EUFRANONE. (Veramente chi ha una picciola villa non fa patir di fame
la sua famigliola. Di qua s'hanno erbicine per l'insalate e per le
minestre, legna per lo fuoco e vino, che se non basta per tutto,
almeno a soffrir piú leggiermente il peso della misera povertá. O me
infelice se, fra l'altre robbe che mi tolse il rigor della rubellione,
mi avesse tolta ancor questa! Mi ho còlto una insalatuccia; ché «chi
mangia una insalata, non va a letto senza cena»).
DON IGNAZIO. Eufranone carissimo, Dio vi dia ogni bene!
EUFRANONE. Questa speranza ho in lui.
DON IGNAZIO. Come state?
EUFRANONE. Non posso star bene essendo cosí povero come sono.
DON IGNAZIO. Servitivi della mia robba, ché è il maggior servigio che
far mi possiate. Copritevi.
EUFRANONE. È mio debito star cosí.
DON IGNAZIO. Usate meco troppe cerimonie.
EUFRANONE. Perché mi sète signore.
DON IGNAZIO. Vi priego che trattiamo alla libera.
EUFRANONE. Orsú, per obedirvi. (Non so che voglia costui da me: mi fa
entrar in sospetto).
DON IGNAZIO. Or veniva a trovarvi.
EUFRANONE. Potevate mandar a chiamarmi, ché serei venuto volando.
DON IGNAZIO. Son molti giorni che desio esservi parente; e son venuto
a farmevi conoscere per tale, ché veramente sète assai onorato e da
bene.
EUFRANONE. Tutto ciò per vostra grazia.
DON IGNAZIO. Anzi per vostro merito.
EUFRANONE. Non mi conosco di tanto preggio che sia degno di tanta
cortesia.
DON IGNAZIO. Siete degno di maggior cosa: io vi chieggio la vostra
figliola con molta affezione.
EUFRANONE. Stimate forsi, signore, ch'essendo io povero gentiluomo
venda l'onore de mia figliuola? Veramente non merito tanta ingiuria da
voi.
DON IGNAZIO. Non ho detto per farvi ingiuria, ché non conviene ad un
mio pari né voi la meritate: ve la chiedo per legittima moglie, se
conoscete che ne sia degno.
EUFRANONE. Essendo voi cosí ricco e di gran legnaggio, non convien
burlar un povero gentiluomo e vostro servidore.
DON IGNAZIO. Mi nieghi Dio ogni contento se non ve la chiedo con la
bocca del core, ch'io non torrò altra sposa in mia vita che Carizia. E
in pegno dell'amore ecco la fede: accoppiamo gli animi come il
parentado.
EUFRANONE. Signor mio caro, io so ben quanto gli animi giovenili sieno
volubili e leggieri e piú pieni di furore che di consiglio; e che
subbito che gli montino i capricci in testa, si vogliono scapricciare,
e passato quell'umore restano come si di ciò mai non ne fusse stata
parola; e in un medesimo tempo amano e disamano una cosa medesima. Non
vorrei che si spargesse fama per Salerno che m'avete chiesto mia
figlia: ché come in Salerno si parla una volta di nozze, dicono:--Son
fatte, son fatte!--e poi se per qualche disgrazia non si accapassero,
restasse la mia figliola oltraggiata nell'onore--stimando esser
rifiutata per alcun suo mancamento--e mi toglieste quello che non
potete piú restituirmi. Ed io vorrei morir mille volte prima che ciò
m'accadesse. Voi altri signori ricchi stimate poco l'onor de' poveri;
e noi poveri gentiluomini, non avendomo altro che l'onore, lo stimiamo
piú che la vita. Però lo priego ad ammogliarsi con le sue pari e
lasciar che noi apparentiamo fra' nostri.
DON IGNAZIO. Eufranone mio carissimo, Dio sa con quanto dolore or
ascolto le vostre parole e se mi pungano sul vivo del cuore! Io non
merito da voi esser tacciato di vizio di leggierezza, nascendo il mio
amore da un risoluto e invecchiato affetto dell'anima mia: ch'avendo
fatto l'ultimo mio forzo di resistere al suo amore, dopo lunghissimo
combattimento le sue bellezze son restate vincitrici d'ogni mia
voglia.
