiglia, tutti poi
indistintamente sono seguiti da donne che macinano il grano e preparano
il pane. Il capo alla mattina leva le tende, e questo è segno di
partenza: tutti allora vi si apparecchiano e la gran sfilata comincia.
Lo stato maggiore in testa, poi una coda interminabile di ragazzi che
portano le armi, di vecchi carichi delle tende o di qualche utensile, di
donne che hanno sulle spalle bambini da latte, otri, pelli colle
provviste di farina, e persino le pietre per macinare.
Di questo modo non si possono fare che due o tre ore di marcia al
giorno, che ancora gran parte non arriva che la sera e alle volte la
mattina dopo. Appena giunti comincia il momento di grande attività, chè
ognuno pensa a piantarsi la propria tenda od a costrursi una piccola
capanna, e la donna a preparare il necessario per mangiare: una vera
processione si stabilisce presso i pozzi, in qualche punto si ammazza
qualche bue; una tenda maggiore delle altre, attorno alla quale si vede
un grande affacendarsi, è la sede scelta per un ufficiale.
La sera in cento diversi punti si accendono dei fuochi e questo dà
all'accampamento un aspetto doppiamente grandioso.
Nella notte siamo svegliati da suoni di tromba, canti, gridi, pianti: è
un _grande_ che se n'è ito al creatore, e così se ne dà l'annuncio e si
mostra il dispiacere della sua partenza per l'eterno viaggio. La mattina
dopo tutti si recavano in processione alla sua tenda per dargli l'ultimo
addio.
Nella giornata siamo anche noi continuamene visitati da una massa di
importuni, che non ci disturbano meno di un acquazzone tanto forte e
insistente, che l'essere sotto la tenda era divenuto perfettamente come
l'essere a cielo aperto.
Le mule col nostro bagaglio non hanno potuto fare ieri tutta la lunga
marcia che abbiamo fatto noi, per cui la mattina del 18 ci è forza
aspettare che ci raggiungano per proseguire assieme. Mentre stiamo
aspettando vengono ad annunciarci che due dei nostri servi furono
legati, e noi siamo invitati a presentarci al capo.
Ras Alula fece infatti introdurre in nostra presenza i due prigionieri:
Yavolet-ciarkos, un bravissimo giovane che da Massaua ci aveva
accompagnati durante tutto il viaggio, che lasciammo a Debra Tabor con
Bianchi e che ci raggiunse speditoci quale corriere a portarci la
lettera del re; il secondo altro buon giovane che da poco era al nostro
servizio. Tutti due nativi dello Scioa, e ras Alula fece dichiarare a
noi e giurare al capo dei nostri servi che non avevamo altri dello Scioa
addetti al nostro servizio. Si visitarono da capo a piedi, nelle pieghe
dello scemma, si tagliarono persino i sacchettini di pelle coi talismani
che portano al collo, si fece loro subire un interrogatorio, poi ci fu
dichiarato che non si potevano rilasciare, e che anche noi non
l'avressimo passata molto bella se ras Alula avendoci conosciuti dal re,
non avesse visto quanto gli eravamo amici. Unico motivo di questo
imprigionamento è che quei disgraziati erano dello Scioa; nel resto
mistero, come pur troppo è mistero per noi la sorte che avranno subito.
Io dubito sospettassero che potessero essere spie di re Menelik, e che
col pretesto d'essere nostri servi avessero ad osservare i movimenti
dell'armata di ras Alula, e forse portarne nuove in Massaua o recarle al
loro ritorno in patria. Comunque sia, in questo momento ci si
risvegliarono le memorie dell'accoglienza di ras Area, e per quanto si
fosse fatto tardi abbiamo voluto partire per andarci ad accampare a poco
più d'un'ora, accompagnati per di più da una pioggia torrenziale. Nel
villaggio dove trovammo asilo erano le più belle ragazzine che mai ho
vedute. Profili regolarissimi, forme snelle, eleganti, occhioni grandi
ed espressivi, pettinature stravaganti intrecciate a conterie che
cadevano sul fronte, vestite di semplici pelli adorne di piccole
conchiglie, collane e braccialetti di conterie o di metalli alle mani e
ai piedi. I più bei tipi selvaggi, delle vere piccole Selike.
Il _giorno 19_ prima che il sole sorgesse noi eravamo pronti per
toglierci dalla compagnia di questa soldatesca impertinente e screanzata
che ritiene spirito e vanto l'insultare chi passa coll'affibbiargli
l'epiteto di _turco_.
