Partenza pei Bogos.--In carovana.--Incontro di
scimmie.--Paradiso dei cacciatori.--Arrivo alla Missione.--Le
propagande.--Il villaggio.--Usi e costumi della
popolazione.--Ritorno.--Bellezze del paesaggio.--Fermata a
Kalamet.--Nuovamente a Massaua.--Una festa originale.
Per quanto con Ferrari si facessero continuamente gite di caccia, pure
la monotonia di questa vita ci stancò, e non sapendo ancora quando si
potrebbe definitivamente partire per l'Abissinia, pensammo intanto di
andarcene a fare un'escursione nel paese dei Bogos. A noi si associò
l'amico Legnani che, pratico del viaggiare in carovana e parlando
l'arabo, oltre che simpatico, ci fu pure utile compagno di viaggio.
Fissati i camelli e fatti quei pochi preparativi che pensammo
necessarii, il giorno 12 lasciammo gli altri compagni, felici di
incamminarci ad una vita nuova ed a paesi nuovi.
È uso che il primo giorno non si parta mai la mattina e si faccia solo
una breve tappa, quasi a collaudo o correzione del carico dei camelli,
per cui anche noi non potemmo ottenere di muoverci prima delle quattro.
I nostri camellieri sono _biscerini_: per tutto abbigliamento un pezzo
di tela bianca che avvolta alla cintura scende fino al ginocchio e la
notte si stende ad avvolgere tutto il corpo per riparare dall'umido e
dal freddo: ai piedi due logori sandali, e per cappello l'originale
capigliatura a ciuffo ritto e a ricci o trecce pendenti, contro la
sferza del sole: per provvigione qualche pelle che si riempie d'acqua
quando se ne trova, ed una piena di dura: per difesa, pendente dalla
spalla sinistra, uno spadone colla guardia a croce in ferro e la guaina
allargantesi ad uso freccia verso il basso; uno scudo in pelle da
ipopotamo, rotondo, con una sporgenza conica al centro; una lancia alta
forse due metri nella mano destra.
Oltrepassata di circa un'ora in direzione nord, la seconda diga, ci
fermiamo a Onikullo, grossa borgata abitata da indigeni e da piccoli
negozianti che tengono in Massaua i loro affari e passano qui la notte,
pretendendo sia meno calda: riempiamo le nostre pelli ad un pozzo
pubblico, poi proseguiamo volgendo leggermente ad ovest per fare _alt_
verso le sette in un avvallamento qualunque. Le nostre coperte furono i
nostri letti, la volta celeste il nostro tetto: alcuni nuvoloni ci
fecero temere un'inaffiata in regola, ma la provvidenza ce la risparmiò.
Aperti appena gli occhi, la mattina seguente, ancora in una
semi-oscurità e senza muoverci da dove eravamo, si fecero le fucilate a
due jene che tranquillamente passavano a pochissima distanza. Non è
molto a temere questo schifoso animale che difficilmente attacca l'uomo,
perchè lo teme, e piuttosto si avventa agli animali od ai bambini,
sempre ai cadaveri; è tanto ributtante che appena morto è carogna e
tutta la sua vigliaccheria genera ribrezzo. Nessuno osa mangiare le sue
carni e nemmeno far uso della sua pelle. Radunati i camelli che stavano
pascolando, e fatto il carico, ci incamminammo a piedi, precedendo di
pochi passi la carovana, sperando di poter fare un po' di caccia, ma ben
presto il sole ci fece ricordare che eravamo in Africa, per cui montammo
le nostre cavalcature.
Siamo sfortunati nei camelli, che sono piuttosto cattivi, ed uno non
soffre alcun movimento di chi lo cavalca: le selle poi sono perfide, ma
ormai siamo in ballo e bisogna ballare.
[Illustrazione: Tipo biscerino]
Il terreno è sempre sabbioso e sparso qua e là di qualche cespuglio
spinoso e di acacie nane, ma in complesso l'aspetto è piuttosto arido,
perchè tutto bruciato dalla grande aridità: lentamente andiamo
innalzandoci superando delle elevazioni di pochi metri, oso dire dei
gradini, per passare una sequela di altipiani, tagliati di quando in
quando da torrenti infossati che solo si gonfiano durante le piogge. Nei
punti più bassi del loro letto sono generalmente praticati dei pozzi che
per infiltrazione danno l'acqua necessaria a rifornire le carovane; e
per vero dire non è sempre l'acqua più pura nè la più pulita: spesso è
vero fango diluito con gusto anche di materie organiche in putrefazione,
ma quel terribile male che è la sete alimentata dai raggi di questo sole
cocente, fa superare certe cose che fanno ribrezzo al pensarvi quando si
possono invece avere delle buone limonate.
Verso le 10-1/2 passiamo presso un paio di capanne, abitazioni di
qualche soldato che con aspetto e assetto tutt'altro che militare sta a
guardia del telegrafo che tiene questa linea per spingersi fino a
Kartum.
Le due cose meglio organizzate dove governa l'Egitto sono certamente la
posta e il telegrafo, e dove passa quest'ultimo, che serve anche di
guida alle carovane, con provvido sapere, Gordon pacha pose, ad ogni
quattro ore circa di strada, una capanna di rifugio pei viaggiatori e
spesso un soldato di guardia pel filo.
Ancora un'ora di cammino, e ci fermiamo nel letto di un torrente dove
qualche macchia nerastra nelle sabbie e un po' di vegetazione fresca ci
indicano la presenza dell'acqua, per ristorare noi e lasciar pascolare i
camelli.
Ripartiamo alle due, e sempre continuando in terreno piuttosto monotono,
colla sola distrazione di stupendi uccelletti dai colori vivissimi, dai
riflessi metallici e dalle code assai lunghe, e dell'incontro di
qualche carovana diretta a Massaua per portarvi tabacco di Keren, ci
fermiamo alle sette e mezzo sopra un'altura, in posizione perfettamente
isolata, dove la notte fu solo disturbata dalle voci di qualche jena e
da una abbondante rugiada.
