Massaua.--In cerca di abitazione.--Conoscenza della famiglia
Naretti.--Notizie dell'interno e consigli pel nostro
viaggio.--Descrizione di Massaua.--Un sistema di cura.--Un forno
assai semplice.--Gite di caccia.--Il pranzo di Natale.--Invasione
di locuste.
Massaua si presenta presso a poco come Suakin, piantata sopra un banco
di madrepore e tutta circondata dal mare; si protende come lunga lingua
ad est, ove sta un forte e la missione cattolica colla propria
chiesuola; segue uno spazio deserto in cui è sparsa qualche capanna, poi
viene la cittadina di carattere arabo, seguita dal nucleo maggiore di
rozze abitazioni di indigeni; la unisce una diga ad altra isola maggiore
su cui sta il palazzo del Governo, abbastanza elegante, che subito
risalta all'occhio di chi entra in queste acque.
Avvicinati dalla sanità che con tutta formalità ricevette la nostra
patente con lunghe molle in ferro e le espose al fumo di abbondanti
profumi, in pochi momenti ci fu concessa libertà di pratica. Il signor
Habib Sciavi, delegato sanitario e agente postale, adempie al suo
ufficio con vera intelligenza e vero scrupolo; venne a bordo; avevo per
lui una raccomandazione che subito ci fece diventare buoni amici; mi
piace nominarlo, perchè per lui ho molta riconoscenza, e fu per noi una
vera risorsa durante il nostro soggiorno in questa città.
Prima nostra cura fu di recarci dal governatore che ci accolse assai
cordialmente; ma ad onta di tutte le nostre buone commendatizie ci
disse: telegraferemo a Gordon pacha che siete qui giunti; diremo quanti
siete, quante casse e quante armi avete, dove siete diretti, poi dalla
risposta decideremo sul da farsi. Non ci restò che far portare a terra
tutto il nostro bagaglio e depositarlo nei magazzeni di dogana, poi
andarcene in cerca di una casa da affittare, che di alberghi qui non se
ne ha idea. Fummo fortunati di trovarne una abbastanza vasta, con un
piano superiore e un cortile chiuso; lo stile, arabo; le camere hanno
molte aperture, e i vetri sono ignoti; le pareti bianche od almeno lo
furono; il soffitto a travicelle, che sono rozzi tronchi non lavorati
con sovrappostovi un assito o delle stuoie che portano un grosso strato
di terra che forma tetto e serve da terrazza; il pavimento è pure di
terra fina e pulverolenta; in complesso presso a poco e forse peggio
delle case dei nostri contadini.
Per mobiglia troviamo in una camera un paio di _angareb_ o divani
formati da un telaio in legno col sedile di paglia o liste di cuoio
intrecciate.
Una delle prime conoscenze fu la famiglia di Giacomo Naretti da Ivrea,
che da parecchi anni vive in Abissinia, dove colla sua onestà, col suo
grande senno pratico e colla rettitudine e disinteresse nei suoi
intendimenti, seppe accaparrarsi la stima e l'affetto del Re che lo
tiene come vero amico e pregiato consigliere. Reduce da una gita in
Egitto, se ne stava già da parecchi mesi in Massaua aspettando di poter
penetrare in Abissinia quando fosse completamente cessato un terribile
tifo che decimava la popolazione del Tigré, e sedata una rivoluzione che
da tre anni teneva agitata la provincia del Hamasen.
Quantunque si sapesse che il primo andava decrescendo e che per la
seconda s'erano intavolate trattative di pace, pure queste notizie non
ci giunsero troppo gradite, prevedendo che, per quanto si confidasse
che il diavolo potesse essere meno brutto di quello che ce lo
dipingevano, bisognava pure rassegnarsi a perdere un tempo che avremmo
meglio impiegato nell'avanzare o nello studiare l'interno. Fummo subito
consigliati di spedire una lettera al Re Giovanni Kassa per annunciargli
il nostro desiderio di recarci a visitarlo, fargli palesi i nostri
progetti tutt'affatto commerciali, e domandare la sovrana permissione di
entrare nei suoi Stati.
