XI

-- Non vedo la ragione per la quale preferiresti ch'io vada senza di te,

-- ella rispose con voce carezzevole, davanti al suo rifiuto. --

Spiégami, Andrea, perchè desideri ch'io mi ritrovi sola fra quelle

orribili memorie?... No, no, Andrea! bisogna che tu venga; è necessario

che venga tu pure.

-- Necessario? E perchè?

-- Cosa penserebbero papà e mammà, ed anche Maria Dora, e tutti laggiù,

se tu evitassi di compiere questo, che mi sembra un dovere? un triste ma

inevitabile dovere? Dopodomani -- ricòrdati -- è l'anniversario.

-- Già, -- egli fece distrattamente, senza guardarla, con gli occhi

sperduti nel fumo della sigaretta, che intorno gli formava una larga

nuvola.

Era già, sul cader del giorno, l'ora soave quando incominciano a suonar

le campane. Aveva piovuto nel pomeriggio ed ora il cielo rischiarato

rompeva tra le nuvole in fuga: una fragranza primaverile rinfrescava

l'aria luccicante.

Ancora ella portava gli abiti da lutto; ma, seduta presso la finestra,

teneva su le ginocchia una leggiadra camicetta di colore, tutta pizzi,

frange, nastri, merletti, e con le forbici nel grembo, e con l'ago

infilato di seta flessibile pianamente l'andava ricucendo. Intorno al

collo s'era già rimessa un filo di perle, al dito le brillava il suo

meraviglioso rubino, e già dalla veste nera le spuntava sopra le

caviglie la frivola balza d'una gonnella colorata. Ugualmente si

vedevano, sotto la trasparenza del tulle che le velava la scollatura,

correre intorno al petto e sopra le spalle malnascoste i nastrini rosei

d'una camicia delicata. Fili di seta le si attaccavano alla sottana;

portava sul dito medio della man destra un piccolo ditale d'oro.

-- Poi, vedi, -- ella disse, posando su le ginocchia la camicetta che

ricuciva, -- non voglio andarvi sola... Credo che ne morrei di

tristezza. Or che sono divenuta con felicità una cosa tua, mi spaventa

il lasciarti anche per un sol giorno. Andrea, dimmi che verrai!

Egli era seduto a poca distanza da lei, sopra un divano basso; e protese

una mano per stringere la sua.

-- Prométtimi! -- ella insistette.

-- Perchè mi vuoi costringere ad una cosa inutile? -- rispose Andrea. --

Mi opprime l'idea di rivedere quella casa, quella tomba, e sopra tutto

mi sembra che il tornare insieme laggiù sarebbe quasi una ironia, quasi

un insulto... Non lo comprendi?

Ella riflettè un momento, poi disse, chinando il volto:

-- Sarebbe assai più crudele non andarvi affatto.

Andrea non volle rispondere; gettò in un portacenere la sigaretta

finita, ne accese un'altra macchinalmente, facendo scintillare la brage

nella ingorda boccata che aspirò.

-- Quanto fumi!

-- Come sempre, Novella. -- Poi contò le sigarette che gli rimanevan

nell'astuccio, e convenne: -- Forse hai ragione: fumo troppo.

Ella si levò dalla finestra e venne a sedergli accanto sul divano. La

dorata penombra della sera entrava dalle finestre azzurre, portando nel

suo lieve álito un buon odore d'invisibili giardini; si udivano, sopra

il mormorìo della città, rispondersi le campane distanti. Una striscia

lontanissima del cielo ardeva come un braciere, nel tramonto.

Ella si appoggiò contro il suo braccio, facendogli su la spalla un nodo

con le mani congiunte; sopra vi posò la guancia, e disse:

-- Raccòntami... cos'è accaduto ancora? Che hai?

Il respiro delle sue parole gli tormentava il collo.

-- Non mi ami più?... -- soggiunse, con una voce piena d'incredulità,

mentre tuttavia le sue labbra si orlavano di sorriso. -- Non mi ami più?

Egli allora non fece che attirarla sopra di sè, chiuderla nelle sue

braccia forti e rovesciarsi con lei su la spalliera del divano, quasi

volesse godere interamente la fatica del suo morbido peso, la gioia del

suo vivo tepore. Invece di risponderle, circondò con un lungo bacio la

sua calma fronte, le radici fulve come l'oro de' suoi capelli finissimi,

ch'eran pieni d'un'ombra luminosa, d'un foco buio, quasi avessero due

luci, come le foglie dei tralci vendemmiati, quando, asperse di rugiada

mattutina, brillano, d'autunno al sole.

