Nel 1588, apportarono grave agitazione al popolo Inglese i p

KENILWORTH

DI

WALTER SCOTT

VOLGARIZZATO

DAL

Professore Gaetano Barbieri.

»E beltade e virtù, congiunte al paro

»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;

»Tremi chi nanti a noi con felli accenti

»L’augusto nome lacerar s’attenti

IL CRITICO.

TOMO PRIMO.

NAPOLI,

Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.

1825.

RAGGUAGLIO STORICO SUL CASTELLO DI KENILWORTH

POSTO NELLA CONTEA DI WARWICK, E SULLA PERSONA DEL CONTE DI LEICESTER

TOLTO DALLA NOTIZIA CHE HA PUBBLICATA A TALE PROPOSITO IN LONDRA

GIOVANNI NIGHTINGALE.

Se le mura degli abitati avessero la virtù della parola, oh quanti

fatti nascosti ci svelerebbero! Oh quanti punti di storia tuttavia

controversi ne rimarrebbero schiariti! Ma oimè! Qual serie di casi

cordogliosi ad un tempo e nefandi porrebbero esse in aperto! Egli

è pertanto ufizio del fedele storico, e del paziente antiquario il

prestar voce agli avanzi lor rovinosi, e trar di mezzo ai rottami di un

castello e di una gotica chiesa cattedrale le rimembranze de’ secoli

andati, e la dipintura de’ pensamenti, e delle costumanze de’ nostri

maggiori.

La città di Kenilworth, situata cinque miglia lontano da Warwick,

giace in altrettanta distanza da Leamington e da Coventry. Fertili e

pittoreschi ne appaiono i dintorni. Ma ciò che trae il viaggiatore a

vederli è un antico castello, ove sir Walter Scott introduce i suoi

leggitori.

Fin d’allora che comparvero fra queste contrade i Normanni

conquistatori, venne Kenilworth divisa in due parti, l’una delle quali

toccò ad Alberto Clerico, l’altra a Riccardo le Forestier.

Regnava il primo Enrico in que’ giorni ne’ quali Goffredo di Clinton

fondò e il castello che siamo or per descrivere, ed un monastero

abitato da monaci agostiniani, fabbrica di cui a’ dì nostri pochi

vestigi appena rimangono.

Goffredo di Clinton, comunque uscito d’oscura famiglia, per suo sapere

pervenne alle primarie dignità dello Stato, onde gli fu agevole

il fornire di ricchi assegnamenti il predetto monastero. Allorchè

l’insaziabile Enrico VIII venne nel divisamento di estirpare tutti

i frati che trovavansi sotto il suo dominio, prendendone empiamente

pretesto dagli abusi, che aveano corrotta la purezza delle primitive

istituzioni, il monastero di Kenilworth fu valutato 533 lire sterline,

e venduto siccome proprietà della Chiesa. Dispersi andarono i religiosi

che lo abitavano, chiuse le porte di esso allo straniero e al

viandante; e l’indigente e la vedova e l’orfanello si videro defraudati

degli onesti soccorsi onde verso di lor largheggiavano gli antichi

possessori di quel convento.

Se, come sul monastero, avesse potuto Enrico usare il suo dispotismo

sul castello di Kenilworth, esso diveniva certamente retaggio di un

qualche favorito di questo monarca; ma ben più ardua cosa era lo

scacciare dal suo dominio un sol proprietario secolare, che lo sperdere

un centinaio di pacifici religiosi.

È da sapersi, che il predetto castello non rimase lungo tempo dopo la

sua fondazione alla famiglia dei Clinton, divenuto un quartiere di

guardia reale fin sotto il regno di Enrico II.

Si crederà facilmente, che in que’ tempi, contrassegnati dalle

turbolenze delle fazioni e delle guerre feudali, i castelli dei baroni

non solamente erano utili a questi per offerire un rifugio ai loro

vassalli, ma anche perchè fruttavano una rendita a chi li possedeva. Di

fatto il seriffo di Kenilworth calcolava fra le sue entrate i tributi

pagatigli da coloro che gli chiedevano ospitalità.

Sotto i regni di Giovanni e di Enrico III, grosse somme furono spese

per convertire Kenilworth in una fortezza, a quei dì ragguardevole. Il

secondo di tai sovrani presentò di questo castello Simone di Montfort,

ed Eleonora, moglie di esso, ma la forza di simile donativo non doveva

estendersi oltre il termine del viver loro.

Allorachè il conte impugnò l’armi contro del proprio sovrano, diede

a sir John Gifford il comando dello stesso castello, ch’egli avrebbe

dovuto riguardare siccome pegno della regale munificenza verso di lui,

ed invece divenne per qualche tempo l’asilo de’ nobili che ribellarono.

Dopo la disfatta e la morte del conte di Leicester accaduta ad Evesham,

Simone di Montfort, figliuolo del defunto, si sostenne in aperta

ribellione entro di questa fortezza, ove il raggiunsero quei suoi

partigiani, che poterono sottrarsi al cattivo esito della battaglia.

Di lì Simone facea frequenti sortite, non ristandosi dal tribolare con

ogni maniera di militari vessazioni le adiacenti campagne.

Ma queste scene di violenza interruppe il re, che, condottiero di un

esercito, venne a mettere l’assedio dinanzi a Kenilworth. Simone,

in cui non iscemò l’arroganza sintantochè si conobbe il più forte,

diede allora prove di una pusillanimità, eguale alla ferocia in

pria dimostrata, rifuggendosi segretamente in Francia, e lasciando

il castello alla custodia di Enrico di Hustings, da lui nominatone

governatore. Il Re non ignorando quanta forza avesse per resistere

quella rocca, e sollecito d’altra parte di risparmiare un inutile

spargimento di sangue, mentre intimò agli assediati la resa, offerse

loro condizioni le più vantaggiose. Ma costoro, non contenti di farsi

beffe della sovrana clemenza, rimandarono dopo averlo insultato, e

fatto scempio delle sue membra, il regio parlamentario.

Allora ebbe principio l’assedio, e quel presidio si difese con gran

coraggio. Quel castello era munito di macchine guerresche, diverse

delle quali lanciavano enormi massi, come se ne vedono alcuni in mezzo

alle rovine, che durano tuttavia.

Sei mesi vennero consumati da Enrico in dare inutili assalti, ma

la fame e le infermità, potentissimi soccorritori degli eserciti

assedianti, manomisero in guisa orribile quel presidio. Benchè a tanto

stremo lo sapesse ridotto il re, pure gli offerse ancora onorevole

capitolazione, accettata la quale entrò nella rocca. Egli ne fece

immantinente dono al minore dei suoi figli, Edmondo, creandolo conte di

Leicester e di Lancastre.