[Illustrazione: MASSAUA]
Questa specie di supplica era già stata preparata al Cairo, dietro
suggerimento avutone, e scritta su pergamena in caratteri amarici da un
sacerdote cofto. Accompagnata da una lettera di raccomandazione di
Naretti, fu subito spedita per mezzo di apposito corriere al campo
reale.
Fra il 15º e il 16º lat. nord, è situata Massaua, che come dissi,
sorge sopra un isolotto di madrepore che si estende per circa 900 metri
da est ad ovest e per 250 da sud a nord elevandosi non più di 6 metri
sul livello del mare; un canale di circa 600 metri di larghezza la
divide da un altro isolotto di maggiori dimensioni detto Tau-el-hud, ed
a questo si accede per mezzo di una diga, come pure per mezzo di altra
diga, della lunghezza di 1200 metri, si passa poi dal lato di ponente
alla terra ferma. Tutto quello che si vede è aridità assoluta, e solo
lungo la spiaggia attecchisce qualche arbusto che può vivere sorbendo
acqua marina; non è che durante la stagione delle pioggie che la
superficie si copre di uno smalto verde, e nel resto dell'anno, se
l'occhio vuol riposarsi, non può che volgersi al sud della città dove un
isolotto detto Scek-Said da un santone che vi fu sepolto, è tutto
coperto da vegetazione. Geograficamente Massaua dovrebbe appartenere
all'Abissinia, ma è occupata dagli Egiziani a cui fu ceduta mediante
trattati dalla sublime Porta nel 1865.
Per dare un'idea del suo interno e del suoi abitanti la percorreremo
partendo dall'estrema punta dell'isola a levante, dove si innalza un
piccolo forte con caserma, da un lato, e la Missione cattolica tenuta da
sacerdoti francesi, dall'altro: si attraversa in seguito uno spazio
occupato da grandi cisterne scavate, dove si raccoglie l'acqua delle
piogge, e da qualche tomba di mussulmani: a sinistra lasciamo qualche
meschino gruppo di capanne per vedere sulla destra alcune abitazioni in
pietra di carattere arabo, una moschea, l'ufficio di sanità e di posta,
il palazzo del governatore, una catapecchia che fu demolita durante il
nostro soggiorno e forse or si starà ricostruendo, i magazzini di
dogana, un gran palazzone appartenente ad un ricco commerciante arabo:
tutto questo forma la fronte che guarda l'ancoraggio dei bastimenti:
all'interno qualche altra casa in pietra e moltissime capanne. Partendo
dalla spianata che è il pubblico sbarco innanzi la dogana, dove abbiamo
ammirato qualche _filuka_, barca originale del paese, che colla lunga
vela tagliata ad ala d'uccello ritorna dalle quotidiane escursioni alle
isole vicine, qualche vispo moretto che con piroghe scavate in un sol
tronco guadagna di che vivere trasportando le mercanzie da terra a
bordo, o qualche pescatore che seduto su due semplici tronchi uniti a
zattera, colle gambe pendenti nell'acqua, getta e ritira continuamente
l'amo cui spessissimo è appigliato qualche pesce, e dopo aver passati in
rivista centinaia di sacchi di stuoia pieni di grano e di caffè, pelli
essicate, otri colme di burro liquido, casse imballate in Europa, denti
di elefante involti in cuoio, grossi corni di bue pieni di zibetto,
mercanzie tutte che mosse dalla forza di robusti biscerini aspettano di
pagare il loro scotto per entrare od uscire dal paese, sortiamo da
questa specie di recinto, e salutati da una sentinella che guarda un
portone, passiamo al primo _bazar_ o via fiancheggiata da casine ad un
sol piano, coperta da logore stuoie che dovrebbero riparare dal sole.
