Doni del re.--Partenza dal campo reale.--Compagni di
viaggio.--Villaggio poco ospitaliero.--Accoglienza poco cordiale
di ras Area.--Gondar.--Traccia di strada.--Re Teodoro.--Le
piogge.--Il Semien.--Emozioni.--Passaggio del Taccazé.--Arrivo in
Adua.
Il re volle consegnarci una sua lettera da presentare al nostro sovrano
ed inviargli in dono due piccoli leoni che aveva ricevuti dal Goggiam e
stava addomesticando per tenerli a fianco al suo trono, come altre volte
faceva e come è tradizione dei re d'Etiopia, e desiderando dare a noi
una sua memoria, ed esserci utili nel nostro viaggio di ritorno, ci
mandò in regalo tre mule elegantemente bardate con selle di distinzione
che non si possono portare in paese se non date dalle sacre mani di Sua
Maestà. Sono in pelle rossa e verde, e la gualdrappa che scende a lunghe
punte ricamata con disegni originalissimi quanto primitivi che
pretendono rappresentare leoni, guerrieri, croci cofte ed altri
ornamenti.
La mattina del 21 giugno, lasciamo il colle di Gafat, questa residenza
reale dove provammo tante emozioni e tante soddisfazioni, e accompagnati
dai Naretti e da qualcuno della Corte che ci vogliono scortare per breve
tratto, proseguiamo verso ovest, rifacendo in parte la strada fatta nel
venire, e ci fermiamo un'ora prima del tramonto presso un villaggio
all'altezza di 2000 metri, dove malgrado gli ordini del re ci rifiutano
qualsiasi ospitalità, persino l'acqua.
Al momento della partenza fummo affidati ad un giovane soldato, logoro e
schifoso da destare ribrezzo e pietà, che doveva esserci di guida ed
ottenerci in nome del suo Sovrano, ad ogni villaggio che incontravamo
sulla nostra via, tanta roba da mantenere un reggimento. Una lettera
dataci dal re e diretta a tutti i governatori, capi dei villaggi, preti,
ci raccomandava e minacciava severe punizioni in caso di rifiuto
all'adempimento di questi ordini, ma sono così scarsi quelli che in
Abissinia sanno leggere, che anche questo documento finisce per
diventare inutile, oso dire, derisorio.
Nove prigionieri abissinesi, tenuti da un tronco d'albero che con una
forcella ad un'estremità serra loro il collo, e scortati da parecchi
soldati, sono destinati a fare il viaggio con noi fino al campo di _ras_
Area, lo zio del re dal quale siamo chiamati. La compagnia non era certo
la più simpatica, ma in questi paesi bisogna sorpassare a molte cose;
d'altronde noi siamo a mula e vogliamo fare marce forzate, per cui dopo
poco cammino li lasciamo e proseguiamo per conto nostro.
Il giorno appresso la guida lega per bene l'ostile capo del villaggio e
lo trascina per portarlo a scontare il fio della sua mancanza, ma i
preti si presentano in funzione, colle croci in testa e seguiti da molto
popolo ad implorare il nostro perdono che ci mostriamo risoluti a
rifiutare. Fatta poca via però siamo fermati da un baccano misto di
suoni e gridi; sono l'allarme che i ministri di Dio danno, e la raccolta
ai fedeli per inseguirci in massa e colla forza ottenere la libertà del
capo. Per evitare guai, nei quali certo saremmo sopraffatti dal numero,
e d'altronde avendo ben poco a guadagnare dalla compagnia del nostro
prigioniero, testimoni i preti, lo dichiariamo assolto dalla sua colpa,
purchè venga ad accompagnarci fino alla sera e ci ottenga dal nuovo capo
quello che desideriamo. Così fu pattuito, ma lungo la strada scomparve
fra boscaglie e fuggì. Dopo una traversata di diverse alture coltivate
e ben vestite da vegetazione, dalle quali godiamo sulla nostra sinistra
l'esteso panorama del lago Tzana, scendiamo in una sterminata pianura
nel mezzo della quale ci andiamo a fermare presso alcune capanne,
abitate da miseri pastori che non trovandosi in forza di reagire vengono
a supplicarci colle lagrime di risparmiar loro il tributo, perchè
mancanti persino del pane per vivere. Ci accontentiamo quindi di qualche
piccola cosa che ricompensiamo con moneta.
[Illustrazione: Spade. 1. biscerina. 2. abissinesi. 3. Sella e
briglia di distinzione regalateci de Re Giovanni. 4. Decorazione
militare.]
Tutti i giorni verso le tre il cielo si copre e ci accompagnano pioggie
dirotte che ci preparano bene inzuppato il terreno sul quale dobbiamo
poi piantare la tenda e sdrajarci, salvo poi continuare la notte e colla
pendenza del suolo formarsi una corrente d'acqua, che mentre dormiamo ci
cura idroterapicamente il dorso.
_Lunedì 23._ Proseguendo a nord-ovest attraversiamo la vasta pianura a
poca distanza dal lago, con un caldo soffocante; alla nostra destra ci
maschera il Gondar una bella catena di monti, uno dei contrafforti del
gruppo del Semien che fra pochi giorni visiteremo. Usciamo dalla
provincia di Begemeder ed entriamo in quella di Dembea che è sotto il
governo del vecchio _ras_ Area che ci fu dipinto come affabile e di modi
cortesi cogli Europei, ma il più severo e crudele coi suoi; è il solo
che ancora abbia inflitta la pena dell'accecamento, malgrado il re vi
sia contrario. Lungo il lago masse di ardee, anatre, oche selvatiche e
cento altre varietà di selvaggina, da coprire letteralmente acqua e
spiaggia. Sono talmente ingenui sui tranelli che l'uomo può tendere
loro, che si lasciano assai facilmente avvicinare, ed al tiro del fucile
non fanno che sollevarsi in massa per rimettersi a pochi metri di
distanza. Giunti all'estremità del lago pieghiamo leggermente a nord, e,
attraversati molti campi coltivati, ci accingiamo alla salita del colle
di Genda, i cui versanti sono occupati dall'accampamento delle truppe e
il vertice dal solito ricinto entro cui sono le capanne del capo.
