«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
A poco a poco, nell'alta camera dell'infante, anche la nutrice
s'addormentò.
Egli rimase ancora per qualche attimo, solo, nel buio. Per le connessure
dell'uscio filtrava luce dalla camera di Novella. Voleva sentirsi
pronto, come nelle ore di battaglia, davanti a questa ch'era l'ultima e
la più inattesa fra tutte. Ma invece la volontà non gli bastava per
chiudersi ancora una volta in quell'armatura inflessibile che lo rendeva
così padrone di sè.
Aveva lottato per uccidere -- e di questo era stato capace; aveva
lottato per nascondere il suo delitto -- e di questo era stato capace;
aveva lottato prima di distruggere la sua magnifica vita in un fiero
esilio -- e di questo era stato capace... ma quello che non poteva
comandarsi più, era lo sforzo di suggellare nel perpetuo silenzio il
grido che gli prorompeva dall'anima. Bisognava dividere questo peso
almeno con un'altra creatura, bisognava consumare il delitto fino
all'ultimo, facendo sì che investisse lei pure.
Quella tentazione crudele che aveva sentita poche ore dopo l'uccisione,
lungi dallo spegnersi, era cresciuta continuamente, in ogni giorno di
quel tempestoso anno, ed or gli pareva che ogni ulteriore indugio non
fosse che una più lunga viltà. Quante volte la parola rivelatrice gli
era venuta su l'orlo della bocca!... e sempre, sempre, nei baci più
deliranti, quel desiderio s'infiltrava in lui come la tentazione di una
più forte voluttà. Qualche volta era perfino giunto al godimento
perverso di trascinare l'amante con parole ambigue su l'orlo del
sospetto, come su l'orlo d'un abisso, dove il peso dell'ultima
complicità li avrebbe fatti cadere, avvinghiati per sempre.
Cercava con tal mezzo d'investigare quale sarebbe stato l'animo suo
davanti alla rivelazione. Ma ella non mostrava che un'infinita
smemoratezza e il desiderio di non rivolgersi mai verso quell'ora
lontana.
Anche durante i giorni dell'accusa, ella di ciò non gli aveva parlato,
se non quel tanto che fosse indispensabile: ne aveva parlato con fretta,
sbadatamente, senza guardarlo negli occhi, attenuando con un sorriso
femminile ogni parola inavvertita che paresse nascondere un suo pensiero
profondo.
Egli aveva talvolta immaginato che, nella sua fragilità, ella fosse
tuttavia la più forte.
Infatti avviene talora che l'anima femminile ci sembri assai lieve in
paragone della nostra e non obbediente a quell'ordine logico dal quale
si muove il nostro pensare; ma forse quell'anima è solo diversa dalla
nostra, e noi spesso non riusciamo ad intravvederne il fondo.
Egli era dunque rimasto, fra le rovine d'ogni altra certezza, davanti al
suo grande amore; i culti positivi, che aveva liberalmente professati
nella vita, erano insorti con ribellione davanti a quel primo atto di
vera libertà; rimaneva una sola cosa che non era distrutta nel mondo:
l'amore.
Ma quando le avesse detto chiaramente: -- «Guárdami negli occhi: sono io
che l'uccisi!» -- qual mutamento avverrebbe in loro e nella passione che
li univa? L'amerebbe ancora? Sarebbe amato ancora da lei?
Due mortali domande che gli pesavano, da quella tragica notte, sul
cuore.
Adesso, nella casa dormente, il silenzio era profondo come la fuga d'un
fiume sotterraneo. Egli si provò ripetutamente a sospingere l'uscio che
lo divideva dalla camera di Novella, ma sentì che ogni volta il coraggio
gli veniva meno.
Ed allora, come già un'altra volta, quando il pagliaccio rimase inerte
nella poltrona di cuoio, e bisognò sollevarlo, diede a sè stesso il
comando che lo irrigidiva: -- Ubbidisci!
Piegandosi alla propria volontà come al potere d'una forza non sua,
comprese di non aver più scampo, e si avvicinò a quella soglia.