Prima che i camelli siano pronti, ci incamminiamo la mattina del 14
cacciando le lepri che in buon numero fuggono davanti ai nostri passi.
Avanti a noi sta un'enorme pianura e allo sfondo una catena di montagne
che dobbiamo raggiungere per trovar acqua, e che pare si vadano sempre
allontanando al nostro avanzare: la stanchezza era alleviata dalla
distrazione di trovare frequenti gazzelle, ma il sole ci faceva
desiderare il punto fissato pel riposo: verso mezzogiorno incontriamo
molti buoi e capre, indizio che siamo poco lontani dalla sospirata
fonte: pieghiamo infatti leggermente ad ovest, entriamo in una larga
vallata che va a poco a poco restringendosi, la vegetazione si fa più
fitta, e verso l'una ci accampiamo presso il letto di un torrente in cui
con gran consolazione vediamo scorrere acqua limpida.
Qui vicina troviamo pure fermata un'altra carovana che segue la nostra
direzione e che già avevamo incontrata jeri. Dopo un riposo abbastanza
lungo per noi, ma necessario pei camelli, ci rimettiamo in strada verso
le quattro, in coda dell'altra carovana forte di una trentina di
camelli. Seguitiamo sempre camminando nel letto del torrente dove alle
volte scorre acqua, e di quando in quando scompare sprofondandosi nella
molle sabbia che ne rende tanto faticoso il camminarvi. Le due sponde
del torrente sono coperte da folta vegetazione che dev'essere piena di
caccia, ma è impossibile il penetrarvi: folta ma non molta grandiosa
però, specialmente sulle alture circostanti dove la si vede stanca per
lunga sete. Subito dopo l'epoca delle piogge dev'essere di una frescura
sorprendente. Siamo circondati da montagne non molto alte, di natura
vulcanica, roccia cupa, molti detriti, acacie nane, qualche grossa
euforbia, qualche _baobab_ spoglio affatto di foglie, col tronco enorme
e rami tozzi, qualche arbusto dalle foglie grigiastre e carico di grosse
pallottole verdi contenenti i semi, e presso l'acqua canneti, papiri ed
altra vegetazione che ama l'umidità. Di quando in quando la vallata si
restringe fino a lasciare solo uno stretto passaggio fra rocce quasi
verticali e poco discoste, per poi ritrovarci in bacini ancora assai
vasti. La notte arriva e il procedere lento e cadenzato della carovana
assume un aspetto veramente imponente, cui la cantilena dei camellieri
che intonano le loro preghiere dà un carattere assolutamente maestoso e
misterioso.
Si fa perfetto buio, troviamo passaggi piuttosto difficili, dove i
camelli a stento trovano ove posare i loro piedi fatti per calcare le
sabbie del deserto: nell'ombra della notte si capisce che bella
dev'essere la natura che ne circonda, e come viaggiatori ne duole
perderne la vista, ma i nostri camellieri, timorosi forse di fermarsi
soli, sono sordi alle nostre domande e ai nostri ordini, e colla scusa
della mancanza d'acqua ci fanno camminare fin dopo le otto, fin quando
cioè si fermò l'altra carovana. Accampati in un allargamento del letto
del torrente vi lasciarono liberi i camelli di andarsene a pascolare, si
accesero parecchi grandi fuochi, si fece una meschina cena, e ci
sdrajammo in cerca del meritato riposo.
Continuiamo la mattina dopo, alternandosi passaggi stretti ed
allargamenti del fondo della vallata per la quale si va risalendo:
mentre attraversiamo appunto una di queste gole di pochi metri di
larghezza, le cui pareti si elevano a scaglioni basaltici, e la nostra
carovana preceduta dall'altra cammina silenziosa e quasi triste, un
assalto di acute grida ci scuote dal letargo in cui eravamo quasi
caduti, e chiama la nostra attenzione a pochi passi davanti a noi, dove
centinaia di scimmie se ne stavano bevendo attorno ad un pozzo e furono
disturbate dal nostro apparire. Fu un fuggi fuggi generale, le più
grandi stringendo al seno o caricando sulle spalle le piccine, tutte
saltando e arrampicandosi sulle rocce laterali, poi disponendosi
sull'estremo ciglio quasi a darsi spettacolo del nostro passaggio: fra
noi e loro non saprei davvero chi fu il più divertito.
Dopo qualche ora usciamo in un vasto altipiano, e ci andiamo a fermare
verso il mezzogiorno all'ombra di un grosso albero, poco lontano dal
quale i nostri fucili ci procurarono qualche faraona pel pranzo. Circa
tre ore di sosta, poi nuovamente in cammino: incontriamo una carovana
che porta dei prigionieri a Massaua: sono quattro che alternativamente
camminano a piedi o salgono due camelli: quelli che stanno a camello
sono incatenati alle mani ed ai piedi, quelli che camminano ci destano
un vero senso d'orrore: un grosso ramo d'albero lungo circa due metri e
terminato a forcella racchiude con questa il collo del condannato e ve
lo stringe dietro con intreccio di corde: all'altra estremità è legato
alla sella del camello. Nei viaggi in Africa che ho letti, ho visto
questo genere di supplizio usato come mezzo di trasporto o meglio di
punizione per gli schiavi, e m'aveva inorridito: non mi sarei mai
aspettato di vederlo ufficialmente usato da una potenza che la pretende
a civiltà, quale l'Egitto. Sapere poi come questi disgraziati sono
trattati, per quanto colpevoli, è meglio non ripeterlo, per rispetto a
qualsiasi principio di umanità.
Le montagne si vanno facendo più alte, i _baobab_ e le euforbie più
numerosi, grossissimi i primi, alte le seconde. Verso le cinque, poco
lontano da una stazione di soldati, vediamo nel fondo della valle un
recinto con tracce di coltivazione e qualche capanna: è l'abitazione di
due francesi che vi stanno tentando una speculazione, di cavare cioè del
filo dalle foglie di cespugli comunissimi in questa località che porta
il nome di Kalamet. Noi oltrepassiamo, ed alternata ancora la roccia
colla sabbia, ci fermiamo a notte fatta nel letto del torrente asciutto.