Ci facciamo annunciare, e dopo una mezz'ora di nojosa anticamera fuori
della cinta, circondati da centinaja di impudenti soldati che spingono
la loro curiosità all'indiscrezione, non sanno cosa sia cortesia e si
divertono a deriderci ed insultarci ripetendo fra loro _turco, turco_,
siamo invitati ad entrare. Attraversata, parte del recinto siamo
introdotti in un vastissimo tucul dove _ras_ Area sta accovacciato fra
una massa di grandi, di generali, di avvocati. La nostra guida ci
presenta, o meglio ci presentiamo da noi, ma la guida consegna uno
scritto del re. Tutti si alzano vedendo il suggello reale; commentano
frase per frase, ci fanno mille domande sul dove andiamo, da dove
veniamo, chi siamo, cosa contiamo fare, poi siamo licenziati e affidati
ad un individuo che si porta ad un piccolo tucul, in mezzo a tutti gli
altri delle truppe, già pieno di soldati che si fanno sgombrare. Non è
così che si trattano persone di riguardo, come, senza tema di peccare di
superbia, credo siamo noi in questo paese, dove se si fa
dell'ospitalità, almeno apparentemente si cerca di farla bene, ma
pensiamo saranno stati male eseguiti gli ordini dati, e ci adattiamo
alle circostanze, ci spogliamo delle nostre armi e ci sdrajamo in cerca
di riposo, sperando arrivi presto anche da soddisfare l'appetito.
Entra poco dopo un messo con un corno di _tecc_ e ci offre a bere, poi
ci invita per ordine del capo a portarci da lui. Certo è per darci da
mangiare, pensiamo, e pieni di speranze e d'ardire ci avviamo. _Ras_
Area è seduto nell'angolo di un piccolo ricinto e circondato da una
ventina dei più fidi compagni; salutiamo e ci disponiamo davanti a loro;
un forte battibecco comincia, si fa viva una querela fra loro, dai gesti
si vede che vogliono accusarci di qualche cosa; il nostro servo che fa
da interprete dice ci ritengono malfattori; pensiamo ci scambino pei
condannati che dovevano arrivare con noi e cerchiamo spiegarci, ma ad un
cenno del capo una massa di soldati invade, ognuno di noi è preso da
due per le braccia che ci tengono rivolte all'indietro; io porto il
destro al collo, perchè sempre malato, si insospettiscono nasconda
qualche arma, vogliono mostri il mio male. La questione si va facendo
più seria, più complicata; il nostro Agos, l'interprete, giovane timido,
grida: _vi legano, vi legano_; poi è preso da timore, piange, non sa più
spiegarsi; alcuni soldati entrano con delle catene. In questo frattempo,
anzi fin dal principio, il capo e parecchi dei suoi si armarono di
carabine, vi misero le cartuccie e pronti tenevano queste armi rivolte a
noi. Noi davvero non si sa che pensare; le nostre parole non sono
intese, la nostra innocenza non vuol essere ammessa; ci guardiamo l'un
l'altro, è inutile fare il forte, tutti son pallidi e come gli altri
devo essere anch'io. Ferrari è condotto nel mezzo del recinto,
inginocchiato col dorso rivolto alle carabine; in quel momento,
confesso, lo vidi finito e immaginai tutti noi stesi con lui. La morte
mi parve bella in quel momento e il pensiero correva triste all'idea di
non essere finito d'un colpo, delle sofferenze delle ferite, d'esser
forse destinati coi nostri patimenti a trastullo di quella canaglia. Nel
volgere di pochi secondi migliaia di pensieri mi si presentarono alla
mente e una vera lanterna magica dei miei cari, del passato, del mio
paese, mi passò davanti agli occhi. È paura questa? se lo è, confesso
d'averla avuta e non me ne vergogno; quando è dato mostrare di aver
coraggio, credo non sia tanto difficile persuadere che non si ha paura,
ma quando si vede la morte vicina e l'impossibilità di muovere dito per
respingerla, e senza scopo alcuno, e convinti della propria innocenza,
credo non sia gran merito rassegnarsi alla morte, nè demerito dolersi di
perdere la vita.
Qualcosa di sereno però siedeva ancora nel mio cuore, e si fece gigante,
e una voce interna mi parve dirmi: tua madre prega per te, tu devi
riabbracciarla, e mi sentii rassicurato. Le preci di mia madre avevano
infatti un eco in questi cuori da belve, e Ferrari fu solo primo ad
essere incatenato. Come la catena deve serrare al polso, l'ultimo anello
è più largo e aperto per farvi entrare il braccio, che poi si appoggia
ad una pietra qualunque, mentre con un'altra picchiando or su un estremo
or sull'altro dell'anello, lo si chiude tanto che serri e non possa
sortirne la mano. Per questa operazione Ferrari erasi dovuto
inginocchiare, anzi dopo quasi sdrajare a terra. Lo stesso fu fatto a
tutti noi, con permesso speciale di Sua Eccellenza per mettermi la
catena al braccio sinistro essendo il destro il malato, poi fummo
separati e condotti attraverso quell'orda selvaggia di vigliacchi che si
chiamano soldati e che ci scherzavano, ci insultavano, ridevano della
nostra disgrazia al nostro passare. All'altro estremo della catena è
legato un mascalzone qualunque pieno di rogna e di pidocchi che è
garante del delinquente che gli viene affidato. Così ognuno fu condotto
in una capanna e circondato da donne, ragazzacci e soldati che si
appropriarono quattrini, fazzoletti, orologi, quanto poteva soddisfare i
loro gusti: ci spiegarono come _ras_ Area era come Teodoro e noi gli
inglesi che questi aveva incatenato; chi con un fucile spianato mi
mostrava che fuori la capanna mi avrebbero fra poco finito, chi con una
spada voleva farmi capire che la mia condanna era il taglio del piede e
della mano. Intanto i pensieri volavano a casa mia, all'avvenire, ad una
lunga prigionia, a sofferenze, alla morte; e per buona sorte la noja
insistente di questi importuni non lasciava troppo tempo allo svolgersi
dei pensieri, e il succedersi di questi mi calmava l'indignazione della
posizione in cui mi trovavo condannato. Oso dire che la risultante fu
una buona dose di rassegnazione e mi tranquillai aspettando la mia
sorte.
