[125] Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo

scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata

da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella

vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria

ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella

reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula,

il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non

m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra

si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto

re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che

l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione

di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria

volesse intender della Francia, vedete nel II libro al cap. 20, dove

Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al

re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu

discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè

di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri

vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole

si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere

d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in

questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle

cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità,

o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo

particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».

[126] E non il Rucellaj; il quale nella dedica delle _Api_ gli scrive:

— Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni

liberi dalle rime poneste in luce».

[127]

Io son pur giunto al desiato fine

Del faticoso e lungo mio poema,

Che fatto è tal che non avrà più tema

Di tempo e guerre, o d’altre empie ruine;

Anzi di poi che al natural confine

Giungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,

Spera aver laudi ancor quasi divine.

[128]

Sia maledetta l’ora e il giorno, quando

Presi la penna, e non cantai d’Orlando.

[129] Nella dedica delle _Lettere facete e piacevoli di diversi grandi

uomini et chiari ingegni_. Venezia 1565.

[130]

Viveva allegramente

Nè mai troppo pensoso o tristo stava...

Era faceto, e capitoli a mente

D’orinali e d’anguille recitava...

Onde il suo sommo bene era il giacere

Nudo, lungo disteso; e il suo diletto

Era non far mai nulla e starsi a letto.

[131]

O poveri infelici cortigiani,

Usciti dalle man de’ Fiorentini

E dati in preda a Tedeschi e marrani,

Che credete che importin quegli uncini

Che porta per impresa quest’Arlotto,

Figliol d’un cimador di pannilini?

[132]

Empio signor, che della roba altrui

Lieto ti vai godendo e del sudore,

Venir ti possa un canchero nel core

Che ti porti di peso a’ regni bui.

E venir possa un canchero a colui

Che di quella città ti fe signore;

E s’egli è altri che ti dia favore,

Possa venir un canchero anche a lui.

[133]

Come m’insegna la natura e mostra,

Così scrivo senz’arte, e così parlo.

[134] Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicato

_Opera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita_, con

lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse

troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette

ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.

[135]

Di salnitro e di solfo oscura polve

Chiude altri in ferro cavo, e poi la tocca

Dietro col foco, e in foco la risolve,

Onde fragoroso suon subito scocca,

Scocca e lampeggia, ed una palla volve,

Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:

Crudel saetta che imitar s’attenta

L’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.

[136] Di se stessa cantava:

Un sol dardo pungente il petto offese

Sì ch’ei riserba la piaga immortale

Per schermo contro ogni amoroso impaccio.

Amor le faci spense ove le accese,

L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,

Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.

Nel 1558 si stampò un _Tempio alla divina signora Giovanna d’Aragona_,

poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola

naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie,

la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal

Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa

lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare

affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla

bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per

rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse

in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la

encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del

Boccaccio _insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu

inexpectato_. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio

Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’

suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile

perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse

le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi,

domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte

stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno

aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia

Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola

Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia

Bandinelli e Clara Matriani, ecc. Vedansi CHIESA, _Teatro delle donne

letterate_; LUISA BERGALLI, _Raccolta delle più illustri rimatrici

d’ogni secolo_; conte LEOPOLDO FERRI, _Le donne letterate_.

[137] A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione

dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente

quella di Feo Belcari. PEZZANA, _ad annum_.

[138] SANSOVINO, _Venetia città nobilissima e singolare_; colle giunte

dello STRINGA.

[139] O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga,

edite nell’_Archivio storico_.

[140] _Biografia universale_; traduzione veneta, in Plauto.

[141] Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile

cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi

alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano

a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».

De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è

prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle

grandi pitture ch’ei fece quando l’_Atalanta_ dell’Aretino fu recitata

dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi

pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.

[142] Lettere di C. Castiglioni.

[143] Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così

il Muzio nell’_Arte poetica_:

Il mio Vergerio già felicemente

Con una sola favola due notti

Tenne lo spettator più volte intento.

Chiudean cinque e cinque atti gli accidenti

Di due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,

Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,

Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.

Il popolo, infiammato dal diletto,

Ne stava il giorno che veniva appresso,

Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;

Quindi correa la calca a tutti i seggi,

Vaga del fine, ed a pena soffriva

D’aspettar ch’altri ne levasse i velti.