Ci vien detto essere le vicinanze molto abitate da leoni, e quindi utile
prendere le necessarie precauzioni: invece di lasciar liberi a pascolare
i camelli, si dispongono in un circolo attorno al quale si accendono sei
grossi fuochi, che qualcuno dei camellieri veglia a tener nutriti tutta
la notte.
Questo accampamento in luogo perfettamente isolato e selvaggio, il
mistero della notte, l'apprensione per quel che poteva forse succedere,
e l'emozione del poterci veder davanti quei due occhioni scintillanti
senza le barre di ferro che ce ne separino, un ascoltare ansiosi ad ogni
muover di foglia, la cantilena dei camellieri che sparsi a gruppi
stavano preparandosi con pochi grani di dura la loro cena, la luce delle
enormi fiamme che innalzavano grosse colonne di fumo e spandevano i loro
raggi luminosi sulle foreste che da ogni lato ci circondavano, tutto
questo, ripeto, formava uno spettacolo veramente imponente e fantastico.
Lo contemplammo lungamente, poi ci sdraiammo coi nostri fucili al fianco
e cercando addormentarci con un occhio aperto, ma la stanchezza la vinse
ben presto. S. M. il re delle foreste non venne a turbarci i nostri
sonni placidi e solo verso l'alba un muoversi confuso fra le piante ci
fece balzare e mettere in guardia, ma non era che un innocente cignale
che se ne andava facendo la sua passeggiata mattutina.
Fu questa la nostra sveglia, e poco dopo riprendemmo il nostro
itinerario, lungo il quale incontriamo spesso dei cimiteri di tribù
nomadi che vi tennero le loro tende. Le tombe consistono di un ammasso
conico di pietra o di un largo circolo segnato pure da pietre, con un
tumulo al centro; generalmente si copre la tomba con piccole pietre di
quarzo bianco; se la tomba è di fresca data, è circondata da una siepe
di rami spinosi per tenervi lontana la jena, ed allora ogni fedele che
passa vi recita una prece e vi aggiunge un sasso.
La natura si fa sempre più grandiosa e selvaggia, la vegetazione
aumenta, i baobab sono giganteschi, non hanno in questa stagione una
sola foglia, ma molti frutti consistenti in piccoli globi verdastri, che
contengono una farina bianca acidula e di sapore grato e molti semi dal
gusto di mandorla; le euforbie si fanno veri alberi di cinque, sei, otto
e più metri d'altezza e in alcuni punti costituiscono da sole vere
foreste. Saliamo sempre finchè ci troviamo in un vasto bacino,
attraversato il quale, in direzione ovest, ci si presenta un'erta salita
che ne è forza superare a piedi.
Passata così la catena dello spartiacque che dà origine a levante al
torrente Ain, del quale rimontammo il corso, e dall'altro versante ad
altri torrenti che radunati gli sfoghi di varie vallate secondarie,
attraversano la provincia di Barka, costituendo il Xor Barka che ha foce
poco lungi da Suakin, ridiscendiamo per una lunga vallata dove la natura
non è per nulla cambiata, ma da dove ci sta davanti un esteso e variato
panorama, e alla 1-1/2 ci fermiamo in un vastissimo altipiano.
Dopo un paio d'ore di riposo, rimontiamo a camello, ma fatti pochi passi
siamo attratti a discenderne dall'abbondanza della caccia. Siamo in vera
Africa, come tante volte la ammirai nelle illustrazioni e ne sognai la
realtà; i monti generalmente conici, staccati uno dall'altro e raramente
tentando formar catena, vegetazione non rigogliosa, ma abbondante; la
nostra carovana avanza nel letto sempre sabbioso del torrente largo da
venti a trenta metri e fronteggiato da dense foreste dietro le quali ad
intervalli si nascondono spazii coltivati a dura; il nostro cammino è
continuamente accompagnato dall'apparire di gruppi di pernici, faraone,
lepri, gazzelle; sugli alberi svolazzano stormi di uccelli dai colori
smaglianti; fra me e Ferrari è un continuo schioppettio e un continuo
far vittime, che passiamo al buon Legnani che ne orna i fianchi del suo
camello. In poco tempo eravamo materialmente stanchi della fucilata e
sazii della carneficina, e non avevamo fatto che pochi passi, dopo
ripreso le nostre cavalcature, quando avanti a noi vediamo attraversarci
la strada un piccolo quadrupede, poi due, poi una sequela infinita: sono
piccole scimmie che inseguendosi forse per giuoco, passavano dalla
destra alla sinistra sponda. Attraversato questo vero paradiso dei
cacciatori, risaliamo altre alture per discendere in altri piani;
incontriamo qualche truppa di pecore e buoi, il sole tramonta e sempre
camminiamo. A quest'ora, attorno ai pozzi scavati nelle sabbie, è un
vero formicolio di selvaggina che vi si raduna per abbeverarsi e che noi
ci accontentiamo di disturbare col nostro passaggio per non fare un
inutile macello. Non sappiamo dove troveremo alloggio a Keren, per cui
non volendo arrivare a notte inoltrata, vorremmo fermarci per proseguire
l'indomani, ma i nostri camellieri non acconsentono, ripetendoci che
siamo vicinissimi alla meta. Avanti dunque; si scorge un lume, ma non è
che l'abitazione di un agricoltore che ha i suoi campi lontani dal
villaggio. Finalmente i lumi si moltiplicano, passiamo fra molte
capanne; nell'oscurità si distingue dell'abitato, e non sapendo dove
dirigerci, ma memore dell'ospitalità usatami nei conventi di Terra
Santa, ci facciamo portare alla Missione, certi di trovarvi rifugio
almeno per la prima notte. Alla destra, avanti una casa di cui
nell'oscurità si distinguevano a stento i contorni, vediamo il largo
cappello di una suora che con un fanale entra da una porta, e piegato a
sinistra siamo, dopo pochi passi, alla casa dei missionarii. La carità
cristiana che andavamo ad incontrare, il forte contingente di
quell'appetito che collima colla fame, che portavamo noi, e il sapere od
almeno il supporre che la buona e abbondante tavola non fa mai difetto
nei conventi, ci avevano fatto sognare una cena poco meno che
luculliana, e con questa speranza, col solo titolo di viaggiatori, ci
presentammo ad un padre, chiedendo ospitalità. Era l'ora della
preghiera, per cui portammo un po' di scompiglio in questo piccolo
esercito della fede; ci venne assegnata una camera in cui si stesero
delle stuoie e ci fu detto che con sommo dispiacere a quest'ora i fuochi
delle cucine erano già spenti. Una lettera che persona molto alto locata
aveva data in Italia per la spedizione, fece per altro l'effetto della
molla che fa comparire il diavoletto nella scatola di dolci, e per noi
invece allontanò il brutto fantasma del digiuno e fece comparire del
pane, del cacio e dell'idromele, detto _tecc_ o vino degli Abissinesi,
ottenuto dal fermento di acqua e miele coll'infusione di alcune foglie o
radici.