Qui esercitano il commercio di tessuti e filati importati dall'Europa,
i baniani, tipi indiani che in tutto il Mar Rosso hanno quasi il
privilegio di questo genere di commercio. Sono generalmente grassi,
giallognoli, l'occhio tagliato alla chinese, portano per tutto abito un
drappo bianco girato alle spalle o alla cintura, attorno la quale spesso
tengono pure un bellissimo monile in argento; le unghie e i denti hanno
coloriti in rosso, la testa originalmente rasa lasciando solo sparsa
qualche ciocca di capelli, grossi bottoni d'oro od argento con pietre
preziose infissi nelle orecchie e molto profumo sparso sulla pelle. Sono
tipi effeminati, poco simpatici: vivono senza mai toccar carni temendo
trovare nell'animale immolato l'anima di qualche congiunto od amico, e
morti si fanno bruciare e sepellire con tutte le loro gioie, che sono la
maggiore loro ambizione: sono del resto abitanti tranquillissimi che
godono fama di onesti non solo, ma di commercianti discreti.
Parallelo a questo abbiamo il _bazar_ proprio del paese, ancora più
originale. È qui dove si incontrano i mille tipi diversi: l'arabo che ti
fa i sandali, il piccolo negoziante che ti vende grano, riso, datteri
attorno ai quali svolazzano nubi di mosche, l'altro che t'offre su un
gran bacile qualcosa che somiglia a caramelle, la donna che vende latte
acido, burro, pallottole di tamarindi. Un odore nauseante ci annuncia
che siamo vicini al friggitore che prepara continuamente frittelle e
pesci e tien pronta una gran pignatta piena di riso cotto. E mentre
passiamo questa rivista, un ragazzetto verrà ad offrirci un mazzolino di
insalata raccolta nella mattina, od una ragazzina dai modi semplici ma
garbati, avvolta solo in un lurido cencio, ma ornata di braccialetti
alle mani e ai piedi, di grossi anelli d'argento alle dita e alle
orecchie, di qualche collana di conterie o di conterie intrecciate ai
capelli, e col naso forato da uno stecchetto, insisterà perchè da lei
comperiamo qualche limone, cercando collo sguardo penetrante di farci
capire che non è solo quello che intende offrirci. Avanziamo di pochi
passi, ed avremo il macellajo, che non ha bottega, ma ammazza in
pubblico il suo bue, leva la pelle che distesa al suolo diventa tavola,
e su questa, colle mani, le braccia, e quella poca camicia tutte rosse
di sangue, divide in pezzi la sua vittima a seconda delle richieste,
misurandone le parti su una bilancia delle più primitive, che fra
l'altre cose i pesi son pietre: rimpetto abbiamo un arabo che vende
focacce, e a pochi passi una di quelle botteghe come alle volte si
vedono alle nostre fiere, che non hanno nulla di intatto, tutto vi è
scompagnato e rotto; non vi si vede oggetto che sembri possa servire, ma
pure trovano i loro amatori. Qui vedete qualche panierino colla sostanza
che serve a tingere in rosso le unghie, o la galena per tingere
l'occhio, qualche droga, poi un'infinità di cianciafruscole cui non si
sa adattare nè un uso nè un nome. Siamo sbalorditi da tutta questa
novità e dal baccano che rammenta certe viuzze di Napoli; ci ritiriamo
per evitare un somaro carico di pelli piene d'acqua e ci sentiamo nella
schiena qualcosa di tenero, è un otre colmo di burro fuso portato da una
vecchierella, accompagnata da qualche ragazzetto in costume prettamente
adamitico, che ci rivolge lo sguardo intelligente che dinota timore o
sorpresa: vorremmo accarezzarlo se fosse un po' meno sucido, non
possiamo però trattenerci dal mettergli nelle manine qualche piastra.
