Per dar parte a V. E. del successo delle cose, di questi giorni
passati nacque un certo maneggio d’accordo, il quale sino a
quest’ora si era ristretto di sorte, che credevamo per cosa certa
che dovessi seguire; del che poi è successo il contrario, ed oggi
la pratica si è rotta in tutto, di sorte che avemo perso ogni
speranza di venire più in futuro a parlamento alcuno d’accordo.
La pratica ebbe principio in questo modo. Un capitano di quelli
della terra, nominato Cencio Guercio amico del signor Pirro da
Castelpiero, venendo a parlamento con alcuno de’ nostri, gli
ricercò che volessero fare intendere da sua parte al signor
Pirro, che volesse venirgli a parlare, e che aveva da dirgli
cose d’importanza. Il quale signor Pirro essendovi andato, con
licenza del signor Principe, trovò costui aver commissione dal
signor Malatesta di procurare col mezzo del signor Pirro, che
’l prefato signor Principe volesse mandare un uomo drento col
quale potesse trattare d’accordo, che sperava che dovesse venire
a qualche buona conclusione. Il signor Principe inteso questo,
fece venire a sè questo Cencio Guercio, dal quale avendo inteso il
medesimo di sopra, lo rimandò drento con ordine di rispondere al
signor Malatesta, che sarebbe stato contento di mandare drento un
uomo che lui ricercava, ogni volta che da Sua Signoria gli fusse
data prima la fede, che il partito di tor drento le Palle fusse
accettato in forma, come stavano prima. Fu risposto dal signor
Malatesta, che S. E. volessi contentarsi di mandar drento la
persona mia, con ordine di parlare a quel popolo nella forma che
da lui mi fusse detto, e con minacciarlo che, se in quel punto non
si fusse ridotto a concordia, che non isperasse più rimedio alcuno
alla sua rovina, atteso che da quel punto innanzi non saria stato
in potere di S. E. il salvarli, nè di tenere i soldati che non
saccheggiassino la terra; con altre cose pensate da lui a proposito
di questo; dando intenzione che, facendo S. E. questo, saria per
seguire l’accordo nel modo che da lui era ricerco, senza però
volere promettere la fede del patto che dal signor Principe fu nel
primo capitolo addimandato, nè dare altra chiarezza dell’esito del
maneggio, che è quanto V. E. intende. Onde, considerato il signor
Principe di quanta importanza saria a S. E. ed a tutto l’esercito
l’avermi mandato per questo maneggio, quando poi non fusse seguìto
l’effetto, si risolvette in questo, di ritornare a rispondergli
con questo argomento: che non era per farlo, se prima Sua Signoria
non gli chiariva il punto di torre drento le Palle; promettendo
che, poichè di questo fosse certificato, in ogn’altra cosa si saria
mostrato tanto favorevole a quella città, quanto per lui si fusse
potuto. E con questa risoluzione avendo mandato drento il signor
Pirro prefato, dopo due giorni, oggi, è ritornato disconcluso in
tutto, che di ciò il signor Malatesta non vuole fare niente, nè
intendere più cosa alcuna in maneggio d’accordo. La qual risposta,
così risoluta e gagliarda, è discrepante molto dall’impressione
e indizio fatto da noi dell’inclinazione di quel popolo a
quest’accordo. Per questo motivo fatto dal signor Malatesta, e per
quello che ci detta la ragione dell’estrema necessità che drento
si pate, la quale nei progressi di questo maneggio avevo scoperta,
per relazione di loro medesimi, essere intollerabile, ci fa
molto maravigliare, e pensare che tal risposta non possa da altro
procedere, che da qualche fresca speranza, che abbiano per transito
di Francia in Italia per loro soccorso; il che essendo così, et
avendone V. E. notizia alcuna, come ragionevolmente deve avere, la
supplico, per quanto gli è cara la mia servitù, a volermene dare
avviso.
