per fare spalancar gli occhi a tutti quelli della comitiva. Alcuni
d’essi crollavano il capo, e bisbigliavano fra di loro. Ma due o tre,
meno scrupolosi, incominciarono a riconoscerlo siccome concittadino,
e lor compagno di scuola. Nel medesimo tempo alcuni altri personaggi
più gravi si alzarono, ed uscendo di quell’albergo l’un all’altro si
dissero, che se Giles Gosling volea che il suo negozio continuasse
a prosperare doveva liberarsi il più presto possibile di questo
spregevole nipote. E lo stesso Gosling si comportò in guisa da far
conoscere com’egli fosse parimente di sì fatto avviso; e si dee
rendergli tal giustizia: la vista dell’oro portò nell’animo di questo
galantuomo minor impressione, che non ne produce per solito nelle
persone dedite al mestiere da lui professato.
«Michele, nipote mio, gli disse, metti via il tuo danaro. Il figlio di
una mia sorella non dee pagar nulla per cenare, o dormire una notte in
questa casa. Dico una notte, perchè m’immagino non avrai molta ansietà
di rimanerti più lungo tempo in un luogo, ove sì poco favorevolmente
sei conosciuto.»
«In quanto a questo, mio caro zio, rispose il viaggiatore, non
consulterò che la mia inclinazione e la natura dei miei affari.
Intanto bramo pagar da cena a questi miei stimabili concittadini,
che non portano la fierezza sino a ricordarsi di quel che fu Michele
Lambourne. Se voi volete fornir la cena in cambio del mio danaro, ciò
sia. Altrimenti due soli minuti di cammino ne disgiungono dall’osteria
della _Lepre_, ove questi miei buoni colleghi non faranno difficoltò
d’accompagnarmi.»
«No, no, Michele, gli disse lo zio, poichè diciotto anni ti sono
passati sopra la testa, vorrei sperare che qualche poco almeno te
l’avessero addirizzata: onde non permetterò che tu abbandoni la mia
casa a quest’ora. Anzi ti verrà dato tutto ciò che onestamente potrai
domandare. Soltanto mi punge la curiosità di sapere, se questa borsa,
che sfoggiasti or ora sia guadagnata con altrettanta legittimità,
quanto mi sembra riboccante di danaro.»
«Nol dissi, o miei vicini, ch’egli è un miscredente? (soggiunse il
Lambourne, voltosi novellamente all’uditorio). È ben cosa stravagante
che uno zio, venuto nell’età, voglia disotterrare quelle leggerezze di
un nipote, che hanno già sulle spalle vent’anni. Per quanto spetta a
quest’oro, o signori, dovete sapere che fui nel paese ove nasce, ed ove
non si ha che l’incomodo di raccoglierlo. Io vengo, amici, dal Nuovo
Mondo, ed appunto dalla terra di Eldorado. Ivi i fanciulli giocando
alla fossetta non hanno d’altre pallottole che i diamanti; ivi le
contadine portano collane di rubini; in somma in questo paese le case
van coperte di tegole d’oro, e le strade son lastricate d’argento.»
«In fede mia, amico Michele (sclamò Lorenzo Goldthred, uomo che
primeggiava fra i merciai d’Abingdon) un tal paese sarebbe eccellente
per trafficarvi. Ditemi un poco, quanto si ritrarrebbe dallo spacciare
le tele, i nastri, le seterie, in una contrada ove l’oro è a sì buon
mercato?»
«Un profitto incalcolabile, rispose il Lambourne, soprattutto se un
mercante, fresco negli anni e disinvolto, vi porta il suo fardello egli
stesso. Oh! come son gaie le donne di quei beati luoghi, ed essendo
alquanto arse dal sole, prendono fuoco com’esca appena vedono una
carnagione appetitosa qual tu la presenti, e capelli siccome i tuoi che
inclinino un poco al rossiccio.»
«Vorrei bene far colà il mio commercio», disse tosto, spalancando due
grandi occhi, il merciaio.