Usciti da questi _bazar_ ci troviamo in una piazza dove è il caffè,
logora tettoia di paglia sotto la quale si radunano le poche persone
trattabili che qui abitano, e vi passano delle ore intiere sorbendo
caffè alla turca e fumando sigarette o narghillè: da qui proseguendo,
abbiamo qualche abitazione ancora in pietra ove stanno alcuni greci che
nelle loro botteghe tengono di tutto, dalle sardine alle scarpe; il
vice-consolato di Francia che occupa una delle più belle case, e una
massa di capanne rettangolari ove abitano gli indigeni sempre poveri, ed
una massa di donne abissinesi che superbe della loro bellezza vengono
qui a sciuparla facendone vilissimo mercato.
[Illustrazione: Una via a Massaua]
Abbiamo così attraversata l'isola nella sua lunghezza; proseguiamo sulla
diga, e appena messo piede in Tau-el-hud vedremo la palazzina del
governatore generale, l'ufficio telegrafico, una moschea, il pozzo dove
giunge l'acqua portatavi con canali dalla montagna, e attorno al quale
formicolano centinaia di ragazzi e ragazze che empiono le loro otri o le
loro pelli, se le caricano sulla testa, sul dorso o sui somarelli, e per
pochi quattrini le trasportano in città: qualche baraccone in cui
dormono i soldati, un forte degno dei suoi difensori, poi l'altra diga
che ci porta a terra ferma nella direzione di Omcullo, dove passeremo
facendo qualche altra escursione.
A questa originalità dell'ambiente aggiungiamo la novità in tutto,
persino nell'atmosfera, la varietà dei tipi, il carattere simpatico di
questa gente primitiva, e respiriamo i profumi delicati che spesso
escono dai negozii, in cui i proprietarii accovacciati a contare i
chicchi del rosario aspettando gli avventori, cercano adescarli facendo
evaporare del muschio o bruciando dell'incenso sulla soglia della loro
porta.
Al tramonto tutto muore, che gran parte della popolazione si reca ad un
villaggio circa un'ora dalla città per passarvi la notte che si pretende
meno calda, ed allora nei _bazar_ sono disposte sentinelle ad ogni
trenta o quaranta passi perchè possano farsi la guardia fra loro; che se
qualche volta vi fu rubato, lo fu con tutta sicurezza, perchè il ladro
non temeva chi doveva scoprirlo. Questi soldati che montano la guardia
hanno veramente l'aspetto di pezzenti, e se ne stanno in fazione fumando
tranquillamente, portando seco un vaso d'acqua per bere, e alle volte
persino un _angareb_ per sdraiarvisi comodamente o farvi sedere chi
vuole alleviare le noie della solitudine. La sola cosa che hanno di
pulito è il fucile che tengono però sempre avvolto in cenci dove lo
impugnano per non arrugginirlo.
Massaua è l'antica Sebastrium-os, e fu molto fiorente, concorrendovi i
prodotti dell'India e dell'Etiopia che qui si riunivano per scambiarsi,
e per riprendere poi vie diverse.
Ora non conta più di 6000 abitanti, e vi si fa poco commercio, chè
l'Etiopia è ben lungi dall'essere quella d'una volta; d'altra parte il
Governo egiziano cerca con ogni modo di impedire lo sviluppo
dell'interno, essendo geloso e nemico dell'Abissinia. Si importa qualche
poco di tessuti, filati, commestibili, e si esportano pelli, cera,
avorio, zibetto, poco grano, burro, madreperla, gomma, caffè, prodotti
tutti che provengono con carovane dall'altipiano etiopico, e bene spesso
molto dall'interno.
Il commercio di esportazione deve subire un notevole aumento in questo
porto, ora che re Giovanni, per obbligare i commercianti a percorrere
maggior cammino nei suoi territorii, e nella speranza forse che Massaua
per conquista o per cessione diventi parte del suo Stato, ha proibito
alle carovane che partono dal Goggiam e dal Gondar di prendere la via
del Galabat e Suakim, molto più conveniente, perchè piana e battuta da
camelli, di gran lunga preferibili ai muli.