Ci svegliammo l'indomani quando il vescovo, monsignor Touvier, con due
preti vennero ad augurarci il buon giorno e con ogni sorta di gentilezze
vollero traslocarci in uno spazioso salotto con un letto e due comodi
divani.
La provincia dei Bogos geograficamente appartiene all'Abissinia, ma è
ora occupata dall'Egitto che la tiene preziosa come linea di
comunicazione fra il Sudan e il porto di Massaua, e per questo è fonte
di continue inimicizie e di frequenti attacchi fra i due Governi. Essa è
costituita da un altipiano a più di 1200 metri sul mare, rinserrato da
montagne granitiche; la sua popolazione, sparsa in parecchi villaggi, si
pretende da secoli immigrata dall'interna provincia del Lasta e derivare
quindi dalle bellicose tribù degli Agau, dei quali mantiene lingua,
costumi e tradizioni.
La capitale ne è Sanayd, villaggio posto sul versante di un'altura
coronata da un forte costrutto da Munzinger pacha; rimpetto a questo, e
più sotto la montagna, sta Keren, ove siede la Missione stabilitavi or
fanno circa trent'anni dal padre Stella, che dopo avervi consacrata
l'esistenza, facendosi amare dalla popolazione, morì travagliato da
dispiaceri e perseguitato da chi gli mosse ingiusta guerra. Col tempio
della fede vi aveva stabilito pure un faro di civiltà, unendo così
queste due propagande che sempre dovrebbero essere compagne nella
faticosa marcia attraverso popoli barbari, e praticando per tal modo la
vera e pura dottrina di Cristo. Una colonia di Europei dava l'esempio
del lavoro, e mostrava alle popolazioni selvagge che la missione
dell'uomo sulla terra ha uno scopo ben più alto che quello di vegetare
abbrutendosi e facendosi continua guerra gli uni agli altri. Ma come pur
troppo spesso succede, la mancanza di mezzi materiali e di costanza a
sopportare le prime disillusioni per un avvenire migliore, fecero che la
piccola colonia finì per morire quasi di consunzione. La Missione restò,
ed è ora occupata da lazzaristi francesi, e la colonia riprese sviluppo
quando or fanno quattro anni si introdusse la coltivazione del tabacco.
Uscimmo accompagnati dal padre Picard, un simpatico uomo che da
quattordici anni vive in questo paese cristianizzando: è commovente
vedere come tutti lo amano e lo rispettano, e come al suo apparire,
vecchi e fanciulli gli corrono incontro chiamandolo _gaetana_ o _abuna_,
che suonano _mio signore, mio padre_, gli baciano la mano e gliela
toccano col fronte in segno di venerazione. Con lui andiamo a far visita
al governatore, comandante il presidio di circa 600 uomini.
È un nero del Sudan che fece, nella legione straniera, la campagna del
Messico, poi fu in Francia, ma ebbe troppo rispetto per la civiltà, e
non osò troppo avvicinarla; fu però con noi cordialissimo e ci fece
vedere in tutti i suoi particolari il forte costruito sotto la sua
direzione. Quasi alla vetta del colle su cui è piantato, per occupare i
soldati, fece scavare una gran vasca per raccogliere l'acqua delle
piogge, idea questa assai buona e pratica in un paese dove fa tanto
difetto questo elemento. Passiamo a visitare qualche Greco e il reggiano
Cocconi che tengono piccoli negozii, e vi coltivano tabacco, e da tutti
quanti siamo ricevuti con gran festa, poi passiamo da M. Constant, un
francese e il principale degli agricoltori.
Egli tiene una bella fattoria composta di tre capanne rettangolari in
stuoie, ma ben costrutte e pulite, e presso queste l'essicatoio del
tabacco che si appende a fili tesi fra pali per farlo essicare, quindi
farne delle grosse balle che si mettono in commercio. Qui sentiamo come
questo genere di industria potrebbe essere assai proficua se non ci
fossero molti _ma_ e _se_. Il Governo che invece di favorire
un'industria nascente, cerca di paralizzarla con gravi tasse; la
lontananza dal porto di Massaua, la mancanza di strade e la difficoltà
delle comunicazioni; la mancanza di sicurezza, essendo continuamente
minacciati da un invasione degli Abissinesi; l'incertezza delle piogge,
cui è affidata la nascita e lo sviluppo delle piante, piogge che alcuni
anni anticipano, altri ritardano, e possono quindi esser causa di gravi
spese impreviste e della perdita completa della seminagione, senza che
s'abbia ancora il tempo a ripeterla. Cause tutte insomma che finirono
alla conclusione, che su tre si può calcolare ad una annata veramente
buona. Aggiungi, che tutti questi onesti agricoltori, bisognosi di
capitali per le prime spese di impianto, trovarono in loro soccorso
aperte le borse di alcuni Greci, che diventarono poi i più fieri
strozzini, che oggi vergognosamente impinguano coi guadagni di chi ci
mette intelligenza e fatica.