La via corre sempre su e giù per alture fatte verdi dalle recenti
piogge. Abbiamo uno stupendo effetto di eclissi che ci lascia in un buio
perfetto, e ci permette di ammirare uno stupendo e perfetto anello di
luce attorno all'ombra portata dalla luna sul sole. Dopo circa sette ore
di cammino arriviamo in una specie di altipiano al centro del quale
sorge un'altura, e su questa andiamo ad accampare, nel villaggio di Gura
a 2100 metri. Disteso dinanzi a noi sta il campo della famosa battaglia,
e domani lo visiteremo nel nostro passaggio. Qui è forza procurarci buoi
pel trasporto del bagaglio, chè avvicinandoci alla costa il caldo è
tanto intenso che le mule soffrono troppo, e d'altronde non trovano
nulla a mangiare, mentre il bue s'accontenta di qualunque cosa e resiste
assai più al digiuno. Torniamo dunque agli antichi amori delle questioni
per il prezzo e il peso delle casse, e finalmente si riesce di
combinare. Un saluto da qui all'Abissinia, chè questo è l'ultimo
villaggio prettamente abissinese che incontriamo: da qui innanzi
entriamo nei territori degli Sciohos, le tribù indipendenti che ci
dipingono come ladre, alle quali però aspetto di accollare questo
epiteto, per accertarmi se realmente se lo meritano.
Continuando direttamente a nord, il giorno appresso attraversiamo la
pianura sparsa ovunque di ossi degli Egiziani che vi furono massacrati.
Le piogge, trascinandole colla loro veemenza, ne radunarono qualche
volta delle vere masse nei punti più depressi o nei letti dei torrenti,
dove ad alleviare il triste senso che producono quei miserabili avanzi
umani, sorge il pensiero che almeno natura li radunò per l'eterno
riposo, mentre la malvagità degli uomini li lasciava sparsi a scherno e
trastullo dei passanti.
All'estremo nord dell'altipiano si eleva un vasto cono isolato che sta
come a sentinella dell'immensa vallata, che dietro lui si distende, e
determina quasi il confine geologico di quello che si può propriamente
chiamare altipiano etiopico. È questa l'altura che avevano occupata gli
Egiziani durante la guerra, fortificandone tutto il versante che guarda
Gura con trincee armate, e coronandone la vetta con un bellissimo forte
a casematte, fosse, polveriere, scavate nella nuda roccia, e fornito di
batterie terribili d'acciaio. E gli Abissinesi hanno avuto l'ardire di
darvi l'assalto colle lance e le spade!...
Da qui, seguendo una strada tracciata dagli Egiziani per portarvi i
cannoni, ma che è tutta lasciata andare in rovina, discendiamo fino al
villaggio di Kaiakor, a 1880 metri, che troviamo quasi spopolato, perchè
gli abitanti saputo dell'avvicinarsi del corpo di ras Alula, si sono
quasi tutti rifugiati nelle montagne.
Il 21 proseguiamo nella pittoresca vallata che sbocca in un vasto
altipiano ondulato, attraversato il quale troviamo una gran discesa che
ci porta nel fondo della valle presso dei depositi d'acqua, e qui ci
fermiamo per riposo nostro e delle bestie, all'ombra d'un gruppo di
giganteschi _ficus_. Circa le due ci rimettiamo in strada e dopo un paio
d'ore, mentre si cammina nel letto del torrente, vediamo venirci
incontro un arabo a mula, seguito da un buricco e da un servo.
Lo crediamo un impiegato di dogana, un ufficiale egiziano che viene ad
ispezionare, ma mentre facciamo queste supposizioni ci troviamo dinnanzi
il nostro bravo Tagliabue, completamente ristabilito, ingrassato, e
sotto mentite spoglie. Da Adua si era spedito un corriere a Massaua,
annunciando il nostro arrivo e pregandolo venirci incontro con qualche
provvigione, e lascio immaginare con quanta gioia lo riabbracciammo
tutti quanti. Si discende sempre lungo il torrente, spesso nel suo
letto, qualche volta attraverso piccole alture, attorno alle quali le
acque fanno le loro evoluzioni. Verso il tramonto ci fermiamo in un
largo spazio detto Derassò, ai piedi della salita del monte Bamba.
Tagliabue ci ha portato pane, vino, sardine, maccheroni, noi ammazziamo
un bue che facevamo seguire per provvista, e così in poco tempo si
prepara una cena come da qualche mese non avevamo più avuta.