«Nulla di più facile quando tu il voglia, disse Michele, e semprechè tu
sia ancora quel risoluto campione, che mi prestava un dì il braccio nel
portar via le mele dal giardino dell’abbazia. Basta a ciò un processo
chimico semplicissimo, con cui tu trasmuti la tua casa e i tuoi
poderi in bel danaro sonante, e questo di poi in un gran bastimento,
guernito di vele, d’ancore, di cordami, e d’ogni suo attrezzo. Allora
tu raccogli tutte le tue mercanzie in fondo di stiva, metti a bordo
cinquanta robusti vagabondi, io assumo il comando della spedizione,
sciogliamo le vele, e, voga, voga galera! eccoci avviati verso il Nuovo
Mondo.»
«Nipote mio, si mise allora di mezzo l’ostiere, tu gl’insegni il
segreto per trasmutare, valendomi del tuo stesso vocabolo, le sue lire
in soldi, e le sue tele in altrettanti spaghi. Ascoltate il parere
di un matto, mio caro Goldthred. Non vi fidate al mare, che divora
ogni cosa. Le carte e le donne, di cui vi dilettate la vostra parte,
facciano pure il loro peggio; le balle di mercanzia, lasciate da
vostro padre, dureranno un anno o due prima che si compiano i vostri
dì all’ospitale; ma il mare ha un appetito insaziabile, ed in una
mattina, vi divora tutte le ricchezze di Lombard Street[3], colla
prestezza che io manderei giù un uovo affrittellato, o un bicchiere di
vino. In quanto poi all’Eldorado di Michele, voglio che non mi crediate
più nulla in vita mia, se non trovò quel danaro nelle tasche di un
qualche papero della vostra specie. Oh! per questo, non ti turare il
naso a furia di tabacco, o Michele; mettiti a sedere, e sei il ben
venuto. Ecco la cena, che arriva. Invito tutti quelli che vorranno
parteciparne, ad onore d’un nipote che dà tante belle speranze di sè,
e confidandomi sia qualche cosa di men cattivo, che quando partì. In
coscienza, nipote mio, hai le sembianze della mia povera sorella più di
quanto nessun figlio abbia mai somigliato alla madre.»
«Non si somiglia tanto al vecchio Benedetto Lambourne, marito di essa,
disse il merciaio. Ti ricordi, Michele, che cosa rispondesti al tuo
maestro di scuola allorquando stava per batterti, perchè avevi fatto
cadere le stampelle, su di cui era solito appoggiarsi tuo padre? _Mio
padre! mio padre! stimo il fanciullo che conosce suo padre_. Il dottor
Brincham, me ne ricordo come se fosse adesso, rise tanto di cuore, che
gli vennero finalmente le lagrime agli occhi, e queste lagrime del riso
risparmiarono a te quelle del dolore.»
«Le vivacità di quei giorni, disse il Lambourne, erano un ritrarmi in
addietro per tentar più bel salto. Di fatto vi sono riuscito. E come
sta quel degno pedagogo?»
«Eh! quant’è mai che è morto!» soggiunse l’ostiere.
«Morto sicuramente, ripetè il Cherico della parrocchia; gli stava io al
capezzale quando morì, e morì qual visse. _Mori, morior, mortuus sum_,
tali furono le sue estreme parole, ed appena ebbe forza d’aggiunger
quest’altre: _Ecco ch’io ho coniugato il mio ultimo verbo_.»
«Ebbene, Dio l’abbia in pace, risoggiunse Michele, a me non deve nulla.»
«No in fede mia, soggiunse il merciaio. Mi ricordo avergli udito dir
tante volte che in ogni colpo di staffile di cui ti regalava, era
altrettanta fatica risparmiata al maestro di giustizia.»
«E si sarebbe detto che non voleva lasciargli nulla da fare, disse il
Cherico. Pure non fu un benefizio semplice che ottennero nè il nostro
amico (accennando Michele), nè il suo collega Goodman Thong.»