[144] Sin dal 1502 era conosciuta una _Sinfonisba_ in ottave di

Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e

d’una cronaca del Monferrato. Vedi _Monum. Hist. patriæ_.

[145] Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli

la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.

[146] Non 1508, come in Tiraboschi.

[147] Vedi principalmente il prologo alla _Strega_ che è recitato dal

Prologo e dall’Argomento.

[148] SANSOVINO, lib. X. p. 450.

[149] Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi,

che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown

Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie,

all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.

[150] Molière copiò molto dal _Candellajo_ di Giovanni Bruno,

dall’_Assiuolo_ di Gianmaria Cecchi, dai _Suppositi_ dell’Ariosto,

dall’_Emilia_ di Luigi Grotto, dalla _Trinuzia_ del Firenzuola.

Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno

all’_Influenza dell’Italia sulle lettere francesi_, Rathery scrive:

_C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à

l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas

Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets

grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à

côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche,

et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut

passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français.

Pierre de Larivey _(L’Arrivato)_ était fils d’un des Giunti, cette

famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite

d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de

traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières,

mais des _imbroglio_, improvisades, _commedie dell’arte_, parade de

la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè,

qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel

est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et

s’assaisonne du sel champenois._

[151] Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali,

con caratteri di legno.

[152] CRISTOFORO LANDINO nel commento di Dante.

[153] Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’_Orbecche_, tragedia

di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il

1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la

musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi

ferrarese.

[154] A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova

maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar

recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non

toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce

raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa

bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella

forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite

genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si

va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera

la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro

che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere

ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi,

e di quanto rilievo sia in simili componimenti».

[155] TIRABOSCHI, vol. XII. pag. 1560.

[156] GIRALDI, _Discorsi di varie considerazioni di poesia_, p. 78;

CRESCIMBENI, _Storia della poesia_, tom. I. p. 361.

[157] Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei

anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse

colà.

[158] ARETINO, _Lettere_, tom. I, p. 205. — Sono della più stupenda

gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità

calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese

Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino,

inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a

servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.

[159] CONDIVI, _Vita di Michelangelo_, § LVII.

[160] Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che

mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le

matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico,

cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni

rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I

corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed

anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di

diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque

di filosofia morale.

[161] Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo, _philosofesco_,

ora _a lo escoultoresco_, ma sempre barbaramente; e per es.: — O

ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale

infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta

apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di

Sachognia ecc.».

[162] _Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare,

præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis

lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi

feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa._ Ap.

TIRABOSCHI. Doveano essere libri suoi o d’altri?

[163] Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:

Anime belle e di virtude amiche,

Cui fero sdegno di fortuna offende,

Sì che ven gite povere e mendiche

Come a lei piace che pietà contende,

Se di por fine alle miserie antiche

Caldo desio l’afflitto cor v’accende,

Ratte correte alla gran Quercia d’oro,

Onde avrete alimento, ombra, ristoro.

[164] Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:

Quel generasti di cui concepisti,

Portasti quel di cui fosti fattura,

E di te nacque quel di cui nascesti.

[165] CAMPI, _Storia di Cremona_, al 1571.

[166]

Finchè me ne rimembre, esser non puote

Che di promesse altrui mai più mi fidi.

La sciocca speme a le contrade ignote

Salì del ciel quel dì che ’l pastor santo

La man mi strinse e mi baciò le gote. (_Satire_).

Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettere _est si incontestable

et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes_; pt. II, c. 1. Di Clemente

VII dice: _Cette tête si forte ou du moins si ténace!_

[167]

Opra che in esaltarlo abbia composta

Non vuol che ad acquistar mercè sia buona;

Di mercè degno è l’ir correndo in posta...

S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,

Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;

Più grato fora essergli stato appresso. (_Satire_).

«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo

figlio. Jacopo Nardi nel prologo della _Commedia d’Amicizia_ chiede

compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi

pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:

Ma sia chi a me insegni

In questa nostra etate

Augusto o Mecenate,

Il qual conforti e sproni,

Porga sussidj e doni

Agli animi gentili,

I qual diventan vili

Vedendosi negletti,

Conculcati ed abjetti,

E senza alcuno onore.

Chi a virtù porti onore

Non trovo di mille uno,

Benchè benigno alcuno

E grato esser conosco.

[168] Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza

di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la

camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa

alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno

di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi

cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si

ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo

poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».