Nel settimo anno del regno di Eduardo III, Kenilworth fu teatro di

un grandioso torneo, ove si segnalarono cento cavalieri, che erano

per la maggior parte stranieri d’alto nome, venuti in Inghilterra per

accrescerne in sì fatte giostre la gloria.

Vi assistette egual numero di matrone, e la storia, per far prova della

pompa di vestire da esse sfoggiata, ne racconta che portavano manti di

seta.

Dopo il bando, cui soggiacque Tommaso, conte di Leicester, figlio del

conte Edmondo, il castello tornò ad essere proprietà della corona, ed

Eduardo II lo scelse siccome asilo ne’ primi rischi fra’ quali trovossi

avvolto. Ma esposto di poi a disastri novelli, la cattiva stella di

questo monarca portò che questa rocca medesima fosse il luogo di sua

prigionia, ove il condusse Enrico, conte di Lancastre, ed ove udì

annunciarsi il decreto del Parlamento, tenutosi a Westminster, che lo

privava del trono.

Sotto il regno di Eduardo III, il castello di Kenilworth divenne

retaggio nuziale di Giovanni di Gaunt, fattosi sposo a Bianca, figlia

di Enrico, conte di Lincoln e duca di Lancastre. Sino a questo

momento, tutti coloro che godettero le fabbriche di tanto vasto

edifizio, non aveano pensato che alla propria sicurezza, lontana

troppo essendo dalle loro menti qualunque idea d’eleganza. Ma il regno

di Eduardo III contrassegnò l’epoca di un assoluto cambiamento nelle

costumanze della nazione; e fu in quel tempo, che per la prima volta

i riguardi di agiatezza e lusso vennero consultati nell’architettura

dell’Inghilterra. Giovanni di Gaunt ampliò considerabilmente il

castello di Kenilworth, onde gran parte delle attuali rovine derivano

dalle fabbriche, che la munificenza di questo personaggio innalzò.

Un’altra volta ancora tornò Kenilworth ai dominii della corona, per

essere figlio del duca di Lancastre il re Enrico IV, e ne venne

smembrato allora soltanto che Elisabetta lo diede in dono a Roberto

Dudley conte di Leicester, che spese 63,000 lire sterline per ampliarlo

ed abbellirlo; laonde Kenilworth divenne bentosto uno fra i più

splendidi castelli di tutto il regno.

I _piaceri principeschi_ di Kenilworth venivano riguardati siccome la

_quintessenza_ delle delizie cortigianesche. Sono quindi insino a noi

pervenute lunghissime e sfarzose descrizioni delle feste che ivi si

celebrarono. Tutto quanto vi fu sfoggiato in magnificenza e profusione,

potrebbe ancora far maraviglia a’ dì nostri; ma il buon gusto era

tuttavia nell’infanzia; laonde nulla presentavano que’ passatempi

da cui non traspirassero noiosa uniformità, grottesche e grossolane

combinazioni, e la pesante ed incomoda pedanteria d’un secolo

semibarbaro.

Allorchè nel dì 9 di luglio del 1595, la regina Elisabetta venne

ricevuta a Kenilworth, un ponte lungo 70 piedi fu costrutto per

traverso ad una valle, che guidava sino alla gran porta del castello.

Ogni pilastro di questo ponte andava guernito di offerte fatte alle

sette divinità della Grecia; offerte che stavansi in gabbie piene

d’uccelli, in frutta, biade, pesci, e grappoli d’uva, in musicali

strumenti d’ogni specie, ed in armi ordinate a foggia di trofei. Un

poeta che trovavasi alla testa del ponte, parlando in versi latini,

dava spiegazione di tutti questi emblemi alla Regina. La _donna del

Lago_, rimasta invisibile, fin da quando disparve il famoso principe

Arturo, s’avvicinava sopra un’isola galleggiante per recitare poesie

carezzevoli alla Sovrana. Videsi parimente Arione sopra un delfino

lungo 24 piedi, e che portava un’intera orchestra nel ventre. Una

sibilla, un selvaggio, ed un eco, collocatisi nel parco arringavano

Elisabetta nel medesimo stile. E musica e danze profanarono quel giorno

che cadeva in domenica. Ricchissimi razzi d’artifizio vennero tratti e

dalla terra e dal mare. Fu pure rappresentata una scena teatrale, ed un

battelliere italiano si segnalò per giuochi di destrezza. Nè mancarono,

un combattimento di trenta orsi contro una truppa di cani, e tre cacce

di cervi, ed una rappresentazione di nozze villerecce. Finalmente

si diede agli abitanti di Coventry la permissione di offerire lo

spettacolo d’una finta pugna, instituita a rammemorare in ciascun anno

una famosa vittoria riportata contra i Danesi.

Una tal festa, che costò al conte di Leicester la somma di 19,000 lire

sterline, spesa smisurata in que’ tempi, e che non si avrebbe per

leggiera ai dì nostri; una tal festa, che durò circa tre settimane, ben

meritava quelle replicate menzioni che di fatto ce ne hanno tramandate

gli annali dell’Inghilterra.

Sir Walter Scott commemora la descrizione che ne ha lasciata lo storico

Laneham, il cui racconto presenta originalità e vezzo incredibili.

Le poche cose che qui ne abbiamo raccolte sono prese da miss Aikin;

l’opera della quale sulla corte d’Elisabetta racchiude tutto ciò, che,

fra le cose pubblicate intorno agli annali di questa sovrana, può

maggiormente eccitare la curiosità.

Oltre al vino, e agli altri liquori, consumati in tale occasione a

Kenilworth, furono pure bevute trecento venti botti di birra.

Nel durare della predetta festa vennero conferiti gli onori della

cavalleria a sir Tommaso Cecil, figlio ed erede del gran Tesoriere, a

Sir Enrico Cobham, a sir Francis Stanhope, e a sir Tommaso Tresham.

Ma la più strana fra le particolarità, che a tal proposito ne vengono

raccontate, è il risanamento di nove persone infette della pericolosa

infermità detta _morbo del Re_ (scrofole).

La Regina per dare un compenso alla leale affezione dimostratale dagli

abitanti di Kenilworth, ed alla magnificenza con cui il loro signore

la ricettò, concedette ai medesimi un mercato ebdomadario ed una fiera

annuale.

Il conte di Leicester, privo di discendenza legittima, legò in

usufrutto il castello ed i suoi dominii al proprio fratello Ambrogio,

conte di Warwick, a condizione che dopo la morte dell’usufruttuario

divenissero retaggio di sir Roberto Dudley, figlio naturale del

testatore, il quale finchè visse non giudicò a proposito riconoscere

questo Roberto siccome figlio legittimo, e lo qualificò sempre col

titolo di bastardo.