Sembrò a tai detti che scappasse la pazienza al Lambourne. Laonde
prese il suo cappello che stava sopra la tavola, se lo adattò fino al
sopracciglio in tal guisa, che l’ombra di una larga ala estendendosi su
i suoi lineamenti e su quegli occhi, i quali non promettevano nulla di
buono, ei compose il volto alla sinistra fisonomia di uno spadaccino
spagnuolo.
«_Voto a Dios_, signori, disse allor seriamente. Qualche libertà è
permessa fra amici, ma ho già tollerato abbastanza, che voi e questo
mio degno congiunto, vi spassiate su qualche inconsideratezza della
mia gioventù. Pensate ora che porto sciabola e pugnale, e che ho la
mano agile per valermene all’uopo. Dopo d’avere militato nella Spagna,
sono divenuto anche più dilicato nelle cose che riguardano l’onore, e
mi spiacerebbe se il dir vostro poco guardingo mi traesse a qualche
estremità.»
«E che fareste voi?» prese a domandare il Cherico.
«Sì. Che fareste voi?» soggiunse parimente il merciaio, portandosi
all’altro lato della tavola.
«Quanto a voi, sig. Cherico, vi taglierei il gorgozzuolo, cosa da
sofferirne ritardo le cadenze che siete solito a stonar la domenica
nella chiesa. E voi, signor mercante di tele, nastri e seterie, vi
bastonerei con tanta enfasi, da potervi stivare, senza che aveste
voglia di movervi, entro una delle vostre balle.»
«Tronchiamo, tronchiamo (disse l’ostiere, che giudicò ben fatto
l’interrompere questo diverbio). Astenetevi dal far romori in mia
casa. Nipote, non conviene essere sì pronto ad offendersi; e voi,
signori miei, dovreste pensare, che comunque vi troviate in un’osteria,
in questo momento siete i convitati dell’ostiere, e ogni ragione di
decenza vuole che risparmiate l’onore di sua famiglia. — Che Diavolo!
Tutto questo fracasso fa girare la testa anche a me, ed ora in grazia
vostra mi dimenticava l’ospite taciturno, chè non so dargli altro
nome. Sono due giorni che è qui, e non ha aperto bocca se non se per
chiedere quanto gli abbisogna, e l’importo delle cose avute. Guardate!
non mi dà maggiore fastidio che se fosse un contadino, e paga siccome
un principe di sangue reale. Quando gli si dà il conto non osserva
mai che la somma, nè dice finor di partire, nè so quando partirà. È
un vero gioiello. Ed io, cane degno di tutti i capestri, lo lascio là
in un canto, come una pecora rognosa, senza neanco usargli la civiltà
d’invitarlo a cenare, o a bere una tazza di vino in nostra compagnia.
Non mi tratterebbe peggio di quel che merito, se andasse in dirittura
alla _Lepre_ prima che la notte divenga più alta.»
Detto ciò, accomodò con grazia un tovagliolo sul sinistro braccio,
poi, tenendo colla destra mano il più bel fiasco d’argento che avesse,
e cavatosi per un istante il suo berrettone di velluto, mosse verso
l’individuo solitario, di cui avea fatta parola, e sul quale gli
sguardi dell’intera brigata furono tosto rivolti.