EUFRANONE. Vi priego a pensarvi su sei mesi prima; e se pur dura la
voglia, allor me la potrete chiedere: ed io vi do la mia fede serbarla
per voi insin a quel tempo.
DON IGNAZIO. Sei mesi star senza Carizia? piú tosto potrei vivere
senza la vita: e ben sapete che l'amante non ha maggior nemico che
l'indugio.
EUFRANONE. A questo conosco l'impeto giovenile, che quanto con maggior
violenza assale tanto piú tosto s'intepidisce.
DON IGNAZIO. Ogni parola che vi esce di bocca mi è un can rabbioso che
mi straccia il petto. Il mio amore è immortale, e la mia fé, che or
stimate leggiera, la conoscerete fermissima agli effetti.
EUFRANONE. È contento vostro zio e fratello del matrimonio?
DON IGNAZIO. Farò che si contentino.
EUFRANONE. Fate che si contentino prima, e poi affettuaremo il
matrimonio.
DON IGNAZIO. L'amar mio non può patir tanto indugio; anzi mi
maraviglio che dal giorno della festa come sia potuto restar vivo
senza lei.
EUFRANONE. Lo dico ad effetto, ché forsi, non contentandosi del
matrimonio, inventassero qualche modo per disturbarlo, onde venissi a
perdere quel poco di onor che mi è rimasto.
DON IGNAZIO. O Dio, quanta téma e quanto sospetto!
EUFRANONE. «Chi poco ha, molto stima e molto teme». Ma voi sète
informato dell'infortunio che ho patito nella robba, che non solo non
ho da poter dar dote ad un par vostro ma né meno ad un povero mio
pari?
DON IGNAZIO. Ho inteso che per aver voluto seguir le parti
sanseverinesche siate caduto in tanta disgrazia; ma io ho stimato
sempre d'animi bassi e vili coloro che s'han voluto arricchire con le
doti delle mogli. Io prendo la vostra destra e non la lascierò mai se
non la mi prometteti.
EUFRANONE. Temo prometterlavi: non so che nuvolo mi sta dinanzi al
core.
DON IGNAZIO. Eufranone, mio padre, vi prego a darlami con vostro
consenso, ché non mi fate far qualche pazzia. Non mi sforzate a far
quello per forza che me si deve per debito d'amore. A pena posso
contenermi ne' termini dell'onestá: son risoluto averla per moglie,
ancorché fusse sicuro perder la robba, la vita e l'onore, per non dir
piú.
EUFRANONE. Signore, perdonatemi se mi fo vincere dalla vostra ostinata
cortesia: ecco la mano in segno d'amicizia e di parentado, avertendovi
di nuovo che non ho dote da darvi.
DON IGNAZIO. E ancorché me la voleste dare, non la vorrei: conosco non
meritar tanta dote quanta ne porta seco. Vo' che si facci festa
bandita, si conviti tutta la nobiltá di Salerno, adornisi la sala di
razzi, faccisi un solenne banchetto, adornisi la sposa di gioie, perle
e di drappi d'oro, e non si lasci adietro cosa per dimostrar l'interno
contento dell'animo mio.
EUFRANONE. V'ho detto quanto sia mal agiato di far questo.
DON IGNAZIO. A tutto provederò ben io: mandarò il mio cameriera ché
proveda quanto fia di mestiero.
EUFRANONE. Quando verrete a sposarla?
DON IGNAZIO. Vorrei venir prima che partirmi da voi. Ma perché l'ora è
tarda, verrò domani all'alba: ponete il tutto in ponto per quell'ora.
EUFRANONE. Si fará quanto comandate.
DON IGNAZIO. lo non vo' trattener piú voi né me stesso: andrò a
mandarvi quanto ho promesso.
EUFRANONE. Andate in buon'ora.--O Dio, che ventura è questa! Desidero
communicar una mia tanta allegrezza con alcuno. Ma veggio Polisena, la
mia moglie, che vien a tempo per ricever da me cosí insperato
contento.