E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è

stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella

si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato

da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io

possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano...

senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente,

in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio

gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro

che posso appena trarre dopo molto tempo».

[169] Decreto del senato 29 agosto 1560.

[170] Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata

all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela

facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere

vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna

risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun

altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse

almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua

si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone

non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela

presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che

si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono

sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò

con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di

tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i

principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a

quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che

versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco

con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra

aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi

contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto

dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo

servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine,

pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non

da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba

nelle _Memorie dell’Ateneo veneto_, ed è lunghissima.

[171] _Lettere_, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la

vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di

Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse

che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per

l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo

re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me...

Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano,

vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio

di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di

Pamplona. E perchè il denaro _est hodie sanguis secundus_, pregate un

poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto

con esortare ancora _lippomaniter_ il signor Francesco Corona a voler

essere galantuomo, e non troppo riservato _erga veteres servitores

lippomanæ domus_».

[172] _Archivio storico_, appendice, vol. II. 322.

[173] _Historia_, lib. XII e XXI.

[174] Dedica delle Epigrafie.

[175] «Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, e _ab

uno disce omnes_.

[176] NICERON, _Memorie_, tom. XXI, p. 115.

[177] — Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne

partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi

n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava;

e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben

forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo

ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia

vegliava». LANDI, _Parad._ 5 del lib. I.

[178] Prologo dell’_Orazia_.

[179] Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual

sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca

del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è

parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad

Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del

volto vostro rassempli».

[180] Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si

sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente

quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può

domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata

fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo

Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non

mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del

mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli,

che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio

Brocardo sotterra».

[181]

Sotto Milan dieci volte, non ch’una,

Mi disse: Piero, se di questa guerra

Mi campa Dio e la buona fortuna,

Ti voglio insignorir della tua terra.

[182] Lib. II. p. 148.

[183] Lib. I. p. 102.

[184] Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.

[185] Vedi la sua vita nel MAZZUCHELLI, pag. 57.

[186] E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta

virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara

a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi

tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».

[187] _Lettera_ XXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono

all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari

gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di

me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra

lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo

la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli,

ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento

che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato

l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della

voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne

ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con

la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche

le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.

[188] Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un

suo mirabilissimo ritratto:

«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.

Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si

ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che

egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere

che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende

che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi

intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di

papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto

dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda

vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano

dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della

medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo

ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in

la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i

drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto

e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta che

_sic transit gloria mundi_».

[189] — Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon

capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno

di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion

sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et

a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra

eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è

uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io

possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di

Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra

signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto

grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per

questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton

Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua

maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato,

del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria

illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra

al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già

dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo

ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri

di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un

fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior

fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà

nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito

tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci

seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse

in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La

prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo

appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io

avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto

alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi

pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e

le bacio la mano.

Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.

Umil. servitore Anton Francesco Doni».

[190] D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta

milanese, che punto nel _Combattimento poetico del divino Aretino e

del bestiale Albicante_, rispose così furiosamente, che l’Aretino

sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari

regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia,

altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che

avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (LUCA CONTILE), e volle che

ogni amico suo scrivesse contra di quello.

[191] Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel

discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice: _Peult dire

qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie_.

[192] Migliori DELL’ARTAUD (_Machiavelli, son génie et ses erreurs_.

Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti

fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della

politica europea, di Norrisson, e di molti altri.

[193] — La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato

grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita

non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli

compose e intitolò _il Principe_, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo,

acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella

quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata

ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello

Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor

la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la

libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire

impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi;

la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per

conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro».

VARCHI, _Storie_, lib. III. p. 210.

— L’universale per conto del suo _Principe_ l’odiava; ai ricchi

pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al

duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la

libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto,

ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu

disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde

usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale

spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario:

il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai

inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad

indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato

sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì

malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco

da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo

inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi,

perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva

d’essersi impacciato con papa Clemente». BUSINI, _Lettera_ XI.

[194] Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre

stato, _ut plurimum_, e stravagante di opinione dalla comune, e

inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.

[195] In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno

d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata,

misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le

gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo

V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che

si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto

una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed

altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per

la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando

di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in

chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo

mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e

sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste

parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più

bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di

questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti,

e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro

ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è

tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella

testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi

sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati:

così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi

avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di

liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le

città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».