Era questi un uomo di età fra i venticinque e i trent’anni, di statura
al disopra della mediocre, vestito semplicemente, ma con decenza, e
che univa a scioltezza una cert’aria di dignità, per cui sarebbesi
detto che il modo in lui del vestire fosse al disotto di quanto al suo
grado addiceasi. Egli sembrava meditabondo e guardingo. Bruni ne erano
i capelli, e i suoi occhi nerissimi mostravano un brio non comune,
tutte le volte che qualche istantanea occasione di commoverne l’animo
si presentava. Fuori però di tal circostanza, e gli occhi e gli altri
lineamenti del volto non annunziavano in lui che un uomo circospetto
e tranquillo. I curiosi di questo picciolo paese non si ristettero da
indagini per discoprirne, come meglio poteano, il nome e l’indole, e
quali affari lo avessero condotto a Cumnor, ma niuna cosa giunsero a
penetrare che appagasse tal loro curiosità. Giles Gosling, ch’era il
primasso del villaggio, ardente partigiano della regina Elisabetta e
della religion protestante, sospettò sulle prime questo suo ospite
d’essere un gesuita, od uno di quei tanti preti che venivan mandati
da Roma e dalla Spagna, e che facean poi tristo fine sulle forche
dell’Inghilterra; ma non fu possibile che tale opinione gli durasse in
verso di un ospite, il quale oltre a dargli sì poco fastidio, pagava il
suo conto colla massima regolarità, e mostrava voler soggiornar qualche
tempo all’_Orso nero_.
Onde tai discorsi favorevoli al suo forestiere andava egli accozzando
tra sè: «Tutti i papisti sono uniti fra loro come le cinque dita di una
mano. Se il mio albergato fosse un papista sarebbe già ito a cercarsi
alloggiamento, o presso il ricco scudiere che sta a Belseley, o a
Wooton in casa del vecchio cavaliere, o che so io? in qualcuna delle
caverne romane, che a costoro non mancano. Avrebb’egli mai cercato
una pubblica osteria, in figura di galantuomo e di buon cristiano?
E poi, penso, che l’altr’ieri, venerdì, mangiò manzo condito colle
carote, benchè la tavola fosse anche imbandita di anguille poste alla
graticola, e delle migliori che vengano pescate nell’Isis.»
L’onesto Giles Gosling, già convintosi coi precedenti ragionamenti,
che il suo ospite non era cattolico, gli si presentò adunque con tutta
l’immaginabile cortesia, e lo pregò gli compartisse l’onore di bere un
bicchiere di fresco vino e di partecipare ad una ricreazione intesa a
festeggiare l’arrivo d’un nipote, e la riforma, se pure era vero, che
questi avea fatta nei suoi costumi. Lo straniero sulle prime, fece
colla testa il segno di chi ricusa, ma l’ostiere insistette, valendosi
d’argomenti sull’onore della propria casa; ed anche su i sospetti che
l’ospite avrebbe destati negli abitanti di Cumnor col mostrarsi d’umore
sì poco socievole.
«In fine poi, continuava Gosling, è del mio decoro medesimo, che
chiunque alloggia in questo albergo stia di buon umore. Perchè vi
sono in Cumnor certe male lingue.... Già qual è il paese che ne sia
senza? E v’assicuro, qui si guardano per traverso quelle persone, che
per coprire il loro accigliamento, fanno discendere a mezzo volto il
cappello, come se fossero sospirosi dei tempi andati, ed incapaci di
sentire il ben presente, di cui godiamo, grazie al cielo, sotto il
governo della buona regina Elisabetta, che Dio ci benedica e conservi.»
«Che dite, ostiere mio? rispose lo straniero. Un uomo dunque dovrà
parere sospetto, perchè s’abbandona ai suoi pensieri, sotto l’ombra
del suo cappello? Per altro, voi che siete stato a questo mondo doppio
tempo di me, dovreste sapere esservi certe idee, che alloggiano con noi
a nostro malgrado, e contro le quali non vale il dire: _scacciamole e
stiamo allegri_.»
«Per bacco! Se avete tali idee che vi travagliano lo spirito, sicchè
nemmeno i buoni Inglesi sian capaci di snidarle d’attorno a voi, faremo
venire da Oxford qualche allievo del buon padre Bacone, affinchè provi
a scongiurarle a furia di logica e di lingua ebraica. Perchè non
cercate piuttosto di annegarle entro un mare di scelto vin di Canarie?