Le monache sono ora in numero di sette e vi furono chiamate da solo un
mese; la superiora fu per vent'anni a Roma direttrice del convento di
San Spirito, da dove partì, come ella disse, dopo che _i Piemontesi
bombardarono ed entrarono_.
Passiamo a visitare le scuole e il _collegio_ degli allievi, che sono
piccoli bambini fatti cristiani, e che per essere orfani od abbandonati,
si ricoverano e si istruiscono. Vivono in capanne e sono custoditi da
donne del paese istruite dai missionarii e che da questi ebbero il
titolo di maestre.
[Illustrazione: Macina e forno abissinesi]
In una vasta capanna entriamo a vedere la fabbrica del pane che si dà
loro. Quattro ragazze sono occupate a macinare la dura schiacciandola
fra due pietre, una fissa a lastra, l'altra cilindrica che colle mani si
fa scorrere sulla prima. Fatta con farina e acqua una pasta assai
tenera, la si versa e distende su larghi piatti di terra, sotto ai quali
arde il fuoco, e si ottiene così un pane molle, ma abbastanza gustoso,
di forma piatta, del diametro di circa quaranta centimetri e dello
spessore di non più di uno. Ogni giorno ne vengono distribuiti ottanta
ai bambini.
Visitiamo qualche capanna di nativi: le loro abitazioni sono meschine
assai, e per mobilia, i meglio arredati, hanno qualche _angareb_,
qualche stuoia o pelle di bue per sdraiarvisi, pelli per l'acqua, vasi
in terra o scorza d'albero intrecciata per conservarvi farina, sale,
ecc.
La chiesa è piccolina, in muratura ed eseguita per ordine di Munzinger
pacha, poi donata alla Missione. Il convento non ha nulla di
rimarchevole: una casina con cinque finestre, a due piani, e ai lati due
bracci sporgenti col solo pianterreno, e in continuazione a questi
qualche altro locale cogli opificii da un lato, e la tettoia col recinto
per gli animali addetti al servizio, cioè muli, somari e buoi,
dall'altro. Vi sono ora dieci preti e qualche indigeno convertito non
solo, ma consacrato sacerdote perchè aiuti nella propaganda.
E giacchè il nostro itinerario ci ha portati su questo argomento, mi si
permetta di fermarmici a dirne due parole. Ho tanto e sempre sentito dir
bene delle Missioni cattoliche che hanno sede a Kartum, e delle quali è
capo l'egregio monsignor Comboni, ed ho avuto io stesso tali prove in
Palestina dell'utilità che possono arrecare le Missioni quando siano
ispirate da sentimenti veramente cristiani e umanitarii, che davvero
bisogna essere compresi da venerazione per simili istituzioni. Da coloro
che vogliono atteggiarsi a critici giudicando le cose solo da lontano e
senza altro aiuto che il proprio criterio, ispirato spesso da falsi
pregiudizii o da spirito di parte, sentii spesso chiedermi cosa mai
possano fare di bene pochi individui che si sagrificano per andare
battezzando dei selvaggi sia in Africa, sia in altre parti del mondo:
per rispondere a questi e per difendere una causa che i fatti m'hanno
persuaso essere santa, mi permetto una breve disertazione in proposito.
Pur troppo ho visto qualche volta missionarii che si accontentano di
appiccicare il titolo di cristiani a dei bambini ottusi, solo perchè
bagnarono loro il fronte con dell'acqua benedetta, aggiungendovi la
formola battesimale, oppure perchè credettero convertire degli individui
col far loro luccicare avanti agli occhi qualche tallero, o collo
spaventarli approfittando della loro ignoranza e mostrando loro degli
ignobili dipinti che fanno vedere Maometto all'inferno fra le fiamme
perchè mangiava un cristiano mattina e sera, oppure un leone che fra
parecchi dormienti si avventa sul solo mussulmano che se ne sta fra
cristiani; e schiettamente io pel primo ammetto che non si possono
seriamente chiamare cristiane delle genti convertite con simili mezzi
che mi permetto di chiamare immorali. Io crederei offendere Cristo
presentandogli di tali fedeli, come sono convinto che con questo sistema
nulla si può far di bene alla umanità, e si vilipende anzi la santità
dello scopo. Apprezzo sempre l'abnegazione di chi si sagrifica per la
causa di cui è convinto, ma prescindendo da questo merito tutt'affatto
personale e presa invece a considerare la causa delle Missioni quando
basano su tali principii, tenuto calcolo dei sacrificii, delle preziose
esistenze, delle somme enormi che questa propaganda costa, e considerato
il bene che ne deriva alla religione ed alla umanità, trovo che non
regge il confronto coll'utilità che se ne potrebbe avere, usandone
invece ad alleviare tante e tante miserie che pur sussistono fra noi.
Ma quando invece si prepara alla religione un fondamento di sviluppo
intellettuale, si sveglia questa povera gente dal suo letargo di
ignoranza, si fa loro vedere e toccar con mano di quanto bene possa
esser fonte la civilità, si sviluppa l'industria e l'agricoltura, si
aprono loro così la mente e gli occhi, e si migliora la loro condizione,
si ottiene della gente che veramente ci ama e ci stima, ci crede, perchè
ci vede capaci di un bene reale, e dietro questa si ispira ad amare e
stimare chi ha ispirata in noi quella fede per la quale si abbandonò
patria e famiglia per andare cercando il bene altrui, quel bene dal
quale vedranno scaturire il loro nuovo benessere. Quando la propaganda
si basa su tali principii, come fortunatamente si basa nel maggior
numero dei casi, allora si prefigge ed ottiene uno scopo eminentemente
utile e sacro, ed a questo proposito mi è caro poter ripetere qualche
parola che pronunciava con me quel valente uomo che è M. Comboni, capo
della Missione che risiede a Kartum e di la distende i suoi raggi in un
orizzonte quasi sconfinato. «Bisogna che noi conosciamo, mi diceva,
l'anatomia dello spirito degli individui per prepararli al
cristianesimo; abbiamo pressochè delle bestie che bisogna rendere uomini
prima di farne dei cristiani, perchè la civiltà e la religione devono
baciarsi in fronte ed essere sorelle alla scienza.»
