«La vedrò finalmente questa vedova!» pensava Tancredo, camminando in un
salotto attiguo alla sala da pranzo, mentre, per la porta socchiusa,
intravvedeva la Berta posare su la credenza un bel piatto fumoso.
Egli tornava dall'aver accompagnato alla stazione il suo compare Saverio
Metello, col quale aveva per l'appunto scambiate quelle quattro
chiacchiere che si erano promesse.
In quel momento entrò la signorina Dora, che, toltasi il cappello ed il
velo di crespo, ancor più frivola di giorno e più leggiadra gli parve
che di sera.
-- Lei ha fame probabilmente, signor Salvi, -- disse con la sua voce
fresca e maliziosa.
-- Peuh... un tantino. Ma non ci pensavo neppure. In queste gravi
circostanze...
-- Certo, -- ammise Maria Dora con una boccuccia impertinente. -- Ma ora
si va a tavola, non dubiti. -- Poi soggiunse: -- Cosa pensa del
funerale? È riuscito grandioso e commovente, non le pare?
-- Quello che il povero Giorgio si meritava, -- osservò Tancredo con
aria ispirata. -- E sua sorella come sta?
-- Eccola, -- disse Maria Dora. Ella entrava con sua madre infatti;
Maurizio la seguiva con Stefano e con lo scemo. Poco dopo sopraggiunse
il Ferento, che lo presentò alla vedova:
-- Il signor Tancredo Salvi, che forse non conoscete.
Ella fece un saluto con il capo, un saluto serio e dolce, al quale
Tancredo rispose con una specie di riverenza impacciata.
Quando furon tutti seduti, la Berta mise davanti alla vedova una tazza
di brodo; il Salvi non poteva ristare dall'ammirarla tanto, ch'ella
teneva costantemente la faccia china. Poi guardava con invidia il
Ferento, pensando: «Beato lui!»
Tranne alcune brevi parole di Maria Dora, la colazione passava
taciturna. Lo scemo aveva smesso l'abito nero, per indossar di nuovo il
suo giubbone quasi giallo, e si divertiva nel battere la stoviglia con
la forchetta, il bicchiere con il coltello; poi faceva le boccacce alla
Berta, ridendo e tirandola per la sottana ogni qualvolta costei gli
passava daccanto.
Verso la fine della colazione entrò Mattia, che aveva da parlar con
Stefano, il quale si levò, e uscirono. Marcuccio pure sorse di tavola
prima che gli altri finissero, e scomparve. Maurizio si puliva le unghie
con uno stuzzicadenti. Quando Maria Dora, che gli era seduta vicino, se
n'accorse, gli diede un colpetto con la mano; il giovinotto si mise a
ridere. La vedova non voleva neppure le frutte; sua madre le mise
tuttavia sul tondo una bella pesca, rossa come un caldo velluto, e che
mandava profumo.
-- Mangiate almeno quella pesca, Novella, -- disse il Ferento, che pur
tacendo si occupava continuamente di lei.
Ella volse gli occhi a guardarlo, sorrise ed obbedì.
Tancredo aguzzava tutte le sue facoltà d'osservazione, poichè la voce
del Ferento, nel parlare con la vedova, lo aveva infatti colpito: una
voce così diversa dalla sua consueta, blanda, persuadente, morbida, «una
voce -- se la definì Tancredo -- che pareva la carezza d'un innamorato.»
E per la seconda volta, ma quasi con rancore, si disse: -- «Beato lui!»
Frattanto s'accorse che Maria Dora e Maurizio si parlavan piano e
ch'egli doveva essere appunto la causa de' loro bisbigli. Allora domandò
al Ferento:
-- Scusi, professore, quando riprende i suoi corsi all'Università?
-- Fra una diecina di giorni, signor Salvi.
E basta. Non c'era proprio mezzo d'attaccar discorso. A lui pareva che
tutto dovesse avere un limite, anche il dolore per un morto, e trovò che
in fondo esageravano un poco.
-- Prenderemo il caffè in sala, -- disse Maria Dora. E si levarono.
Tancredo, nel salone semibuio, si sprofondò in una comoda poltrona; di
fianco gli misero un tavolino con la chicchera del suo caffè; Maria Dora
gli propose la scelta fra un bicchierino di «Chartreuse» ed uno di
«Cognac»; Tancredo preferì quest'ultimo per la veneranda polvere che ne
affumicava la bottiglia.
La sala -- quella medesima sala ove poco tempo innanzi, durante un
chiaro pomeriggio di sole, Novella si era seduta al pianoforte per
eseguire una fuga di Bach, mentre il marito l'ascoltava e la guardava
protendendo verso lei con un disperato amore l'esausta persona
febbricitante -- la sala medesima era come quel giorno fragrante di
rose, e come quel giorno il sole vi pertugiava dalle persiane,
dissolvendosi traverso la penombra in una striscia di polvere luminosa.
Tancredo si sentiva bene, deliziosamente bene, sicchè, abbandonandosi
alla sua natura fantastica, sognava che quella casa fosse la sua propria
casa, immaginava di potervi da quel giorno in poi trascinare una vita
opulenta e neghittosa, facendosi servire come un satrapo, satollandosi
di pasti luculliani, consumando una cantina di bottiglie decrepite, lui,
Tancredo Salvi, padrone d'una villa in campagna.