Scusate, o signore, la mia libertà, ma son vecchio ostiere, e bisogna
che parli franco, e come la sento. Questo umor malinconico vi sta
male; e non s’accorda niente co’ vostri ben lustrati stivali, con quel
cappello di castoro fino, con quell’abito di buon panno, e colla borsa
ben fornita che avete ai vostri comandi. Mandate al diavolo questa
malinconia, e vada a stanziare presso coloro, che hanno le gambe piene
di paglia, costretti a coprir la testa con un cappellaccio di borra, il
corpo con un giustacuore grattugiato, e la cui saccoccia non manda mai
quel grato suono che ha forza di scacciare il demonio della tristezza.
Allegria, signore, allegria! o in nome di questo buon liquore, noi
vi proibiremo l’aria dolce che spira attorno ad una gioiosa brigata,
per confinarvi ad assorbire le nebbie della malinconia nei paesi del
malanno. Mirate là una banda di gente compagnevole che si diverte.
Non increspate il sopracciglio in vederli, che mi parreste il diavolo
quando guardava Lincoln.»
«Avete ragione, mio buon albergatore (disse l’ospite, componendosi ad
un sorriso, che a malgrado della mestizia ond’era compreso, dava a
divedere tutta l’amabilità della sua fisonomia), avete ragione. Coloro,
il cui animo si trova nello stato al quale soggiace il mio, non debbono
colla propria mestizia funestare la gioia di quelli che son più felici.
Mi metterò di tutta buona voglia insieme ai vostri convitati, piuttosto
che farmi credere un perturbatore degli altrui contenti.»
Detto ciò, alzossi per raggiugnere la comitiva, che incoraggiata
dai precetti e dall’esempio di Michele Lambourne, e composta per la
maggior parte d’uomini inclinati a profittar d’un buon pasto alle
spalle dell’oste, aveva già molto bene oltrepassati i limiti della
temperanza. La qual cosa apparve meglio dal tuono, onde Michele chiedea
notizia degli antichi suoi colleghi, e dagli scrosci di risa, che si
accompagnavano a ciascuna risposta. E la natura men che decente di
questa loro allegria giunse a tanto, che ne rimase scandalezzato lo
stesso Gosling, tanto più che, senza saperne il perchè, ei si sentiva
compreso d’un certo rispetto verso il suo ospite sconosciuto. Postosi
pertanto a qualche distanza dalla tavola, intorno a cui eran seduti
questi tavernieri tanto leggiadri incominciò coll’ospite istesso una
specie d’apologia sulle licenze di dire che si prendevano.
«Ad udirli, voi credereste non esserne un d’essi che non sia stato
abituato al bel mestiere di chi intima ai viandanti: _o la borsa o
la vita_. Eppure, ve ne potrete accorger domani; son tutti artigiani
laboriosi, e mercanti onesti, non però più di tutti gli altri, che vi
sottraggono il pollice nel misurare un’_auna_ di panno, o che stando
dal loro fondaco pagano le cambiali in _corone_ alquanto calanti.
Per esempio quell’uomo là che col cappello di traverso copre una
capigliatura arricciata, e simile al pelo d’un can barbone, tutto
spettorato, coll’abito che si licenzia da lui, direste a vederlo che è
il modello perfetto d’un malvivente. Ebbene! È un merciaio d’Abingdon;
e se andate domani alla sua bottega, lo trovate dalla testa ai piedi
ben messo, sì che il giudichereste un lord Maire. E adesso parla di
scalare l’altezza di una soffitta, e di forzare i cancelli d’un parco,
con tale disinvoltura, che il giudichereste avvezzo a passar la sua
notte sulla strada maestra per cui si va da Hounslow a Londra. In vece
egli dorme sempre tranquillamente, sopra un letto bene spiumacciato,
colla sua candela da una banda, e la sacra bibbia dall’altra per tener
lontani i demoni.»
«Di grazia, ostiere, (disse lo sconosciuto) il nipote vostro, Michele
Lambourne, che è il re di questa festa, ha egli pure la smania di farsi
credere uno schiamazzatore?»