Nobili massime queste, e si può aver piena persuasione del quanto siano
vere e praticate, quando si videro i sagrificii ai quali questi martiri
si espongono, la rassegnazione colla quale li sopportano, l'entusiasmo
col quale sono sempre disposti ad affrontarne altri. Una prova la si può
avere leggendo il libro da poco pubblicato, delle _Memorie di padre
Beltrame_, che fu compagno al Comboni nell'avventurarsi in quelle
vergini contrade colla fede per guida e la croce per difesa.
Il giorno 19 essendo domenica, assistemmo alla messa, che fu per vero
dire soggetto di distrazione più che di divozione; era detta da
convertiti Abissinesi che recitano le loro orazioni nella lingua madre,
e vestono una lunga pellegrina come anticamente si usava nel servizio
religioso; i chierici erano pure indigeni e vestiti di rosso; le candele
anch'esse nere, perchè fatte con cera del paese non purificata.
L'insieme era assai originale.
Tutti i giorni e spesso anche la notte abbiamo accompagnamenti di canti
e tamburi per qualche _fantasia_. Se ne fanno per nascite, per morti,
per guarigioni, per matrimonii, per tutte le feste del loro calendario,
e alle volte si continuano fin quindici giorni, per cui lascio
immaginare che gazzarra continua. Padre Picard ci interessa sempre
raccontandoci degli usi e costumi di queste popolazioni; per quanto il
Governo egiziano cerchi far rispettare le leggi sue e far penetrare un
po' di civiltà a modo suo, e dal canto loro le Missioni tentino od
almeno sperino dissipare certe superstizioni, pure la maggior parte
delle istituzioni, se così si possono dire, di questi popoli, sono
talmente inveterate dalla tradizione, che a ben poco riescono gli sforzi
di questi due civilizzatori.
Ogni villaggio riconosce come suo capo supremo e giudice colui che per
merito o meglio per anzianità fu chiamato a godere della fiducia di
tutti i compaesani, fra i quali ancora vige una specie di sistema
feudale, cioè i plebei riconoscono la superiorità dei patrizii ai quali
devono parte dei redditi, ubbedienza, soccorso e difesa a pericolo della
propria vita in caso di necessità. Ogni padre poi ha diritto di vita, di
morte o di vendere quale schiavo, se può farlo in barba al Governo
egiziano, sui proprii figli, finchè hanno raggiunto i 18 anni, in cui
sortendo di minore età, diventano padroni di sè stessi e con questo
cessa la superiorità e la responsabilità paterna. Lo spirito di vendetta
vi regna fortissimo e tale che un'offesa viene qualche volta ripagata
della stessa moneta dopo qualche generazione.
Nel caso di morte di un capo o di qualche persona influente o ricca, la
famiglia, gli amici e alcune donne espressamente chiamate e pagate e
delle quali la professione abituale è molto comune in paese e meglio
tacere, si radunano nella casa del defunto e fingendo piangere e
disperarsi decantano le virtù sue, lo glorificano come brava persona,
guerriero invincibile, forte, prode, amato, distinto nel maneggio della
lancia e della spada, ecc., e terminano sempre col rallegrarsi, perchè
oltre questo era ricco, quindi in sua casa si troverà dell'idromele,
della dura, dei talleri, molta roba d'ogni genere e quindi si mangerà,
si beverà, si farà buon festino.
Dopo ciò si lava il corpo del morto con acqua, che si conserva in un
gran vaso, e quindi si fa il trasporto alla sepoltura sempre seguiti da
tutto il corteo; dopo circa un mese altra funzione solenne con canti,
gridi, suoni, abbondanti libazioni e sagrificii di buoi e montoni; si
investe allora il primogenito dell'eredità e dei diritti paterni, e per
questo lo si lava da capo a piedi coll'acqua conservata dalla stessa
operazione fatta al genitore morto. Trattandosi di uomini tenuti in gran
conto, dove fu sepolto il padre, deve essere sepolto il figlio, per cui
bisogna alle volte operarne il trasporto attraverso monti e valli.
I matrimonii si fanno innanzi testimonii, e meno la lavatura, presso a
poco colla stessa cerimonia dei funerali.
Noi non avemmo ad assistere ad un banchetto funebre, ma fummo invitati
un giorno ad un eccellente pranzo nella simpatica ed originale fattoria
del cordiale signor Costant, poi pensammo alle provvigioni per il
ritorno, e la cosa che ci fu più difficile procurarci, fu anche la più
semplice e la più necessaria, il pane, perchè qui tutti usano farselo in
casa propria. Dovemmo procurarci della farina che affidammo ad un greco,
che il giorno dopo ce la restituì convertita in tante pagnotte.
La mattina del giorno 20 i nostri camelli ci stavano aspettando nel
cortile, per cui fatti i convenevoli e i dovuti ringraziamenti coi
nostri ospiti, ci avviammo alla casa di Costant, dove si uni a noi il
signor Jules Nevière, uno dei due giovani francesi che vivono a Kalamet
e che ora ritorna alla sua solitaria dimora dove ci invitò di far sosta.
Ingrossata così la carovana, giriamo l'altura su cui è il forte, e
scendiamo a raggiungere in pochi minuti il letto del torrente _Ansaba_,
che ci sarà guida fino al passaggio della catena ove ha origine.