La storia del conte di Leicester non è certamente fra le men meritevoli

di destar attenzione. Comunque sarebbe assai difficile impresa il far

tacere i gravi sospetti di colpe che ne oscurarono la memoria, pure è

gran vezzo il risapere le cose d’un uomo, il quale, finchè visse fu

presso questa celebre figlia d’Enrico VIII in tanto favore, che ognuno

credè da un istante all’altro vedernelo sposo.

Il fratello di lui, Ambrogio, che abbiam di già nominato, ottenne

l’ambìto titolo di _buon conte di Warwick_; ma non si potrebbe

assicurare che tal predicato non gli fosse stato attribuito in odio del

fratello, cui si volea generalmente dovuto l’altro di _cattivo conte di

Leicester_.

Il popolo era solito contraddistinguere quest’ultimo col nome di _cuor

della Corte_.

L’autore del romanzo di Kenilworth, cui piacque modificare i vizii

del Leicester, ebbe l’arte di far ricadere sopra Varney, favorito del

medesimo, pressochè tutta l’odiosità de’ torti, onde venne accagionato

l’altro, inverso una donna, certamente degna di più virtuoso marito.

Nato nel volgere del 1532 il conte di Leicester, ebbe per padre

Giovanni, duca di Northumberland. Ammesso di buon’ora al servigio del

re Eduardo, ed entratone tosto in favore, la troppo giovanezza non gli

fu ostacolo ad essere creato cavaliere.

Nel giugno del 1550, si sposò ad Amy, figliuola di sir Ugo Robsart,

maritaggio che il Re volle onorare di sua presenza. Rapido fu poi il

suo avanzarsi nella carriera dei servigi di corte.

Nei primi anni del regno di Maria, partecipò a tutti i disastri, che

percossero gli altri individui della famiglia, alla quale apparteneva,

e al pari d’essi fu imprigionato, giudicato e condannato; ma gli venne

fatta grazia quanto alla pena di morte; poi nel 1554 ottenne la sua

libertà.

Pervenuta alla corona Elisabetta, non solamente gli furono restituiti

gli antichi titoli, ma godè ben tosto degli onori di primo favorito

alla Corte. Prescelto alla carica di grande Scudiere, e nominato

cavaliere della Giarrettiera, ebbe adito nel consiglio privato, nè

fuvvi grazia di cui la regina non lo colmasse. Allorchè accompagnò nel

viaggio di Cambridge questa sovrana, ognuno gareggiò nel dimostrargli i

maggiori riguardi. Venne alloggiato nel collegio della Trinità. Niuno

osava chiedere favori senza volgersi a lui. A sua istanza Elisabetta si

valse del latino idioma nell’arringare quella Università.

Trovò nondimeno alla Corte un possente oppositore in Tommaso, conte

di Sussex, che sollecito di combattere tutti gli avvisi che venivano

dal Leicester, si manifestò caldissimo partigiano dell’arciduca

Carlo d’Austria, molto insistendo presso l’Inglese regina, affinchè

condiscendesse alle nozze, cui questo principe fervorosamente agognava.

E le opposizioni fra i due Lordi andaron tant’oltre, che scoppiata

fra essi aperta rottura, la Regina giudicò ben fatto interporsi per

costringerli ad una reconciliazione. Tale avvenimento non menomò in

conto alcuno il credito di cui godeva il Leicester, continuo nel

chiedere, e nell’ottenere, nuove munificenze, e nuove cariche per sè e

pe’ suoi aderenti.

Elisabetta, che voleva adombrare agli occhi del pubblico il vero

motivo di tanti favori cumulati sopra d’un suddito, cercò loro un

pretesto col proporre il conte di Leicester, siccome sposo a Maria

Stuarda di Scozia, e col promettere a questa principessa, così per

essa come pei sudditi di lei, quanti vantaggi avrebbe essa potuto

desiderare in guiderdone di prestata condiscendenza. Si ebbero per

sospette tali offerte dell’Inglese sovrana, ed i più antiveggenti

fra i politici credettero ravvisare, che se la Scozzese le avesse

accettate, il consenso da questa dato a tai nozze non avrebbe avuto

altro effetto se non se di autorizzare un divisamento già concetto

dall’altra, di fare cioè proprio sposo, anzichè di Maria, il conte

di Leicester. Il modo del rifiuto opposto dalla donna di Scozia fu a

questa altrettanto funesto, quanto apportarono danno alla contessa di

Leicester le ambiziose speranze che invasero il consorte di lei, vista

la possibilità di stringere nuziali nodi con una regina. Di questo

maritale orgoglio fu vittima, a quanto narrasi, la sfortunata Amy

Robsart, tolta di vita nel settembre del 1560.

Certamente l’istante del costei morire favoreggiò i sospetti a tal

proposito insorti nel pubblico, perchè era di tutta necessità, che il

Leicester fosse vedovo a fine di deliberare in quell’istante, in cui

sembrò che l’Inghilterra avesse poste a sua scelta le nozze con una fra

due regine, entrambe giovani e prive di marito.

Il Cambden sostiene che la contessa si precipitò dall’alto di un

tetto. Tal morte destò, nè altrimenti potea, la pubblica compassione,

eccitando le più sinistre voci a disonor del Leicester. Lo storico

Aubrey nonostante narra in diverso modo sì fatta avventura, e credo

ci sapran grado i leggitori se qui trascriviamo il racconto, siccome

nel porse l’Aubrey, tanto più che questa Amy Robsart è la vera eroina

del romanzo di Kenilworth, e che il movere a favor d’essa la più viva

sollecitudine sembrò lo scopo primario di chi ’l compose.

«Roberto Dudley, sì scrive l’Aubrey, vivea in sì fatta intrinsichezza

colla regina Elisabetta, che ognuno si aspettava ne diverrebbe marito

qualora vedovo rimanesse. A togliere pertanto tutti gli ostacoli che

lui rimovevano dal trono, il Leicester ottenne con istanze carezzevoli

dalla moglie, ch’ella scegliesse per suo fermo domicilio Cumnor,

paese situato nella contea di Berk, e divenuto di poi teatro della

morte tragica di questa donna. La casa di Antonio Foster fu l’ospizio

assegnato alla Contessa. Riccardo Varney, confidente, e vile complice

della perfidia del conte, ebbe da costui l’ordine di sperimentare sulle

prime il veleno, e ove tal metodo non fosse ben tornato a scellerata

meta, di adoprarne qualunque altro più opportuno a liberarsi di questa

infelice.»

