Vertice posteriore. Dettaglio delle sculture.]

Accompagnati da Zaccaria che ci fa da interprete e da cicerone passiamo

a visitare l'obelisco che rettangolare e leggermente rastremato al

vertice si eleva di circa 25 metri: alla facciata è tutto scolpito e

diviso con linee orizzontali e disegni strani e ripetuti. Alla base ha

scolpito una finta porta cui non mancano i particolari delle serrature:

misura metri 1.50 di larghezza e 1.15 di spessore, e sorge fra due

grosse lastre ora sconnesse, ma che si vede dovevano perfettamente

abbracciarlo e formargli come un pianerottolo all'ingiro: il tutto di

granito grigio scuro. La pietra che sta sul davanti porta tre

forature, come mortai, parallele all'obelisco stesso, ed una quarta al

centro avanti alle altre. Rende poetica ed artistica la posizione un

secolare sicomoro, di cui il tronco è quindici metri in circonferenza, e

che fra le sue sporgenti radici tiene abbracciato un altro obelisco

minore. Nei dintorni molti altri ne stanno di colossali e lavorati, ma

caduti e fatti a pezzi: molti riposano presso le stesse pietre che li

circondavano, e che portano le stesse forature. Parecchi ne stanno

ancora nella loro posizione verticale, ma di minore importanza; alcuni

appena regolarmente tagliati o levigati, altri rozzi pezzi di granito a

forma di lingua, qualche volta con rigature orizzontali o calotte

sferiche in leggero rilievo. Lascio allo studioso il decifrare questi

muti testimoni della civiltà d'altri secoli, e mi permetto solo di

aggiungere che dalla poca esperienza fatta visitando altre reliquie

sorelle, mi pare questo abbia tutta l'apparenza di una necropoli o di

una località consacrata al culto. Gli Abissinesi, non potendosi spiegare

con quali mezzi siansi potuti innalzare pezzi così grandi e pesanti, ne

attribuiscono il merito al diavolo che voleva costruire una gran torre

per dare la scalata al cielo. Il nostro bravo Zaccaria, che fra i suoi è

certo il più istrutto, non può credere a questo lavoro diabolico, ma non

sa neppur immaginare che vi abbiano riuscito uomini come lui, e pretende

che a quei tempi si sapesse sciogliere poi rimpastare il granito, e con

questo sistema si costruissero gli obelischi a pezzo a pezzo.

L'ingenuità è per lo meno ingegnosa. Proseguendo a nord è un recinto

circolare destinato ad erigervi una chiesa, poi quasi a terminare la

città da questo lato, un altro spazio circolare racchiuso da una cinta,

sede reale. Si accede per un'apertura coperta da una tettoia di paglia a

metà rovinata. L'interno è diviso in due parti da un piccolo muro. Al

centro sorge un edificio circolare di una dozzina di metri di diametro,

sormontato da un tetto conico in paglia; è la sala del trono e delle

udienze. Un giro di rozzi tronchi che fanno ufficio di colonne aiutano a

sopportare il tetto ben fatto con canne e corde intrecciate, e talora

avvolte con stoffe a colori. Come mobilia, nulla, tranne il trono che

servì all'incoronazione, semplice sedia sormontata da un baldacchino con

corona e qualche ornato, poggiando su una piattaforma alla quale si

accede per cinque o sei gradini. Nelle pareti alcuni semplici fori per

dar luce, da un lato la porta d'ingresso, e opposta a questa l'altra da

cui esce S. M. quando vuole andarsi a riposare nel _vicino palazzo_.

Sorge questo a pochi metri nello stesso recinto, in forma rettangolare

con un piano superiore che tutto è costituito da una rozza camera. Nel

locale inferiore abita il custode, e la scala che accede agli

appartamenti superiori è esterna e mostra per la sua costruzione che i

giorni del re non si reputano troppo preziosi pel suo popolo. Quando il

re vi abita, ci si disse che vi si portano degli _angareb_, e le pareti

si coprono con stoffe.

Rimpetto a tutto questo è un'altura che finisce con roccia nuda, e la

cui base forma parete ad una vasca semicircolare lunga una trentina di

metri, larga la metà e profonda forse sei, in cui all'epoca delle piogge

si raccoglie l'acqua. È detta _maiscium_ o acqua dei principi. Dal lato

dell'altura sono due vie scavate nella roccia che dagli estremi della

vasca vanno elevandosi sopra il centro, dove trovansi quattro o cinque

gradini disposti ad anfiteatro. Avanzi di antiche gradinate scendono

pure fin sul fondo della vasca. In un avvallamento di fianco a questa

altura sta un grosso sicomoro, dove per antica tradizione, il giorno

dell'Epifania, si piantano due tende, di cui una è regalo del re, vi si

celebrano solenni messe, vi si fanno grandi feste e si benedice l'acqua.

Da qui verso sud continua la catena di alture che stanno rimpetto alla

città da cui sono divise per pochi metri dall'incassatura di un

piccolo torrente in cui scorre acqua solo al tempo del _carif_. Alla

vetta di una di queste, ove salimmo, Zaccaria ci mostrò alcune tracce di

un antico edificio in pietra da taglio, distrutto dal tempo ed

ultimamente dall'avidità del materiale. In diversi punti avanzi di

antiche opere, per lo più finte porte scolpite nella roccia.

[Illustrazione: Chiesa d'Axum nel castello portoghese]

Passiamo, invitati, a visitare il Nebrid, l'autorità ecclesiastica che

viene subito dopo il Cighiè in via gerarchica. Abbiamo uno dei soliti

ricevimenti con trattamenti, e vi troviamo una cordialità senza pari e

una persona franca, intelligente, simpatica quanto mai.

Da qui alla chiesa, che è entro un curioso edificio merlato,

rettangolare, che ha tutto l'aspetto di un castello medioevale, ciò che

mi fa ritenere per certo essere un avanzo di fortificazione della

dominazione portoghese. Sul davanti è un rozzo porticato con pilastri.

L'interno è diviso in tre navate, ed a circa metà della sua lunghezza

diviso da un muro che rinserra così la parte riservata ai preti. Qui

dentro si conserva il trono di gala che il re fece fare a Naretti e che

modestamente si intitola trono di Salomone. Dieci gradini in legno,

fiancheggiati da una balaustrata, portano ad una piattaforma, sulla

quale, dietro la sedia reale si innalza un assito sormontato da una gran

corona, intagliato a disegni fra cui al centro i leoni d'Etiopia ed una

iscrizione che porta il nome del re, la data dell'incoronazione e il

nome dell'artefice.

In uno speciale cortiletto, a fianco alla chiesa, sorge un piccolo

edificio nel quale si pretende siano state deposte e conservate le

tavole della legge: ora vi stanno positivamente due cannoni di bronzo

presi agli Egiziani a Gura, e che il re in atto di devozione offrì alla

chiesa quale ringraziamento della vittoria. Attorno alla chiesa è un

gran recinto sacro, popolato da molte piante, nel quale non possono

entrare donne; sparse vi sono parecchie capanne che per tradizione si

ritengono inviolabili, e quindi vi tengono deposti i loro tesori i

grandi personaggi. Avanti la chiesa è una lunga gradinata, larga

sessanta metri, che aggiunge imponenza a questo edificio che in mezzo a

tante abitazioni e templi in paglia figura già come gigante. Sortendo

dal primo recinto in direzione ovest si trova una massa di rovine, e fra

queste ancora perfettamente riconoscibili le sedie dei giudici che la

tradizione vuole sedessero a pubblico tribunale rappresentando le dieci

tribù d'Israele. Sono basamenti in pietra che sopportano massicci sedili

pure in granito, nei quali restano le tracce delle incisioni dove si

assicuravano il dorsale e i bracciali che dovevano forse essere in

metallo o ricoperti da ricche stoffe.