Attraversiamo dapprima qualche terreno coltivato a dura e tabacco, poi
per lunga pezza proseguiamo attraverso pascoli popolati da capre e da
buoi. Durante le prime tre ore ricalchiamo le orme impresse
nell'oscurità completa arrivando, ed ora siamo sorpresi dalla bellezza
del paesaggio che attraversiamo. Alberi giganteschi, gruppi pittoreschi
quanto mai, piante secolari dalla forma squarciata abbracciate ad altre
di diverso verde e di diversa natura, fiori e frutti pendenti, liane che
si arrampicano, scendono a terra a succhiarne gli umori, poi risalgono a
bevere l'aria più pura e più fresca, enormi fusti troncati dal vento o
dal fulmine, tronchi rovesciati che sbarrano il passaggio; cespugli
d'ogni sorta, aloe, grassule, erbe e fiori che fanno un vero mosaico del
suolo; e tutto questo animato dallo svolazzare di mille augeletti e dal
fuggire al nostro avanzare d'ogni sorta di selvaggina. Tutti eravamo
compresi dalla bellezza e dalla immensità di questa scena, e la carovana
maestosamente procedeva di quel passo lento, ma imponente, che è proprio
del camello. Ognuno di noi godeva, e quasi temeva recar guasto
lasciandosi trasportare ad una esclamazione o comunicando al compagno le
proprie impressioni, per cui regnava sovrano il silenzio, ciò che dava
ancora miglior tinta al quadro. Respirando in mezzo a tutto questo,
quelle aure africane, io gustavo la dolce voluttà di quell'oblio che fa
confondere il sogno colla realtà, e dopo aver fantasticato che stavo
sognando, che dalla mia camera la fantasia eccitata dal desiderio e
dalla speranza, m'aveva portato in questo mondo di illusioni,
doppiamente godevo rifacendomi da questa specie di letargo di pochi
istanti e persuadendomi che tutto era proprio realtà, che stavo io in
mezzo a questo splendido edificio del Creato.
Oltre i grossi baobab dai quali pendono numerosi frutti, vi sono
grossissimi alberi che portano frutti simili a lunghe salsicce, assai
originali, ed un bellissimo arrampicante di cui il frutto è una zucca a
sporgenze acute, una vera bomba Orsini, che da verde passa colla
maturanza al rosso e al giallognolo. Fra i molti uccelli sono curiosi
due tipi, uno che al passaggio delle carovane le accompagna con un
perfetto ridere sgangherato, un altro che potrebbe dirsi un compito
suonatore di flauto, tanto le sue note sono sonore e distinte.
Fermatici all'ombra di un bel gruppo d'alberi per la colazione,
proseguimmo poi a piedi per procurarci colla caccia il pranzo, e quando
ci fermammo la sera, la nostra casseruola traboccava infatti di pernici
e faraone. La notte fu fredda e tanto umida che ci trovammo la mattina
come usciti da un bagno. Sforzando la marcia passiamo la montagna il
giorno dopo, e per mezzogiorno siamo ospitati dal nostro compagno di
viaggio e dal suo socio.
Kalamet è all'incrocicchio di parecchie vallate e nel fondo di queste,
sulla via fra Keren e Massaua e ad un quarto di strada dalla prima alla
seconda. Questi due cordiali esploratori delle industrie, dopo girati i
paesi limitrofi, vennero qui a stabilirsi, dove non esisteva altro che
la misera capanna dei soldati, guardie al telegrafo, vi chiamarono dei
servi, e mentre facevano i tentativi per la loro speculazione, si
occuparono di adattarvisi il meglio che potevano. Impossessatisi di un
bel tratto di terreno, lo circondarono con tronchi spinosi per
delinearne la proprietà ed incutere rispetto alle fiere, scavarono un
pozzo, piantarono frutta, verdure, tabacco pel loro uso, costruirono
capanne per loro, per la cucina, per ripostigli, insomma un vero
accampamento che mostrava quanto può l'uomo industrioso spinto dalla
necessità e dal buon volere anche con mezzi limitatissimi, e per noi
riuscì assai interessante. Sgraziatamente da tre mesi si erano
sviluppate le febbri, i servi spaventati disertarono, ed uno solo era
rimasto fedele, quindi la mancanza materiale di braccia e di
sorveglianza avevano lasciato libero il campo al disordine.
Le capanne riposano all'ombra di cespugli e di una gigantesca acacia a
ombrello intrecciata da grosse liane; l'ammobigliamento è rozzo ed
originale, perchè tutto creato da questi industriosi giovani con tronchi
d'albero, avanzi di casse, e tutto quello che il loro talento inventivo
e speculativo faceva tornar utile fra il poco che si trovavano
d'attorno.
Dopo una refezione fummo guidati in una vicina valle, dove avemmo la
fortuna di incontrarci con diversi gruppi di grosse antilopi dette
_agazen_: sono enormi, e basti il dire che le loro corna nere,
attorcigliate a spira, misurano spesso più di un metro d'altezza. Caccia
minore si incontra piuttosto abbondante, e la notte si ha spesso il
ruggito del leone.
Dopo il mezzogiorno del 22 ripartimmo, seguendo sempre il letto del
torrente che avevamo risalito pochi giorni prima, e ci fermammo per la
colazione del 23 ad _Ain_, laddove finisce la vera vallata e comincia il
piano inclinato, e dove anche venendo ci fermammo alla stessa ora beati
di incontrare dell'acqua corrente. Discendiamo poi fino a sera
calpestando detriti granitici, fra acacie e qualche altra varietà di
piante, più fresche e verdi dove è depressione di terreno; frequenti
sono dei mucchi di terra giallastra dell'altezza e diametro di due e più
metri, che non sono altro che ciclopiche abitazioni di migliaia di
formiche che continuamente lavorano a rendere più grandi esternamente e
più comodi internamente questi frutti della loro arte e delle loro
fatiche.