Filtravano per le connessure spiragli di luce; a tastoni cercò la
maniglia, sospinse l'uscio, ed entrò.
Ella era seduta sull'orlo del letto, in vestaglia, coi tacchi delle sue
pianelle aggrappati al cassone di mogano, i gomiti sulle ginocchia, i
polsi congiunti, la faccia raccolta nella cavità dei palmi -- e lo
aspettava.
-- Non hai udito, -- ella disse, -- come piangeva poco fa il bimbo?
-- Ma ora s'è addormentato, -- egli rispose. Poi, dopo un silenzio, le
domandò: -- Gli vuoi bene?
La madre aperse le braccia, si abbandonò all'indietro, sui cuscini, e
rispose: -- Ora sì, ora per la prima volta lo amo.
Egli aveva la sua ruga profonda incisa fra i sopraccigli; era smagrito
in viso, e nel guardarlo pareva ch'ella se ne dolesse. Allungò il
braccio per chiamarlo a sè, indi soggiunse:
-- Tanto bene gli voglio, Andrea... ma non come a te!
Il braccio nudo si dorava nel chiarore della lampada, il polso dolce si
muoveva con una specie di naturale insidia, facendo trasalire i tendini.
-- Sièditi, -- ella disse, battendo la mano su la coltre; -- sièditi qui
sul letto... Pàrlami, bàciami... ti amo.
Come quando il loro bimbo era nato, sul tavolino da notte v'erano tre
rose, in un bicchiere.
Andrea si chinò su lei, cercando con le mani fredde il suo tepore più
vivo e più nascosto. Così la teneva, da sentirne contro la persona tutto
il corpo discinto; così la teneva, da immergere la bocca ne' suoi caldi
e pesanti seni; così da stordirsi nel profumo del suo respiro.
Ella scivolò sotto di lui, si volse, come per adagiarsi nel letto
supina, e le venne al sommo della gola quel gonfiore contenuto che in
lei pareva quasi uno sforzo per resistere alla voluttà. Ma era uno
sforzo debole, tantochè subitamente gli occhi le smorivan di un sonno
palpitante; un poco di gengiva umida le appariva tra i labbri fermi.
-- Dormiamo... -- ella disse.
Andrea non rispose; la guardava, teso, attento, come per contare i
battiti d'ogni sua vena.
-- Perchè non ti spogli?
Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le
sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non
volesse dormire altrove che nelle sue braccia.
Poich'egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:
-- Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?
Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.
-- Non sai com'è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti
stanchi?
Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad
una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore
sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare
contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un
pettine, si ravviava i capelli disciolti.
-- Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...
Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo,
attraendolo in modo che la bocca dell'amante s'immerse nella sua gola.
Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si
snudava il petto. Irritata, s'aggrappò alle sue spalle, si torse,
affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua
bocca l'àpice dei seni erti.
-- No, no... spógliati!... -- ripeteva.
La sua voce era quasi gemente; con le dita irrequiete lo molestava come
se volesse batterlo; era tutta inarcata; il suo grembo si offriva; le
pianelle caddero.
Ma con ira egli divelse da quel bacio la sua bocca ansante, sollevò il
corpo su le due braccia tese: gli occhi suoi bruciavano di febbre, il
suo viso era terribilmente contraffatto, i suoi polsi tremavano.
-- Vuoi, -- disse repentinamente, -- vuoi che facciamo una cosa?...
Ella si rovesciò indietro, abbandonata, con un semiriso d'affanno e di
piacere su la bocca; lo guardava traverso il vapore de' suoi occhi
sperduti, senza ben comprendere quel che l'amante le diceva.
-- Quale cosa? -- mormorò.
-- Che andiamo insieme a rivedere la camera di Giorgio?
Ella trattenne un grido, rivolse la faccia nel cuscino, gli puntò con
forza una mano contro la gola, per respingerlo da sè, quasi volesse
punirlo di quella orribile celia.
-- Sei pazzo, Andrea?... Andrea!
Ma egli rideva malvagiamente, e lasciatosi cader sui gomiti raccolse il
capo di lei fra le sue mani, con tutta la capigliatura.