»Di fatto essendo andata fallita la via dell’avvelenamento, il Foster

e il Varney deliberarono con più violento modo adempire l’esecranda

commissione, di cui s’erano incaricati.»

»Il primo di costoro mandò tutti i servi alla fiera d’Abingdon,

villaggio situato tre miglia oltre Cumnor, ed egli e Riccardo Varney

rimasero soli presso della infelice Contessa nel giorno in cui ella

morì.»

»Questi due scellerati dopo averla, non risparmiando crudeli atti,

strozzata, la precipitarono dall’alto di uno scalone, fatta indi

divulgare la voce, che a solo caso doveva attribuirsi sì grave

disastro. Ma nel darle sepoltura si affrettarono tanto, onde lo stesso

Conte dovesse riprovare siccome imprudente almeno la condotta che

tennero.»

»Sir Ugo Robsart accorse sollecitamente a Cumnor, e ordinato si

disotterrasse la figlia, domandò una legale disamina, a fine di

chiarire i sospetti, che d’ogni banda si sollevavano contra il

Leicester, ed i costui satelliti. Ma fu opinion generale che il Conte

trovasse modi per costringere il padre al silenzio. Certamente, lo

stesso Conte non ebbe misura nell’ostentare il più intenso dolore, e

volle che il cadavere di questa moglie virtuosa venisse in gran pompa

sepolto nel tempio di S. Maria d’Oxford.»

»Fu cosa degna d’osservazione, continua lo stesso Aubrey, che il

dottore Babington, cappellano del conte, il quale pronunziò l’elogio

funebre della contessa, per due o tre volte mostrò sbagliarsi nel

raccomandare alle preci degli assistenti _questa virtuosa matrona

trucidata sì crudelmente_, anzichè valersi di frasi atte a far

compredere che accidentale ne fosse stata la morte[1].»

Nel settembre del 1564, Elisabetta creò Roberto Dudley barone di

Denbig, e il dì appresso conte di Leicester, delle quali dignità prese

egli possesso con istraordinaria pompa e splendore. Non terminò l’anno

che venne nominato cancelliere di Oxford. Il grande credito che questi

godeva alla corte d’Elisabetta non risonava per Inghilterra solamente,

ma in tutta l’Europa; laonde Carlo IX lo presentò del cordone di S.

Michele; ordine in allora il più reputato fra quelli che dalla Francese

corte si conferivano.

Giusta un’opinione assai generale, nel 1572 il conte di Leicester si

fece sposo con lady Douglas, baronessa di Sheffield. Tali nozze vennero

tenute con tanta segretezza, che la Regina le ignorò. Molti racconti

sono stati fatti intorno questa sposa, non più felice dell’altra.

Congiunta in legittimo maritaggio al Leicester, non le fu mai conceduto

il farsi riconoscere siccome moglie. Niuna via lasciò intentata il

conte onde rimoverla da sì fatta pretensione, e quando costui non ne

vide altra più spedita, usò del veleno perchè la cosa stesse involta

nelle tenebre del segreto.

Nel 1576, morì Walter, conte d’Essex, avvenimento che coprì d’altri

obbrobriosi sospetti lord Leicester, soprattutto, allorchè due anni

dopo si fecero note al pubblico le nozze da lui contratte colla

contessa d’Essex. Perchè nel 1578, il duca d’Angiò essendosi posto fra

i pretendenti alla mano di Elisabetta, il ministro di questo principe

a Londra, che vedea nel conte di Leicester il più forte fra gli

ostacoli opposti ai voti dell’augusto suo commettente, fece pervenire

ad Elisabetta la notizia de’ nodi in cui si era stretto questo favorito

della medesima. Ella ne venne in molto furore, comandando al Conte di

non uscire dal castello di Greenvick, e stava per inviarlo alla torre

di Londra, ma la rimosse da tal consiglio il conte di Sussex.

Il lord Leicester essendo pervenuto all’apice del potere, tutte le

vie di perderlo furono poste in opera, nè quella si omise del certo

di mettere in evidenza la perversità del suo animo. Nell’anno 1584,

comparve contr’esso un invelenito libello, che portava per titolo

_Repubblica del Leicester_. Erane scopo il dimostrare rovesciata per

opera di costui l’inglese costituzione, e avere a poco a poco preso

radici una nuova instituzion di governo, che non potea con miglior

nome qualificarsi quanto con quello di _Repubblica del Leicester_. Per

invigorire vie maggiormente sì fatte accuse, venia rappresentato il

Conte, in cose di religione siccome un ateo, e in quanto spettava agli

affari dello Stato, qual segreto traditore della Regina, oppressore

del popolo, nemico inveterato della nobiltà, e vero mostro di natura,

fattosi abbominevole egualmente per ambizione, atti crudeli, e

sregolatezze.

La Regina credè della sua medesima dignità il sostenere in credito il

favorito da lei prescelto, e l’attenuare quanto poteasi l’impressione

che un simile libello aveva fatta nel Popolo. Con lettere pertanto

indiritte al suo Consiglio privato, ella pronunziò, che tutte le cose

asserite ad aggravio del Conte non erano men false agli occhi di lei,

regina, di quanto il fossero nella mente di coloro stessi che osarono

divulgarle.

Nel 1585, i Paesi Bassi protestanti essendo venuti a difficili e

pericolose circostanze, chiesero la regina Elisabetta, affinchè desse

loro un capo ragguardevole, ed idoneo a regolare i politici interessi

di quelle provincie; nè la Regina esitò nell’inviare ad essi il

Leicester. Cotal prova di sovrana confidenza il trasse in vie maggiore

alterigia. Ma non gli durò oltre un anno sì fatto incarico, poichè

tenne tale condotta da dispiacere alla stessa Elisabetta gelosissima

de’ propri diritti, e la quale mal comportando che questo suddito

intendesse a farsi independente, lo richiamò.

Ciò nonostante si vide ben accolto all’atto del suo ritorno, tanto

più che in quel momento la regina Inglese abbisognava di chi le desse

consigli sul modo di sciogliersi di Maria Stuarda senza scapitare nel

proprio credito. Il Conte volle persuaderle la via di un avvelenamento,

ma trovatasi questa impraticabile, ella poi si attenne all’altra

deliberazione, per cui l’Europa contemplò lo spettacolo di una Regina

perita sopra infame palco per sentenza d’una sorella.

Nel 1588, apportarono grave agitazione al popolo Inglese i preparamenti

di guerra che si facevano dal re di Spagna. Ma con Elisabetta

collegatesi le tempeste, i lidi dell’Inghilterra si allegrarono in

mirar galleggianti all’intorno di sè i dispersi avanzi dell’_armada_

tanto famosa.