Questa era la sua pace. Solamente così la sua fronte si rasserenava;

solamente nel calore della sua bellezza egli dimenticava ogni cosa. Gli

avveniva talvolta di guardarla con un senso di novità, come se non

l'avesse ancor del tutto conosciuta; nell'accarezzarla provava una

specie di religiosa paura. Quando pensieri troppo forti gli martellavano

il cervello, prendeva le sue piccole mani per fasciarsene le tempie.

Quelle mani avevano il colore luminoso delle perle orientali, erano

calme, lente, impure, come se non sapessero far altro che prodigare con

insidia carezze troppo voluttuose; quelle mani lo addormentavano: egli

era totalmente beato.

Così bella non era stata mai: nè quando la vide per la prima volta, nè

quando per la prima volta la baciò. In quei giorni per lui così

drammatici ella s'era quasi riposata, e rinasceva dopo la maternità,

sana, felice, con le vene gonfie d'amore, l'anima d'oblìo. Non aveva più

che un sogno: infrangere con quel rito anniversario l'ultimo anello

della catena, poi, trascorso alcun tempo, essere finalmente sua, sua per

sempre, legata, vincolata con lui fino all'ultimo giorno della vita.

Ormai poco le importava ch'egli abbandonasse una strada gloriosa, e

volontariamente, per cause non ben definite, si ritraesse a vivere

d'inerzia e d'esilio, se per tal modo ella poteva più strettamente

ravvolgerlo nel suo geloso amore. Egli le aveva comunicata quella

decisione con parole semplici: -- «Era stanco, si era fatto troppo

rumore intorno al suo nome; già da lungo tempo aveva desiderato di

ritirarsi a vivere per lei sola e con lei sola, fors'anche lontano di

lì, ricominciando la vita... L'occasione era propizia: l'afferrava.»

Ella credette, o finse di credere, a tutte quelle parole; ma nell'intimo

della sua bontà femminile pensò che bisognava medicargli a poco a poco

il cuore ferito. Essere in tal modo la sua compagna, e doverlo, non solo

amare, ma far scendere un velo d'oblìo sopra il suo dolore silenzioso,

-- questo era per lei, per il suo amore, la più dolce cosa. Gli disse

tranquillamente: -- Sì, Andrea, fai bene; hai ragione; anch'io pensavo

che avresti dovuto fare così.

E guardando con occhi di sorella nei profondi occhi dell'amante, spesso

gli mormorava con fedeltà:

-- Diméntica l'ombra dalla quale veniamo; la strada è ora così piena di

sole... Andremo, se vuoi, lontano; tanto lontano che nessuno ci conosca

più...

Ma egli frattanto non guariva, ed anzi ogni giorno la sua fatica

interiore diventava più manifesta; le pareva talvolta di sorprendere,

nelle sue parole, ne' suoi gesti, un'ambiguità indefinibile.

Ed allora, serrandosi contro l'amante, come per affacciarsi con occhi

ridenti sopra il suo dolore non espresso, gli mormorava sottovoce, con

un tremito:

-- Raccòntami... cos'è accaduto ancora? che hai?

Egli non rispondeva che frasi vaghe, ma invece ubbidiva come un bimbo ad

ogni sua volontà, e poich'ella desiderava di condurlo verso quella

tomba, fu debole, si arrese, partì.

Il treno li portava con rapidità per quella medesima campagna che tanti

sogni aveva inutilmente fatti nascere, un anno addietro, nello spirito

immaginoso di Tancredo Salvi. Ancora si vedevano a perdita d'occhio

infrangersi, con burrasche di fiori, le ondate immense delle praterie,

curvarsi la ricchezza dei frumenti, e il biondo color dell'estate

nascere nei venti della primavera. Su l'estremo válico dell'orizzonte il

disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vómero nella terra

lampeggiante.

L'uomo che aveva ucciso, nel tornare incontro al suo delitto sentiva

nascere in sè, proprio nel fatto intrinseco della sua vita, una

dissimiglianza, un antagonismo con quanto era principio e continuazione

di vita.

Anch'ella non era loquace; qualcosa d'imprecisabile, forse la sola

musica del treno corrente, li fasciava entrambi d'un vago malessere,

d'una sorda e pesante malinconìa.

