Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento
equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.
-- Non dubitare che mi vendico! -- borbottava a denti stretti, ripreso
da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella
medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno,
immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo
scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad
eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva.
Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava
da capo.
-- «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» --
-mormorò Tancredo a mezza voce.
Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno
l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il
violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.
-- Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!
E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la
faccia incollerita. Per prudenza Tancredo si levò in piedi e fece atto
di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.
-- Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per
carità... si calmi, professore!
Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a
manate: Professore, professore...
-- Non ti piace la musica, eh? -- lo derise Marcuccio, battendo
l'archetto sul violino.
-- Così così...
-- Allora forse preferisci che ti legga una poesia?
-- Ecco, -- disse Tancredo con longanimità, -- preferisco.
Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato
di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori
che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:
«Sette matasse di lana
di sette colori che sono:
il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,
-- gli altri due non so più --
hanno filato le monache
per fare il lenzuolo di morte
ai morti del paese.
Sette matasse di lana,
perchè si marita domani
il maniscalco che batte,
che picchia, che batte, che picchia,
sui ferri, tutta la settimana.
Sette matasse di lana.
-- Ti piace?
-- Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il
verde, il bianco, il blu, -- gli altri due non so più...» Bello! molto
bello!
E Tancredo batteva le mani.
-- Silenzio! -- impose lo scemo. E ricominciò:
«Sette rocchetti di refe,
di refe bianco e di refe turchino,
hanno filato le monache
per fare una vesta da festa,
tutta bianca e tutta rosa
alla Berta che va sposa:
alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
-- Questa è migliore! -- applaudì Tancredo. -- «Alla Berta rossa, che ha
la pancia grossa...» -- Un capolavoro!
E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa,
scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l'avevan lasciato
solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle
campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.
Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d'idee, nè a
lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che
precisamente gli occorreva.
«_Ecce homo!_» -- esclamò d'un tratto, pronunziando a fior di labbro
questo nome: -- Dandolo Zappetta.
Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato
cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.
Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da
bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s'era fatto
lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che
gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.
La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei
libri al finire d'ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo
bocchino d'un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come
quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal
favoloso regno di Punt.
Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro,
più bello che l'oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene
d'argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d'un altro legno
quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano
reame di Punt, e mille altre bazzecole d'un valor grande invero, che
formavano i beni della sua felicità. Quest'uomo singolare, non c'era
cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non
faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe
di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e
scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del
pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell'anno la
sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere
servigi a' suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non
doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo
pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si
doleva gran che.
Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande
consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel
delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo
quando apposta la selvaggina.
A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per
amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant'altra mai
vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di
una piccola celebrità.
«_Ecce homo!_» -- esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la
natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente,
licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in
treno.
Era una giornata calda, con minacce di temporale. Guardando fuori dal
finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que'
brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada
incontro ad una fosca tragedia senz'averne il più lontano presagio.
Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di
sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio
dappertutto.
Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe
fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.
Quando arrivò a casa, Caterina, ch'era occupata nello stirare le sue
camìce, depose il ferro e gli fece un'accoglienza festosa.
-- Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?
-- Incendio! -- egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una
seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e
Patcioulì, i due gatti soriani ch'essi tenevano per lor diletto a far le
fusa intorno al focolare.
-- Fa piano, tesoro... -- lo esortò Caterina. -- Quando entri tu,
entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai
ereditato almeno?
Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: -- Ecco l'eredità!
-- Me lo immaginavo, -- ella fece senza grande rammarico. -- Figùrati se
quegli egoistoni pensano a te!
-- Ma, ma, ma... -- l'interruppe Tancredo. -- non è detta l'ultima
parola!
-- Davvero? E come? Racconta.
-- Ora non ho tempo; devo uscire sùbito.
-- Almeno dammi un bacio, bellezza d'oro.
Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo
fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un
certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente in
quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti
già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo
Zappetta.
Saverio trovò eccellente l'idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle
spese, risolsero di farle a metà.
-- Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? --
domandò Saverio.
-- Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba!
Tosto s'avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica
i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello.
-- Chi è? -- fece dal di dentro la voce affabile dell'omino.
-- Amici, -- risposero i due tamburellando con le nocche su l'uscio.
Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due
vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all'in sù come
le prore di due gondolette.
-- Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!
Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra,
v'eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n'eran coverte,
sicchè pareva d'entrare nel ripostiglio d'un bizzarro museo. A terra,
dietro il capo del letto, v'era un mucchio di libri, coverti da uno
strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di
boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che
dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.
La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una
gattaiuola e così alta nel muro che certo l'omino doveva salire sopra
una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano
senza porta metteva da quella stanza in un'altra più piccola,
rischiarata solo da una finestra a bótola.