[196] _Relazione_ dell’ambasciadore veneto Marco Foscari del 1527.

[197] MUTINELLI, _Del costume veneziano_.

[198] _Quod causatur quod in ipsa nostra civitate ipsæ mulieres in

ea stare possunt libere, prout dicens et conveniens est in civitate

libera prout est nostra, ex quo procedit quod vitium sodomiticum in

ea radicatur et nimis incrementi suscipit, ac etiam ex defectu ipsarum

mulierum multæ rixæ fiunt et scandala committuntur..._

[199] FILIASI, _Memorie storiche_, tom. III p. 263.

[200] GALLICIOLLI, MEMORIE VENETE, tom. I. p. 254, 262, 336; tom. III.

p. 269, 272, ecc.

[201] BANDELLO, part. III. nov. 42.

[202] _Lettere famigliari_, cap. 41.

[203] _Archivio storico_, app. VI. 18.

[204] _Il Cortigiano_, lib. I.

[205] _De viro aulico et de muliere aulica_.

[206] INFESSURA, _ad_ 1490.

[207] _Stato della Basilica di Santa Maria in Cosmedin_, presso

il Crescimbeni e negli _Archiatri pontificj_ del Marini, _Il vero

progresso della festa d’Agone e di Testaccio_ ecc.

Nella Notizia della famiglia Boccapaduli, Marco Ubaldo Bicci riferisce

molte curiosità intorno alle famiglie romane, e specialmente agli usi

maritali avanti il Concilio di Trento. Nel 1525 davansi di dote ducati

3000; e 500 per l’acconcio, oltre le gioje e la cassapanca, detta

sposareccia, che non mancava mai, spesso dipinta, talvolta intagliata.

Nell’atto degli sponsali il padre donava allo sposo un boccale e bacile

d’argento di 70 ducati. I due fidanzati congiungevano le mani e le

bocche in segno di parentela, poi lo sposo metteva alla sposa l’anello.

Nel 1521 s’ha uno stromento di dote di 2000 scudi, e 500 d’acconcio; in

uno del 1536, di scudi 1700 e 300 d’acconcio; in uno del 1577, di 5000

ducati, oltre l’acconcio e le gioje. In essi stromenti sono descritti

i doni, gli abiti, ecc. I donativi che facevano i nobili romani erano

di 2, o 3, o 6 ducati; di 6, 8, o 12 fazzoletti e camicie; o abiti di

raso, o drappi di damasco, di velluto cremisi, o tela d’oro. Lo sposo

donava anelli e gioje.

[208] Vedi DOMENICO MELINI, _Descrizione dell’entrata della reina

Giovanna d’Austria in Firenze_. Firenze 1566. Cicognara, _Storia della

scoltura_, II. 249, ne fece una lunga nota col nome degli artisti che

vi lavorarono.

[209] SANSOVINO. Quarant’anni più tardi sono descritte le nozze

della Morosini col doge Marin Grimani. Continuavansi le battaglie fra

Nicolotti e Castellani, e su quella del 1521 abbiamo un poemetto che

dice:

Per certe risse antighe de mil’ani

Ogn’ano se sol far una gran guera

De Nicoloti contra Castelani

Su ponti ora de legno, ora de piera.

A dar se vede bastonae da cani,

E chi cazzar in aqua e chi per tera

Con gambe rote e visi mastruzzai,

E qualcun de sta vita anche cavai.

[210] L’iscrizione, che ancor si vede di fronte alla scala de’ Giganti,

con bei fregi del Vittoria, dice: _Magnificentissimo post hominum

memoriam apparatu, atque alacri Italiæ prope universæ, suorum principum

præsertim concursu_. Possono quelle feste leggersi descritte dal

Mutinelli, _Annali urbani_, pag. 148.

[211] MORIGI, _Nobiltà di Milano_, 353.

[212] _Archivio storico_, pag. 325.

[213] Nelle _Memorie dell’illustre casa Russell_, pubblicate di fresco.

[214] _Lettere di Principi a Principi_, vol. I. p. 15.

[215] Seme di tabacco fu spedito in Toscana il 1570 da Nicolò

Tornabuoni ministro di Cosimo I alla corte di Francia, che l’ebbe

dall’Hernandez, il quale l’avea trasportato d’America il 1520. Nel 1645

fu in Toscana ridotta privativa la coltura del tabacco.