Altri avanzi si trovano in diversi altri punti della città: resti di

grosse muraglie: grossi dadi in pietra, disposti in linea retta, che

mostrano l'esistenza di un edificio di qualche importanza, e

perfettamente all'estremo sud una gradinata di sei gradini, lunga una

quindicina di metri. Resti parlanti della antica civiltà sono due

lapidi, o meglio frammenti di lapidi, delle quali una in caratteri greci

rimonta al 330 della nostra era e narra i fasti di un imperatore

_Aizana_.

L'elevazione di Axum mi risulta di 2170 metri circa.

Un altro obelisco caduto e spezzato ci fu mostrato presso alcune

abitazioni: è il più grande, parmi, e misurato a metà dell'altezza

circa, mi diede metri 3.50 x 2.05: la lastra che doveva fargli

piattaforma sul davanti è metri 6 x 17.20.

Passati un paio di giorni a visitare questi interessanti avanzi ed a

cavarne qualche schizzo che ce ne possa ricordare le linee principali,

riprendiamo la via del ritorno per Adua.

[Illustrazione: Abitazione reale in Axum]

Proseguiamo per poco verso nord ove anche dopo le ultime capanne si

continuano ad incontrare avanzi di obelischi più o meno rozzamente

lavorati. Questo mi conferma nella mia opinione che trattasi di una

necropoli o di un santuario, essendo gli obelischi maggiori, che tutti

portano presso a poco le stesse incisioni, dedicati ai singoli membri

della dinastia regnante, od innalzati come fari del culto e della fede.

Non potrebbe quella porta che sta scolpita ai piedi di molti degli

obelischi, avere allusione all'ingresso nella nuova e forse miglior

vita? Vediamo tanti monumenti moderni che vorrebbero esprimere lo stesso

concetto! E quelle forature nella piattaforma, non potevano servire ad

accendere fuochi per tener viva la memoria del trapassato, o a ricevere

offerte che gli amici e i parenti deponevano in omaggio al defunto, e

che i poveri raccoglievano? Sono usi che vediamo ancora oggi praticati

in alcuni paesi. E non c'è a stupire se di una città, anzi di una

civiltà, non restano che poche tracce di lavori dedicati alla fede e ai

morti. La stessa cosa vediamo negli avanzi di quasi tutte le città

romane, nei giganti dell'antico Egitto, nei colossali templi dell'India,

dove quasi nessuna traccia ne resta che ci dia idea della vita privata

di quelle popolazioni che vivevano forse sotto meschine capanne o entro

grotte, ma lasciarono quei ricordi davanti ai quali noi ci sentiamo

pigmei, quegli edificii che per culto alla fede o per rispetto ai

trapassati furono arditamente innalzati colla vita di migliaia di

schiavi e colle ricchezze di intiere provincie.

Noi abbiamo raggiunto, almeno a quanto pare, un grado molto superiore di

civiltà, e per ottenere questo intento abbiamo trascurate le tradizioni

per far trionfare l'egoismo, ma credo che molti plaudirebbero al giorno

in cui il faro che ci guida nella vita fosse meno l'interesse, ma meglio

le affezioni.

Volgiamo ad est, saliamo un'altura dalla quale diamo l'ultimo addio ad

Axum e dopo mezz'ora ci fermiamo per visitare alcune grotte. Un'apertura

di poco più di un metro di larghezza per due di altezza dà accesso ad un

corridoio le cui pareti sono in blocchi di granito squadrati: l'entrata

è in discesa e la soffitta pure in blocchi di granito sovrapposti come

gradini di scala rovescia.

Dopo sette o otto metri s'incontra un corridoio trasversale: rimpetto

all'entrata una specie di camera di quattro metri circa di profondità, e

ai lati di questa due corridoi dall'apparenza paralleli continuano in

direzione dell'entrata. Mi inoltro per qualche metro, ma sgraziatamente

la mancanza di luce naturale ed artificiale non mi permette di

verificarne nè la direzione nè la profondità.

Nelle vicinanze se ne vedono altre simili, ma l'accesso ne è quasi

completamente proibito da pietre che lo ingombrano, e solo vi hanno

rifugio jene e sciacalli.

Per una via molto più variata e simpatica di quella percorsa venendo, ce

ne torniamo alla nostra dimora di Adua, dove gli amici rimasti ci

avevano preparato di che rifocillarci; ma mentre tutti quanti stiamo col

piatto sulle ginocchia, entra un corriere speditoci da Massaua.

Tacque la fame, ognuno dimenticò quanto aveva sul piatto e alle nostre

narrazioni, al tintinnio delle posate subentrò un silenzio sepolcrale

interrotto solo dal fruscio di qualche pagina che dava posto ad

un'altra.

Bisogna averlo provato, per poterlo immaginare, cosa sia di consolazione

ricevere nuove della propria famiglia, e inaspettatamente, in simili

circostanze.

[Illustrazione: Costume da donna abissinese]

[Illustrazione: Soldato abissinese]

Il costume generale dell'Abissinese è lo _scemma_, specie di lenzuolo

bianco attraversato da una striscia scarlatta di cinquanta centimetri di

larghezza: il bianco si ottiene da cotone coltivato in alcune provincie,

filato e tessuto in paese, il rosso è filo importato d'Europa, e come

per questo motivo è la parte più costosa, i poveri lo sopprimono e più

si avanza nell'interno, più si restringe, diventando maggiormente caro

pel trasporto. Il genere dell'abbigliamento e l'eleganza del modo di

indossarlo portata dall'abitudine, lo rendono quanto mai pittoresco:

le persone più agiate o che occupano alte cariche vi aggiungono una

semplice camicia od un paio di calzoncini in tela bianca: il povero è

meschinamente coperto da un cencio qualunque o qualche volta da una

semplice pelle alla cintura: i bambini spesso come natura li fece. Le

donne si fanno una piccolissima treccia che gira sul fronte e scende

dietro le orecchie, e pettinano il resto della testa con una massa di

treccine che partendo dal fronte, nel senso longitudinale del capo,

scendono a radunarsi alla nuca. Gli uomini portano capelli corti, o in

segno di distinzione cinque grosse trecce che pure scendono dal fronte

alla nuca, e questo serve a dar loro aspetto assai marziale. Le prime

spesso, i secondi qualche volta, uno spillone d'argento conficcato nei

capelli. Le ragazze, in segno della loro verginità, portano una larga

tonsura che tutta occupa la nuca e lascia solo un anello di capelli

all'ingiro. Il costume comune alle donne è una camicia di tela ricamata

a strani disegni con fili colorati, sul davanti, attorno al collo e alle

maniche. Spesso hanno braccialetti anche ai piedi, piccoli orecchini e

originalissime collane in argento. Alle dita molti anelli grossi ma

lisci. L'uomo porta raramente monili: alle volte qualche anello

d'argento alle dita: spesso però gli pende dal cordone azzurro, che in

segno di cristianesimo porta al collo, un grosso anello in bronzo od

argento, e, cosa curiosissima, uno spazza-orecchie alle volte abbastanza

elegante, ma del quale credo che l'uso sia poco meno che ignoto.

Comunque sia è strana la presenza di questo unico strumento da toeletta

che sia conosciuto in paese.

Il D'Abbadie appoggia molto sul modo di vestirsi e sulle conseguenze

almeno apparenti che ne derivano nei costumi per trovare un certo nesso

fra gli Abissinesi e gli Etruschi, i Romani e i Greci, e come i Romani

distinguevano la Gallia togata, la Gallia bracata e la Gallia comata,

vorrebbe che l'Etiopia fosse quella che dal costume potrebbe dirsi

Africa togata. Finamente poi osserva come anticamente i soldati

acquistavano diritto a farsi una treccia per ogni nemico ucciso o fatto

prigione, e dieci fatti simili permettevano di fare a trecce tutta la

testa e vede nell'attuale uso abissinese una tradizione di questo

costume.