-- Ora vi libero il divano, -- disse Dandolo. -- Abbiate pazienza.
E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.
-- Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi
ringrazio, così non s'impólverano.
-- Figùrati! -- rispose Tancredo. E cercò dove quell'omino tenesse i
suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d'una
seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v'era un paio di
scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.
-- Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un
anticipo all'andata ed una buona gratificazione al ritorno? -- domandò
Tancredo, entrando filato nell'argomento.
-- Se avete bisogno ch'io vada in campagna, -- rispose Dandolo
umilmente, -- ci vado senz'altro. E dove?
-- È un paese ricchissimo di farfalle, -- spiegò Saverio con un
risolino.
E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche
verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una
tappezzeria fantastica.
-- Dandolo Zappetta! -- esclamò Tancredo, -- qui vedremo veramente che
uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d'una inchiesta siffatta,
la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per
mettere a soqquadro l'Italia!
-- Davvero? -- esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un
eccessivo stupore.
Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi,
particolari, fece al poliziotto un'arruffata e misteriosa narrazione.
Durante questo racconto lo Zappetta prese un'aria quanto mai distratta,
mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro
d'un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse
al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d'essere in
mutande, faceva tratto tratto il movimento di chi voglia ficcarsi le
mani nelle tasche.
-- Dunque? -- l'interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel
silenzio.
Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole
tonchinesi riprendendo contatto con la terra.
-- Ecco, -- spiegò loro con mansuetudine. -- Voi mi fate l'effetto di
due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi
rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per
nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo,
cari amici, non verremo a capo di nulla.
-- Non ha torto, -- ammise Tancredo guardando il Metello.
-- Statemi a sentire, -- cominciò Dandolo in tono confidenziale. -- Con
quello che m'avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se
volessi, le lacune del vostro racconto.
-- Non ha torto, -- ammise anche il Metello.
E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro
segreto.
-- Ahimè!... -- fece allora lo Zappetta. -- Mi pare una cosa tanto
grave, ch'essa tocca l'inverisimile.
-- Così è, -- rispose Tancredo con modestia.
-- Ebbene, -- precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, -- supponiamo per
un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato,
e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante,
il fratellastro di Tancredo, l'ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno
le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati
necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.
-- Ottimamente! -- applaudì Tancredo.
-- Ma se invece si trattasse d'un abbaglio, d'uno di quei fenomeni che
sono talvolta l'ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di
pazzia dell'Anonimo, e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui
rumori d'una borgata, macchinare contro quest'uomo, che ammiro
altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa
insomma che abbia l'aria d'un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi,
di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò
mai!
I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero
fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: -- Poverino!
che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! -- Poi
Tancredo rispose con voce burbera:
-- Va bene, va bene!
Ed il Metello aggiunse:
-- Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale.
-- Io amo gli accordi chiari, -- precisò lo Zappetta. -- Ed ora torniamo
al primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l'ho ricostrutto,
Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi
seguite?
-- A puntino.
-- Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo
sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto
qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società
negli ozî d'una patria galera.
-- Càpperi! -- saltò su Tancredo.
-- Verissimo!... -- dichiarò il Metello; -- ha ragione lui. Non ci avevo
pensato.
-- C'era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola
aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla
conquista dell'Impero Romano... Sapete cosa gli capitò?
-- Lasciamo gli scherzi, -- fece Tancredo, -- e spiégati.
-- Ecco, mi spiego, -- disse allora Dandolo, -- Voi dimenticate una
cosa. Il Ferento, oltre la sua propria forza d'uomo politico, di
agitatore, di scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più
potenti capi della Massoneria.
-- Stavo per dirlo: è massone! -- confermò il Metello.
-- Dunque a voi due pare -- disse Tancredo -- che non si possa far nulla
contro un uomo così potente?
-- Non volevo dir questo, -- riprese lo Zappetta col suo tono
dimostrativo, -- ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la
certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi
zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì.
Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi
un rivale della sua tempra, o l'avversaria che vince tutti: la folla.
-- Sei eloquente! -- esclamò Tancredo.
-- Sono giusto, -- corresse Dandolo, -- giusto semplicemente. Oggi
ancora, dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una
soffitta, mi sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi
acquisita la certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una
certezza mia propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è
maggiore dell'ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società;
quindi va smascherato.
-- E concludendo? -- fece il Metello, cui non importavan assolutamente
nulla questi aforismi.
-- Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete.
E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l'orologio di similoro che
teneva in una foderetta di lana.
-- Benissimo, -- acconsentirono i due compari.
-- Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre
perchè non entri vento.
L'omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura
li portava nell'altro bugigattolo, facendo su l'ammattonato con le sue
pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano
su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era
liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di
lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria
esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse
parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e
mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento
piegati in quattro.
-- Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue
spese.