«Voi mi serrate gli abiti un po’ troppo alla vita, caro signore. Mio
nipote è mio nipote, e benchè egli sia stato un vero cane in tempo di
sua gioventù, può essersi corretto, come han fatto tant’altri, non è
vero? Anzi se mai aveste dato ascolto alle cose che poc’anzi dissi
di lui, non dovete poi prenderle per parole d’evangelio. Io avea
conosciuto il malandrino, benchè non dessi a divederlo, e volli un poco
mortificare la sua vanità. — Oh! bramerei sapere ora sotto qual nome
debbo presentare a questa brigata il mio rispettabile ospite.»
«Sotto quello di Tressiliano, se così vi piace.»
«Tressiliano! un nome che mi sona bene all’orecchio, e che viene,
cred’io, da Cornovaglia. Già vi sarà noto il proverbio:
»Se porti _Pol, Pen, Tre_, del nome tuo alla festa,
»Che sei di Cornovaglia, la cosa è manifesta».
Noi diremo dunque, signor Tressiliano di Cornovaglia?»
«Non dite, vi prego, più di quello che ho detto io, e sarete certo
di non errare, signor ostiere. Si può portare un nome preceduto da
qualcuna di queste tre rispettabilissime sillabe, ed essere nato ben
lontano dal monte S. Michele.»
Il nostro Giles Gosling allora non ispinse più oltre la curiosità, e
sotto il nome di signor Tressiliano presentò lo straniero al nipote
ed a’ suoi amici, i quali dopo aver bevuto alla salute del nuovo
convitato, continuarono negl’intertenimenti che questo cerimoniale
aveva interrotti.
CAPITOLO II.
»Del giovin Lancilotto
»Parli tu forse?
(_Il mercante di Venezia_).
Dopo breve pausa, il merciaio Goldthred, così pregato dall’ostiere,
cui tutta la gioviale brigata fece eco, presentò i convitati d’alcune
strofette.
Di quanti battono
Augelli i vanni,
Re, a mio giudizio,
È il barbagianni.
Vengan le tenebre,
Ei non s’arresta.
Fuor della nicchia
Mette la testa.
Ricchezze annunzia
Suo canto strano
A chi alla cintola
Non tien la mano.
Dunque ripetasi:
Viva mill’anni.
Re degli aligeri,
Il barbagianni!
S’anco il sol languidi
Vibra i suoi strali,
Mostrar non degnasi
Esso ai mortali.
Sol quando annottasi,
Co’ l’ali stese
Egli incoraggia
Le belle imprese.
Finchè tracannansi
Nappi spumanti,
Sua virtù esimia
Per noi si canti.
Per noi ripetasi:
Viva mill’anni.
Re degli aligeri,
Il barbagianni!
«Così va bene (sclamò Michele, tosto che il merciaio ebbe terminato di
cantare); che ne dite amici? Questa almeno è una canzone che s’intende;
e vedo che non si è perduto fra noi il buon gusto. Ma che rosario mi
avete sfilato di tutti gli antichi miei colleghi! Non ve n’è uno a cui
non si unisca qualche storia di mal augurio. Sicchè dunque Will di
Wallingford ci diede la buona notte?»
«Certamente, soggiunse uno di quelli, egli rimase morto, come un grasso
daino, d’un colpo di balestra, che nel parco di Donnington gli venne
tratto da Thatcham, il vecchio boscaino del Duca.»
«Egli amò sempre la caccia, disse Michele, nè quindi gli piacque meno
il fiaschetto. È questa una ragione di più per vôtare una tazza in
onore della sua memoria. Andiamo, amici. All’armi.»
Fatto in tal guisa, col bicchiere alla mano, un omaggio al defunto, il
Lambourne domandò che cosa fosse accaduto del Partins di Padwoorth.
«Partito; e sono dieci anni ch’egli intraprese il suo viaggio. Il
castello d’Oxford lo vide andarsene, e Goodman Thong fece i convenevoli
della partenza, alla quale non è occorso altro apparecchio che una
corda del valore di dieci soldi.»
