_Silvio ad Eugenio._
«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in
silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.
Oramai non lo dissimulo più a me medesimo — se pure riuscissi ad
ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento — però vorrei gridarlo a
tutto il mondo: «sono innamorato.»
Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire
di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei
nervi, le mie fibre, la cantano in coro.
E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa
ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli
affetti?
In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata
non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in
mille suoni dalle corde della natura; nè la vanità d'essere chiamato
filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.
Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo
scriverò senza titubanza: «Carlotta.»
Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo,
ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.
Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla.
La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor
mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei
resistermi in ogni evento.
Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni;
se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto
conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti
reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti
compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.
Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua
mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida
immagine della sua bellezza; però nella tua cecità tu accomuni questa
creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi
la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito
nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia
ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro
pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la
grazia!
Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata,
candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente,
un'epopea pel mio cuore.
Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel
sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non
voglio nulla; non dirmi nulla — ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne
e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia
paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?
Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo
mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».