Per evitare il caldo insopportabile del giorno e per accelerare,
sperando arrivare al vapore egiziano a Massaua, ripartiamo alle due di
notte: erta salita, poi forte e lunga discesa: strada pessima, poca luna
coperta da nubi, quindi buio quasi perfetto e pericolo continuo di
romperci il collo, ma l'orgasmo del rivedere il mare ci spinge e ci
sostiene. Si segue sempre la stessa vallata che gira in mille direzioni
per tendere in fine a nord-est. Verso le dieci ci fermiamo presso poca
acqua putrida, verde quale smeraldo, conservata in una infossatura del
letto del torrente. Le montagne si vanno facendo sempre più basse e
aride, coperte da piante delle quali letteralmente non restano che i
tronchi, e il suolo sparso d'erba gialla che con un fiammifero si
potrebbe tutta incendiare. C'è nelle tinte del paesaggio la vera
impronta della siccità, della flora bruciata. Lasciate passare le ore
del gran sole, ci rimettiamo in strada un paio d'ore prima del tramonto:
le nostre mule sono sfinite dalla fatica continua e dalla mancanza di
cibo, per cui è forza aiutarle meglio che cavalcarle: il caldo si fa
sempre più soffocante, terminano le alture e subentra un vasto piano
inclinato fesso di quando in quando da larghissimi letti da torrente.
Molti ne attraversiamo, e sempre ci dicono dobbiamo scorgere il mare, ma
mai non vi si arriva: il sonno e la stanchezza resi ancor maggiori
dall'afa terribile ci ammazzano, ma vogliamo giungere alla meta. Nei
letti dei fiumi troviamo scavati dei pozzi dai quali si ha acqua fangosa
e salmastra, ma che l'arsura ci fa bere, vincendone la ripugnanza.
Finalmente fra le due e le tre di notte battiamo alla porta di un greco
che in Omkullo tiene una piccola bottega d'acquavite. Ci rifocilliamo,
riposiamo qualche ora, poi ripartiamo per Massaua, dove ritroviamo tutti
i nostri buoni amici e la cattiva notizia che il vapore è partito il
giorno prima.
Eccoci dunque per due settimane condannati ancora a questo soggiorno.
Non dico della festa che abbiamo dal bravo Habib Sciavi e dagli altri
amici che avevamo lasciati in questo paese: è una gara per vederci,
felicitarci del nostro viaggio, che davvero conteremo per sempre fra le
migliori nostre soddisfazioni.
Come vita Massaua ci pare un paradiso dopo l'Abissinia, pure subito si
rimpiange la vita delle emozioni, la vita variata della carovana.
Il caldo è insopportabile, chè nelle posizioni e nelle ore più ventilate
si hanno da 38° a 40°, e in qualche ora del giorno il termometro sale
fino ai 46°.
Non un momento di tregua nè giorno nè notte, è un continuo soffocare e
traspirare, ciò che è molto noioso ma igienico per noi che abbiamo
assorbita tanta umidità. Nella giornata, il costume più che semplice
adottato anche per le strade, e la notte il portarsi a dormire sulle
terrazze sono, i soli rimedii contro questo molesto perseguitatore. Il
sole dardeggia i suoi raggi verticali, infuoca il suolo, e pochi passi a
capo scoperto bastano per caderne fulminati.
Il primo agosto arriva il vapore egiziano che continua la sua corsa fino
ad Hodeida per fermarvisi due o tre giorni, poi riprendere la via del
ritorno, impiegando almeno dodici giorni per arrivare a Suez. Passare
tutto questo tempo su una di queste sudicie carcasse non è certo
divertente, per cui ci decidiamo d'andare ad Hodeida nella speranza di
trovarvi un trasporto inglese col quale proseguire fino in Aden e qui
aspettare uno dei vapori della linea delle Indie. Partiamo infatti la
mattina del due e dopo una giornata di navigazione, all'alba del tre
siamo in vista di una costa che si crede la nostra meta, ma quando ci
avviciniamo maggiormente la si riconosce invece per tutt'altro punto.
Gran consiglio di tutto lo stato maggiore, e ritenuto che Hodeida deve
essere più a sud vi rivolgiamo la prua.
Coi cannocchiali non si scorge però traccia di abitato, quindi fronte
indietro e si va in cerca di Hodeida direttamente a nord. Finalmente
alcuni minareti si innalzano all'orizzonte, e verso le due mettiamo le
ancore davanti alla città, dalla quale però ancora ci separano parecchi
chilometri di bassi fondi.
