POLISENA moglie, EUFRANONE.
POLISENA. (Veggio il mio marito su l'uscio, piú del solito allegro).
Gentil compagno mio, che ci è di nuovo?
EUFRANONE. Buone novelle.
POLISENA. Ma non per noi.
EUFRANONE. Perché no?
POLISENA. Perché siamo cosí avezzi alle sciagure che, volendoci
favorir la fortuna, non trovarebbe la via.
EUFRANONE. Abbiam maritata Carizia.
POLISENA. Eh, e con chi? con quel dottor della necessitá, nostro
vicino?
EUFRANONE. Con un meglior del dottore.
POLISENA. Con quel capitan Martebellonio bugiardo vantatore?
EUFRANONE Con un gentiluomo.
POLISENA. Quel gentiluomo poverello che ce la chiese l'altro giorno? E
che val nobiltá senza denari? avete l'esempio in noi.
EUFRANONE. Non l'indovinaresti mai.
POLISENA. Dimmelo, marito mio, di grazia: non mi far cosí struggere di
desiderio.
EUFRANONE. Non vo' farti piú penare. Con don Ignazio di Mendozza.
POLISENA. Quel nipote del viceré della provincia, che combatté quel
giorno con i tori?
EUFRANONE. Con quell'istesso.
POLISENA. Egli è possibile, marito mio, che tu vogli cosí beffarmi e
rallegrarmi con false allegrezze? Il caldo del piacere, che giá mi
scorrea per tutte le vene, mi s'è raffreddato e gelato.
EUFRANONE. Giuro per la tua vita, cosí a me cara come la mia, che lo
dico da senno.
POLISENA. E chi ha trattato tal matrimonio?
EUFRANONE. Egli istesso; né ha voluto partirsi da me se non gli la
prometteva.
POLISENA. Quando egli la vidde mai?
EUFRANONE. Quel giorno che fu la festa in Palazzo.
POLISENA. O somma bontá di Dio, quanto sei grande! e quanto sono
secreti i termini per i quali camini, quando ti piace favorir i tuoi
devoti! Tu sai, marito mio, che Carizia appena va fuor di casa il
natale e la pasqua, cosí per l'incommoditá delle vesti come che è di
sua natura malinconica; e se quei giorni che si preparava la festa, le
venne un disio che mai riposava la notte e il giorno, pregandomi che
vi la conducessi; e ributtandola io che non avea vesti e abbegliamenti
da comparir tra tante gentildonne sue pari, se disse che le volea
tôrre in presto dalle sue conoscenti, da chi una cosa e da chi
un'altra. Ce lo promisi, tenendo per fermo che a lei fusse impossibile
tanta manifattura: s'affaticò tanto con le sue amiche che accommodò sé
e Callidora. Or io, non potendo resistere a tanti prieghi, chiesi
licenza a voi e ve la condussi. Or chi arebbe potuto pensare che indi
avea a nascere la sua ventura?
EUFRANONE. Chi può penetrar gli occulti segreti di Dio?
POLISENA. O Iddio, che mai vien meno a chi pone in te solo le sue
speranze? Ella si è sempre raccomandata a te, e tu li hai esaudite le
sue preghiere, rimunerata la sua bontá e l'ubidienza estraordinaria
che porta al suo padre e sua madre.
EUFRANONE. Ho tanto giubilo al core che mi trae di me stesso.
POLISENA. Se ben i padri s'attristano al nascer delle femine, con dir
che seco portano cattivo augurio di certa povertá e di poco onore; pur
son state molte che hanno inalzato il suo parentado, come speriamo di
costei.
EUFRANONE. Ella è una gran donna; e non m'accieca la benda del
soverchio amore. Mai si vide tanta saviezza e bontá in una fanciulla.
POLISENA. Vorrei dir molto delle sue buone qualitá che voi non sapete;
ma le lacrime di tenerezza non me lo lasciano esprimere.
EUFRANONE. Va' e poni lei e la casa in ordine.
POLISENA. E con che la ponemo in ordine?
EUFRANONE. Ecco genti cariche di robbe. Ho per fermo che le mandi don
Ignazio: conosco il suo cameriero.