P. S. — Mi era scordato di dare notizia a V. E. di certe lettere
che nuovamente sono state intercette di questi signori Fiorentini,
indiritte al Commissario Ferrucci residente in Volterra, per le
quali se li ordinava che con quelle genti che aveva, lasciati 400
fanti per guardia della terra, si spignesse alla volta di Pisa
per il cammino di Livorno, e si unissi con le genti che quivi si
trovavano, lasciate nella terra otto compagnie per guardia; dipoi
tutta la massa, la quale facevano conto che dovesse compire il
numero di 4000 fanti a piedi et a cavallo....[260] dovesse marciare
alla volta di Pistoia e di Prato verso Firenze, con avvertenza
di fare ogni opera se per transito avesse potuto occupare una
di dette terre, e quivi si dovessi fermare con le genti; in caso
che no, seguitassi il cammino alla volta di Fiesole, con disegno
poi di quindi condursi drento Firenze. Il qual disegno apreso
dal Principe, mandò subito a Fabbrizio Maramaldo, il quale si
trovava alloggiato con il suo colonnello per quei luoghi intorno
a Volterra, che fusse avvertito, che quando quella gente uscisse
fuori di là, ei si transferissi subito con quella gente ad
alloggiare a Prato e Pistoia, con disegno poi, quando s’intendesse
venire la massa di verso Pisa, esserli alle spalle con tanto numero
d’altra gente dell’esercito che bastasse ad espugnare quella dei
nemici.
Questa sera, 16 del presente, ha avuto nuova il signor Principe,
che detta gente di Volterra è uscita fuori marciando alla volta
di Pisa, e che il Maramaldo se gli è messo alla coda con animo
di venir seco alle mani, e di romperla prima che sia congiunta
con quella di Pisa. Nondimeno, pensando che tal disegno non possa
riuscire, gli ha mandato ordine che, fatto ch’egli abbia prova
d’impedire l’unione di detta gente, non venendogli fatto, si debba
mettere in Vico Pisano su la fiumara, lontano da Pisa dieci miglia,
dove detta gente bisogna che passi; e quivi, unitamente con il
colonnello del signor Alessandro Vitelli, il quale si trova di
presente alloggiato con quei fanti Spagnuoli ammuttinati che si
trovavano pur quivi intorno, faccia prova di negare loro il passo,
e non potendo, gli sia alle spalle sino che venghino ad incontrare
S. E., la quale ha fatto disegno d’aspettarli in quei confini di
Pistoia con 3000 fanti eletti, 500 cavalli leggieri, e la gente
d’arme, alla quale ha mandato subito ordine che senza indugio debba
andare ad alloggiare a Prato, per togliere detta gente de’ nemici
in mezzo, e rompere loro la testa, come ho speranza che venga
fatto, accadendo che essi seguitino il detto disegno, notato per
lettere intercetto. Di quello che seguirà alla giornata V. E. sarà
di mano in mano ragguagliata.
Sono di poi state intercette altre infinite lettere in cifra
mandate di Francia a Firenze, le quali subito il signor Principe
ha mandate alla Santità di Nostro Signore, non avendo potuto di
quelle ritrarre altro senso, se non che il Cristianissimo doveva
mandare un uomo a quella Signoria per comporre seco loro le cose di
questa città; la qual cosa avendo S. E. mostrato d’avere molto per
male, se n’è risentito qui aspramente con questi agenti del Papa,
dicendo che, quando Sua Santità voglia intendere in questo, faria
un grandissimo torto alla Maestà Cesarea, e mostreria una grande
ingratitudine, che delle fatiche e dispendi di quella volesse ora
dare il tratto ad altri, e che ciò non saria comportato. Per detti
agenti gli è stato risposto, che di ciò S. E. stia sicura, che
il Papa non mancherà di quello che è conveniente al debito verso
l’Imperatore. E questo è quanto mi occorre per notizia di V. E.,
alla quale bacio le mani.
Di sotto Firenze, 16 luglio 1530.