La città è grande e interessante per lo stile prettamente arabo dei suoi
edificii e per la molteplicità dei costumi dei suoi abitanti, fra i
quali sono maggiormente degni di rimarco i beduini dell'Yemen,
bellissima gente artisticamente vestita d'un piccolo pantalone, una
giacca aderente e un turbante in tela azzurra, adorni di bellissime armi
riccamente lavorate in argento. Le donne portano una massa di monili al
collo, alle braccia, alle mani, alle gambe, pure in argento lavorato a
filigrana e misto a conterie o pezzi d'ambra. Al collo dei ragazzi
collane che ricordano quelle delle Abissinesi, che certamente ebbero
queste a modello.
Nella notte del quattro partiamo a bordo del vapore inglese; passiamo lo
stretto di _Bab-el-Mandeb_, porta del diavolo, rinserrato fra terra
ferma asiatica e l'isola di Perim su cui sventola la bandiera inglese, e
la mattina del giorno seguente diamo fondo dinanzi Aden. Vi trovate qui
un vero labirinto di aguglie i cui detriti hanno costituito un banco
lungo il mare. Su questo la città commerciale, detta _Steamer-point_, su
ogni vetta un piccolo forte o qualche antenna che col mezzo di bandiere
segnala ogni arrivo e partenza di bastimento; ovunque si guardi tutta
roccia nuda e sabbie, non un filo di verdura; d'acqua non se ne parla; e
qui si seppe piantare una città, e qui si potè attirare gli sguardi del
mondo intero e buona dose di commercio.
A otto chilometri, dopo uno strettissimo passaggio tagliato entro dura
roccia per raggiungere una larga vallata posta oltre una catena di
alture, sta la città, propriamente detta, che a Steamer Point non sono
che ufficii, agenzie, magazzini ed alberghi. Vi siamo accolti come
fratelli dal nostro bravo console signor Rolph, che a tutto uomo si
adopera sempre per tornare utile e gradito agli Italiani che visitano
questi paesi. Abbiamo lo spettacolo di un temporale di sabbia, che non
saprei meglio descrivere che dicendo di immaginare, invece di pioggia,
colonne di fitta e fina sabbia trasportate dal vento, seguite da qualche
goccia di vera acqua, cosa che da tre anni non si vedeva in Aden.
I temporali sono rari, ma così torrenziali che per radunare tutta
l'acqua che in pochi momenti scorre sui versanti delle montagne, si
costrussero delle vasche gigantesche che quasi rinserrano le vallate.
Sono lavoro ciclopico che si crede iniziato dai Persiani e ristabilito
poi dopo l'occupazione Inglese. Originali in Aden sono i tipi degli
Ebrei dell'Yemen, che vi fanno il commercio delle penne da struzzo e del
cambia-valute. Vestono una lunga zimarra, un piccolo calottino in testa
e due lunghi ricci che pendono davanti alle orecchie; e i somali che vi
fanno generalmente il facchino o il marinaio, quasi nudi, con enormi
parrucche di capelli arricciati, che per sgrassare coprono di calce, la
quale li riduce giallo-biancastri.
Il giorno 12 partiamo a bordo del _Manilla_, grosso vapore di Rubattino,
e volgiamo direttamente la prua verso l'Italia. È una vera soddisfazione
trovarsi a bordo di un legno come questo di 5000 tonnellate, e pensare
che è nostro, e per noi era doppia la gioia illudendoci già di essere su
un pezzettino del nostro paese. La cordialità degli ufficiali, tutti
quanti, valeva ancora ad accrescere il nostro contento e la nostra
illusione. Abbiamo la morte di un signore inglese a bordo, e nulla di
più triste delle funzioni per la sepoltura. A mezzogiorno il vapore si
ferma, una campana a prua annuncia ed accompagna con suono cadenzato la
triste cerimonia; il feretro è portato sopra coperta e coperto da
bandiera inglese; un vecchio legge qualche preghiera, tutti gli altri
religiosamente ascoltano e pregano, poi unitamente ad un grosso peso di
ferra-vecchie, quattro marinari sollevano la cassa e la buttano a mare,
dove si sprofonda nelle acque, mentre il bastimento riprende il suo
cammino.
La notte del 18 siamo a Suez, dove qualche buon amico venne da
Alessandria per abbracciarmi ed accompagnarmi fino a Porto-Said.
Entriamo nel canale, interessantissimo a percorrersi: rivediamo le
azzurre acque del Mediterraneo. Il 27 abbiamo uno dei più splendidi
spettacoli che al mondo si possano vedere, l'entrata al sorgere del
sole, nel golfo di Napoli. Il giorno dopo verso sera, provo una delle
più belle emozioni del viaggio, chè arrivando a Milano, mi ritrovo nelle
braccia di mia madre, e circondato da tutta quanta la mia famiglia.