Non si coprono mai il capo e marciano sempre scalzi, solo usando dei

sandali quando hanno i piedi piagati. Vivono molto parcamente, chè il

loro nutrimento abituale è pane con berberi, pastina ottenuta da

peperoni rossi essicati e cipolle pestati insieme, che qualche volta

riscaldano con farina di ceci e ne fanno così una pietanza assai forte

nella quale intingono il pane. Solo in circostanze particolari mangiano

carne, quasi sempre da bue, e la preferiscono cruda, di animale appena

ucciso. Sono ghiottissimi di questo pasto selvaggio che chiamano

_brundò_: qualche volta abbrustoliscono le carni sulla bragia. Indolenti

per carattere, il loro primo scopo è il dolce far niente, ma l'attività

non manca loro e in caso di necessità sono capaci di fatiche e di

privazioni straordinarie. Con pochi pugni di farina vivono e camminano

intiere giornate, e il giorno che possono sgozzare un bue lo divorano

materialmente, empiendosi fino al punto di non potersi quasi più

muovere.

Come bibite hanno la birra, liquido torbido ed acidulo che si ottiene

dal fermento di acqua con pane o grano abbrustoliti. Più usato è il

_tecc_ ottenuto dal fermento di acqua, miele e foglie di _ghessò_ o

radici di _teddò_, arbusti che crescono allo stato selvaggio e che

qualche volta si coltivano all'uopo. Il più delicato è quello che si ha

dalle foglie di _ghessò_: come usano questa bevanda nel momento della

sua maggiore fermentazione, assai facilmente se ne ubbriacano.

Qualche arabo ha introdotto in paese l'uso di distillare il grano di

_dagussà_, dal quale ricavano una specie di acquavite, di che sono assai

ghiotti, e che chiamano _arachi_.

[Illustrazione: La nostra abitazione in Axum]

La _dura_ è il grano più usato dalla popolazione: i benestanti usano

molto il _teff_, che somiglia al nostro miglio, e col quale fanno dei

pani simili a grandi ostie tutte a piccoli fori come un merletto, sempre

molle come pasta cruda, anche se stracotto. Hanno buon frumento, ma

raramente lo usano. Le capanne loro sono meschinissime e tutto quello di

più sudicio che si può immaginare: è un lusso concesso a pochi l'avere

un _angareb_, chè la maggior parte dorme per terra rannicchiata su una

pelle da bue che difende dall'umido e dagli insetti. È gente del resto

contenta del suo stato, che con poco potrebbe procurarsi qualche

miglioramento nelle abitudini e nel vivere, ma che non ne sente il

bisogno e non se ne cura.

Il sapone vegetale è un arbusto curioso che prende volentieri forma

d'arrampicante nelle siepi: produce dei fiocchi di fiori biancastri, dei

quali i semi si usano come sapone e ottengono benissimo l'intento

producendo molta schiuma.

L'abissinese non si lascia mai vedere quando mangia, e facendo questa

indispensabile operazione, si raccolgono a piccoli crocchi e si coprono

stendendo uno scemma sulle teste. Così pure quando parlano, lo fanno

spesso sotto voce e alzando il manto a coprire la bocca. È gran lusso

l'avere delle bottiglie europee in cristallo a forma di cipolla, e di

queste si servono come da bicchiere. Hanno poi bicchieri e bottiglie di

_fabbrica nazionale_, che consistono in grosse corna da bue ridotte

all'uopo.

Si pretende sia conseguenza dell'uso delle carni crude la frequenza del

tenia, che curano con una decozione di _cussó_, albero che vegeta

splendidamente in molte località. Del resto la loro farmacia si riduce a

qualche rimedio empirico, sempre vegetale, e nel confidare nel tempo e

nel lavoro di natura. Per le ferite e le piaghe applicano assai

facilmente il fuoco con un ferro rovente; e frequentissimi sono gli

individui che al petto, al dorso o alle braccia ne portano le tracce.

Secondo il rito abissinese v'ha un battesimo pei neonati e un matrimonio

per chi vuole regolarmente crearne. Battezzando, il prete passa al collo

del bambino un cordone tricolore in segno della Trinità: questo si

riduce in seguito ad un cordone azzurro, che si usa portare come

distintivo, dai cristiani. Pochi adempiono alla formalità del secondo

sacramento: la separazione è frequente e il divorzio ammesso anche

religiosamente qualora si provi che la donna ha bastanti mezzi per la

sua sussistenza, o che il marito può fornirglieli. I maschi restano al

marito, le femmine alla moglie. Sono cristiani, ma separati dalla chiesa

cattolica e dipendenti direttamente dal loro patriarca che siede in

Alessandria d'Egitto. Il loro rito è il cofto, che ebbe vita verso la

metà del quinto secolo da Eutichio, monaco di un monastero in vicinanza

di Costantinopoli, il quale si dichiarò oppositore alle vigenti credenze

sulla doppia natura di Gesù Cristo. Il nuovo dogma non piacque al

cattolicismo, e radunato un primo Concilio per ordine di papa Leone

Magno, Eutichio fu dichiarato eretico, ma riammesso a far parte della

chiesa cattolica dai voti di un secondo Concilio convocato per ordine

dell'imperatore Teodosio II. I proseliti si divisero per altro in due

fazioni favorevoli alle contrarie decisioni dei due Concilii, per cui

per por fine ai dissidii ne fu convocato un terzo in cui gli Eutichiani

furono irrevocabilmente dichiarati eretici, e per questo si separarono

completamente dalla chiesa di Roma, e propagarono le loro credenze in

Oriente. Credono alla Trinità riconoscendo in Cristo una sola natura,

perchè pretendono che la divina ha assorbito l'umana. Il loro culto

d'adozione è quello della Vergine che come madre di Cristo ha, secondo

loro, maggiori titoli alla venerazione dei fedeli. Osservano il culto

delle immagini. Hanno due quaresime, una di quaranta giorni che precede

la Pasqua, e una di dieciotto durante l'Advento: entrambe si osservano

scrupolosamente, facendo un solo pasto ogni ventiquattro ore e dopo il

tramonto: la carne, il latte, le uova sono proibiti in questo epoche, e

si tollerano solo i legumi. Nessuna concessione è fatta, neppure, per

malati e moribondi.

[Illustrazione: Prete cofto d'Abissinia]

Per speciali divozioni, il re può far proclamare altri digiuni. Le

funzioni religiose hanno luogo generalmente la notte, e nelle feste

speciali con gran pompa. La popolazione è molto religiosa in apparenza,

ma mi pare assai poco nella sostanza, come pure sono fieri d'esser

cristiani, ma in realtà lo sono di nome più che di fatto. I preti devono

saper leggere, è un lusso se sanno scrivere, e dando un piccolo esame

davanti al vescovo od a chi ne fa le veci, vengono investiti del sacro

ordine: nelle chiese insegnano poi a leggere e commentare le sacre

scritture a dei ragazzi che a loro volta diventano i successori. È loro

concesso di ammogliarsi, ma in caso di vedovanza non possono passare a

seconde nozze.

Per vivere è loro destinato un tributo sui terreni appartenenti al

villaggio cui sono addetti, e ricevono offerte private. Vestono uno

scemma tutto bianco e un turbante pure bianco, rare volte giallo.