Fra i mille gridi che continuamente facevano vibrare l'atmosfera, uno
fortissimo e continuato, misto di voci e suoni, ci deliziò tutta una
giornata, gran parte della notte e riprese con maggiore intensità il
giorno appresso: ce ne facemmo guida, ma ci fu impedito entrare nel
tugurio da dove usciva; ma mentre ce ne stavamo ritornando soffocando il
nostro sentimento di curiosità, per mezzo di un nostro servo abissinese
potemmo esservi ammessi. Entrammo in una capanna costrutta con una
intelaiatura di pali ricoperti da sdruscite stuoie; le pareti verticali,
il tetto curvo: in un angolo due _angareb_ con sedutevi otto donne nere,
giovani avvolte in una specie di manto di tela bianca con braccialetti
in argento e conterie, collane, anelli al naso, agli orecchi e alle
dita, tali da coprirle quasi fino all'unghia tinta in rosso.
Accovacciata per terra stava una povera giovane malata, pure avvolta in
panni bianchi, col volto mesto e sofferente: ai suoi lati due giovani
battevano su rozzi tamburi mentre tutte le donne sedute cantavano a
squarciagola una cantilena cadenzata, interrotta di quando in quando da
un acutissimo trillo, e il pubblico composto d'una ventina d'altre
persone accompagnava con un regolare batter di mani: di tempo in tempo
si versavano olii profumati sul fronte della paziente o su un braciere
che le stava dinanzi e con una tela si faceva baldacchino perchè i fumi
profumati che ne esalavano non si perdessero nell'ambiente, ma si
conservassero ad involgere l'ammalata: la semi-oscurità dava maggior
carattere a questa scena originale e selvaggia, che si faceva per
spaventare e cacciare il diavolo della malattia che aveva invaso quella
povera disgraziata, che non so come resistesse a tanto fracasso
infernale. Ci dissero poi che se l'ammalata si illude di star meglio,
tutto d'un tratto s'alza e principia a ballare freneticamente: si corre
allora in cerca di un montone e si festeggia la guarigione con un
festino generale. Il segreto, invero, di questi miracoli sta in ciò che
anche quelle donne sono capricciose come le nostre signore, e la
malattia è spesso un desiderio non soddisfatto dal consorte, e lo star
meglio comincia quando l'amore della pace in famiglia fa che questi
porta o manda la promessa di soddisfare i capricci della moglie.
Mariam, la ragazzina del guardiano della nostra casa è occupata tutta la
giornata a far farina triturando grani di dura fra due pietre: ne forma
poi una pasta che cuoce in un forno alquanto originale. Un otre rotto al
fondo è sepolto col labbro a fil di terra: a poca distanza un foro
praticato obliquamente nel suolo comunica col basso del vaso, formando
così una gran pipa, che dà luogo alla corrente d'aria necessaria a
ravvivare il fuoco acceso nell'otre: quando questo è così riscaldato se
ne levano le brage e Mariam appiccica alle pareti le manate di pasta che
possono quasi dirsi focacce: turato il foro nel suolo e applicato il
coperchio all'otre e ben chiuso all'ingiro con pezzole bagnate, non
riapre che quando la pratica le insegna che deve esser cotto questo pane
che, con qualche cipolla od un po' di pesce, molto abbondante qui, forma
il nutrimento di tutta la famiglia.
Siamo nella stagione invernale, e ad onta di questo la temperatura varia
fra 28° e 30°: è questo forse il punto più caldo nel Mar Rosso che passa
per essere una delle località più infuocate nel mondo: sono qualcosa di
terribile le descrizioni che ci fanno dei mesi in cui non si può aver
respiro nè giorno nè notte, sempre oppressi da un'afa soffocante e
accesa.