Egli comprendeva quel silenzio, ed ella il suo; vicini l'uno all'altra,

con la paura entrambi d'aver fatto male a venire fin lì, guardavan per i

finestrini lo spazio fuggire indietro, verso il confine dell'orizzonte,

verso le imprecise lontananze, ov'era il mondo libero...

Erano entrambi così assorti nelle reminiscenze d'un passato non lontano,

che tanto Novella come Andrea non avevano quasi pensato alla gioia di

rivedere il loro bimbo. Sicchè furon quasi percossi di maraviglia

quando, nello scendere di vettura davanti alla scalinata, si videro

venire incontro, su le braccia d'una calma e robusta nutrice, un

bambinello in fasce, che stralunando gli occhi agitava le manine

paonazze.

Ambedue si guardaron fugacemente, non seppero se commossi o vergognosi,

e per nascondere la loro confusione si chinarono entrambi con un moto

concorde sopra le spalle ampie della nutrice, che sapeva di latte

odoroso. Ed ella, ridendo nella faccia adusta, sollevò su le braccia

rotonde, abili nel cullare, quel prospero infante, il qual parve

appartenesse a lei più che alla sua madre.

I cavalli andaron via facendo stridere la ghiaia; tra gli alberi

s'attenuava il rumore delle sonagliere. La serena casa era ferita nei

vetri dall'opposto sole; un'unica finestra rimaneva chiusa -- ed

entrambi la guardarono.

Adesso mamma Francesca s'affaccendava intorno a Novella, narrandole

infinite storie del suo piccolo bimbo.

«Quel bocconcello di carne aveva uno spirito indiavolato... quel

bocciolo di tulipano, gonfio e lucido, era d'una intelligenza e d'una

forza che sbalordivano; certamente incomincerebbe a parlare prima degli

altri bimbi, e -- secondo mamma Francesca -- somigliava come due gocce

d'acqua a Marcuccio quand'era piccino...

Nella serena casa nulla era mutato. Entrandovi, quei due che s'amavano

si sentiron d'un tratto investire dall'ombra di lontani fantasmi, furono

ancora subitamente l'amico e la moglie del morto.

Ecco: avevan scoperto il luogo dov'egli abitava. Non già nella sua

tomba, ma lì, sotto la loggia vetrata, nella poltrona di cuoio, carico

di scialli, vicino a Marcuccio che scriveva o faceva la calza, con i

suoi gomitoli di lana... -- lì, nella sala terrena, dov'era il cembalo,

il bellissimo cembalo a coda, in ebano luccicante, sul quale, un certo

pomeriggio ch'eran rimasti soli, ell'aveva suonato per distrarre

l'infermo una vertiginosa fuga di Bach, quand'era entrata la piccola

Natalissa con il suo fascio di rose gialle... Abitava lassù, nella

stanza chiusa, buia, morta.

Rabbrividirono.

E nel loro amore, che si era quasi dimenticato d'essere una cosa

nefanda, ritornò a vivere lo sgomento di allora, il tradimento che li

agghiadava e li ubbriacava, la febbre di tante lussurie che consumarono

vicino alla morte.

Quando la notte incominciò, nell'alte stanze della casa la nutrice

sonnolenta cullava il bimbo nella cuna, cantilenando con una nenia lenta

lunga lenta, che i muri antichi ripercotevano.

«Fai la ninna, fai la nanna,

fantolino della mamma...

. . . . . della mamma...»

Ed allora quando si coricarono, lontani, senza dirsi parola, stretti nel

peccato che li univa come in un gelido sudario, a poco a poco, nell'alta

camera dell'infante, anche la nutrice s'addormentò.

Il silenzio divenne profondo come la fuga di un fiume sotterraneo. Ma

udivan entrambi, nello spessore delle pareti, piovere, scendere, un non

so che d'inafferrabile, che non faceva rumore, come neve.

Eran presso e lontani, solo divisi da una fragile parete; facevan quasi

uno sforzo mentale per allontanarsi ancor più; ma provavano tuttavia la

sensazione che l'ombra li tenesse avvinti, bocca su bocca, mortalmente,

implacabilmente avvinti, in un amplesso che li stremava d'ebbrezza e di

terrore.

Ma d'improvviso ricominciò a passare, come per un miracolo della

memoria, quella notte che ormai erasi evaporata nella dispersione

continua del Tempo. E come allora, d'un tratto rividero nella chiara

camera funeraria il raggio di luna che vestiva il cadavere dal piede

alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca

elettricità...