Portano sempre una croce in ferro colla quale si fanno il segno della

croce. Conoscono la propria ignoranza e temono il confronto di qualunque

altro sacerdote, per cui sono i più terribili nemici di qualunque

influenza europea, immaginando che dietro l'ambasciatore o il

commerciante, venga subito il ministro della fede. Nella celebrazione

della messa stanno racchiusi nel camerino interno della chiesa, talchè

non sono visibili agli occhi del pubblico: all'esterno però vi sono

sempre altri preti e chierici che coll'originale turibolo tutto a

campanelli, col loro speciale campanello, con canti e gridi fanno un

baccano che somiglia più ad una ridda infernale che ad un sagrificio

religioso.

Nella società non vi sono grandi distinzioni di classi. Solo ai tempi

di D'Abbadie e di Rüppel esisteva ancora una certa organizzazione, si

usavano certe etichette nei ricevimenti, nei costumi trasparivano

principii di eleganza, di effeminatezza: si parlava allora di tinture

agli occhi, di profumi sulla testa, si adoperava un elegante ed

originale _bornus_ da signora in seta azzurra e gialla con ricami

caratteristici a colori. Cose tutte che oggi sono quasi scomparse perchè

le continue guerre hanno devastato il paese, e la miseria generale ha

portato la trascuratezza del superfluo e la svogliatezza

dell'attendervi.

Oggi mi pare che l'abissinese può dividersi in tre categorie: quelle dei

così detti _grandi_ che hanno cariche civili, militari o religiose:

quella dei _benestanti_, se così si possono dire, che corrispondono al

nostro medio ceto, e che per eredità di famiglia, per speciali favori o

per ricompensa ebbero dal re il dono di terre, e dal ricavo di queste

vivono: l'ultima classe è la povera, anzi poverissima, quella degli

agricoltori, se così si possono chiamare quelli che grattano un po' di

terreno per spandervi del grano e senz'altro raccoglierne i frutti

qualche mese dopo. Questa classe, che infine è quella che pensa alla

sussistenza di tutti quanti gli Abissinesi, è ritenuta l'infima e quasi

tenuta in conto di spregio, chè in paese considerano il coltivare la

terra come il più basso grado di avvilimento per un uomo. E pensare che

sono i soli individui, si può dire, che in Abissinia lavorano. Chi vi si

adatta sono i pochi che annidano sentimenti umani nel cuore e

preferiscono le affezioni della famiglia alle emozioni delle armi, e

della vita errante, oppure quei disgraziati seminudi e semi-schiavi che

non poterono mai giungere a procurarsi un cencio ed un'arma tanto da

rendersi capaci di seguire un corpo qualunque d'esercito. Questo è la

vera piaga del paese, che essendo il soldato mantenuto e godendo del

beato far niente tutta la giornata, il sogno d'ogni abissinese è di

diventarlo, e tutte le braccia robuste sono così tolte all'agricoltura.

Il carattere dell'abissinese varia molto a seconda delle province e

delle classi sociali. Così nel Tigré è più fiero e ardito, nell'Amara

calmo e serio, nello Scioa cortese ed elevato, almeno a quanto potei

giudicare da parecchi scioani venuti in Adua.

La più alta classe sociale, sia per natura, sia per ambizione, sia

perchè lo ritiene un dovere, volendo farsi credere educata con degli

Europei, è generalmente affabile, ospitaliera. Il ceto medio vorrebbe

esserlo, ma non può o non sa esserlo, e tutte le gentilezze, i tratti di

generosità che per lo più vi usa, cerca di averli materialmente

compensati ad usura. La classe povera è piuttosto buona e sarebbe

ospitaliera se non la trattenesse dall'esserlo la gran miseria e la

paura costante d'esser vittima degli abusi del paese. Quando viaggiano

carovane per ordine o servizio del Governo o del re, che è poi la stessa

cosa, oppure compagnie di soldati, hanno diritto d'essere mantenuti in

ogni villaggio che si trova sulla loro via, e come hanno una certa

impunità e nessuna riservatezza, non si accontentano di vivere, ma dove

toccano portano la devastazione.

Entrano nelle case, fanno sgombrare gli uomini, obbligano le donne a far

pani, tecc, a dar loro miele, latte e tutto quel poco che si può avere,

poi spesso abusano di questa ospitalità forzata e non rare volte si

divertono ad insaccare o buttar via per malvagità o dispetto le

provviste che a questi miserabili dovevano servire fino alla fin d'anno.

Da questo deriva che la povera popolazione è diffidente, quando vede

arrivare una carovana scappa, nasconde le provvigioni, rifiuta ogni

cosa, e spesso dovemmo durar fatica a persuaderli che eravamo

galantuomini e che volevamo pagare quanto cercavamo.

In complesso non vedono di buon occhio l'Europeo, perchè non sanno

concepire per qual ragione viaggi nei loro paesi e subito sospettano in

lui mire religiose: ne sono poi diffidenti vedendo in ogni bianco un

turco, e _turco_ ci chiamano per sprezzo: non hanno per altro coraggio

di farci del male, temendo il castigo del re, e ci rispettano quando ci

sanno protetti dal loro sovrano. Sono generalmente onesti, e questo

credo in parte si deve anche alla mancanza di tante formalità e quindi

all'abitudine di tener sacra una parola data o giurata su una vaga

formola qualunque. La gravità delle pene fa sì che sono galantuomini, e

raramente commettono rubalizi: ha portato invece l'altro inconveniente,

che non osando appropriarsi, cercano, e sono di tale insistenza da

mancare alla propria dignità e da far perdere la pazienza a qualunque

santo. Tranne il re e uno o due dei principali capi, del resto tutti

quanti gli Abissinesi peccano di questo grave difetto, vengono a farti

visita con mille protestazioni d'amicizia, poi cominciano a domandarti

tutto quello che vedono dattorno, poi quello che desiderano nella loro

fantasia, e invece di avvilirsi alle continue negative, pare prendano

maggior lena a cercare di colpire nell'oggetto del quale per

indifferenza o per levarti la noia sei disposto a privarti. I più

educati, se così si possono dire, sono quelli che invece di chiedere

assolutamente ti propongono una vendita, ma si può ben star certi che il

corrispettivo non arriverà mai più.

Noi avevamo moltissime medicine che furono distribuite a chi ne mostrava

necessità o desiderio, ma la maggior parte, invece di malati, erano

gente che voleva piuttosto la boccetta o la scatolina che non il

farmaco, e i più trovavano che sì piccola dose di questo era impossibile

potesse guarire uomini e mali così grandi.

Le prigioni furono edificate da madre natura in questo paese: i

prigionieri si mandano a vivere su un altipiano tutto circondato da

pareti verticali basaltiche e dove l'unico accesso possibile si fa

guardare da pochi soldati: i condannati devono fabbricarvi la propria

capanna e coltivarvi il grano necessario alla loro sussistenza.

[Illustrazione: Palazzo reale presso Adua]

A nord-ovest di Adua, a circa un chilometro dalla città, è una palazzina

reale, l'unica in Abissinia che abbia l'aspetto un po' diverso delle

solite abitazioni e ornata da griglie che fece Naretti. All'interno

tutt'affatto rozzo.

Invece di perdermi in descrizioni, che ormai sarebbero ripetizioni,

credo meglio darne un disegnino fatto sul vero.

Il clima in Abissinia è eccellente e solo dopo le piogge si sviluppano

alle volte alcune febbri nelle vallate più basse e lungo i corsi del

Mareb e del Taccazè. La temperatura varia nell'anno dai 18° ai 25°,

nelle altitudini medie: certo che nelle alte montagne il termometro

scende ben più basso. Il sole è cocente, chè per quanto elevati non

dimentica d'esser sole tropicale e piomba i suoi raggi verticali, ma

l'aria rarefatta e spesso mossa dovuta all'altitudine e alla natura

montagnosa, fa che raramente s'abbia a soffrire del più terribile

tormento dei climi caldi, l'afa. È però facile pigliarsi un colpo di

sole.