Gordon pacha ha telegrafato gentilmente che si lasci passare tutto il
nostro bagaglio, per cui lo trasportammo _a palazzo_ e le nostre camere
hanno assunto un aspetto ancora più originale: casse e cassette in ogni
angolo, fucili e armi d'ogni genere appesi alle pareti, corde tese con
abiti e biancherie, in mancanza di armadii, _angareb_, brande e amache
che funzionano da letto, casse disposte a tavolo od a sedile, un vero
disordine pittoresco. Fra noi, chi scrive, chi legge, chi prepara armi e
munizioni per una prossima caccia, chi fa un po' da servo alla propria
roba, chi, e forse il più benemerito fra tutti, lavora a preparare il
pranzo: compagni non ne mancano, che è un continuo andirivieni di gente
che col solo movente della curiosità vengono a trovarci colla scusa di
offrirci qualcosa od offrire loro stessi in qualità di servi per
accompagnarci nel nostro viaggio: tutti dovrebbero essere pieni di
meriti e conoscere appuntino tutta quanta l'Africa: abbiamo poi
coinquilini dei piccioni coi loro nidi, nidi in fango di grosse vespe,
pipistrelli, lucertole, topi, e degli altri è forse meglio tacere...
Una delle mancanze che più si facevano sentire era quella di una tavola,
per cui avendone vedute due in una piazza andammo in cerca del
rispettivo proprietario per noleggiarle, ma per buona fortuna fummo
avvertiti ancora in tempo che erano di uso pubblico, cioè si
trasportavano a domicilio quando ne era il caso, per stendervi e lavarvi
i morti: tanta è l'abbondanza di mobiglia in queste case.
Le giornate erano abbastanza monotone per cui combinai con Ferrari una
gita di caccia all'estremità sud della baia: noleggiata una _filuka_
(barca del paese), vi portiamo le nostre provviste di acqua dolce, pane,
burro, sale, pepe, confidando molto pel resto nei nostri fucili, e
spiegata la vela volgiamo la prua a mezzogiorno: cosa sia la nostra
imbarcazione di disordine e di costruzione, non si può farsene un'idea
nemmeno prendendo a tipo le peggiori barche dei nostri pescatori.
Abbiamo un _reis_ o capo arabo che con tutta maestria ci guida nella
giusta rotta serpeggiando fra cento _secche_, e quattro ragazzotti che
hanno tutta l'aria d'essere scolpiti in un bel pezzo di ebano.
Oltrepassando l'isolotto di Scek-Said la nostra ciurma intuona una
preghiera, specie di rosario di cui il _reis_ dà l'intonazione, a
suffragio dei morti che vi stanno sepolti e ad invocazione di felice
viaggio: il vento rinforza, la barca piega su un lato, qualche ondata ci
innaffia, il mio buon Ferrari guardando terra pretende sarebbe meglio
percorrere a piedi la costa, ma felicemente in un paio d'ore siamo a
buon porto, e quando credevamo di essere in pochi minuti a terra,
vediamo tutto d'un tratto calar la vela e ci troviamo arenati: la marea
è bassa e il fondo ancora più basso, quindi è forza ultimare il nostro
tragitto alquanto umoristicamente trasportati per qualche centinajo di
metri sulle spalle dei nostri marinari, trascinando i piedi penzoloni
nell'acqua.
Avevamo allo sfondo un'alta montagna, quella che ci fu guida nella
traversata, avanti a questa una catena di colline che venivano man mano
abbassandosi fino a dileguarsi in un piano inclinato che si protende al
mare: qui dovevamo fare le nostre prove di caccia, e nel breve tempo che
ancora restava al tramonto riportammo qualche lepre che ci fornì un
eccellente pranzo: le molli arene ci offrirono un soffice giaciglio per
la notte. Il giorno dopo eravamo alzati ben prima del sole e percorremmo
tutto il piano e le prime alture: il suolo è tutta arena, sparso di
detriti di quarzo e di tufi: poca erba vi alligna, molti _cactus_,
acacie a foglia verde o grigiastra, qualche euforbia, parecchi cespugli
tutti spinosi: in complesso la vegetazione è piuttosto meschina per la
grande siccità che vi dura parecchi mesi dell'anno, e solo in qualche
punto basso si scorgono folte macchie verdi circondate da sterili
praterie in cui trovano appena di che vivere poche capre o camelli.