Non saprei precisare quanto tempo durò questo stato di cose, e i minuti
devono certo essermi sembrati ben lunghi, ma parmi che dopo circa
un'ora e mezza, un soldato venne a dirmi mi portassi dal capo. Seguito
dal custode, e ancora attraversando tutti quei gruppi di mascalzoni
indegni d'esser uomini e di portare il titolo di cristiani, tornai da
_ras_ Area e vi incontrai i compagni. Si fece ancora qualche po' di
discussione, ma alla fine fummo liberati dalle catene appoggiando il
braccio su d'una pietra e legando un estremo dell'anello con cinghie ad
un grosso palo che si tien fermo e appoggiato alla pietra stessa, e
forzando a schiudersi l'altro estremo tirandolo con liste di pelle
parecchi soldati.
_Ras_ Area si mostrò allora mortificato, avvilito, disse che se volevamo
avevamo diritto a bastonarlo, e fingendone l'atto, dichiarò che a lui
non restava che presentarsi colla pietra al collo per implorare il
nostro perdono.
Quando arrivammo egli era completamente ubbriaco ed i suoi fidi in
parte. La nostra guida, un povero cretino, presenta la lettera del re in
cui dice: _ti invio nove prigionieri, metti loro le catene e mandali
alla montagna_; e non aggiunge altro a nostro riguardo.
Questo _qui-pro-quo_, i fumi dell'ubbriacatura che confondevano la mente
e offuscavano la vista, il desiderio degli altri ajutanti e seguaci di
mettere in catene dei bianchi, ciò che pareva loro gran merito, tutto
questo insomma fu la causa dello sbaglio e del fatto avvenutoci. Passata
un po' l'ubbriacatura, avuti maggiori ragguagli dalla guida, ricordatosi
che lui stesso aveva domandato questi bianchi che stavano al campo del
re, tornò a miglior consiglio.
Per buona fortuna nella lettera del re non era detto di fucilare i
prigionieri, chè altrimenti, nè la mente rinfrescata, nè gli
schiarimenti della guida avrebbero valso a rimediare alla pena che ci
sarebbe stata inflitta.
Fummo subito regalati di una vacca, un montone, pane, _tecc_, miele,
burro, ecc., e l'emozione in generale non aveva poi avuto grandissima
influenza sull'appetito.
Vorremmo partire la mattina dopo, ma il _ras_ ci prega restare, dicendo
ci vuole almeno una giornata suoi ospiti per mostrargli che non
conserviamo rancori per l'avventura di ieri; ma in fondo il vero motivo
è che teme che noi ritorniamo direttamente dal re a fare le nostre
lagnanze, ed egli vuole prima spedire un corriere con una sua lettera in
cui dà ragione dell'equivoco e implora la sovrana grazia. Per quanto
instare si faccia, mostrando che una giornata per noi è preziosa e può
avere grandi conseguenze, non ci è dato liberarcene e ci è forza
rassegnarci a restare. Passiamo la giornata visitando l'accampamento che
in piccolo è una ripetizione di quello di Debra-Tabor, e ricevendo
visite da diversi capi e ufficiali che fingono dolersi del fatto
accadutoci. La sera siamo invitati dal capo. Pronti ad una ripetizione
del ricevimento di ieri, lo troviamo invece nella stessa gran capanna,
ma steso su alcuni tappeti, avanti un gran fuoco, circondato dai soliti
grandi che per turno si rubavano l'alto onore di accarezzargli piedi e
gambe, leggermente ubbriaco di _tecc_ che ci fa servire in abbondanza,
non trascurando di continuare anche da parte sua a vuotarne delle intere
bottiglie. Ci rivolse mille domande sul nostro paese e sui nostri usi e
costumi, ma il discorso volse specialmente sulla poco cordiale
accoglienza fattaci al nostro arrivo, e disse che noi potevamo essere
paragonati a Gesù Cristo, e lui al diavolo, che era stato ben cattivo,
che si riconosceva per un vero bue, e così trascese ad appropriarsi
tanti e tali epiteti che, per quanto si riconoscesse peccatore e lo
confessasse, mostravano certo in lui maggiore mancanza di dignità che
vero buon cuore e schietto rimorso.
_Mercoledì 25._ Alle nove lasciamo questa poco simpatica residenza, e
volgiamo a nord-est, attraversando continuamente pianure coltivate,
alternate a colline, coperte da folta vegetazione; paesaggio in
complesso bello e grandioso. Alle due ci si presenta il Gondar disteso
sui versanti di un'altura, ai piedi della quale sorge una borgata
abitata da mussulmani, e il ciglio è coronato da un ammasso di
costruzioni alte e rettangolari, dall'aspetto di castelli, di torri, di
mura merlate; sono gli avanzi dei palazzi portoghesi.