In aprile cominciano i primi annunci dell'avvicinarsi dell'autunno, o

epoca delle piogge, che gli Arabi chiamano _karif_. La notte e la

mattina il cielo è serenissimo, ma verso le due o le tre i venti di

nord-ovest lo coprono di nubi spintevi dalla costa: qualche volta fanno

una semplice visita poi scompaiono, spesso invece danno origine a lampi

e tuoni, poi ad acquazzoni torrenziali, dopo i quali torna il più

splendido sole. Dura così una quindicina di giorni, per poi rimettersi

al bello fino alla metà di giugno, ed a quest'epoca comincia la vera

stagione delle piogge che si protrae per quattro mesi, piovendo

dapprincipio due o tre volte per settimana, durante qualche ora, poi

aumentando fino a continuare giorno e notte nel mese centrale, poi

decrescendo nella stessa ragione. È allora che tutto il suolo si copre

di uno smalto verde intarsiato da splendidi fiori, che le foreste

riprendono nuova vita per rafforzarsi ad affrontare gli altri mesi di

siccità, che le campagne diventano produttive e si ripopolano d'ogni

genere di selvaggina stanata dalle oasi che vivono dell'umidità dei

terreni bassi, dei depositi d'acqua o delle piccole sorgenti od

infiltrazioni.

A nuovo direttore delle dogane in Adua fu nominato un giovane

dall'aspetto simpatico che viene un giorno a trovarci accompagnato dai

suoi fedeli e seguito da una massa di soldati con lance, fucili,

sciabole, scudi e una folla di seguaci inermi e curiosi. È questa ancora

una prova della vanità di questa gente che non cerca istruzione nè

educazione, nè soddisfazioni di amor proprio, ma si crede e forse si

sente ingigantita dall'aver sempre uomini e armi dietro di sè.

L'annuncio della visita era a titolo d'amicizia, ma lo scopo era di

annoiarci, sperando cavarci qualche cosa pei pretesi suoi diritti. «Noi

non siamo commercianti e andiamo al re, quindi siamo esenti da tali

imposte» e con della fermezza e minacce di protestare presso S. M., lo

mandammo in santa pace. Guai a chi si mostrasse debole con questi

importuni, che non sarebbero mai sazii di carpire balzelli. Bisogna

esser risoluti e non dimenticare che chi la dura la vince.

Siamo al sabato 29 e il piazzale è animato dal solito mercato: sentiamo

un grande strepito, grida di gioia, e vediamo spuntare una grossa

comitiva entro una nube di polvere. Alcuni cavalieri avanzano alla

carriera, facendo fantasia, donne e ragazzi gridano a squarciagola, una

grossa carovana fra cui spiccano il rosso, il luccicare di fucili e

lance e qualche ombrellino, li segue. Chi dice essere Ghedano Mariam,

chi il figlio del re che vive a _Macalé_ a tre giorni da qui. È infatti

il primo che torna da una visita al secondo, e appena giunto all'altezza

del mercato scende dalla mula, e attorniato dal seguito dichiara aperto

il tribunale. Finita la seduta i tamburi chiamano il pubblico a raccolta

e si proclama la nomina del figlio del re a governatore generale del

Tigré, e di Ghedano Mariam a suo _wachil_ o rappresentante.

Abbiamo poi l'alto onore di ricevere una sua visita e di dover dare da

bere ad una massa di seguaci che non sono mai sazii, e con una

ingordigia schifosa continuano a far capire che la parola _ancora_ e il

loro _ventricolo_ sono sempre all'ordine del giorno. Quando è servito il

liquido ad un personaggio importante, questi ne versa qualche goccia nel

palmo della mano di chi lo offre, il quale lo beve, come a prova che non

c'è pericolo di veleno. Il più fedel servo, fatto sgabello delle proprie

ginocchia a Sua Eccellenza, durante tutto il tempo della visita gli andò

grattando e strofinando piedi e gambe, ciò che prova la grandezza

dell'individuo e forse anche che non sono del tutto deserte quelle

ascose parti degli alti dignitarii dello Stato.

Metà della popolazione venne da noi; la nostra unica camera fu

letteralmente invasa e con tutta calma il governatore cominciò a

trattare affari particolari coll'uno e coll'altro, come fosse a casa

sua. Sarà uso del paese, ma per noi che intanto eravamo schiacciati come

sardine fra tutta questa gente che non pecca certo per troppa pulizia,

non era un gran divertimento. E la seduta si prolungava sempre, e l'ora

del pranzo era passata, il sole volgeva al tramonto e mia era in quel

giorno la responsabilità della cucina e temevo che quella brava gente di

soldati che stavano nella corte, colla nota loro discrezione mi

facessero pulita la pignatta. Finalmente potemmo liberarcene e il frutto

della mia arte culinaria servì a chi era destinato.

Il giorno 30 arriva una carovana dallo Scioa, con incarico di fare

acquisti di oggetti a Massaua; da questa possiamo avere buone nuove dei

nostri amici della spedizione geografica, che in parte sono in Ankober,

in parte proseguono per Kaffa, ma di tutti le notizie sono eccellenti.

Siamo sempre perseguitati dall'alto onore di visite del governatore che

si direbbe preso da speciale simpatia per noi, ma alla fin dei conti

scoppia la bomba e finisce per farci domandare una cassa con chiave, un

orologio, un fanale, delle candele, una camicia e non ricordo cosa

altro.

Malgrado questo, quando si acconsente a qualche loro richiesta o si

fanno dei regali, non fanno mai atti di stupore per la novità

dell'oggetto, nè segni molto evidenti di riconoscenza. Un paio di

inchini, portando la destra da terra al fronte, ma con tutta freddezza,

quasi mostrando che la cosa è meno di quanto si aspettavano e che era

dover vostro il privarvene per loro.

Un intercalare, se così si può dire, di tutti gli Abissinesi, è la

parola _Isci_ che pronunciano in segno di adesione, di aggradimento e

quasi di approvazione a quanto dice un altro. È tanto comune e ripetuta

questa parola, che subito l'osserva chi si trova in paese, e per questo

mi piace ora ricordarla.

Uno degli inconvenienti delle frequenti visite che si hanno a subire,

oltre certi piccoli ma molesti compagni che lasciano in abbondanza, è

quello che nell'adempiere una semplicissima funzione, per la quale noi

adoperiamo un fazzoletto, loro si servono delle dita che poi puliscono

nel primo coso che capita sotto mano. Il re volle una notte andarsene

incognito in una chiesa per spiare se si compivano con tutta formalità i

sacrificii, ed ebbe ad osservare che i fedeli che entravano, facilmente

insudiciavano le sacre pareti, senza riguardo alcuno alle pitture che

spesso le ornano. Indispettito, fece subito pubblicare la proibizione

del tabacco sotto pena del taglio del naso. Vuolsi per altro sia stata

questa una finezza, tanto d'avere un pretesto di togliere l'utile

all'Egitto, da dove per la maggior parte si importava il tabacco stesso.

In Abissinia esiste un sistema di spionaggio veramente modello.

Qualunque cosa si dica od avvenga, subito ne corre la voce ed il re ne è

immediatamente avvertito. Invece del telegrafo, accendono fuochi alle

vette dove sono villaggi, e con voci acutissime si trasmettono le

notizie da un punto all'altro. Ci dicevano i missionarii di Keren che

seppero della battaglia di Gura molto più presto di quello che avrebbe

potuto impiegare qualunque corriere a percorrere la strada.