Il Leicester si conservò in considerazione sino all’istante della sua

morte, che accadde ai 4 di settembre del 1588 in una sua casa posta a

Combury, nella contea di Oxford. Trasportate a Warwick le ceneri di un

tal personaggio, vi furono sepolte colla più grande magnificenza. V’ha

chi ne attribuisce la morte ad un veleno, che era stato preparato per

un altro, ed inghiottito da Leicester medesimo.

Il figlio del Conte, Roberto Dudley, gli venne, nel 1573, da lady

Douglas Sheffield. Il nascere di questo fanciullo fu celato con grande

cura; cautela che rendevano opportuna parimente, e la necessità di non

far conoscere ad Elisabetta i legami, in cui vivea colla predetta lady

il Leicester, e l’altro pur di nasconderli alla contessa di Essex,

se regge l’opinione che in quel tempo l’avesse egli fatta di già sua

consorte.

Alla morte del padre, il giovane Roberto ne fu riconosciuto erede,

senza potere però, come dicemmo, goderne i beni finchè viveva Ambrogio,

zio del medesimo. Proclive per naturale inclinazione d’ingegno alle

grandi imprese della navigazione, fece, nel 1594 un viaggio all’oceano

del Sud. Peregrinando di poi nei paesi stranieri, assunse il nome di

conte di Warwick, e avendo ricusato di abbandonarlo, vennero confiscati

i suoi beni, e fu costretto ad una vita raminga e di fuggitivo. Accolto

onorevolmente alla corte di Firenze, e dal pontefice Urbano VIII,

morì nel 1639 soggiornando al castello di Cabello, assegnatogli per

risedervi dal gran duca di Toscana.

Questo sir Roberto Dudley, non solamente dai principi, ma dai dotti

ancora, fu avuto in grande onore; poichè gli diedero cospicua sede fra

gli scienziati del secolo le cognizioni ch’ei possedea nella chimica,

nella medicina, e nelle matematiche. Molte opere egli scrisse, che si

apprezzano tuttavia.

La proprietà del castello di Kenilworth passò nel principe Enrico, il

quale comunque si tenesse assai caro un tanto delizioso possedimento,

nol credeva abbastanza assicurato dal titolo di una confiscazione

ingiustamente decretata contro sir Roberto. Laonde fece proporre a

questo di cedergli qualunque ragione sul predetto castello offerendogli

per tal cessione un compenso di 14,500 lire sterline. L’altro, che non

vedea migliore speranza di entrare a possesso di quanto per diritto gli

perveniva, accettò il partito, onde l’accomunato si stipulò. Non quindi

il Dudley potè toccare il pattuito danaro; perchè essendo morto poco

dopo il principe Enrico, s’impadronì di Kenilworth il principe Carlo,

che non si prese veruna sollecitudine di pagare i debiti del fratello.

Allor quando Carlo ascese al trono, fece dono di Kenilworth a Carey,

conte di Monmouth. Ma non tardata di poi a scoppiare la guerra

civile, i guasti che ne furono conseguenza percossero soprattutto

quest’edifizio, ed i soldati Puritani di Cromwell estinsero perfin la

memoria del suo antico splendore. Smantellatene le torri, atterrate

le sue muraglie, disseccati i laghi che il circondavano, e devastati

e lasciati ai rovi i giardini ed i parchi che lo abbellivano, quel

delizioso soggiorno non offrì in breve che un mucchio di rovine, quale

si scorge tuttora, e da cui non è risorto giammai.

Nei giorni della restaurazione, Carlo II concedè l’investitura di tali

resti di diroccamento alla figlia del conte di Monmouth, e dopo di lei

a Lawrence, visconte di Hyde, creato barone di Kenilworth, e conte di

Rochester, retaggio che i discendenti di questo trasmisero al conte di

Clarendon.

Non taceremo a tale proposito, che il lord Clarendon si è data grande

sollecitudine, onde sottrar questi avanzi a guasti maggiori.

Ma ciò non toglie che questo castello, il quale comprendendo un recinto

di sette _acri_ fu soggiorno d’ogni eleganza, e grande argomento

d’orgoglio a chi lo possedè, non sia presentemente ridotto ad un

cumulo di rottami. Rimangono, egli è vero, alcuni appartamenti per

metà diroccati, alcuni portici, alcune muraglie, e avanzi di merli, di

scaloni, di finestre, la più parte de’ quali presentano tuttavia le

vestigia de’ più vaghi ornamenti architettonici; ma il sovvertimento

e la confusione di questi rimasugli sono sì grandi, che mal da essi

può giudicarsi l’antico splendore di una fabbrica di cui fu sì alta un

giorno la rinomanza.

Chiunque si fa a contemplar questi luoghi, sente l’anima assorta in

soave malinconia, e l’incanto loro il richiama alla ricordanza delle

trascorse età, nel tempo che la sua immaginazione si compiace in

rialzare questo monumento della Inglese monarchia, sotto le cui volte

posò la regina più celebre dell’Inghilterra.

La principale porta di questo castello, che fu fabbricata dallo stesso

conte di Leicester, convertita ora in abitazione, è il soggiorno

ordinario di William Boddington, affittuale del luogo, e persona di

molti pregi fornita. E questa fa parte di tali rovine, ove si può

abitar tuttavia, ed è parimente quanto avvi di più conservato. In uno

degli appartamenti terreni vedesi un cammino, non privo di singolarità.

La porzione superiore di esso è di legno intagliato, la inferiore

che è di alabastro, presenta incise, la data del 1571, e le lettere

R. L. (_Roberto Leicester_) iniziali del nome di questo favorito di

Elisabetta.

La _torre di Cesare_ è la parte più antica e più affortificata di

esso castello. Le mura della medesima hanno una grossezza di sedici

piedi, e a quanto credesi, sì fatta torre è tutto ciò che rimane ancora

dell’antica rocca fabbricata in origine da Goffredo di Clinton.

La grande sala gotica ha ottantasei piedi di lunghezza, e

quarantaquattro di larghezza. Fu altra volta un sontuoso appartamento,

cui davano luce molte finestre d’elegantissima costruzione, oggidì

tappezzate di edera. Alle feste che vi furono un tempo celebrate, ai

romorosi clamori di gioia onde echeggiarono di già queste volte, è

succeduto un assoluto silenzio, talor soltanto interrotto dallo stridor

discorde de’ corvi, e dal gracchiare delle cornacchie e degli altri

augelli amici delle macerie. Cotesta sala fa parte di quegli edifizi,

che innalzati dal conte di Leicester, portarono propriamente il suo

nome. Gli sfasciumi di essi, sparsi qua e là, si nascondono sotto la

verzura dell’edere, e il soffiar de’ venti aquilonari, che agitano

l’erbe crescenti su que’ merli abbandonati, inspira agli animi mestizia

e venerazione ad un tempo.