Gondar, l'antica capitale dell'impero, sorge a 12°, 36' lat.
settentrionale e 35°, 11' long. est, e l'altura che gli è per così dire
base, è bagnata da due corsi d'acqua, l'Anguereb all'est e il Kaha
all'ovest, che a poca distanza si riuniscono e vanno a versare le loro
acque nel lago Tzana. L'attuale città non differisce punto da tutti gli
altri villaggi d'Abissinia, sia pel genere delle costruzioni, sia per
l'irregolarità e il sudiciume delle vie; solo la popolazione non è molto
agglomerata, le capanne divise a diversi gruppi, lasciando così molti
spazii liberi che potrebbero dirsi piazze, e permettendo che molte
piante vi possano così allignare. È la città della fede per eccellenza,
chè oggi vi si contano quarantaquattro chiese che come edificio non
offrono nulla di rimarchevole, ma riposano sempre all'ombra di grossi
alberi. Il quartiere più ordinato e pulito è quello che sta al basso,
riservato ai mussulmani e per questo chiamato _Bet-islam_; vi godono di
piena libertà e sicurezza, ma non hanno facoltà di erigervi moschee. La
cosa più attraente di Gondar sono certamente le rovine che si distendono
ad occupare tutta la parte superiore dell'altura. Le costruzioni sono
opera dei Portoghesi e datano dal secolo decimosesto; sono tutte
racchiuse entro una cinta ovale, in parte merlata, che di quando in
quando offre larghe aperture con arcate.
Gli edificii sono parecchi, in parte isolati e in parte collegati fra
loro; tutti rettangolari, cogli angoli spesso terminati a torri quadrate
o circolari. Il tempo e lo spirito devastatore hanno molto distrutto, ma
in alcuni, e in quello detto il palazzo dell'Imperatore che è anche il
più vasto, si conservano ancora perfettamente le scale, alcune porte,
soffitte, e vi si vedono le aperture dei trabochelli che nei pavimenti o
negli spessori delle mura portano dai piani superiori ai sotterranei.
Tutto porta traccie dell'incendio che fu uno degli ultimi sfoghi delle
pazzie e degli spiriti perversi di re Teodoro. Le principali mutilazioni
di questi monumenti storici sono però dovute alla madre di _ras_ Ali, la
rinomata _Iteghè Menéne_, che, furiosa dell'impopolarità della sua
famiglia, volle distruggere parte di questi edificii, dicendo: dacchè
non dobbiamo lasciare monumenti del nostro potere, è inutile che
lasciamo sopravvivere quelli degli altri.
La nessuna proprietà, in generale, dei terreni, la facilità del
costruirsi le abitazioni, la mancanza di suppellettili da trasportare,
forse il poco attaccamento alla casa paterna che è nel carattere delle
popolazioni, le continue guerre che trascinano vagabonda pel paese gran
parte delle sue genti, e cento altre cause forse, rendono difficile lo
stabilire una cifra di censimento per gli abitanti di una città. Così
per Gondar vediamo Bruce stimarne la popolazione fino a 30,000 anime,
D'Abbadie a circa 12,000, e Rüppel che vi fu a non grande distanza da
quest'ultimo a 6,000. A me dissero 8,000; lo ripeto senza farmene per
nulla responsabile, tanto più che un altro Abissinese è capacissimo di
dirvi la metà o il doppio. Gondar è sempre la città commerciale per
eccellenza in Abissinia, e per tradizione e per la sua posizione,
facendovi punto le carovane che provengono dal Goggiam coi prodotti
delle provincie Gallas, e da qui partendo per le diverse vie di Adua e
Massaua, oppure Metemma e quindi Cartum o Suakin per Kassala.
M'avrebbe interessato assai di fermarmi qualche tempo a vivere della
vita abissinese e visitare un po' minutamente le rovine portoghesi, ma
le maledette piogge parevano dirci: avanzate, avanzate, che siete agli
ultimi, e la mattina del giovedì 26 rimontammo quindi a mulo per
metterci seriamente sulla via del ritorno.
[Illustrazione: Rovine degli antichi palazzi portoghesi a Gondar]
L'elevazione di Gondar mi risulta di 2300 metri.
Il giovedì 26 facciamo i saluti al compagno Bianchi che da qui torna al
campo reale per passarvi col Naretti il cherif, e rappresentarvi in
certo modo il Comitato milanese di esplorazione, nella speranza di
potervi seriamente trattare col re qualche affare ed ottenere in seguito
di visitare e studiare commercialmente il Goggiam o lo Scioa, e noi
proseguiamo a nord-est attraverso montagne verdeggianti, e seguendo una
strada tracciata da Teodoro, quando voleva fare del suo paese una
nazione civile e del Gondar la gran capitale. Si direbbe che avuta da
natura una mente elevata, un carattere ardito ed un cuore che non
conosceva ostacoli a soddisfare la propria ambizione, tutta la parte che
era a lui destinata di bontà e malvagità si concentrarono, per
segregarsi l'una dall'altra e svilupparsi coll'impeto che doveva esser
proprio d'ogni sua azione. Così dapprima concepì idee civilizzatrici di
gran lunga superiori al possibile e volle tentarne l'effettuazione, ma
fu subito assalito dallo svilupparsi del secondo elemento, l'istinto
perverso, cui non potè esser freno ragione nè educazione, vestì il
carattere di pazzia e gli fece commettere quegli eccessi che rovinarono
il paese e furono causa della sua miseranda fine.
Verso le tre ci fermiamo ad un piccolo villaggio presso la chiesa
Georgis a 2950 metri.