[216] _Novelle_, part. II. p. 47.

[217] Nella _Scaligeriana_, stampata il 1669, si fa dire a Giuseppe

Scaligero che «il Balbani, ministro italiano a Ginevra, portava in seno

una berretta, che metteva entrando in chiesa, e predicando deponeva il

cappello: gli altri pastori di Ginevra portavano tutti de’ berrettini

piatti. Mio padre (Giulio Cesare) lo portava di velluto, piano a guisa

d’un piatto, e gli cascava se si movesse. A Roma lo portavano tutti

così quando io c’era. Io portai sempre berretto di velluto».

[218] _Lettere di Principi a Principi_, III. 49.

[219] SANUTO, _Diarj_ all’anno.

[220] GALLICIOLLI, _Memorie venete_, tom. I. p. 262; NANI, _Storia

veneta_, lib. VI della part. II. Il Cappelletti riferisce molti

statuti suntuarj, e importa singolarmente quello del 4 gennajo 1644

che concerne i rettori delle città e fortezze, prescrivendo anche

tutti i mobili. Un _ordinamento intorno agli sponsali_ in Firenze,

tra moltissime minuzie comanda: — Item che a le nozze non possa avere

nè essere più di ventiquattro donne, de le quali ne sieno diece da

parte della donna novella, e quattordice da parte de lo marito; e non

s’intenda nel detto numero madre, sirocchia o altre donne, femmine o

fancigli che siano residenti ne la casa de lo marito a uno pane e uno

vino; nè più di diece uomini, nè più d’otto servidori, i quali non si

possano vestire de niuno d’un assiso overo a intaglio; nè più di dui

trombatori, uno naccarino, e dui altri jocolari, se si vorranno, e non

più, a la pena di lire cento per ciascuna volta e cosa al marito che

contra facesse. E che dal dì delle nozze e lo dì seguente innanzi nona,

se no nei detti dui die non si possa avere tromba, trombetta o naccara,

nè più di due servidori, non intendendovi i servidori residenti in

de la famiglia de la detta casa, a la pena di lire venticinque a lo

marito detto, e a pena lire diece a ciascuna altra persona che oltra

a ciò facesse o v’andasse. E che niuno modo o verso ne lo tale luogo

si possa carolare, danzare overo ballare, fuor de la casa ove sono

tali nozze, de dì overo de notte, con lume overo senza lume, a la

pena di lire venticinque per ciascuna persona e a volta che fosse

fatto contra, così a chi ballasse come a chi facesse fare. E che lo

dì de le nozze solamente si possa dare confetti, e non si possa dare

alcuno confetto prima overo poscia a cinque diei a la pena di lire

venticinque; ed intendasi due maniere confetti, contandosi la traggea

tutta per una maniera. E che a le dette nozze non possa avere più di

tre vivande, tra le quali possa essere un rosto con torta chi vuole. E

quello arrosto e torta s’intenda sola una vivanda, non intendendosi per

vivanda frutti e confetti. E che non possa apparecchiare nè avere per

tutto el corredo de le nozze più che venticinque taglieri de ciascuna

vivanda, intendendosi per vivanda raviccioli o bragiere e tortelletti:

salvo che a le nozze di cavalieri possano avere quelle donne e uomini

che a loro piacerà, e dare di quattro vivande, e confetti e jocolari

quanti e quanto tempo a loro piacerà, pena di lire cinquanta al marito

che contra facesse, e per quante volte; e pena di lire venticinque

de ciascuna donna e ciascuno trombatore, naccarino o altro qualunque

jocolare che facesse contra. E che lo coco che farà le tali nozze,

sia tenuto e debbia denunziare a lo officiale, almeno uno dì dinanzi,

quelle cotali nozze, e quante e quali vivande dee fare, e chi è lo

marito, a la pena di lire venticinque; e se più vivande facesse ch’è

ordinato, caggia nella detta pena. E se darà vitella, non possa dare

alcun’altra carne con essa, e non passi più di lire sette; nè più d’una

possa dare per tagliere, a la pena di lire venticinque per ciascuna

cosa e volta; dichiarando che in su lo tagliere de lo arrosto non

possa dare nè avere altro che uno cappone colla torta, e uno pajo di

pollastri con uno pippione o due pippioni con uno pollastro, overo uno

anitrottolo e non più, a la detta pena per qualunque cosa fosse contra

fatta. E che i detti trombatori, naccarini, sonatori o altri qualunque

jocolari non possano torre o avere a tali nozze più, per uno, di soldi

quindici el dì, a la pena di lire diece chi dà o riceve». Ap. GIUDICI.