Gli _edifizi del conte di Leicester_, così detti dal loro fondatore,

benchè fossero gli ultimi ad essere fabbricati, pur li diresti la parte

più antica di queste ruine, e ciò per la natura delle pietre adoperate

a tal costruzione. Nuovi diroccamenti ogni dì ad essi sovrastano.

E tempo ed elementi, unitamente congiurarono contro il castello di

Kenilworth. Nel 1817, una gran parte di facciata occidentale della

_torre di Cesare_ diroccò improvvisamente, e nel settembre del

successivo anno, tutto l’angolo verso tramontana si distaccò con

orrendo fracasso dal rimanente dell’edifizio. Nella quale occasione,

alcune signore trasferitesi colà per rilevare i disegni di quelle

maestose rovine, si sottrassero quasi miracolosamente alla morte.

«Questo castello (in tal guisa si esprime il Brewer, che alle

cognizioni di antiquario e topografo unisce l’immaginazione di un autor

di romanzi) questo castello, che ne’ giorni del suo splendore formò il

migliore ornamento di Kenilworth, comunica parimente una malinconica

maestà ai paesi circonvicini, tanta è la sublimità, che gli stessi

rottami presentano.»

E per vero dire, sì fatti rottami hanno di che commovere il viaggiatore

trattosi a contemplarli, perchè oltre al presentargli le più

pittoresche prospettive del più bello fra gli edifizi, che noverò

l’Inghilterra, gli rammentano importantissimi punti della storia di

questa nazione.

Il castello adunque di Kenilworth gode celebrità incominciando dal

secolo di Enrico I, soprannominato _Beauclerc_, ovvero il _Dotto_, e

venendo sino alla nostra età; celebrità dovutagli, sia che ci portiamo

a contemplare le immense moli innalzate dal Clinton, coperte oggidì

dalla ruggine de’ secoli e quasi interamente diroccate, sia che la

nostra mente si arresti a rimembrar quelle pompe, che il rendettero un

giorno teatro alle prodigalità dell’ambizioso Leicester. Sotto entrambi

gli aspetti, esso verrà sempre riguardato siccome obbietto prezioso

al topografo e all’antiquario, e qual fonte fecondissima d’immagini

all’istorico, al poeta ed al romanziere.

Dobbiamo pertanto saper grado all’autore del Romanzo di Kenilworth,

il quale seppe con tanta maestria sposare la favola all’istoria, che

tal suo lavoro non solamente assicura diletti a coloro, cui le lettere

leggiere offrono vezzo, ma riconcilia l’uomo dedito a più gravi studii

con un genere di componimenti, che la letteratura antica non ebbe.

_Fine del ragguaglio storico._

KENILWORTH.

CAPITOLO PRIMO.

»Il mio mestiere

È far l’ostiere;

E la natura

Di quel terreno,

Che presi in cura,

Conosco appieno,

»De’ miei fratelli

Entro i cervelli

Lor varie voglie

Legger, lor gioia,

Talor le doglie!

Talor la noia;

»Questo è il sapere

Del mio mestiere.

Ma mentre il fondo

Metto in lavoro,

Veder giocondo

Piacemi il coro

»Degli operai.

Non voglio guai.

In mezzo ai canti

Sol dei cultori

La terra ammanti

I suoi tesori.

_La Nuova Osteria._

È privilegio de’ romanzieri l’aprire in un’osteria i racconti che

imprendono; e nelle osterie di fatto si trovano a lor volta tutti

i viaggiatori, ed è in questi luoghi ove regna maggior libertà, e

ove l’indole di ciascuno è meno impacciata da riguardi nel darsi a

conoscere. E tal modo d’incominciare i romanzi soprattutto merita

preferenza, allorchè l’epoca delle cose da narrarsi rimonta agli

antichi tempi, nei quali coloro, che in un’osteria convenivano,

erano, in tal qual modo, non solamente gli ospiti, ma i commensali

dell’ostiere per tutto il tempo che si rimanevan con lui. Questo

padrone d’albergo era per l’ordinario uomo di buona fisonomia, assai

gioviale, e che arrogavasi il privilegio di dir con franchezza la sua

opinione. Facilmente alla presenza di lui si svelavano le varietà

d’indole fra le persone della brigata; perchè ben di rado avveniva,

che dopo aver vôtato un fiasco di sei boccali, ognuno de’ circostanti

non abbandonasse tutto umano rispetto, e gli uni cogli altri e

coll’ostiere, non si comunicassero le mutue idee usando la confidenza

propria di chi si conosce da lungo tempo.

Nel diciottesimo anno del regno di Elisabetta, il villaggio di Cumnor,

situato tre o quattro miglia lontano da Oxford, possedeva un’osteria

eccellente sì, che di tali osterie a’ dì nostri non se ne vedono

più. La conduceva, o a dir meglio la governava, Giles Gosling, uomo

gioviale, la cui faccia era di bevitore anzichè no, giunto ad età che

oltrepassava di qualche cosa i cinquant’anni, non uso a scorticare

troppo i suoi avventori, esatto nei pagamenti, pronto allo scherzo, e

che aveva una cantina fornita a tutto punto, ed una figlia assai bella.

Venendo fin dai tempi di quel vecchio Enrico, podestà di Southwark,

non vi era mai stato ostiere, che pari a Giles Gosling, possedesse

l’ingegno di piacere agli ospiti, qualunque ne fosse la condizione,

onde sì grande ne era divenuta la fama, che il dire di essere stato a

Cumnor senza reficiarsi all’_Orso nero_, era un confessarsi viaggiatore

privo di gusto e d’intelligenza, e degno di riso, quanto il sarebbe

stato un contadino che fosse tornato da Londra senza veder la Regina.

Gli abitanti di Cumnor superbivano di Giles Gosling, siccom’egli andava

fastoso della sua osteria, della sua figlia e di se medesimo.

Nella corte adunque dell’osteria, condotta da quest’uomo sì

rispettabile, al tramontare di un certo giorno si fermò un viaggiatore,

che dall’infiacchimento del suo cavallo dovea dirsi venisse da lungo

viaggio. Mentre il cavaliere dava a custodire questa bestia al mozzo

di stalla, gli fece tali interrogazioni, che furono poi cagione del

seguente dialogo tra i famigli dell’_Orso nero_.

«Olà. Eh! John Tapster».

«Che c’è, Will Holster?» rispose il cantiniere, il quale con una

camiciuola sbottonata, in brache di tela, e cingendo un grembiule verde

si fece vedere da un uscio aperto per metà, che pareva conducesse alla

cantina.