. . . . . . .

«... non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e

freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore

della sua carne, al gelo della sua materia spenta.

-- «Vedi, -- egli disse -- com'è tranquillo?»

Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo,

cogli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.

Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come

fosse piombo.

Alte, nel miracolo della notte, le stelle così numerose che parevan nel

deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di

splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo

frantumato nella sabbia e balenante sotto lo sfarzo del sole. La notte

bruciava ne' suoi vertici, aveva sopra il suo fosco edificio invaso

d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce,

l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.

-- «Vedi, com'è tranquillo?»

La luce azzurra gli metteva intorno alle radici dei capelli una specie

di scintillamento.

Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto, e teneva

le braccia contro il petto, incrociate per i polsi.

-- «Giorgio...» -- profferì, non per chiamarlo, ma quasi per accertarsi

che fosse ben lui.

Poi allungò la mano e lambì la coltre, lievemente, ritraendola con

velocità...

Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza

dell'altro, mandargli un timido saluto, profferire per lui una dolce

parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte

che non ricordava più... Adesso le pareva necessario di fargli conoscere

il suo dolore, e dirgli, se pure non udisse: -- Povero, povero amico

mio...

E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un

bacio nè una confidenza nè un secreto, senz'una di quelle parole

conclusive che fanno men buia la morte a chi vi sprofonda e a chi guarda

morire...

-- «Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi e non c'ero! Hai

voluto forse confidare a me sola un ultimo desiderio e non t'ho potuto

ascoltare... Da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore...»

-- «Vedi, com'è tranquillo?...»

Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo, ma su l'altro teneva un

gomito e nei palmi la fronte.

Nel medesimo tempo egli guardò il morto, e gli parve straordinario che

vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana. Ma due sole

immobilità perfette occupavano la stanza ed un solo raggio le aumentava

nel suo fermo splendore.

Poi, d'un tratto, la vide roteare sul ginocchio piegato; la pianella

scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era

scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni facevano, sollevando la

camicia, una profonda incavatura.

Dopo di lei osservò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non

si fosse chinata fuor dalla proda per guardare in giù.

-- «Vedi?» -- gli disse mentalmente, con un riso che non saliva sino

alla bocca.

Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio...

-- «Vedi?»

Un usignolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante,

sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo

stordiva... Il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante

nell'inmensità.

«Uuh!... Fi... Perchè canti? -- Vattene!» L'usignolaccio saltava. Era

proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro

le foglie sonore.

-- «Vedi?»

Un filo d'aria notturna soffiò fra i capelli radi del morto, e li

scompose; poco dopo una nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il

filo che portava quel fascio d'elettricità.

-- «Vedi?» --

E la nuvolaglia se n'andava piano piano, il raggio tornava, più mite,

più forte, parendo invadere la stanza e colmarla come un fiume.

-- «Via... via... -- balbettò quando fu ritta; -- pórtami via!»

Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, involontariamente si

baciarono.

-- «Dammi da bere!... -- ella fece, comprimendosi il petto soffocato, --

brucio di sete!»

-- «Acqua? -- egli disse. -- Non ho che acqua.»

Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio

dell'alto suo ramo il cantatore solitario snodava, buttava i suoi

gorgheggi con impetuosa magnificenza, come nell'aria brillando lancia i

suoi vertici una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva

nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le

vellicassero il ventre viscido per farla ridere, o si fosse ubbriacata

fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.

Egli si andò a sedere su l'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo i

gomiti su le due ginocchia, le mani allacciate, la fronte china.

Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò alla finestra,

guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.

Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore.

Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un

grande fiore di magnolia sfasciarsi, cadere in frantumi sotto il lucente

albero, come una porcellana spezzata.

Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli e sottovoce disse:

-- «Che ora è? Tardi?»

Egli guardò l'orologio distrattamente:

-- «Le tre passate.»

Cominciava un dondolio sonnolento per le cime degli alberi; i prati

lontani mutavano colore.

-- «Che faremo?...» -- ella domandò con un tremore fin nell'anima.

-- «Non so.»

Stava ritta contro le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le

spalle. Egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e,

senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle nuda,

sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di

lei.

-- «Tu l'amavi!» -- egli esclamò d'un tratto con iracondia, senza levare

il capo.

-- «No... taci...»

E come per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo

baciò...