-- Non sono pazzo, no! Guárdami!
Ella fissò gli occhi, troppo grandi, ne' suoi: con gli occhi lo
ascoltava.
-- Ti amo, Novella! ti amo più che mai!... più che mai!... -- le diceva
scuotendole il capo; affondando le falangi nel tepore della sua nuca
morbida. -- Eppure, chissà, fra un'ora, fra un momento... non sarai più
mia!
Balbettava queste parole, curvo sulla bocca di lei, quasi piangendo, e
le serrava il collo con i polsi, nei quali sentiva battere la veemenza
del dolore che pativa.
-- Andrea, cosa dici?... non so cosa dici? Ma no! ma no!...
Egli scuoteva il capo, e scuoteva lei pure, duramente, facendole male.
-- Ascóltami bene... cerca di bene comprendere questa orribile cosa...
Mentre ti amo come un pazzo, bisogna che mi provi a perderti! Mentre ti
amerò ancora, e sempre, fino alla disperazione... tu, forse, mi odierai!
Amore, amore mio, puoi comprendere? Mi ascolti?...
Le abbandonò il capo, la sollevò intera fra le braccia, la strinse
convulsamente, gli si empiron gli occhi di lagrime: poi rise. Anch'ella
piangeva, lentamente, senza saperne il perchè.
-- Non importa se dopo mi odierai... Ma devi sapere una cosa che non
posso più tacerti. È venuta l'ora nella quale ci dobbiamo conoscere
interamente. Non importa se griderai... Solamente lasciami parlare!
parlare! perchè ti amo, e sono pazzo... e tu devi essere al pari di me,
pazza, pazza!...
Nel convulso, ella pure singhiozzava, stremata, soffocata, stringendosi
forte alla sua persona come in uno spasimo di voluttà.
Allora egli si tese, fece un arco di tutta la sua forza, dai calcagni
alla fronte, cercando quasi d'imprigionarla nel suo amore terribile; poi
le disse con ira:
-- Solamente ricórdati questo: -- se dopo mi odii, e mi abbandoni, e sei
d'un altro, e ti lasci baciare da un altro... io t'uccido! t'uccido!
t'uccido... _come ho già fatto un'altra volta!_
E ricaddero avviluppati nella profonda coltre.
Poi, nel dubbio che non avesse bene inteso, ripetè, scandendo le
sillabe:
-- Come ho già fatto un'altra volta.
Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di
rispondergli, cominciò nervosamente a ridere.
-- M'hai bene inteso?... Perchè ridi?
Ma senz'attendere la risposta, egli, d'un balzo, fu in piedi, si curvò
su l'amante, le disse:
-- Guarda: con queste mani ho ucciso!
Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a
poco a poco enormi, vuoti, fermi.
-- Chi?... -- fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio.
-- Giorgio!
Ella, ch'erasi un po' sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei
guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute
brancolarono, quasi per respingere un'ombra; poi, atterrita, si strinse
i pugni contro la fronte.
-- Allora... -- mormorò senza fiato, -- allora è proprio vero...
-- Sì, è vero, -- egli rispose, ben forte.
Ecco: aveva l'impressione d'essersi sparato nel cervello e d'aspettare
che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma
subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo
spirito. La vita cominciava un'altra volta, dopo un'attimo
d'interruzione.
Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo
coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello
stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che
inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d'un frutto acerbo.
Poi, guardando l'amante, s'accorse che sotto le sue braccia sollevate un
seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo
guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un
bimbo.
Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole
irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma,
una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio.
Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente.
-- Guárdami!
Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai
stata, con tutta l'anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi
paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse.
La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede.
-- Andrea...
Ma, nel parlare, la mascella le tremava d'un irresistibile tremito; una
sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si
ricoverse.
-- Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più
forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: -- «più forte» -- mi
sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu
forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno
scialle!...
Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta
sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello
stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po' le
dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi
provasse una singolare gioia nell'accorgersi che gli era tuttavia lecito
carezzarla come un amante.
Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i
piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata.
Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile,
ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di
nuovo che la vita cominciasse in quell'ora, ma fosse di una lentezza
esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la
lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d'oro batteva i minuti
secondi; nell'indugio del suo tempo interiore quella velocità lo
irritava.
Si accorse d'un disegno di luce che la lampada formava su la
tappezzeria; si accorse d'un moscerino che ballonzolava intorno al
paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo.
Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d'una certa
satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga
nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide
l'aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per
le corsìe dell'ospedale, con un'aria da sergente nel corpo di guardia;
poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra
Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d'estate, quando i medici di turno
se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino...
poi d'un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito,
molti anni addietro, nel corso d'una lunga navigazione.
A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena;
traversava sui transatlantici per vedere un po' di mondo. Il morto, egli
se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse
quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope,
senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per
qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e
la dissenterìa; si ricordava ch'era morto bestemmiando, in un accesso di
furore che gli fermò l'aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto
in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo
avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il
parapetto lucido...
Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi
rivedevano.
-- Andrea...
Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava sperdere in una
ridda continua d'allucinazioni, che a poco a poco assumevano l'evidenza
della realtà.
Ora gli pareva d'esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per
mare, con il vento a prua. D'improvviso irrompeva nell'ombra un'aurora
violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche;
sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante...
Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade
ambigue, con porte sbarrate. Egli l'attraversava correndo, per giungere
alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più
correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le
porte asserragliate si consumava l'orgia fino al sangue; la città era
piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava.
D'un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l'elettricità
scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade
senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta,
plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo:
«Ammazza! Ammazza!»
-- Andrea...
Si ricordò che l'aveva già chiamato un'altra volta, forse pochi secondi
prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il
cervello, guardò l'amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le
sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo
volto senza espressione. Si curvò, e disse:
-- Ora finalmente sono libero. -- Poi le chiese: -- Hai paura?
-- No! -- ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. -- No!
Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si
ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: -- «Come gli rassomigli!»
La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme
lentamente la riannodò, poi disse:
-- Quasi lo sapevo.
-- Tu?
-- Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e
tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza,
ch'io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi
giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo
pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così
profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora,
hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.
Qualcosa di virile, d'implacabile, ora le splendeva nella fisionomia
trasfigurata; la sua bocca d'amante, il suo cuore d'innamorata sapevano
dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il
velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un
segno barbaro di bellezza.
-- Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo
dovessi portarne il rimorso.
-- Non ho rimorso, -- egli l'interruppe con una voce sorda.
-- Chissà, chissà... -- ella rispose. -- Non bisogna troppo guardare in
noi quando l'anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio
povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello
che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la
tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo
perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a
nasconderci l'uno all'altra, se _nemmeno questo_ è bastato a distruggere
il nostro amore?
Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto
che suggellasse la loro complicità.
Un'ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò
quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia
scolorata.
-- Allora, -- le diceva, -- tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non
hai paura d'esser mia, dopo quello che sai?
-- No, no... -- ella rispondeva. -- Tutto può accadere nel mondo, tranne
che io non ti ami.
Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si
congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per
la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una
creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare
inginocchiato. L'adorava, sentiva per lei quello che nell'estasi
religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l'adorava come bellezza e
come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene.
Sì, questo era finalmente l'amore ch'egli voleva; non cercherebbe mai
più d'andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere
di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con
speciose credenze la fondamentale paura dell'anima, c'era _una verità_
che divinizzava quest'anima nel suo volo davanti alla morte; l'eternità
era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio
mondo, il senso d'apogeo, -- l'amore infinito.
Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita;
ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma
che sia davvero padrone del mondo.
La terra non vuol essere che un letto d'amanti, ove urge in ogni cosa
viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d'ogni anima
di rinascere nel perpetuo domani...
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Nell'alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire;
la nutrice paziente, dopo avergli tesa la poppa, cantilenava per
riaddormentarlo dondolando la cuna.
Allora ella disse all'amante:
-- Se dev'esserci un'espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se
tu hai avuto il coraggio allora, io l'avrò adesso, che ti sono per la
prima volta veramente vicina.
-- Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? -- egli le
domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza.
-- Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo
d'insensibilità. È il tempo ed è l'amore che lo tessono; bisogna cercare
d'aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così
felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla...
Vedi, è quasi facile...
-- Forse tu dici questo per ingannarmi.
-- Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani
ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più
indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi
ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada?
Una limpidità s'accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea.
-- Sì, anima... -- disse con ebbrezza, -- lo credo, lo credo!
-- Solamente chi avesse paura, -- ella riprese, -- non potrebbe far
questo. Nè io nè te sappiamo aver paura.
Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli
assomigliava: era nitida, inflessibile come lui.
-- Ricórdati, -- ella disse: -- la distanza è quella che meglio
seppellisce il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace,
rimanervi per sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono
rinunziare alla vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d'esser forte
com'eri, buono ed operoso com'eri. Quando mi dicesti che abbandonavi
l'Università, la Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma
pensai: -- «Tutto questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli
dirò: «Andiamo.»
Un colore di vita brillò su la fronte dell'uomo che non poteva essere un
vinto.
-- Come sei buona! come sei buona! -- esclamò con ardore. -- Sì,
Novella, hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d'essere,
come hai detto, buono e forte.
Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro
e soggiunse:
-- Poichè, vedi, anche nell'uccidere fui tale. Se avessi avuta l'anima
di un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio
delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi
sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa,
posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: -- Giorgio mi
ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole
indimenticabili, perchè lo facessi morire.
Ella dette un'esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli
occhi pieni di luce.
-- No, attendi!... -- egli l'interruppe. -- _Già era tardi_. Lo avevo
già condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della
sua vita. Ma una sera, -- quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti
nell'udirlo venire. -- Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: --
«Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto;
mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: --
«Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo
scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico
nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo
puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un
veleno!»
Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola;
me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora
più barbaro che se l'avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una
mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la
natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo
vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da
un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non
volevo!
Egli si fermò concitato. Bianchissima, l'amante lo ascoltava, seduta
sull'orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani
aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano
irrigidirsi.
-- Allora? -- ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa.
-- Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un
uomo non comprende mai: l'inutilità del proprio amore. In lui tutte le
passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l'amore, l'odio, la
viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il
nostro peccato. Mi ha detto: -- «Non posso più soffrire! abbi
compassione di me! fa ch'io muoia...»
-- E allora?...
-- Allora, dopo avergli quasi confessato: -- Ma, bada _ch'io non posso
più_ arrogarmi questo inesorabile coraggio... -- dopo aver avuta la
tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l'uccidesse la morte, ho
compreso mentalmente ch'egli aveva ragione, che lui ed io avevamo
ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata
l'ultima dose di veleno.
Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È
questo il veleno?» -- balbettò. E sopra vi pose un dito, come per
toccare la morte.
Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi
affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore,
innocuo, limpido come l'acqua. Poi snudò il braccio sinistro,
rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli
si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. -- «Come si fa?...» --
domandava ridendo.
«Così!» -- Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente
il suo polso, con l'ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita:
-- «_Io_ -- gli dissi, -- _io debbo finire di ucciderti_, non tu!» -- E
per punirmi, per non volgere la schiena, l'ho avvelenato, io, forte, in
un colpo, con la mia propria mano!
Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto
barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse:
-- Dopo?...
-- Dopo l'ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo,
piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a
chiamarti, là, nella tua stanza...
Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara
camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla
fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca
elettricità.
-- Báciami! Báciami! -- d'improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come
se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. -- Báciami
forte!...
Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette.
. . . . . . .
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Era l'alba; l'alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il
bambinello, forse per fame, s'era messo a vagire.
-- Senti?... -- mormorò Novella; -- ora piange...
-- Fra poco si riaddormenterà. Mi ami?
Un bacio ed ascoltarono.
Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma
era inquieta; per la prima volta s'accorgeva d'amarlo, sentiva quella
voce risuonare nell'eco della sua propria carne.
Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: -- Andiamo a
vederlo.
-- Sì?... vuoi?...