Continuando il venerdì 27 in un vero parco inglese dove la grandiosità è
sconfinata e la natura non studiata nè inventata, ma quale solo il tempo
ha creata, incrociamo dopo circa quattro ore di cammino la via tenuta
nell'andare a Debra-Tabor, e volgendo più ad est attraverso estesi
bacini a pascoli e coltivo, saliamo verso le tre un colle che spicca fra
gli altri e alla vetta del quale è la residenza di _degiatch_-Semma
figlio di _ras_ Garamaden, giovane simpatico che ci usa mille riguardi
e mille cortesie, trattandoci come si usa trattare fra amici in Europa,
mostrandosi beato di vederci e di poterci ospitare. Tutto il resto della
giornata volle che stessimo con lui, ci destinò una capanna vicina alla
sua, volle prendessimo parte alla sua refezione. Entusiasta delle nostre
armi chiese poter fare qualche tiro, e più di una volta colpì
perfettamente a palla uno dei nostri cappelli messo come bersaglio a
discreta distanza. La contentezza di questo giovane e l'ammirazione dei
suoi non aveva più limiti e ci dichiarò che sarebbe il più felice dei
mortali se dall'Italia gli mandassimo un fucile simile. Il buon Ferrari,
intenerito dal trovare un'accoglienza veramente schietta e cordiale,
prese a due mani il suo cuore sempre grande e sempre aperto, e volle far
dono della sua fida arma. Vera eccezione fra gli Abissinesi, si dovette
insistere per farla accettare.
Dirò ora che la parola _ras_ tante volte usata significa _capo_, è araba
e fu introdotta e si usa sempre oggi in Abissinia. _Degiatch_
corrisponde a governatore con pieni poteri conferiti dal re.
Siamo pregati di restare ospiti per qualche giorno, ma ci è impossibile,
quindi il giorno appresso proseguiamo per la nostra via, ritroviamo
quella percorsa nell'andata, nelle vicinanze di Ciambilghé, che lasciamo
alla sinistra, per raggiungere il villaggio di Dewark, a circa 3000
metri di elevazione. Il villaggio è costituito da due aggruppamenti di
capanne poste a qualche distanza, ma distinte collo stesso nome. A poca
distanza dalla frazione più a nord, già accampammo nell'andata, ora
abbiamo preso stanza all'estremità opposta.
Per essere più lesti viaggiamo senza provvigioni nè tende, e solo
abbiamo presa una piccola tenda nera, come si fanno allo Scioa, pei casi
estremi. Siamo quindi costretti di ricoverarci tutte le sere ai
villaggi, e chiedere una capanna, e farci dare col mezzo della guida del
re o più spesso col mezzo dei nostri talleri, quel che si può trovare
non per mangiare, ma per vivere. Come si stia la notte in questi tuguri
con ogni sorta di compagnia, e cosa si debba ingojare, risparmio
descrivere per evitare un disgusto. La stanchezza e l'appetito rendono
però soffice qualunque giaciglio e gustoso qualunque cosa sia
materialmente mangiabile; la necessità fa trovare superflua la maggior
parte delle cose che si ritengono necessarie, e si capisce allora quanto
di inutile abbiamo nelle nostre abitudini, e quante pene e quante noje
ci procuriamo per soddisfarle.
La domenica 29 siamo svegliati dal grido di _el matera, el matera,
cavaga_, la pioggia, signori, che i nostri servi ci fanno intendere,
sapendo quanto ci stesse a cuore questa brutta compagna, perchè nojosa
nel viaggio e più che per questo, perchè gonfiando il Taccazè potrebbe
tagliarci la via al ritorno. Una fitta pioggia aveva infatti durato
tutta la notte e ancora continuava, ma bisogna prendersela con
disinvoltura, sellare le mule e come splendesse il più limpido sole,
mettersi in cammino. Ci avviciniamo alla gran catena del Semien, e diamo
scalata ad un'altura ertissima dove il terreno bagnato rende il salirvi
doppiamente faticoso e per noi e per le mule. Il cammino continua poi
molto accidentato in continue discese e salite; per lungo tratto corre
anzi su di una via dove la mano dell'uomo rese possibile il percorrere
il versante di un enorme vallone, da dove durante qualche lucido
intervallo in cui il vento ci libera per pochi istanti dalle moleste
compagne, la pioggia e le nebbie, si intravedono valli scoscese e pareti
rocciose di monti a profili orizzontali, interrotti da guglie. Siamo in
una regione veramente alpestre, dove un vero sistema costituito, per
così dire, di catene montuose surroga quel caos di natura sconvolta che
percorremmo nell'andata, più al basso parallelamente a questa altezza.
Frequenti corsi d'acqua gonfi in questa stagione abbiamo a guadare, e
dopo una giornata veramente campale ci fermiamo verso il tramonto
chiedendo ospitalità a poche misere capanne a 3450 metri d'elevazione.