Otteniamo dai pastori del latte, che ci viene presentato entro vasi
fatti con scorze di alberi intrecciate, quindi internamente intonacati
con sterco vaccino, certo non a perfezionamento del gusto del contenuto,
nè a gran soddisfazione di chi lo beve. La caccia vi è per altro
piuttosto abbondante ed oltre moltissime lepri, pernici, faraone, trovi
gazzelle, antilopi, cignali, jene e l'inseparabile sciacallo.
Il giorno di Natale si avvicinava e ne prendemmo occasione per mostrare
la nostra riconoscenza ai Naretti e ad altri che ci andavano usando
delle continue gentilezze, invitandoli a passare con noi quelle ore che
s'usa in questo giorno riunirsi in famiglia attorno ad una tavola.
L'invito è accettato; a noi dunque a disimpegnarci; chè per pranzare,
sia bene sia male, ci vogliono fatti e non parole. Ci demmo dunque a
girare dalle conoscenze mettendole a contributo per avere piatti,
posate, bicchieri, casseruole, tavoli, sedie e tutto quanto
l'occorrente. Si decorò una delle nostre camere dipingendone le pareti,
a carbone e mattone pesto, cogli stemmi delle nostre principali città e
decorandole con trofei delle nostre armi e componendo di facciata
all'entrata un artistico gruppo di due ritratti del nostro Re e della
nostra Regina circondati da una bandiera tricolore. Alle finestre si
appesero dei lampioncini e al centro un lampadario che la nostra
immaginazione ci ajutò a comporre con traverse di legno che sostenevano
delle bottiglie vuote destinate a portare le candele. Unimmo tre tavole
che resero presso a poco di eguale grandezza alcuni pezzi di nostre
casse aggiuntivi; coprimmo il tutto con due lenzuola di bucato,
preparammo i coperti con posate che la ruggine faceva parere
passabilmente uguali: nel centro una piramide di amaretti di Saronno, ai
lati due ceste di banane giunte la mattina da Hodeida; sui davanzali
delle finestre dei gruppi di eleganti bottiglie di liquori che qualche
amico di buon cuore o qualche fabbricante illuso ci avevano date a
compagne: sulla scala qualche altro lampioncino: nell'insieme un
apparato fantastico e sfarzoso pel paese in cui siamo.
Due o tre giorni lavorarono fantasia e braccia per comporre il _menu_ e
prepararlo coi pochi mezzi che si avevano, dove non si può trovare che
pura carne e qualche pesce; ma l'abilità del capo-cuoco, il Filippini,
seppe disimpegnarsi discretamente.
All'imbrunire del giorno fissato arriva la processione degli invitati
che si ricevono in corte, mentre si corre a dar fuoco alle candele, poi
si da il segnale perchè la comitiva salga. Nella prima camera il
Tagliabue aveva disegnato a carbone un medaglione con un immaginario re
Giovanni, riconoscibile dall'iscrizione, che diede origine ai primi atti
di stupore, che furono poi innumerevoli, quando sollevate le cortine si
presentò la gran scena della sala del banchetto. L'arte culinaria del
nostro compagno fu molto lodata, e i fatti constatarono che lo fu
sinceramente e non per puro complimento: i vini d'Italia trovati
squisiti, talchè il pranzo fu molto allegro e i brindisi assai numerosi.
Era certo la prima volta che in Massaua si trovavano tanti Italiani
riuniti, e la festa era tale che fece a parecchi dimenticare i bicchieri
già vuotati, cui aggiunta la proprietà del Sassella e dell'Inferno di
scaldare le orecchie e paralizzare le gambe, si ebbe una chiusura molto
chiassosa e non scevra di incidenti abbastanza comici. Il servizio fu
fatto piuttosto regolarmente alternando noi con un po' di disinvoltura
la parte dell'anfitrione con quella del cameriere, non senza ritirare
qualche volta un piatto sporco da destra per rimetterlo a sinistra, se
non ve ne erano pronti di ricambio. In complesso gli invitati furono
contenti e noi nella nostra modestia abbastanza soddisfatti, tanto più
che, la mattina dopo, parecchi avevano le idee piuttosto confuse e una
ricordanza un po' svanita di quanto avvenne da metà pranzo in avanti.