-- Va bene, -- rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise
in un taschino del panciotto.
Solo, nel trasportare l'ultimo cartone, domandò:
-- Quanto mi avete dato?
E scomparve nel bugigattolo.
-- Duecento lire! -- gli gridò appresso il Metello con una voce
accrescitiva.
-- Non bastano, -- rispose Dandolo, tranquillo.
-- Oh, diamine! -- esclamarono tutt'e due. Dandolo riapparve:
-- Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come
ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo,
società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di
terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le
persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che
possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario
che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si
vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria.
Mi capite?
-- Vedi come si fa? -- disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma
questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno.
-- Poi, -- riprese Dandolo, -- avrò a che fare con giornalisti, e
costoro, anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son
persone alle quali si deve ogni specie di riguardi.
Ora Dandolo s'infilava i calzoni.
-- Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè
come un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è
diventato l'evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa,
e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa
tutto: è la balia ed il carabiniere dell'uomo. Annunzia la vostra
nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la
fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri.
Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire
anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il
giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le
alleanze? la politica?... -- Il giornale.
Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un
Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato
un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il
giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo
giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un
terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste
chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile
soldo?...
V
Per una casa d'uomini era dunque passata, ed or già lontana pesava la
fredda ombra della morte. Un'altra notte saliva nei millenni, bruciava
le sue stelle vertiginose ai perduti confini del mondo.
Quanti anni eran trascorsi dal primo giorno che un uomo uccise? dal
primo giorno che un essere amò?
Nulla; non si sapeva nulla. Tutto continuava senza meta, nell'infinito
inutile andar del Tempo. Non si udiva che una sorda campana battere a
colpi disperati... Era la campana della Bufera, la campana della
Distruzione, la campana dell'Inutilità.
E diceva infinitamente nell'infinito:
«Io sono il Tempo: -- ieri e domani.
Io sono il principio di tutte le cose, -- la fine di tutte le
cose -- ieri e domani.
Quando vedrete accendersi una stella, direte com'io dico: --
ieri e domani.
Quando sarete giunti all'ultima di tutte le parole che sembrano
vere, -- dubiterete che sia vero il Tempo: -- ieri e domani.
Quando sarete giunti a questo dubbio, comprenderete che sono
fermo, -- che sono fermo come voi, uomini, e non esisto: -- ieri
e domani.
Allora non sarò più il Tempo; -- non sarò nè il millennio nè
l'istante: -- ieri e domani; sarò la favola eterna del mondo: --
ieri e domani.»
Lontana dall'amante, sola, nella sua coltre insonne, a lei pareva
tuttavia di commettere peccato. E più forte, fra quei brividi che han
nome di rimorso e di paura, la gioia del sentirsi libera le irrompeva
nell'anima come un'ondata barbara di felicità, le brillava come un fuoco
di stelle sui vertici della vita.
Egli stesso non aveva osato entrar nella sua camera, ma, chinando gli
occhi, le aveva detto sul limitare: -- Non ancora, non ancora... È
troppo presto, amore mio...
Le aveva detto così, ed ella sentiva come lui che «troppo presto» era
infatti per cominciare l'oblìo. Bisognava che il morto scendesse più
profondo nella terra tenace, bisognava che anche l'ombra di lui si
cancellasse da quelle tragiche pareti.
Or si rammentava d'essere stata una sorella, una buona e devota sorella,
ma già le batteva nel cuore il felice cuore dell'amante.
V'è un giorno della vita il quale pare che raccolga in sè la conclusione
di tutto quel che si fece, il seme di tutto quello che si farà. Ella
pensava: -- «Questo giorno è venuto».
E mandava l'amore a cercare di lui, nel suo letto lontano, come traverso
la notte manda il suo profumo un fiore.
«Vivrò -- pensava -- nella tutela della sua forza, nel calore del suo
coraggio; mi parrà, nelle sue braccia, di tornare ogni giorno a vivere
la prima ora di vertigine, il primo smarrimento che provai.»
E insonne si volgeva nella coltre molesta, evocando l'ombre del suo
rimorso per incutersi maggior paura, ma pensando invece all'amore con un
cuore involontario.
Egli le aveva detto: -- «È opportuno ed è necessario che fra pochi
giorni ti lasci. Cerca di comprendere, Novella, ch'io debbo fare
così...»
Diceva questo guardandola, tenendo le due mani posate su le sue spalle
con un atto di protezione e d'amore. Ella taceva; ma un grande
smarrimento le invadeva l'anima; continue lacrime le brillavano su le
ciglia ferme.
Perchè lasciarla sola in quella tetra casa, dove non troverebbe alcun
rifugio, quand'egli fosse lontano da lei? Perchè non portarla con sè
nella loro città febbrile, nella loro città violenta, ov'egli sarebbe un
uomo operoso ed ella un'amante nascosta? Perchè dissimulare, ed ormai
vanamente, quello che tutti sapevano?