«Questo viaggiatore domanda, se hai buona _ala_ (_una certa qualità di

birra_).»

«Se ho buon’_ala_! E chi è che possa dubitarne? Non siamo distanti che

quattro miglia da Oxford; se la mia _ala_ non contentasse gli studenti,

mi spezzerebbero la testa coi boccali.»

«È questa che voi chiamate la logica di Oxford?» disse lo straniero

innoltrandosi verso la porta dell’osteria. Allora Giles Gosling gli si

presentò innanzi in persona così dicendo:

«Quando poi parlate di logica, ascoltate quest’argomentazione:

»Mentre ben mangia il destriero,

»Vuolsi vino al cavaliero.»

«_Amen_, e ben volentieri, soggiunse l’altro. Sturatemi dunque un

fiasco del canarie miglior che v’abbiate ed aiutatemi a vôtarlo.»

«Ah! voi non siete ancora che in minore, sig. viaggiatore, se avete

bisogno che l’ostiere vi aiuti per mandar giù un sorso di vino. Ne

aveste almeno ordinato un _gallone_! Allora, potreste anche chiedere

questo aiuto e passar tuttavia per un uomo che sa vivere co’ suoi

simili.»

«Non v’inquietate, mio ostiere; farò il mio debito al pari di

tutt’altro, che si trovi non più lontano di quattro miglia da Oxford.

Non vengo, credetelo, dai campi di Marte per voler perdere la mia

riputazione in mezzo ai seguaci di Minerva.»

Mentre in tal guisa si parlavano l’ostiere e l’ospite, il primo con

viso che esprimeva la gioia al ricettar l’altro, il fece entrare

nella sala terrena; ove già molti stavano uniti in diverse brigate.

Quali d’essi beveano, quali giocavano alle carte, alcuni parlavano

d’interessi, ed altri, costretti dai propri affari ad alzarsi alla

domane di buon mattino, finivano di cenare, ed ordinavano al garzone

dell’osteria che allestisse loro le stanze.

Il forestiere nell’entrare in quella sala non eccitò verso di sè

maggior attenzione di quella che in tai luoghi ognuno, senza però

farsene un gran pensiero, suol dare all’ultimo arrivato. Da un tal

genere di esame egli apparve ai circostanti uno di quegli uomini, che

comunque regolarmente costrutti, e di forme esterne, le quali nulla

presentano di spiacevole, nondimeno non hanno nella fisonomia nessuna

di quelle particolarità che concilian favore; laonde sia per difetto

dei loro lineamenti, sia per suono di voce, o per isgradevoli andamento

e modi, inspirano tal quale ripugnanza a rimanere con essi in società.

Scorgevasi in costui molto ardimento, scevro però di franchezza, e

sembrava annunziasse a prima giunta grandi pretensioni a riguardi,

ed a modi verso lui compiacenti, come chi teme andarne privo se non

fa valere ben presto i propri diritti ad ottenerne. Lo copriva un

pastrano, che laddove aprivasi alquanto, lasciava vedere una bella

camiciuola gallonata, e un centurino di bufalo, da cui pendevano una

sciabola e due pistole.

«Voi non viaggiate senza cautelarvi, o signore» disse Giles Gosling,

che diede un’occhiata a quell’armi nel tempo che metteva in tavola il

vino chiesto dall’ospite.

«Sì, mio caro albergatore, ho ravvisato quanto giovi essere provveduto

d’armi negl’istanti del pericolo, nè ho poi voluto imitare i vostri

magnati d’oggidì, che congedano la gente del loro seguito quando

credono non averne più di bisogno.»

«Per bacco! scommetto venite dai Paesi Bassi, ch’è il paese ove

nacquero la picca e l’archibuso.»

«Sì certamente, che ho viaggiato in lungo ed in largo, e vicino e

lontano, mio caro amico. Ma intanto ch’io bevo un bicchiere di questo

vino alla vostra salute, empitene un altro, e vôtatelo alla salute

mia. Se non sarà buono in grado superlativo, non dovrete almeno che

incolparne voi stesso.»

«Se non sarà buono in grado superlativo! (risoggiunse con qualche

enfasi il nostro Gosling, e nel tempo stesso vôtò la sua tazza facendo

passare la propria lingua per tutta l’estensione delle labbra con

quell’aria di soddisfazione che son soliti a dimostrare gli abili

assaggiatori di vino). Non so bene che cosa v’intendiate con questo

vostro _superlativo_. Posso però accertarvi, che di tal vino non

berreste alle _tre Cicogne_, e se lo trovate migliore, ardisco di dire,

alle Canarie, sto a patto di non toccar, finchè vivo, nè monete, nè

fiaschi. Mettete, mettete il bicchiere fra i vostri occhi e la luce, e

vedrete saltellar gli atomi per entro a questo liquore dorato, siccome

in mezzo ad un raggio di sole. Ma è così. Vorrei piuttosto somministrar

vino a dieci contadini, che ad un sol viaggiatore. Spero bene che

_Vostro Onore_[2] non si terrà offeso da questo mio modo di dire.»

«Non vi nego che il vostro vino è robusto e di buona lega, ma per aver

vino eccellente, amico mio, conviene berlo nel luogo medesimo, dove

cresce la vigna. Questo, che a giudizio vostro è un vino squisito, si

avrebbe in conto di mezzo vino al porto di S. Maria. Caro albergatore,

vi è d’uopo viaggiare, se volete farvi profondamente iniziato nei

misteri dei fiaschi e delle botti.»

«Davvero, mio signore, se il frutto de’ miei viaggi dovesse essere il

trovarmi poi mal contento delle cose che posso avere in mia patria,

stimerei il viaggiare una speculazione da matto. Ma v’assicuro,

trovarsi parecchi uomini, i quali non assottigliano tanto le cose, ma

che sanno annasare il buon vino, benchè non abbiano mai abbandonate le

nebbie di questa vecchia Inghilterra, e la Dio mercè, non si sieno mai

tolti da canto del loro focolare.»

«Oibò, mio caro ostiere, questo pensare è limitato e triviale, e fo

sicurtà che in ciò non s’accordano con voi tutti gl’Inglesi. Scommetto

io, che fra i vostri, avvezzi a darsi più bel tempo, ve n’ha parecchi

i quali han viaggiato alla Virginia, o almeno fatta una scorsa ne’

Paesi Bassi. Orsù. Recapitolate bene le cose nella vostra memoria. Non

avete voi in paese straniero qualche amico, di cui vi piacesse saper le

notizie?»