In qualche capanna d'ogni villaggio si conserva sempre del fuoco durante

la notte, e la mattina da questo hanno vita tutti i focolari del

villaggio stesso. In caso di estinzione completa, si ottiene fuoco colla

forte confricazione di due legni, uno assai secco, l'altro altrettanto

duro.

Abbiamo ancora il governatore per prendere una lezione sul modo di

caricare l'orologio e di distinguerne le ore. Ci volle del buon tempo e

della buona pazienza a fargliela entrare, poi scommetto che il giorno

dopo la molla sarà rotta. Alla catena pendeva un fischietto ed era

proprio miserabile, più che ridicolo l'effetto di un alto funzionario,

governatore di una provincia, rappresentante di un re dei re, _alter

ego_ di un principe ereditario, che con riso ed espressioni di contento

infantile si trovava soddisfatto di sè e in pari tempo sorpreso per aver

soffiato in questo strumentino e averne ottenuto l'acuto suono.

Tutti questi capi, governatori e simili dignitari e funzionari non hanno

paghe fisse, ma a loro si destina una provincia e da questa devono

riscuotere i tributi, tenerne i loro appuntamenti, mantenere la loro

casa e la loro truppa, e dare un tanto al re che se ne serve pel

mantenimento del suo seguito, della sua armata, per fare qualche dono a

delle chiese, ecc. Ogni governatore è capo civile e militare, tiene

tribunali e può sentenziare fino a pene di sangue o di morte, per le

quali si deve ricorrere al supremo tribunale del re. In caso di guerra

seguono colle loro truppe quelle del sovrano.

La conseguenza di questo sistema di amministrazione, dove non ci sono

tasse fisse, è che ognuno cerca di cavare da ogni villaggio il più che

può, così che i pochi uomini abili alle armi preferiscono fare il

soldato, ed all'agricoltura restano donne, bambini e vecchi nella più

squallida miseria, soffrono persino di fame e qualche volta anche ne

muoiono.

L'assassinio è punito colla morte, che hanno diritto d'infliggere i

parenti dell'assassinato, ai quali è pure riservato l'altro diritto di

mercanteggiare il delitto commesso e il sangue di chi dovrebbe subire il

castigo.

Io ritengo il carattere abissinese incapace di adattarsi a qualsiasi

civiltà, e lo vedemmo infatti dimenticare tutta l'antica, e restare

completamente indifferente alle invasioni portoghesi e al contatto dei

tanti viaggiatori europei. È come una pietra che anche lasciata dei

secoli in fondo a un lago, non ne assorbirà mai goccia d'acqua. E a

conferma di questa mia supposizione ho il fatto che tre Abissinesi che

ho conosciuti, che vissero per degli anni in Europa o in India,

ritornarono in Abissinia per diventarvi più Abissinesi di prima. Niente

ispirò loro la civiltà, neppure un poco di attività e di amore alla

pulizia, e quasi indifferenti restarono a tutto quello che hanno visto.

Strano poi come della civiltà che ebbero, conservarono qualcosa per

tradizione nel modo di reggersi, nei sentimenti e in qualche arredo

sacro e d'ornamento, nulla affatto di quello che serve alla vita

giornaliera. E sia che non ne sentano il bisogno, sia che si credano

superiori a noi, non cercano per nulla di imparare qualcosa da chi, come

devono pur vedere, sa rendersi l'esistenza un po' più piacevole. Essi

vivono allo stato poco meno che selvaggio, non hanno assolutamente alcun

utensile casalingo, all'infuori di alcuni vasi grossolanamente fatti in

terra, nessun mobile, nessuna industria, ma conservano e fabbricano i

monili d'argento dei quali il tipo è venuto dall'Arabia, alcuni utensili

e ornamenti per chiesa, e fra questi i turiboli assolutamente belli e di

stile bizantino. Hanno alcuni ponti lasciati dai portoghesi, ma li

lasciano cadere in rovina, non pensano farne altri ad imitazione e

bisogna passare i loro fiumi a guado od a nuoto, col pericolo della

corrente che vi trascini o dei coccodrilli che vi piglino alle gambe.

Hanno l'esempio di alcune chiese, come quella d'Axum, piantate entro

costruzioni portoghesi, e i stupendi palazzi di Gondar, ma nessuno

pensa a prenderli a modello e migliorare la propria abitazione.

In quello che può soddisfare la loro vanità, invece, hanno conservata

buonissima memoria, e il sentimento dell'aristocrazia è inveterato

quanto ridicolo in loro. Basti venire sul discorso e tutti vi diranno di

discendere da stirpe reale o principesca, d'aver dominato in famiglia

intere provincie per dei secoli, d'aver posseduto centinaia di villaggi,

di avere i loro avi guidati, sempre alla vittoria, potenti eserciti,

d'aver portati i primi titoli di nobiltà abissinese. Una stilla del

sangue di Salomone dovrebbe essersi sparsa nella linfa d'ogni albero

genealogico di questa buona gente, felice forse più di noi e forse

troppo ragionevole di volersene star lontana dalla civilizzazione.

Abbiamo oggi, è vero, l'esempio di un popolo che in pochi anni abbracciò

tutto quanto trovò di bene nella civiltà europea, svestendosi, con raro

esempio di abnegazione, da tutti i pregiudizii inveterati dalle antiche

usanze del sistema feudale che da secoli lo reggeva. Ma l'Abissinese non

farà certo quanto fece il Giapponese, per quanto la tradizione

dell'antica civiltà non gli dovrebbe essere che stimolo, mentre nel

Giapponese la sostituzione di un'altra alla civiltà propria dovette

forse essere se non un inciampo, certo un ritardo al suo progredire.

La razza abissinese è bella, il tipo lanciato, snello, elegante. La

tinta varia dall'olivastro al marrone, più chiara verso la costa e

sempre più cupa nelle province dell'interno. L'uomo è piuttosto alto,

non secco nè pingue, ma muscoloso, raramente ha barba, l'occhio vivo, i

denti bellissimi, il naso spesso leggermente aquilino, sempre, come le

labbra, regolare. Le donne hanno tutte le belle qualità dell'uomo,

aggiungendovi che la bellezza delle forme e la semplicità del costume le

rende assai provocanti: mani e piedi piccolissimi e bellissime

attaccature. Anche nel maschio è spesso ammirabile la piccolezza della

mano e del piede e la finezza delle dita e dei tratti in generale. La

moralità è molto al basso, chè la ragazza gode di piena libertà, e chi

vuol prender moglie la sceglie generalmente fra quelle che hanno

consumati i primi anni della loro bellezza, facendone mercato nelle

città della costa, dove le belle etiopi sono molto cercate e rinomate, e

hanno raggranellato così un piccolo gruzzolo di talleri. È poi costume

nel paese, che il padre prima di sposare la figlia, se bella, ne vende

al maggior offerente il primo fiore.

In fatto d'agricoltura credo che il suolo abissinese sarebbe capace di

qualunque produzione, se il popolo non fosse indifferente a tutto quello

che è non strettamente necessario per vivere, il grano, e non stimasse

un avvilimento il coltivare la terra. La temperatura quasi costante, il

suolo fertile e poco meno che vergine, i diversi gradi di elevazione,

non chiederebbero che pochissimo lavoro per ridurre tutto quanto il

paese un vero giardino: non trovate invece assolutamente mai un frutto

nè un legume, tranne i pochi che crescono allo stato selvaggio. Nei

_collas_ la temperatura non permette la coltivazione del frumento, ma vi

si trova il cotone, l'indigo, tamarindi, ricini, zafferano, canna a

zucchero, palme, banani, gommieri, baobab, piante medicinali molte,

mimose, la dura e il dagussa. Nei _woina-deuga_ la temperatura vi è

sempre primaverile e quindi costituiscono la zona la più ricca; vi si

trova orzo, avena, fave, lenti, teff, il kolqual o euforbia, l'ulivo, il

_cusso_, la vigna, l'arancio, il limone, il pesco. Tutti questi alberi

vi potrebbero essere coltivati e produrrebbero stupendi frutti, ma vi si

trovano invece solo allo stato selvaggio, e i frutti che producono non

sono mangiabili.