... poi lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che

imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti,

quasi una colonna di fumo che soffiasse, non da un incendio, ma da un

gelido remoto mare. Veniva per la finestra, con l'odor fluviale dei

narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata

d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un

vortice...

Una chiarità nasceva nell'oriente concavo; i prati lontani mutavano

colore.

Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la

fasciò fino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli

occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:

-- «Dormi?...»

. . . . . . .

Fu la notte più lunga e più calamitosa che vissero mai nella vita. Li

divideva solamente una parete, una fragile parete, attraverso la quale

si vedevano, si udivano, -- ed una porta non difficile ad aprirsi, che

ogni tratto pareva si spalancasse da sè.

Non s'erano mai amati con tanto brivido nè con un senso più inesorabile

della loro complicità. Ora si accorgevano che il delitto era veramente

l'essenza della loro passione, comprendevan che il senso della morte

aveva sempre alimentato come un'esca la lor tragica fiamma.

Perchè non gli avevano data la medesima stanza dell'altr'anno? Chi mai,

nella casa, aveva creduto necessario avere questo delicato e crudele

pensiero per lui? Perchè tacitamente l'avevan messo a dormire presso la

camera di Novella, con una sola porta fra loro, e che potesse aprirsi

con tanta facilità?...

La mattina dopo s'incontrarono, lividi, come se avesser ucciso ancora

una volta. E compirono il rito funerario con una specie di meccanica

obbedienza, di freddo rispetto, al senso di quel dovere ultimo. Ancora

una volta la famiglia dell'ucciso li aveva lasciati soli, vicino a

quella tomba.

Vi andaron per la via della campagna, veloci, senza guardarsi, con le

braccia cariche di fiori. Il sole raggiante li assiderava; l'orizzonte

si moveva davanti alle loro pupille, come, dalla prua d'un veliero, il

confine dell'oceano.

Ella camminava rapidamente, vicino a lui, talora toccando il suo

braccio, talora lontanandosi d'un passo; fili d'erba e fuscelli di

paglia s'attaccavano alla balza della sua gonna rumorosa; ogni tratto

egli vedeva luccicare le fibbie d'acciaio brunito che ornavano le gale

delle sue scarpine.

Aveva il torto, in quel mattino di primavera, d'essere più nuda e più

femminile che mai.

Senza che lo facesse apposta, l'abito nero e la compunzione del suo

volto non facevano che accrescere visibilmente i segni della sua

impurità. Era bella, bella, bella, e pareva scesa da un letto nel quale

avesse amato infinitamente, pareva che portasse per una offerta profana

quel fascio di fiori profumati.

-- Andrea...

-- Mio amore?

Egli disse queste parole senza volerlo, istintivamente, come le avrebbe

dato un bacio. Se ne pentì.

-- Non camminare così presto; inciampo...

Egli rallentò il passo, e proseguirono a fianco a fianco, fra due siepi

di robinie cariche di grappoli che mandavano un profumo soverchiante.

Dietro le siepi vedevano qua e là i buoi camminare possentemente,

trascinando l'uomo e il solco.

Ella non s'era messo nè mantello nè cappello; solamente un velo di trina

su la capigliatura luminosa. In quella semplicità, la sua carne

trasparente brillava come un gioiello di straordinaria purezza.

-- Andrea...

-- Che vuoi?

-- Non ho dormito.

-- Io nemmeno.

Parlavano, ella sommessamente, egli forte.

Il cimitero biancheggiò d'un tratto. Ella disse:

-- Férmati.

Egli ubbidì; rimase qualche attimo fermo; poi le prese una mano, quasi

di nascosto, e la condusse.

D'improvviso, davanti alla tomba, s'accorsero che non avevano più alcuna

paura. Fra i cimiteri, su l'orlo dei sepolcri, dove la polvere torna

polvere, l'uomo non può più credere neanche nella divinità della morte.

Invece li afferrò senza remissione la gioia d'ogni cosa viva, il senso

pagano della vita; s'accorsero che faceva un bel mattino di primavera;

la terra fertile si gonfiava di rugiade iridescenti; l'aria inondata di

sole tramandava ilarità; le tombe non erano che piccoli giardini; fra

gli alberi del cimitero le nidiate cantavano.

Ella disse, _come allora_, deponendo i fiori:

-- Povero, povero amico mio...