«No in fede mia. Non ve n’è un solo fin d’allor quando quello

spensierato di Robin di Drysand-ford si fece accoppare all’assedio di

Briel. Il diavolo si porti la colubrina, d’onde venne la palla che lo

spedì! Non ho mai conosciuto il miglior compagnone nel vôtare la sua

tazza a mezza notte sonata. Ma egli è morto, se n’è andato, e dopo lui

non conosco nè soldato, nè viaggiatore, pel quale io dessi una buccia

di mela.»

«Corpo di bacco! Voi me le dite strane. Nel tempo che tanti bravi

Inglesi dimorano in paesi stranieri, voi che mi parete persona di

vaglia, non avete, nè un parente, nè un amico fra questi?»

«Oh! se mi parlate di parenti, ho bensì una mala semenza di nipote, che

lasciò l’Inghilterra nell’ultim’anno del regno di Maria, ma egli è uno

di quegli sfaccendati, ch’è meglio il perderlo del trovarlo.»

«Non dite così, amico, ammeno che non aveste saputa qualche sua

scappata da poco in qua. Quanti pulledri che pareano indomabili

divennero poscia nobili corridori! Come lo chiamate voi?»

«Michele Lambourne. Il figlio di una mia sorella. Vi giuro che non

mi va niente a sangue il ricordarmi nè d’un tal nome, nè d’un tal

parentado.»

«Michele Lambourne! (sclamò lo straniero che finse essere colpito da sì

fatto nome) Sarebb’egli mai quel prode cavaliere di questo casato, il

quale si comportò con tanto valore all’assedio di Venloo, che il conte

Maurizio gli fece sin ringraziamenti alla presenza di tutto l’esercito?

Lo dicevano Inglese, nè di natali molto cospicui.»

«Bene; ma non può essere mio nipote, disse Gosling. Costui non avea

coraggio più che una gallina, se però non veniva occasione di far del

male.»

«La guerra fa nascere il coraggio» disse l’altro.

«Ed io credo gli avrebbe fatto perdere quel poco che gli rimaneva.»

«Il Michele Lambourne, da me conosciuto, era un giovinotto ben

complesso, cui piacea vestire in tutta eleganza, e possedeva vista di

falcone nell’adocchiare una bella ragazza.»

«E il mio Michele rassembrava un cane, che avesse un sonaglio alla

coda, e portava un abito composto di stracci, ognun de’ quali parea si

congedasse dall’altro.»

«Oh! ma il giorno dopo di una battaglia non v’è scarsezza di buoni

vestiti.»

«Io credo piuttosto che il nostro Michele ne avrebbe giuntato uno

nella bottega d’un rigattiere, nel punto che questi gli tenea volte le

spalle. Quanto all’occhio di falcone, per cui lo encomiate, v’assicuro

che non lo stogliea mai dai miei cucchiai d’argento. Fu mia ventura

che non rimanesse in questa casa più di tre mesi. Egli avea cura della

cantina, e ne sia lode ai suoi stravizzi ed ai suoi errori di calcolo,

fra il vino che m’ha bevuto e quello che ha mandato a male, se rimaneva

tre altri mesi, avrei potuto metter giù l’insegna, chiudere l’osteria,

e dare in custodia al diavolo la chiave del mio magazzino.»

«E ad onta di tutto ciò, caro ostiere, se vi venissero a dire che il

povero Michele Lambourne rimase morto comandando il suo reggimento,

e mentre assaliva un fortino presso Mastricht, ne sareste assai

contristato.»

«Contristato! Non mi si potrebbe arrecare più grata novella. Sarei

sicuro almeno che non finì sulla forca. Di grazia, non ne parliamo

più. Io temo bene che la sua morte non sia mai per far onore alla

nostra famiglia. Basta, se accadesse altrimenti (e in questo versava un

bicchier di Canarie) lo dico di buon cuore, Iddio gli dia pace!»

«Adagio, adagio, sig. albergatore. Non abbiate questi timori. Il

vostro nipote vi farà onore, e soprattutto, se è quel Michele che ho

conosciuto, e che amo, direi quasi.... sì in fede mia, al pari di

me medesimo. Non potreste voi indicarmi qualche contrassegno onde

verificare, se i due Micheli, di cui parliamo, fossero mai una stessa

persona?»

«No, per quanto mi ricordo.... Aspettate. Il mio Michele porta sulla

spalla sinistra l’impronta d’un ferro rovente appostagli in premio

d’essersi appropriato una tazza d’argento che apparteneva ad una buona

donna di nome Snort d’Hogsditch.»

«Oh! questa volta voi ne mentite, come un mariuolo, o mio zio (disse lo

straniero, che in quel punto medesimo sbottonò la camiciuola, e abbassò

tanta camicia quanta bastava a farne vedere ignuda la spalla). Per Dio!

questa mia pelle è sana ed intatta non meno della vostra.»

«Che ascolto? Michele! (sclamò l’ostiere). Il saresti tu veramente? Oh!

sì. Io dovea persuadermene, perchè non conosco persona al mondo, la

quale potesse affannarsi per te la metà di quello che tu facevi. Però,

ascoltami, Michele. Se la tua pelle è sana ed intatta come ten vanti,

è forza dire che il carnefice, mosso a pietà della tua giovinezza, ti

abbia toccato con un ferro freddo.»

«Via, via, caro zio. Tronchiamo le barzellette. Esse verranno all’uopo

per far passare i fumi della vostra birra alterata. Vediamo piuttosto

quale accoglienza sappiate fare ad un nipote che ha girato il mondo per

diciott’anni, che vide nascere il sole di là dove tramonta, e che ha

viaggiato tanto finchè l’occidente si trasformasse in oriente.»

«A quanto mi sembra, o Michele, tu hai riportata con te una delle

prerogative dei viaggiatori, nè veramente ti abbisognava un sì lungo

pellegrinaggio per acquistarla. Ben mi ricordo che fra tuoi insigni

pregi era quello di non ne dire mai una di vere.»

«Vedete, o signori, un miscredente più d’un pagano (disse Michele

Lambourne, volgendosi alla brigata, che non perdè alcuna parte di

questo stravagante riconoscimento fra zio e nipote, ed in mezzo alla

quale si trovavano alcuni, cui note erano le alte geste della costui

giovinezza). Questo è quanto a Cumnor chiamasi in proprii termini

_macellare il vitello grasso_. Ma sappiatelo, mio caro zio, che non

esco ora del guscio, e che non vengo da fare il guardiano di porci.

Poco mi rileva, se bene o mal mi accogliete. Ho con me quanto basta

onde farmi ben ricevere per ogni dove.»

Kenilworth, vol. 1/4 · 第 1 / 12 段