Il Ferento, in piedi su la soglia d'un altro salotto, stava leggendo un
giornale; mamma Francesca s'appisolava sul divano; Maria Dora ed il
giovinotto discorrevan sottovoce nel vano d'una finestra; la vedova era
seduta quasi di fronte a Tancredo, con le due mani poggiate sui
bracciuoli della poltrona di velluto scuro, il capo rovesciato sopra un
cuscinetto che guerniva la spalliera, sicchè la sua gola bianchissima
appariva scoverta come una procace nudità.
Allora Tancredo arrischiò una frase, timidamente:
-- Si ricorda, signora? Io venivo a trovar Giorgio qualche volta in
città...
Ella n'ebbe un tremito, come s'egli l'avesse interrotta nel mezzo d'un
sogno.
-- Sì, me ne ricordo, signor Salvi...
La sua voce le somigliava: era come la sua gola turgida, come la sua
gamba seminuda, come tutta la sua persona, viziata, appassionata, soave.
-- Ma ultimamente era un pezzo che non rivedevo Giorgio.
-- Forse da quando si ammalò?
-- Appunto.
Gli occhi della vedova eran dolci, grandi, fermi: lo guardavano in
faccia, ed egli si sentiva vergognoso come un contadino sotto lo sguardo
di questa bella donna.
Maria Dora, udendoli parlare, s'avvicinò e mise una mano sul braccio
della sorella, poi s'appoggiò con i gomiti su la spalliera stessa
ov'ella teneva il capo.
-- Ed ora, -- domandò il Salvi -- lei pensa di rimaner in villa, o forse
di fare un viaggio per distrarsi?
-- Non so nulla per ora; non abbiamo ancora deciso nulla.
-- Signor Salvi, -- disse d'improvviso il Ferento, con una voce quasi
gaia, -- vuole che facciamo insieme una passeggiata nel giardino?
Egli si levò in piedi con un atto di repentina obbedienza e rispose: --
Volentieri.
Scesero dalla scalinata e s'allontanarono fra gli alberi. Camminando, il
Ferento ripiegava con lentezza il giornale, che poi si mise in tasca. Ma
d'un tratto e senza preamboli disse:
-- Lei desidera probabilmente saper qualcosa intorno al testamento di
Giorgio Fiesco, non è vero?
-- Ecco, no... ossia... -- spiegava Tancredo con impaccio.
-- Dunque: il testamento fu trovato nella sua scrivania ed ora è nelle
mani del notaio Garlantini, qui del paese, presso il quale può prenderne
visione quando crede. È molto semplice: istituisce la moglie erede
universale, tranne un cospicuo legato in terre ai suoceri Landi, perchè
poi lo trasmettano alla lor figlia Maria Dora. Qualche ricordo agli
amici più stretti: lei non vi è nominato.
-- Ah, benissimo... -- rispose livido il Salvi, che per tutto quel
discorso aveva trattenuto il respiro.
-- Ecco: volevo dirle questo, -- concluse il Ferento.
«È un colpo forte, forte, forte...» -- pensò Tancredo. Guardò in terra,
in cielo, fra gli alberi, poi soggiunse:
-- Ma, scusi, lei trova giusto?... le pare una cosa giusta?...
-- Sì, -- rispose il Ferento con una voce pacata.
Il Salvi a tutta prima non seppe che dire; quella risposta recisa lo
sbalordì.
-- Giusta fino ad un certo punto, -- si permise di osservare. -- Dopo
tutto ero il solo parente...
-- Che vuole? Non è sempre la parentela quella che suggerisce gli
affetti, e le dico in verità, poichè mi ha domandato il mio parere, che
Giorgio Fiesco non avrebbe potuto accorgersi di avere un fratello, o sia
pure un fratellastro, se non dopo la sua morte.
-- Ma non era colpa mia se...
-- Via, non le pare che sian discorsi oziosi? Volevo dirle piuttosto una
cosa, signor Salvi. Lei è arrivato iersera ed ha creduto opportuno
alloggiare in villa, pur non conoscendovi nessuno...
-- È vero, professore; ma era così tardi... poi desideravo...
-- Mi lasci dire. Tutto questo può esser ancor naturale. Ma quello che
trovo assai meno lecito è il suo contegno in tale circostanza.
-- Quale contegno, professore? Ho cercato solo di rendermi utile.
-- Quel che trovo assai meno lecito, -- continuò il Ferento senza
badargli -- è per esempio la sua dimestichezza improvvisa con persone di
servizio, che vanno lasciate in cucina.
-- Ah, lei vuol dire... -- fece Tancredo mordendosi un labbro.
-- Non volevo dirle altro che questo, signor Salvi, e mi perdoni la
libertà. Ma siccome la famiglia Landi è molto colpita in questo momento
ed io sono il loro amico più stretto, così ho creduto necessario di
parlarle chiaramente.
Si era fermato e gli esponeva queste cose con affabilità, con una
garbatezza calma e sicura, davanti alla quale Tancredo non seppe che
rispondere.
-- Mi scusino... -- mormorò.
-- Nient'affatto, signor Salvi; lei non deve scusarsi affatto.
Poi gli parlò d'altre cose affatto prive d'importanza, tornando passo
passo verso la villa.