_Lunedì 30._ Saliamo sempre attraverso terreni coltivati e pascoli, fino
a raggiungere lo spigolo di una catena che davanti a noi, dal versante
nord, si presenta scendere a picco, determinata da una di quelle pareti
verticali basaltiche, tanto caratteristiche di queste formazioni e di
questo paese. Per un sentiero da camosci discendiamo o meglio
precipitiamo fino a raggiungere un terreno meno ingrato; costretti di
marciare a piedi, anzi di ajutare qualche volta le mule che affievolite
dagli stenti e intimidite dal pericolo si rifiutano di continuare,
nell'acqua fin quasi alle ginocchia, chè il poco sentiero raccoglie lo
scolo del versante, e sotto una continua pioggia dirotta, avanziamo
taciti e pensierosi, preoccupati dal caso di non poter passare il
Taccazè e di dover quindi forse rifare questa strada fra pochi giorni, e
in condizioni ancora peggiori, ma animati dalle speranze del caso
contrario, e di poter quindi essere fra qualche giorno rassicurati che
ci sarà libera la via del ritorno. La fitta nebbia continua ci toglie
oggi quasi ogni vista sulle regioni più elevate, e solo di quando in
quando si scorge al basso il passo di Wogara e parte della via che
percorremmo per arrivarvi. Verso le quattro ci fermiamo ad un piccolo
villaggio a 3350 metri. Gli abitanti sono tutti pastori che coltivano
quel poco di grano che basta pel loro pane, ma il benessere, se
benessere conoscono in questo paese, lo ricavano dal bestiame. Sono
piuttosto poveri, ma cordiali ed abbiamo certo a lodarci di loro meglio
che di tutti gli altri abitanti d'Abissinia. L'elevazione non permette
vegetazione alcuna e solo vi allignano pascoli, per cui nemmeno pel
fuoco si può aver legna, e per l'uso degli abitanti essicano nell'estate
lo sterco vaccino, e lo conservano come combustibile. Questo non dà
fiamma, poca bragia e lascio pensare quale fumo puzzolente, e per noi
che si arriva la sera inzuppati d'acqua fino alle ossa, non è certo di
gran risorsa. Pure, così come siamo ci si sdraja per terra, e con una
pelle da bue per tutto letto, e poco meno che nel fango, si aspetta la
mattina: si riposa benissimo e la nostra stella ci preserva da qualunque
male.
_1.º Luglio._ Si sale sempre percorrendo i pascoli stesi su una
striscia di piano inclinato che forma quasi gradino fra due pareti
verticali di roccia. Sono sparse masse di piante simili ad _yuka_, dalla
foglia più larga e grigiastra. Il tempo è un po' migliore, chè il vento
ritiene di quando in quando la pioggia e siamo invece accompagnati da un
freddo intenso. Giunti a 3950 metri ci si presenta una precipitosa
discesa che è forza percorrere a piedi: bisogna alle volte lasciarsi
sdrucciolare su nuda roccia bagnata, dove è miracolo che le mule possano
reggersi. Raggiunto il fondo della valle seguiamo il torrente impetuoso
che replicatamente attraversiamo. La vegetazione è foltissima e
rivediamo, man mano si va scendendo, tutte le varietà di piante che
allignano alle diverse altezze e che già ci furono compagne; fra queste
abbondano gli esemplari del cusso e stupendi lauri. È tale l'intreccio
dei rami, che si cammina in una vera galleria di verde ed è impossibile
stare a cavallo, che anzi spesso siamo obbligati di sollevare tronchi
che sporgono orizzontalmente per lasciarvi passare i nostri quadrupedi.
Questi sono sfiniti dalla fatica e dal digiuno; non hanno tempo a
pascolare il giorno e non lo possono la notte, chè piove e l'erba è
troppo inzuppata d'acqua, per cui appena possono reggere con biade e
orzo che cerchiamo procurar loro quando se ne trova. Due già li
lasciammo sfiniti per la strada ed un terzo comincia ora a mostrarsi
impotente a proseguire; ad ogni passo cade. La notte arriva, un
acquazzone indiavolato ci sorprende; siamo in un fitto bosco e senza
sapere a quale distanza sia il primo villaggio. Nessun mezzo serve più a
ravvivare almeno momentaneamente ed apparentemente le forze della mula,
quindi la lasciamo a farsi finire dalle jene nella notte, diamo a
portare ai servi parte del carico e parte lo lasciamo pel primo che avrà
la fortuna di trovarselo, e a notte fatta raggiungiamo alcune capanne a
2600 metri. Di mangiare già non se ne parla, e basta qualche po' di
farina, del pane acido del paese e del berberia per far tacere le
esigenze dello stomaco. È fortuna rara quando si arriva a trovare una
capra, e si ha il tempo di ammazzarla ed abbruciarne un po' le carni per
divorarle, come fossimo diventati anche noi abissinesi.
Il due luglio continuiamo a discendere la lunghissima vallata;
grandiosissimo il panorama che si svolge alle nostre spalle, delle
montagne che veniamo d'attraversare e che hanno tutta l'apparenza
d'inacessibili. Al tramonto arriviamo laddove la gran catena che
fiancheggiamo muore, per dar luogo ad un vastissimo orizzonte. I profili
dei monti sono belli ed originali avendo sempre l'apparenza d'essere
coronati da torri e da castelli in rovina; la vegetazione scarsa, tranne
in qualche punto, e credo a causa delle sostanze minerali, specialmente
rame, che si vedono sparse nelle rocce. Il tempo ci favorisce, chè per
quanto circondati da continui temporali, pochi arrivano a regalarci le
ultime loro grazie.
Ci fermiamo a 1800 metri, dove il suolo è perfettamente arido e sabbioso
e solo vi allignano tristi acacie; le abitazioni differiscono dalle
solite d'Abissinia essendo basse, in pietra, circolari, col tetto quasi
piatto e coperto da terra sostenuta da travi. Lungo la strada bellissimi
marmi rossastri, giallognoli e verdastri. Gran battibecco per avere un
ricovero, e ci vien poi data una mezza stalla, dove ce la passiamo con
delle capre e tutto quello che si può trovare nel loro asilo notturno.
La mattina dopo però il capo del villaggio ci invita a bere del _tecc_,
ci usa mille riguardi e ci domanda mille scuse pel modo con cui fummo
alloggiati, essendo lui assente e arrivato solo durante la notte.