[221]

_Ce pays plantureux_

_Fertile en biens, en dames bienheureux_...

_Depuis un peu, je parle sobrement;_

_Car ces Lombards avec qui je chemine_

_M’ont fort appris à faire bonne mine,_

_A un mot seul de Dieu ne deviser,_

_A parler peu et à poltroniser._

_Dessus un mot une heure je m’arrête,_

_Si on parle à moi, je réponds de la tête._

Ep. XLIV.

[222] _Relazioni d’ambasciadori veneti_, serie I. vol. II, p. 379.

[223] Per iscoprir un ladro piglia un vaso, empilo d’acquasanta,

accostavi una candela benedetta, e proferisci: — Angelo bianco, angelo

santo, per la tua santità, per la mia verginità, mostrami chi ha tolto

tal cosa», e l’effigie apparirà al fondo del vaso. _Consilia in causis

gravissimis_, pag. 414, citato da Alfredo Maury, _Revue archéologique,

1846_, pag. 161.

[224] MAZZUCHELLI, in _Armellini_.

[225] Anche Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè

il fisico Riccardo Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi

Marcello II, a rassicurarlo.

[226] Keplero nel 1618 mise fuori la profezia di sette M. Essendo morto

l’imperatore Mattia, al 20 marzo seguente, si spiegò: _Magnus monarca

mundi medio mense martii morietur_.

Nella XXIX lettera al signore Dell’Isola fra Paolo Sarpi scrive: — Non

posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha

predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma

dell’astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano,

essendo quella più in voga nella loro corte, che in questa città. Con

tutto che vi concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la

vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi

ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell’età

conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era

ancora nell’infimo, la divinatoria è di gran credito.

«Che miseria è questa umana di voler sapere il futuro! a che fine?

per schifarlo? Non è questa la più espressa contraddizione che possa

esser al mondo? Se si schifarà, non era futuro, e fu vana la fatica.

Io nell’età di anni venti attesi con gran diligenza a questa vanità, la

quale se fosse vera meriterebbe che mai si attendesse ad altro. Ella è

piena di principj falsi e vani, onde non è maraviglia che seguano pari

conclusioni; e chi ne vuol parlare in termini di teologia, credo che la

troverà dannata dalla Scrittura divina, _Isaia_, c. 7. Sono anche assai

buone le ragioni di Agostino contro questa vanità, _De civitate Dei_,

lib. V. cap. 1 e 6; III. c. 4; _Confess_., cap. 3 e 5; _super Genes_.,

cap. 16 e 17. Se costì fosse un re mutabile, che ricevesse in grazia

oggi questo, domani un altro, l’astrologia piglierebbe molta fede, e

chi fosse giovane perderebbe anco quella che ha.

«Io tengo poche cose per ferme, sì che non sii parato a mutar opinione;

ma se cosa alcuna ho per certa, questa n’è una, che l’astrologia

giudiziaria è pura vanità».

[227] SABELLICO, lib. I. c. 4.

[228] CAMBI, al 1517.

[229] Il suo _De secretissimo philosophorum opere chimico per naturam

et artem elaborando_, più volte ristampato nel XVI e XVII secolo,

conchiude: _Finit hic liber et tractatus compositus per M. Bernardum

comitem trevisanum, qui aquisivit comitatum et ditionem de Neige in

Germania per hanc artem pretiosam et nobilem_. Anche frà Bonaventura

d’Iseo fece molte ricerche alchimiche.

[230] Il più importante trattato che il medioevo ci abbia trasmesso

intorno alle belle arti, la _Diversarum artium schedula_ del monaco

Teofilo del XIII e XIV secolo, piena di preziosi metodi, non scevera

di arcani, al cap; 47 del lib. I tratta del far l’oro ispanico a questo

modo: — È composto di rame rosso, polvere di basilisco, sangue umano e

aceto. I Gentili, la cui abilità è nota, si procurano dei basilischi

a questo modo. Hanno sotterra una camera tutta di pietre con due

finestruoli che appena ci si vede attraverso. Vi mettono due galli

vecchi di dodici o quindici anni, dandovi ben a mangiare. Ingrassati

che sieno, prendono caldo, s’accoppiano e fanno ova. Allora si levano

i galli, e si mettono dei rospi a covar le ova, nutrendoli di pane.