I deuga sono i terreni più alti, quindi la vegetazione vi è meno ricca:

l'orzo e l'avena sono i soli che vi attecchiscano, e come alberi il

cusso è quello che sfida le più alte regioni: dopo un certo punto però,

voglio dire oltre circa 3500 metri, non si trovano più alberi, e lo

spazio è occupato solo da praterie naturali che forniscono il pascolo a

truppe di buoi, capre e montoni. In queste regioni, durante il _karif_,

si ha spesso neve e ghiaccio, e mentre questi, nella stagione secca si

limitano a circa 4400 metri, nell'inverno discendono fino a 3500 metri

sul mare.

Nell'opera di Ferret e Gallinier trovo la spiegazione allo strano

fenomeno che da giugno a settembre, epoca del freddo nelle montagne e

delle pioggie nell'altipiano, non una goccia d'acqua cade verso la

costa, ed il motivo si è che essendo allora quest'ultima regione

enormemente riscaldata dal sole, la colonna d'aria che si eleva dal

suolo impedisce alle nubi di condensarsi e di precipitarsi in pioggia.

Da ottobre a marzo, invece, che la temperatura alla costa è molto meno

elevata, le nubi trovano libera la loro via nell'atmosfera e portano il

loro contingente a quelle desolate contrade.

L'attuale re è severo assai col suo popolo, e non transige sulle pene

che devono infliggersi ai colpevoli, ma alieno dal trascendere ad atti

brutali come la tradizione, o meglio l'uso impone, è sempre proclive a

mitigare le condanne. Come esempio al popolo, i pretesi avvocati lo

consigliano però spesso ad atti veramente barbari, pretendendo che

l'Abissinese è tanto indifferente alla morte, e la affronta con tale

coraggio e freddezza, che il condannarvelo non basta a trattenerlo dal

commettere delle nefandità, e quindi per prevenirle è indispensabile

commetterne altre che infiorino la condanna a morte dei più terribili

tormenti.

Citerò, ad esempio, un fatto occorso or fa qualche anno: una banda di

insorti che univa le due qualità di rivolta al Governo e di

brigantaggio, fu sconfitta in un incontro e fatta prigioniera: per

evitare un massacro e accappararsi l'affezione con un tratto di

generosità, il re perdonò e diede piena libertà al grosso della

comitiva, ma ai quattro capi si tagliarono i polpacci a sottili fette,

come si trattasse di giambone, finchè si arrivò all'osso, poi si

lasciarono a disanguare.

Così mi raccontava Naretti d'esser stato testimonio del seguente fatto

avvenuto sulla piazza del mercato di Adua. Una donna aveva commessi

delitti senza esempio e che sarebbe troppo lungo ripetere: si scavò una

fossa, vi si seppellì la condannata, in posizione verticale, fino al

petto, e i dettagli della freddezza con cui sopportò l'operazione,

preparandosi alla tragica fine, sono cose da far rabbrividire, poi

_coram populo_, con un grosso fucile le si diede l'ultimo colpo alla

testa. Tutto il giorno stette così esposta, e la mattina dopo era ancora

triste spettacolo, e per di più aveva una guancia rosa dalle jene nella

notte.

E il pubblico assiste, si diverte, applaudisce a questi delitti

ufficiali, e intanto pretende a dirsi cristiano.

Così le _esecuzioni semplici_ del taglio della testa si fanno in luogo

pubblico, come un duello fra un armato e un inerme, e spesso accade che

fallendo almeno in parte il primo colpo, che le lame non sono delle più

fine, nè delle più taglienti, si ha una vera lotta fra il carnefice e

l'altro mezzo tagliuzzato, fra un circolo di curiosi.

Il venerdì 4 aprile corre la festa del Salvatore, per cui andiamo ad

assistere alle grandi funzioni che si celebrano nella chiesa di questo

nome.

Per vero dire il tintinnio dei turiboli e dei campanelli, il canto di

una infinità di preti e inservienti, e il loro andirivieni continuo

entro e fuori i diversi cerchi del santuario, mi hanno tanto sbalordito,

che ben poco potei raccapezzare sull'ordine delle funzioni. Ho visto che

si presentavano dei gran messali, in lingua del paese, ai preti che ne

leggevano delle preghiere, rivolgendosi di quando in quando al pubblico

in atto di benedire, ed ho ammirato alcune stupende e grandi croci in

argento, dei _bornus_ in seta azzurra ricamati a colori e adorni di

originalissimi ornamenti d'argento, portati dai sacerdoti: dei

baldacchini in forma d'ombrello in stoffe damascate pure con ornati in

argento, e un originale berretto portato dai chierici, costituito da un

cerchio d'argento che abbraccia la testa, finito a visiera, portante

alcune fettucce d'argento che si raccolgono al vertice, sormontato da

una palla adorna di piccoli campanelli e di una croce pure in argento.

[Illustrazione: Antica chiesa del Salvatore in Adua]

Abbiamo frequenti visite dei delegati dello Scioa che sono gente per

bene, molto affabile e cortese, e hanno un principio di educazione e di

sentimenti di delicatezza, come, mi è forza dirlo, non abbiamo ancora

incontrato in questo paese. Tengono nota di tutto quanto vedono e di

ogni particolare delle strade e del paese, ciò che unito a quanto alle

volte trapela dai loro discorsi, mi fa supporre che meglio che gli

acquisti, lo scopo del loro viaggio è di impratichirsi di queste regioni

che in un giorno forse non lontano, il loro sovrano pensa di occupare.

Sono fini e intelligenti e fanno le cose per bene, ma non hanno ancora

imparato che per esser diplomatici bisogna saper fingere di non esserlo,

parlar poco e spesso mentire.

Noi siamo sempre in attesa del ritorno del corriere spedito al re, ed

oltre alla noia di questo soggiorno si aggiunge ora l'inquietudine,

perchè l'epoca delle piogge si avvicina, e se questa ci sorprende

all'interno resta chiusa la via al ritorno, e non deve esser certo

divertente passar qualche mese in una capanna senza occupazioni e senza

potersi divagare con escursioni e caccie. Il piccolo _cherif_ è già

cominciato e spesso verso sera ci troviamo chiusi fra tuoni, lampi e

dense nubi che si risolvono in acquazzoni torrenziali, passando da un

sole cocente e piccante ad un vento freddo più che fresco. Finestre,

porta e tetto della nostra abitazione non sono certo tali da difenderci

dalle furie degli elementi, e spesso abbiamo l'incomoda visita della

pioggia che ci viene a trovare nei _nostri appartamenti_.