Dietro il villaggio è un erto colle che saliamo fino a 2200 metri da
dove scorgiamo da lontano il sospirato Taccazè che appare in una
svoltata, in fondo a profonde valli, e dopo una lunga distesa di alture
che dovremo pur troppo digerirci una ad una. Proseguiamo su e giù per
creste d'alture e dentro e fuori da vallate seminate sempre da stupendi
marmi e belle cristalizzazioni, e sparse di acacie e qualche _baobab_,
dove il suolo ha però apparenza arida, per fermarci verso sera a 1800
metri ad un villaggio dove risiede il preteso capo del Taccazè, quello
cioè che dirige il passaggio del fiume per le carovane, e che troviamo
briaco fradicio, talchè ci rifiuta qualunque asilo per la notte e
assistenza per l'indomani. Un galantuomo di prete però prende le nostre
parti e non curandosi dell'ostinato e poco cordiale seguace di Bacco, ci
assiste in tutto quanto ne occorre.
Il giorno quattro ci avviamo pieni di emozione chè la giornata può
essere decisiva per noi; per quanto ci si assicuri che il fiume è
guadabile, potrebbero esser cadute forti piogge la notte nell'alto
Semien o nel Lasta, il Taccazè esserne gonfio e quindi trovarci tagliata
la via al ritorno, costretti a passare qualche giorno in attesa di
decrescenza delle acque in questo poco simpatico soggiorno, poi forse
rifare la via fatta per andarcene un'altra volta a Debra-Tabor a
svernare. Il nostro bravo Legnani, preoccupato da questi pensieri e
rimasto a qualche distanza da noi, invece di seguire le orme nostre
scende per una vallata trasversale, ed anzi accelera il passo per
raggiungerci, mentre noi proseguendo in direzione quasi opposta ci
accorgiamo della sua mancanza, e ci volle buona forza di nostre voci e
di sue gambe per poterci ritrovare. Sali e scendi per alcune alture, ci
si presenta nel fondo il Taccazè che colle acque sue fangose va
tortuosamente seguendo il suo corso; mille commenti, nuove emozioni, i
cuori si allargano a nuove speranze per riserrarsi a tristi
presentimenti. Discesa vertiginosa e lunga, sempre sul ciglio di uno
sprone che scende fino al fondo della valle; il terreno di sedimento
poco compatto rende ancora più faticosa la marcia, il caldo si fa sempre
più soffocante. Eccoci finalmente a circa 1000 metri di elevazione, alle
acque che il nostro buon prete ci assicura che passeremo.
Risaliamo per breve tratto lungo le sponde per trovare una posizione
propizia al nostro passaggio; parmi il fiume abbia un centinajo o poco
più di metri di larghezza, ma la traversata dovendosi operare
trasversalmente, perchè la corrente trasporta, diventa assai più lunga;
alcuni indigeni entrano nell'acqua e felicemente li vediamo raggiungere
l'opposta riva. Quel che fa un abissinese lo sapremo fare anche noi,
gridiamo: i nostri spiriti si sono rianimati, in due minuti siamo
pronti, e ajutati da due indigeni che gridano e battono l'acqua con un
bastone per allontanare i coccodrilli, coll'acqua fino alla gola e
facendo ogni sforzo per vincere la corrente, raggiungiamo l'opposta
sponda.
Gli stessi uomini si incaricano a diverse riprese di far passare i
nostri effetti, le mule nuotano per conto loro, e persino il prete,
visto che v'era a guadagnare qualche tallero, smesso quel poco abito e
con esso la altrettanto poca dignità sacerdotale, ci apparve in costume
perfettamente adamitico per aiutare al passaggio nostro e della nostra
roba. Il cielo ci assiste in questo momento, il gran passaggio è fatto,
un sole splendido ci riscalda e ci serve ad asciugare la nostra roba,
che dal più al meno aveva tutta assaporata l'acqua del Taccazè.
Ci rimettiamo in via. I pasti poco succolenti di parecchi giorni, il
digiuno quasi completo e il bagno, fanno i loro effetti, e la debolezza
ci permette a stento di reggerci sulle gambe; camminiamo come ubbriachi,
e ci sta davanti una salita a fare colle ginocchia in bocca, con un
caldo soffocante, obbligati per di più a spingere le mule che per forza
brillano come noi. Ci guardiamo in faccia l'un l'altro, per un pane non
so cosa daressimo, ma tanto non ce n'è, dunque allegri, che anche
questa sarà da ricordare, e avanti. Il morale agisce sul fisico, dunque
se la forza manca, perchè la macchina non è alimentata, cerchiamo almeno
di non deprimerla ancor più col perderci d'animo.
Si ride dell'avventura, si siede ad ogni passo, si spera per la sera, e
intanto s'arriva a 1700 metri, dove si trova un piccolo villaggio.
L'accoglienza non è delle più festose, chè ci vuole il poco fiato che ci
resta a far capire che pagheremo, ma vogliamo un montone. A notte fatta
finalmente ce lo portano, e senza tanti rispetti all'arte culinaria ce
lo divoriamo.
Ci è forza la mattina dopo salire ancora fino a 2200 metri per seguitare
poi su un altipiano che conduce ad alcune cime, sulla costa delle quali
prosegue il sentiero. Dietro noi la distesa dei monti che veniamo di
attraversare, alla nostra destra altra distesa che si protende in
direzione sud-est, e avanti a noi riconosciamo dei vecchi amici nei
caratteristici profili dei monti di Adua. Un'ora prima del tramonto
lasciamo il sentiero per discendere in un vallone circondato da pareti
rocciose, quasi a picco, al fondo del quale vediamo buon pascolo e un
villaggio. Ci vien negata ospitalità, se non vogliamo dividerci ed
essere ricoverati ognuno in diversa abitazione, ciò che rifiutiamo e
passiamo piuttosto la notte coperti dalle fronde di una acacia.