Dopo qualche ora di sonno, con Ferrari partimmo in _filuka_ per portarci
ad una partita di caccia ad Arkiko, grosso villaggio lungo la spiaggia a
mezzogiorno di Massaua. Vi trovammo il _mudir_ (capo) cordialissimo,
giovane dall'aspetto aperto, sorridente, simpatico, che ci destinò
un'ampia capanna circondata da un cortile limitato da pali e stuoie: ci
fece subito portare due _angareb_, del caffè, e chiamò una schiava
perchè sbarazzasse quanto ingombrava. Un breve giro nei dintorni ci
fornì il pranzo che noi stessi cucinammo, pensando, ma senza invidia, ai
nostri amici d'Italia che alla stessa ora stavano mettendo il _frak_ per
l'apertura del teatro. Anche noi avemmo però il nostro spettacolo di
canto, chè poco dopo si sentirono le grida dello sciacallo e della jena
che ululavano appena fuori dalla capanna, agognando alle interiori del
nostro lepre. La mattina, quando partimmo, queste erano infatti
scomparse. Seguiti a distanza da un somarello che ci portava l'acqua
dolce, girammo tutto il giorno in terreni sabbiosi, dove trovammo
cignali, gazzelle, lepri, faraone, ma dobbiamo accusare circostanze
eccezionali, per salvare la nostra fama di cacciatori, se il risultato
non fu troppo soddisfacente.
Verso le tre si addensarono neri nuvoloni nelle vallate circostanti e in
pochi minuti fummo raggiunti da una pioggia torrenziale: non una
capanna, non un albero, non una roccia che ne potesse riparare: fu forza
prendercela con disinvoltura e lasciarla penetrare fin nel midollo delle
ossa, mentre ce ne tornavamo al villaggio, dove collo scolo delle vicine
alture si forma presso la capanna un torrente che minaccia di portarla
al mare, e quindi noi con essa: anche questa poco a poco si allaga: dal
tetto cominciano a filtrare alcune goccie che diventano poi altrettanti
rigagnoli: sull'_angareb_ è una vera cascata continua e non si può
scendere per smuoverlo, chè al suolo c'è acqua da andarvi in barca, per
cui si passa la notte in un vero bagno, ridendo dell'avventura e
confidando nel sole dell'indomani, che infatti non mancò.
Tornati a Massaua trovammo che anche nel _nostro palazzo_ l'acqua s'era
fatta strada attraverso al tetto per entrare nelle camere, non nelle
proporzioni però con cui aveva invasa la capanna.
Il giorno 6 gennaio correva la festa del Natale pei Greci e per gli
Abissinesi, per cui fin dal mattino l'aria echeggiava di canti, suoni di
tamburo e grida selvagge: entrammo in qualche tugurio per vedere il
ballo delle donne abissinesi: alcune battono colle mani su un rozzo
tamburo, ed altre disposte a circolo accompagnano con una cantilena
cadenzata interrotta dal solito trillo acuto, ballando, saltellando,
accovacciandosi, poi rimettendosi ritte, girando alternatamente da
destra a sinistra o viceversa: le più distinte di quando in quando
passano al centro per fare apprezzare le loro movenze lascive
accompagnate da sussulti dei muscoli. Spettacolo in cui, per vero dire,
la troppa trivialità è alquanto corretta dall'eleganza delle forme di
queste brave ragazze, e da una certa grazia che è in loro naturale.
Vedemmo una mattina il cielo sparso di macchie nerastre che poco a poco
si andarono avvicinando prendendo quasi forma di nubi: erano miriadi di
grosse locuste divise in diversi gruppi. Alcune stettero qualche tempo
sopra Massaua, poi se ne andarono verso l'interno in cerca di terreni
meglio adatti al loro istinto divoratore.