I pretesi _grandi signori_ in Abissinia sono generalmente possidenti di

vaste estensioni di terreni e di bestiame, che non essendovi in paese

industria, nè gran commercio, non v'ha capitale circolante ed è ignoto

l'interesse che da questo si può cavare, per cui quando realizzando i

prodotti insaccano dei talleri, li impiegano aumentando le loro

proprietà, oppure li sotterrano. Vengono generalmente nominati capi, non

governatori però, della provincia in cui vivono, e dal re sono

autorizzati alla riscossione delle imposte dei minori tenenti nella

provincia stessa. Le imposte sono poca cosa, ma non mi riuscì sapere a

quanto ammontino: riscosse, le depongono nelle mani del re e ne

percepiscono un tanto che parmi circa il dieci per cento: se qualcuno

ricusa di fare la dovuta consegna, gli si mandano dei soldati che

pensano a farsi mantenere, finchè il danno arrecato sia pari alla somma

dovuta, più la multa inflitta. Dai proprii coloni si usa ritirare tutti

quanti i prodotti e distribuire poi il necessario al sostentamento di

ogni famiglia, restando quanto avanza totalmente al proprietario. Le

abitazioni di questi signori sono un po' meglio costrutte delle comuni,

e nel recinto in cui stanno ne sorgono altre minori per ricoverare i

servi, macinarvi il grano, prepararvi il pane, tenervi le provviste. Del

resto ben poco più distinto dalla massa in fatto di comodità: il loro

gran lusso è di avere molti servi armati, delle mule, qualche cavallo,

degli _angareb_, tappeti, bottiglie in cristallo per bevervi il tecc,

del quale tengono in pronto grandi vasi. La cucina non annovera molta

varietà di intingoli, neppure per le tavole principesche. Ai figli

nessuna educazione, e tutt'al più imparano a leggere e raramente a

scrivere da un prete. Morendo non si usa di far testamento, ma solo agli

ultimi istanti il padre dice: lascio i miei poderi a dividersi fra miei

figli; e questi in seguito si dividono l'eredità in parti uguali, maschi

e femmine.

Un uso strano hanno nel mangiare la carne cruda. Staccano solo a metà il

pezzo che vogliono mettere in bocca, poi preso questo fra denti e

tenendo il grosso pezzo in mano, finiscono di staccarlo con un taglio

dal basso all'alto rasente le labbra. Se si pensa che spesso il coltello

è la sciabola, si potrà immaginare quanto sia poco rassicurante trovarsi

fra due che mangiano con questo sistema.

L'Abissinese mangia la vera carne muscolosa del bue e ne getta quasi con

ribrezzo il cuore e il fegato, mentre, per esempio, il Patagone e il

gaucho della pampa preferiscono queste parti a tutto il resto, e spesso

ammazzano un bue semplicemente per soddisfare questa ghiottoneria.

Passiamo la Pasqua in Adua, e quattro cose sono a rimarcarsi a

quest'epoca: il baccano infernale che si fa la notte in tutte le chiese:

l'uso che i preti vanno a deporre in tutte le case dei mazzetti di fusti

di un'erba palustre, che poi ognuno si mette attorno al fronte come lo

spago di un ciabattino: gli anelli molto ingegnosamente fatti con foglie

di palma intrecciate, e tutti ne vanno fabbricando, tutti ne regalano

reciprocamente e tutti ne hanno coperte le dita: la fine del digiuno

quaresimale, fa che ogni casa quasi diventa macelleria, e per la sera

tutti _indistintamente_ sono pieni di brondò e di tecc, e se ne vedono e

sentono dovunque le conseguenze.

Per carattere l'Abissinese querela facilmente, ma, quantunque sempre

armato, difficilmente viene al punto di far uso serio delle sue armi.

Quando uno s'intesta a sostenere un argomento, o lancia un'offesa ad un

compagno, la parte avversaria non ricorre a mezzi troppo energici in sua

difesa, ma fa un nodo sullo _scemma_ e battendovi un pugno esclama:

scommetto tanto che non puoi provarmi la verità di quanto sostieni,

_Yohannes imut_: per la morte di Giovanni. Se l'altro disfa il nodo, è

segno di ritrattazione, se lo lascia è accettata la scommessa, e il

patto è sacro.

Sempre perseguitati dal governatore che un giorno esprime stupore,

vedendo delle forchette e dei cucchiai coi quali noi stiamo facendo

colazione: le sue domande, le sue osservazioni sono fatte con tale

insistenza e con tanta fanciullaggine che davvero mette pietà, pensare

che un individuo simile possa avere un'autorità in paese. Sempre già

finisce col domandare qualche cosa, finchè un bel giorno manda un suo

servo a farci la confessione che dopo i lunghi digiuni quaresimali s'era

permesso un po' troppo di baldoria e le sue funzioni naturali s'erano un

po' alterate nel loro regolare corso. Gli mandammo buona dose di pillole

rinomate pei pronti effetti, ma dopo solo mezz'ora mandò ancora un servo

a dire che stava in aspettativa, ma non si era ancora dichiarata nessuna

azione.

Il Nebrid di Axum è venuto in Adua per le feste di Pasqua e gli andiamo

a fare una visita. Ci accoglie colla sua solita cordialità e lo facciamo

felice, regalandogli qualche oleografia di soggetti sacri, che colle

lagrime agli occhi dalla consolazione, baciò e ribaciò, mentre

ripetutamente andava ringraziandoci. Voi siete buoni cristiani, ci

disse, e il vostro popolo è grande e potente, ma la via di Gerusalemme a

noi è chiusa dai Turchi. Anche noi siamo cristiani, e perchè dunque non

pensate a difenderci e aprirci quella via sacra? Ci fece servire il

_tecc_, poi volle assolutamente che accettassimo un piccolo banchetto e

un bue fu sgozzato in nostro onore fuori dalla capanna. Ci risparmiò la

carne cruda, sapendo che non è la cosa più gradita da noi, ma ci fece

servire grossi pezzi di bue, nei quali si fanno delle incisioni

trasversali piuttosto profonde, poi si abbrustoliscono sulle bragie. Il

sapore è molto gustoso e il solo inconveniente è la cenere e qualche

pezzetto di carbone che di quando in quando capitano come intingolo.

Noi stavamo seduti in circolo attorno un paniere con pane e berberia, e

i servi allungando le braccia sopra le nostre teste tenevano sospesi al

centro questi _roast-beef_ di nuovo genere, dai quali ognuno andava

staccando le proprie porzioni con un coltello. Altri servi intanto

preparavano dei piccoli pezzi che ci venivano ad offrire con delle mani

che Dio sa da quando non videro acqua e cosa toccarono nel frattempo, e

Naretti ci assicura che il rifiutare è una vera offesa.

La sera intanto s'era avvicinata e il _tucul_ non brillava per troppa

luce, che chi ne spandeva di molto fioca era uno stoppino infitto in una

pallottola di grasso conservata in un avanzo di vaso. In complesso la

scena era alquanto originale; e più che un banchetto da sacerdote lo

avrei detto un festino da falsi monetarii.

Abbiamo frequenti emozioni di notizie, che fu visto a poca distanza il

nostro corriere, che gente venuta dal campo reale ve lo vide e le disse

sarebbe partito qualche giorno dopo, che il re venga a svernare in Adua

e che pensi di riceverci qui; tutta una massa di fiabe che al momento ci

danno qualche speranza, ma poi ci lasciano subito ricadere

nell'avvilimento.

L'Abissinia poi è il paese delle fiabe, e dove non si può mai sapere

nulla di vero. Credo assolutamente che la verità vi sia ignota o

proibita. Qualunque cosa domandate al primo che vi capita fra piedi, mai

questi vi risponderà: non so o dubito, ma sempre con tutta fermezza, e

quello che non sa, inventa.

La mancanza di interesse a quanto si passa nella vita e l'ignoranza di

qualunque strumento od osservazione che possa dar idea di misura e di

tempo, fanno poi che i giudizii sono differentissimi e impossibile vi

riesce avere informazioni, non precise, ma tali almeno da raccapezzarne

qualche cosa. Domandate, per esempio, la distanza di un villaggio dove

volete andare; chi ve la dirà di poche ore, chi di parecchie giornate, e

tutta gente che ha percorso quel cammino o che abita quei dintorni. Ne

abbiamo fatta esperienza nel nostro viaggio, che non una sola volta ci è

riuscito di farci un giusto criterio di quello che si doveva fare

l'indomani, o della durata di un dato tragitto.

Abissinia: Giornale di un viaggio · 第 21 / 32 题