[Illustrazione: KALAMET]
Il 24 attraversiamo il deserto, e verso sera dense nubi e un primo
acquazzone ci fanno avvertiti delle cattive intenzioni del cielo. I
camellieri volevano ad ogni costo fermarsi, ma avendo già sperimentato
quanto sia sgradevole l'essere esposti alla pioggia senza tende per la
notte, e sapendo d'altra parte che non poteva essere troppo lontana la
stazione dei soldati, mi opposi assolutamente, dichiarando che non mi
sarei fermato se non era raggiunta quest'ultima. Dopo un'ora circa la
raggiungemmo infatti, e per buona fortuna nostra, chè non erano
trascorsi dieci minuti che una pioggia dirotta cominciò e senza
interruzione continuò tutta la notte. Bene o male eravamo riparati da un
tetto di paglia, e tranne qualche goccia che filtrava ce la passammo
discretamente, tanto più pensando alla nostra posizione, se ci fossimo
fermati lungo la strada.
Il giorno 25 discendendo i diversi piani a scaglioni e passando per le
alture che ci avevano ospitati la prima notte nell'andata, giungemmo
verso mezzogiorno ad Omkullo dove ci rifocilammo per ripartire quasi
subito, ed essere così verso le tre a Massaua.
Durante la nostra assenza aveva durato in queste regioni l'epoca della
piogge, e straordinario fu il cambiamento che trovammo al ritorno, da
_Ain_ in avanti. Allora tutto era secco, sterile, desolante; ora invece
le piogge vi hanno portata una verdura che spira fresco e vita; il suolo
non è più arido, ma quasi tutto coperto da uno smalto verde; quel che
allora era irrigidito, ora è vivo, le acace hanno messe le nuove
puntate, gli uccelli vi stanno saltando di ramo in ramo e vi
costruiscono i loro nidi pendenti a forma di borsa, dei quali fin venti
contai sulla stessa pianta; le lepri, le gazzelle, i dik-dik, le pernici
sono stanate dai loro rifugi, e si incontrano frequentissimi; i pastori
colle loro mandre sono ridiscesi dagli altipiani e vi stanno pascolando:
insomma, completamente un altro paese, una natura risuscitata da vera
morte a nuova vita, e questo nello spazio di circa due settimane. Ciò
prova la fertilità del suolo e la mancanza assoluta d'acqua anche nel
sottosuolo.
Al nostro ritorno in Massaua speravamo trovare tutto combinato e pronto
per incamminarci verso l'Abissinia, ma invece niente di tutto questo, e
la sola notizia portata da un negoziante proveniente da Adua, che le
mule che vi avevamo spedite a comperare, sarebbero partite un paio di
giorni dopo di lui. La stagione che avanzava, questa vita monotona, resa
ancor più grave per noi dopo aver provato qualche giorno di carovana,
l'abitudine ormai fatta alle chiacchiere di questi paesi, dove con tutta
facilità i giorni diventano settimane ed anche mesi, e alle promesse di
questa gente più che indolente, apata, ci indussero a fare i nostri
passi presso il governatore per avere i mezzi necessarii onde metterci
in cammino. Fummo molto contrariati dai diversi consigli per la scelta
fra la via di _Gura_ più breve, ma più faticosa e attraverso le tribù
indipendenti dei Schohos che assai facilmente attaccano le carovane che
si avventurano nei loro territorii, e la via dell'_Amassen_, più lunga,
ma più sicura e più comoda pel trasporto del bagaglio. La scelta cadde
su questa seconda.
Si celebrava in quei giorni la festa per la circoncisione di un bambino
d'un impiegato al divano, e fummo invitati ad intervenire una sera al
divertimento.
Su una pubblica piazza, accanto all'abitazione, erano disposti quattro
pali a rettangolo, e dei lampioncini pendevano a delle funi che li
riunivano: alcuni _angareb_ servivano per gli invitati, la massa del
pubblico stava disposta in seconda linea; c'era tutta l'apparenza d'una
compagnia di saltimbanchi ad una nostra fiera; fummo molto gentilmente
ricevuti e serviti di caffè, liquori e sigarette.
Una ballerina venuta dall'Egitto, bassa avventuriera del paese, bambina
di undici anni e che già da tre anni aveva abbracciata questa poco
onorifica carriera, girava il circo affettando mosse voluttuose nel
genere delle almee, facendo però prova più di forza e di costanza, che
di abilità o di grazia, e fermandosi di tratto in tratto avanti qualche
spettatore per dedicargli una speciale pantomima che le fruttava risate
e applausi dal pubblico e qualche piastra dal prescelto. Quattro pifferi
e un paio di tamburelli continuavano un baccano infernale; dietro una
siepe di stuoie che limitava da un lato l'arena improvvisata e confinava
colla casa dell'anfitrione, stava la moglie di questi colle sue amiche,
spiando, come le nostre ballerine dal sipario, e fendendo di quando in
quando le più alte regioni dell'atmosfera con acuti gridi e trilli.
Negli intermezzi della protagonista entravano uomini vestiti a donna o
seminudi, e rappresentavano scene di cui non è permessa la descrizione,
e solo si può dire che invece di risa, in chi ha appena germe di
educazione e di senso morale, destavano ribrezzo e indignazione. E tutto
il pubblico, fra cui vecchi, donne e ragazze, assisteva e si compiaceva
di queste scene che attestano la più schifosa depravazione. Questa
gazzarra dura circa una settimana, principiando sul far della sera e
continuando fino a mattina. È la preparazione al sagrificio, alla
vigilia del quale, una massa di popolo portando candele, lampioncini,
emblemi qualunque, e seguiti dalla solita musica, andò girando la città
accompagnata dal padre e da un cavallo bianco elegantemente bardato, sul
quale un giovanetto teneva e mostrava il povero bambino di circa due
anni, che sbalordito e piangente si disponeva ad essere per l'indomani
un mussulmano _di fatto_. Così si andò di porta in porta da tutti i
conoscenti, gridando ai loro nomi, ed obbligandoli quasi a presentarsi e
gettar dolci o meglio monete.