E furono _le stesse parole_, quasi _la stessa voce_ della notte
quand'erano andati a vedere il morto.
Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche
abito in fretta, e, presala per mano, aperse l'uscio verso il corridoio.
-- Fa piano, -- le diceva come allora, -- che nessuno si desti.
Addossati l'uno all'altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul
pianerottolo, dove già l'albore pertugiava con qualche striscia di
pallido fumo. Cauti salirono le scale.
Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire,
affievolire... Batterono all'uscio, chiamando la donna per nome affinchè
non s'impaurisse:
-- Lena, Lena...
Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo
per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e
camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue
braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza
infinita:
«Fai la ninna, fai la nanna...»
-- Che c'è? -- disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi
quei due signori. E tranquilla si fermò nel mezzo della camera, gravando
il corpo discinto sui calcagni piatti.
-- Nulla, -- essi risposero con una certa confusione. -- Siamo venuti a
vedere perchè piange il bimbo.
-- Voleva il latte. Ora dorme: guárdino.
Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida
si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava
un certo splendore di robustezza e di maternità.
Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell'olio, poi la fiammella mandava
intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola
vampa, simile a fiocchi di seta nera.
-- Dámmelo in braccio, -- disse paurosamente la madre.
Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un
po' di luce azzurra.
La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed
anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo
lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse
all'amante: -- Guarda!
Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti
sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile
vena.
Era ciò che di più bello aveva creato l'uomo: sè stesso; era finalmente
la ragione magnifica della vita, _la guisa di non morire_.
Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia
della donna che amava; un'ondata barbara di felicità gli travolse
l'anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità,
nella bellezza del mondo, l'uomo che cercava il Dio nella materia
comprese di averlo infine trovato.
Ora, dal cálice della notte, l'alba nasceva come un bianco profumo; nuda
usciva dalle braccia d'un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza
in un colore d'aria e d'infinito. L'alba diceva come il Gran Nomade: --
_Ieri e domani_. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si
vedeva il Tempo camminare.
Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò
il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse
all'amante con un sorriso:
-- Bácialo: è nostro!
Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna.
Ma d'un tratto, per l'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel
silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
La Canzone diceva:
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di malinconìa;
«non c'è nessuno che dica un pater nè un requiem per l'anima
mia.
«Non c'è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: -- Ieri e domani.»
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: -- Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti
portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le
mani...
«Cammina!... -- mi dice ridendo; -- la vita comincia domani.
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di
nevrastenìa;
«non c'è nessuno che mi pianga; neanche l'anima mia...
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome l'Inutilità.
«Se corri, -- mi dice, -- si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...
«Sei stato a una festa da ballo, -- mi dice, -- con lei che
ballava.
«leggera, frusciante, leggera, -- vestita, pareva, di biondo...
«Perchè -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto ballare nel
mondo?
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di
misantropìa...
«Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante, -- nel solco del letto
profondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto tremare
nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti
-- e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli
lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani... »
_Fine_
*Cominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in
Milano, la notte di Natale dell'anno millenovecentododici.*
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_DELLO STESSO AUTORE:_
L'amore che torna -- 1908
_Ottava edizione -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo_
Colei che non si deve amare -- 1910
_Nona ediz. -- dal 131º al 180º migliaio -- Romanzo_
La vita comincia domani -- 1912
_Ottava ediz. -- dal 106º al 155º migliaio -- Romanzo_
Il Cavaliere dello Spirito Santo -- 1914
_Quinta ediz. -- dal 41º al 70º migliaio Storia di una
giornata_
La donna che inventò l'amore
_Ottava ediz. -- dal 96º al 145º migliaio -- Romanzo_
Mimi Bluette fiore del mio giardino -- 1916
_Settima ediz. -- dall' 111º al 160º migliaio -- Romanzo_
Il libro del mio sogno errante -- 1919
_Terza ediz. -- dal 51º all' 80º migliaio_
Sciogli la treccia, Maria Maddalena -- 1920
_Terza ediz. -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo_
_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta
la ristampa._
_Nota degli Editori_
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