Ed egli, con una specie di atono stupore, andava leggendo le parole

incise nella pietra funeraria:

GIORGIO AURELIO FIESCO

INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL

COSTRUTTORE DEL PONTE DI CIMBRA

NATO... MORTO...

PACE

«_Pace_» -- Che mai significava questo voto funerario? C'era forse una

verità superumana in questo segno di quattro lettere? Quale senso aveva?

Era essa una parola di ammonimento?... Una sigla tombale?... Una fredda

ipotesi?...

Era una parola: -- ossia niente.

«_Pace_»

Tuttavia, nell'irrealità universale della umana conoscenza, pareva che

questa parola avesse un significato maggiore di tutte le altre, più

profondo, più interminabile... «_Pace_»

Ed egli pensava:

«Qui dorme l'uomo che uccisi. Di sotto quel puro marmo la sua faccia

devastata mi guarda. Ride, ride... come allora... sì, me ne ricordo. --

È un fatto grave? -- Non è grave: è nulla.»

Davanti alla opaca terra che nasconde il perpetuo marcire che si compone

di dissolvimento in ogni átomo della sua polvere, la morte non era più

una cosa grave, non era più che un'astratta immanenza del passato

nell'avvenire, in verità somigliante alla parola: «_Pace_», -- una

specie di sorda memoria delle cose che furono, dentro quelle che

saranno.

Egli rilesse, questa volta con maggiore attenzione, le parole incise:

GIORGIO AURELIO FIESCO

INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL...

D'un tratto, come se si squarciasse nel suo cervello una densa tenebra,

umanamente lo rivide, com'era nella sua gioventù, quando insieme avevano

intrapreso ad ascendere per il cammino della vita. E intanto rileggeva

macchinalmente la parola di quattro lettere, vuota come un cerchio

d'ombra che s'allargasse nel brillante etere, la parola che gli sembrava

beffarda come il sogghigno della morte... «_Pace_»

Sul marmo polito un'iride di sole picchiava nel triangolo della terra

«A»: la pietra balenante si purificava nel fuoco settemplice

dell'arcobaleno.

Da quando Giorgio era morto, ella non aveva pregato mai più; teneva ora

le mani congiunte, ma il cuore non le suggeriva alcuna parola, ed anzi

le pareva ormai che fosser morti anche il senso e l'ideale della

preghiera.

D'un tratto egli afferrò le sue mani, ch'erano intrecciate, le strinse

con una dura forza, e la condusse via.

Oh, come cantavano le nidiate in quel mattino di primavera!... Quanto

sole, quanto sole a perdita d'occhio, su la magnificenza della vita!...

Varcaron il cancello, e, fermi su la proda, guardaron abbacinati nel

chiarore della strada maestra.

Venivano in su due carri, al passo, levando poca polvere; i carrettieri

distesi sulla paglia, cantavano a voce spiegata.

Senz'abbandonare la sua mano, egli la trascinò lontano dalla strada,

rasente il muro del camposanto, per il viottolo che s'inoltrava nella

campagna; ed ella, sentendosi più lieve, si appese felicemente al suo

braccio.

-- Dimmi, -- egli domandò convulso: -- vuoi ancora essere mia?...

Ella non comprese la sua domanda, oppure non volle interamente

comprenderla; ma gli si annodò contro la spalla, con un movimento

femineo, rovesciando il capo all'indietro per fargli vedere che la sua

bocca rideva.

-- Dimmi, -- egli ripetè con forza: -- vuoi ancora non abbandonarmi, non

odiarmi anche tu?...

S'eran fermati nel folto; invece di rispondere gli tendeva la bocca

rossa, gli occhi innamorati, la sua turgida gola bianca di cipria,

stringendolo così forte nelle sue braccia ch'egli doveva da ogni fibra

udirsi rispondere: -- Sì!

-- Allora ódimi -- egli disse, pallido in verità come la morte: --

bisogna che tu sappia una cosa, perchè non posso più conoscerla io solo.

-- Raccóntami... -- ella rispose, impaurita, lasciando cadere le braccia

che a lui si reggevano.

Con uno sguardo mortalmente vuoto egli fissò l'amante, la campagna, il

mondo... fu sul punto d'incominciare; poi tacque.

-- Raccóntami... -- ella cercava di persuaderlo, carezzandogli la faccia

pallida con le sue falangi odorose di fiori.

-- No, -- egli rispose, -- non qui. È meglio che non sia qui. C'è troppo

sole...

La vita comincia domani: romanzo · 第 33 / 34 题