Si continua da qui per vasti altipiani spesso fessi da larghi valloni
che, come già dissi, ricordano i crepacci da ghiacciai, e che obbligano
alle volte a lunghe deviazioni per evitarli. Un torrente, guadabile
pochi minuti prima, come ce lo provano dei boricchi carichi che
incontrammo e che venivano d'attraversarlo, scende tanto gonfio e
impetuoso per piogge improvvisamente cadute alla montagna, che ci è
forza aspettare più d'un'ora prima che le acque si calmino e vi si possa
azzardare.
Il soldato che ci fu dato come guida è dei più sucidi che si possano
vedere. Ad un lembo del suo scemma tiene un grosso nodo che rappresenta
nientemeno che la valigia di un corriere reale, avendovi avvolte le
lettere che il re, approfittando dell'occasione, invia a ras Alula.
Questi è suo amico intimo, ed ora muove col suo esercito per far guerra
agli Egiziani, per cui quelle lettere possono, anzi devono, essere ben
importanti, e vedere a quali mani sono affidate e in quali condizioni
hanno fatto tutto quanto il viaggio, è cosa che basta per dare idea di
questi cervelli e della loro organizzazione.
Il 7 luglio continuano larghe vallate, spesso coronate da pareti
rocciose granitiche: poco a poco vanno allargandosi e noi teniamo a
girare a nord di quel picco isolato che raffrontai al Cervino e che come
questo si eleva a dirupo. Raggiungiamo un altipiano sparso di villaggi e
coltivato: a nord-ovest in lontananza scorgiamo Axum, e noi proseguiamo
direttamente verso il gruppo dei monti di Adua che da qui si presenta
disteso e maestoso. Scorgiamo anche Adua stessa, che trovandoci noi a
2200 metri si presenta come infossata: discendiamo una delle pareti
rocciose quasi a picco, e proseguiamo nel fondo della vallata che
rinserra. Un acquazzone tanto forte ci sorprende, che venendoci di
fronte, accompagnato da vento, è impossibile avanzare e per istinto le
mule si rivolgono, abbassano la testa e se ne stanno così finchè non sia
cessato, od almeno di molto diminuito. Costeggiamo il versante di
un'altura che è convertito letteralmente in un letto da torrente, tanta
è l'acqua che vi scorre.
In uno stato veramente compassionevole raggiungiamo Adua verso le due e
ci andiamo a stabilire in casa di Naretti. I nostri servi che spedimmo
da Debra-Tabor col bagaglio per la via più comoda del Sirié non sono
ancora arrivati, e questa notizia ci sconforta assai, potendosi dare il
caso che qualche giorno di ritardo non permetta più loro di passare il
Taccazè, e quindi ne restiamo divisi Dio sa fin quando, e la nostra
roba vada perduta. La casa che occupavamo noi è abitata dal console di
Grecia in Suez che aspetta di poter partire pel campo del re. È persona
gentile e cordiale quanto mai, che appena saputo del nostro arrivo ci
manda in regalo vino, cognac e qualche scatola di conserve. È inutile e
impossibile dire con quanta festa le accogliemmo e con quanto gusto le
divorammo.
Passiamo qualche giorno in Adua in attesa del nostro bagaglio sulla
sorte del quale siamo molto inquieti, non avendosi notizia alcuna.
Finalmente il fido Baramascal, il capo dei servi, arriva e ci porta la
grata nuova che le casse sono in Axum e ci raggiungeranno l'indomani. A
due giornate da Debra-Tabor le mule sentirono ancora degli strapazzi del
viaggio di andata e non furono più in grado di portare il loro carico
che si dovette fare in gran parte trasportare a spalla d'uomini:
stettero quattro giorni accampati al Taccazé in attesa della possibilità
di passarlo. Legata ogni cassa ad un lungo bastone, due nativi che
tenevano questo alle estremità, nuotando le trascinarono nell'acqua, per
modo che tutte se ne riempirono e la roba nostra ci arriva tanto bagnata
e sudicia da far pietà: in parte anzi completamente rovinata, tanto da
doversi abbandonare. Due mule morirono per strada e le altre ci arrivano
in uno stato miserando per piaghe e magrezza, talchè siamo costretti a
subito procurarcene altre per proseguire il viaggio. Accompagnati come
siamo da una guida del re, avremmo diritto a pretendere che di villaggio
in villaggio ci si trasporti il nostro bagaglio a spalle d'uomini, ma
questo sistema offre molti inconvenienti, primo dei quali una massa di
perditempo.
Ad ogni paese c'è a questionare e ad aspettare delle ore e dei giorni
prima che si trovino portatori sufficienti; poi bisogna continuamente
andare a zig-zag, chè i contadini, se fuori strada v'è un villaggio più
vicino che non il primo sulla via, non risparmiano di allungare il
cammino vostro se possono accorciare il loro. È sempre meglio quindi di
emanciparsi da questa schiavitù.
In Adua non troviamo alcun che di nuovo, tranne i dintorni resi più
verdeggianti dalle continue piogge. Per non rifare la strada fatta
decidiamo prendere la via di Gura, così potremo visitarvi il campo di
battaglia ed incontrarvi ras Alula che col suo esercito marcia a quella
volta per tentare, a quanto si dice, un colpo di mano sulla costa,
mentre ras Woldi Michael andrebbe ad occupare i Bogos.
Un corriere arriva dal campo reale e ci porta notizie della triste
impressione avuta da Naretti per l'avventura toccataci da ras Area.
Tutta la Corte era sossopra per celarlo al re, temendo avesse ad usare
troppi rigori verso lo zio, e ci si dice che tutti i _grandi_ si
presentarono a Naretti con una pietra al collo, supplicandolo di non
farne rapporto al Sovrano.