«Che? Il povero Partins è morto in piena aria, fra cielo e terra! Ecco
le conseguenze di amar troppo l’andar a diporto a chiaro di luna!
Presto, miei colleghi, si beva anche alla sua memoria. Egli era un buon
compagnone, gioviale quanto la luna piena.
«E quali notizie mi darete voi di.... di Hal.... di quell’Hal,
che portava sempre una lunga piuma, e che abitava in vicinanza di
Yattenden?..... Non posso ricordarmi il suo nome.»
«Chi! Hal Hempseed? dimandò il merciaio. Voi dovete ricordarvi, che
egli si dava il tuono d’uomo d’alto affare, e che voleva frammettersi
nelle cose di stato. Si volle impicciare in quelle del duca di Norfolk,
e sono due, o tre anni, ha dovuto fuggire con un ordine d’arresto alle
calcagna. Da quel tempo non se n’è più intesa notizia.»
«Dopo tutte queste disgrazie, che mi avete raccontate, io non ardisco
nemmeno pronunziare il nome di Tony Foster. In mezzo ad una tal pioggia
di corde, di balestre, d’ordini d’arresto, sarebbe un miracolo s’egli
fosse rimasto asciutto.»
«Di qual Tony Foster intendi parlare?» chiese allora l’ostiere.
«Per bacco! di quello al quale fu posto il soprannome di Tony
_Brucia-cataste_, fin da quando portò il fuoco, onde accendere il rogo,
su di cui perirono Latimer e Ridley. Nè senza di lui si compiea la
faccenda, perchè il vento avendo smorzata la torcia nera di Goodman
Thong, nessuno voleva, nè per amore nè per danaro, portargli il fuoco
da riaccenderla.»
«Questo Tony Foster vive tuttavia ed è un gran signore. Ma nipote mio,
che non ti venisse la tentazione di chiamarlo _Brucia-cataste_, te ne
avverto per tuo bene, ammeno che tu non volessi far conoscenza colla
lama della sua spada.»
«E che? Si vergognerebbe ora di sì fatto nome? Mi ricordo, che se ne
gloriava, allor quando diceva che il vedere arrostire un eretico o un
bue era per lui la medesima cosa.»
«Sicuramente, nipote mio, ma il dir ciò, avea buon garbo ai tempi
della regina Maria, allorchè il padre di questo Tony era intendente
dell’abbazia d’Abingdon. Le cose cambiarono, e dopo di questi
avvenimenti sposò una purissima _precisiana_[4] ed è te lo giuro buon
calvinista quanto potrebb’esserlo Calvino in persona.»
«Vedere che tuono di sufficienza egli ha preso! soggiunse il merciaio.
Porta ora la testa alta, e disprezza gli antichi colleghi.»
«È questa una gran prova ch’egli ha fatto fortuna, riprese a dire il
Lambourne. L’uomo giunto una volta ad avere danaro in proprietà non si
trova volentieri in vicinanza di quelli il cui tesoro sta nelle tasche
degli altri.»
«Se ha fatto fortuna! Ti ricordi tu di Cumnor-Place, antico palazzo di
città, a poca distanza dal cimiterio?»
«Sì: e perchè tu veda, s’io me ne ricordo ho rubato ivi per tre volte
tutte le frutta del verziere. Ma che importa ciò? Era ivi l’ordinaria
residenza dell’abbate tutte le volte che in Abingdon dominava un
qualche morbo epidemico.»
«Va benissimo, disse l’ostiere; e adesso è divenuto soggiorno di Tony
Foster in conseguenza di cessione fattagliene da un gran signore, al
quale la corona diede in feudo tutti i beni dell’Abbazia. Ei vi ha
creato il suo castello, e guarda dall’alto al basso i poveri abitanti
di Cumnor, come se fosse già un cavalier-baronetto.»
«Non bisogna però attribuire affatto ad orgoglio tal sua condotta,
disse il merciaio. Si mischia in questo affare una bella signora, che
Tony non vorrebbe vista nè meno dalla luce del giorno.»