Ma egli l'aveva serrata contro di sè per consolarla, ed aveva detto: --
«Non ancora. Devo, per un'ultima volta, partir solo. Bisogna che tu
cominci ad essere una mamma, Novella, ora che lo puoi. Ricòrdati che il
nostro bimbo dovrà, nascendo, chiamarsi con il suo nome. È triste, è
orribilmente triste... ma, che vuoi? l'uomo, anche il più forte, non può
sottrarsi a tutte le catene, a tutte le commedie che intessono la vita.
Più tardi certamente l'adotterò, farò in modo che il tempo me lo renda;
ma, se vogliamo che sia felice, deve nascere nel cammino giusto, cioè
nella menzogna. Tuo padre, tua madre, chiunque ci conosca deve _poter
credere così_. Perchè, solamente in questo modo, l'opinione della gente
saprà tollerare ch'io ti abbia amata. E sei tu che devi proteggere la
nostra creatura, Novella... mi capisci? Sei tu.
«Più tardi potrai venire in città, con Dora e con tua madre, se non vuoi
trovarti sola in quel tuo appartamenento che forse ti spaventerà un
poco. E attenderemo insieme che nasca il nostro bimbo, quello che noi
dovremo amare molto, molto, Novella, perchè gli abbiamo dato più che la
nostra vita...
Così parlando la guardava; una specie d'inerte fissità incatenava i suoi
occhi per solito così mobili; una specie di pesante oppressione
incurvava la sua maschia fermezza.
«Quando sarà nato, -- egli riprese, -- potremo finalmente pensare a noi;
potrò dire finalmente che ti amo, che ti amo, e lo dirò così forte,
Novella... con tanta gioia lo dirò, che forse ci perdoneranno. Perchè,
vedi, se è vero che tu dovevi essermi vietata come poche donne lo furono
ad un amore, certo nessun coraggio fu mai più grande nell'amore, del
coraggio che ho saputo avere per te...»
Nella veglia ella ricordava queste parole, ma senza cercare di
conoscerne il remoto senso; le ricordava come una musica d'amore che le
avesse inebbriati i sensi e quasi come la memoria d'una snervante
carezza, d'un lungo e lento bacio che le avesse affaticata l'anima.
Ed era felice di sentirsi ancor giovine, ancor bella, e così piena e
così persa d'amore, da potersi concedere senza paure all'uomo che amava,
da potergli rendere con pienezza quella gioia soverchiante ch'ella
traeva da lui.
Era stanca, le dolevano le spalle, i ginocchi, le braccia, le tempie;
non le riusciva d'addormentarsi, e quasi per scendere incontro al sonno,
si adagiava nel letto più supina, cercava ne' propri capelli sciolti un
più morbido guanciale. Ma, ecco, le avveniva di pensare con qual
dolcezza si sarebbe addormentata nelle braccia dell'amante, reclinando
sotto il suo respiro la fronte ismemorata e sentendosi a poco a poco
disperdere in una immensa felicità, in un riposo che le parrebbe il
limite dell'amore umano, la pace dei sensi e dell'anima, il piacere che
non affatica più...
Ma poichè non poteva trovar sonno in quella ingrata coltre, si levò a
sedere sul letto e con le braccia ricinse le ginocchia sollevate.
Stando così, a mezzo fuori dalla coltre, il profumo del suo proprio
corpo l'avvolgeva come un odore inebbriante.
Una tristezza grave le assalse l'anima, poichè, lontana dall'amante, le
pareva che scendesse un velo su l'infinito mondo e naufragassero tutte
le cose in una vuota inutilità. Ella era donna, perciò non aveva
battaglie nella vita, non miraggi verso i quali avventarsi con eroismo
nè fatiche assidue che a lei riempissero le lunghe ore del giorno; era
solamente una donna, un voluttuoso cuore d'innamorata, fino allora
vissuta in ischiavitù, ed ormai, sopraggiunta la liberazione, dal più
profondo pensiero alla più tenue vena, la beata sua giovinezza non
sapeva che offrirsi all'amore.
-- «Non mi addormenterò, -- pensava -- s'egli non viene a baciarmi, e
sarò triste nella mia solitudine, come se qualcosa del nostro amore
fosse già vicino a morire.»
Cominciò a riflettere: -- «S'egli mi dimenticasse?» -- Ripensò la storia
d'altre amanti, l'abbandono d'altre innamorate, che anch'esse avevano
amato come lei; sentì ch'era donna ella pure, onde aveva nell'ombra de'
suoi passi un nemico inesorabile: il Tempo... e invasa da una folle
paura tornò la sorella del morto, confuse il rimorso nella tristezza,
pianse dell'amor suo con lui.