Da quelle ova escono pulcini maschi, come quei delle chiocchie, ai

quali in capo a sette giorni crescono code da serpente; e se la camera

non fosse pavimentata, tosto entrerebbero sotterra. Onde impedirlo,

quei che gli educano hanno dei vasi di bronzo rotondi molto capaci,

perforati d’ogni parte e cogli orifizj chiusi; vi pongono questi

pulcini, chiudono le aperture con coperchi di rame, li sepelliscono,

lasciandoli nutrirsi sei mesi colla terra fina che penetra pei buchi.

Dopo ciò li scoprono, e v’accendono vicino un gran fuoco sin a che gli

animali sieno dentro bruciati affatto. Raffreddito che sia, li levano,

li macinano, v’aggiungono un terzo di sangue umano rosso... Poi si

prendono lame sottili di rame rosso purissimo, e da ciascuna parte vi

si pone uno strato di quella preparazione, e si mette al fuoco... Così

si seguita finchè la preparazione consuma il rame, e prende il peso e

il color dell’oro. Quest’oro è adattato a qualunque uso».

Le indagini chimiche di Newton ebbero a scopo per lungo tempo la

tramutazione dei metalli; e nel 1669, a ventisette anni, quando avea

fatto già le più insigni scoperte, scriveva ad un amico partente per

un viaggio: — Procurate sapere se a Schemnitz in Ungheria cambiano

davvero il ferro in acciajo sciogliendolo in un’acqua vitriolata che si

raccoglie nelle cavità del masso in fondo alla miniera, poi scaldando

la soluzione fin allo stato di pasta in un fuoco violento, e quando

raffredda trovasi di rame. Dicono che ciò si usi pure in Italia. Venti

o trent’anni fa traevasi da questo paese un vitriolo detto Romano; ma

non può più aversene, forse perchè trovano più profittevole adoprarlo a

tramutar il ferro in rame». DAVID BREWSTER, _Mem. of the life, writings

and discoveries of J. Newton_. Edimburgo 1855.

[231] Il Cardano ancor fanciullo vide una meravigliosa pioggia di sassi

(_Opera_, tom. _iii_. p. 279), ch’egli dice furono mille ducento,

di cui uno pesava centoventi libbre. Più circostanziato ci si dà

quest’avvenimento da Pietro d’Anghiera (_Epistolarum_, pag. 245),

facendolo proprio del Cremasco, e accompagnato da una notte fosca, da

lunghissimi lampi e tuoni: e che nella pianura di Crema, dove non si

troverebbe un sasso grosso come un ovo, ne caddero di così grossi che

dieci passavano le cento libbre, uccidendo uccelli, montoni, pesci.

E’ parla delle infinite ciancie che ne fecero i fisici, i teologi, i

fanatici. Ciò fu il 4 settembre 1511.

[232] Altra opinione comune al suo tempo. Marsilio Ficino, _De Vita_,

dice: — È assioma fra i Platonici, e che sembra appartenere a tutta

l’antichità, vi sia un demone a tutela di ciascun uomo al mondo, e

ajuti coloro, alla cui custodia è proposto. Famigliare di casa Torelli

di Parma era la figura d’una brutta vecchia, la quale appariva sotto

un camino quando dovesse morir uno della famiglia». CARDANO, _De rerum

varietate_, XVI. 93.

[233] _H. Cardani, mediolanensis philosophi ac medici celeberrimi opera

omnia... cura Caroli Sponii_. Lione 1663, tom. X in-fol. L’editore

dice: _Inter innumeros elapsi sæculi scriptores vix ullus occurit,

cujus monumenta majore omnium eruditorum applausu, admirationis

assecla, fuerint hactenus excepta ac concelebrata, quam H. Cardani

... idque merito quidem ... Quo factum, ut auctor ipse_ maximus

literarum dictator _a quibusdam magni nominis viris, ab aliis_ vir

incomparabilis, _ab aliis_ portentum ingenii _audire meruerit_ etc. E

vi soggiunge una serie di testimonj.

[234] Pag. 218, 214, 302 del _Palagio degli incanti e delle gran

meraviglie degli spiriti e di tutta la natura, diviso in libri

quarantacinque e in tre prospettive, spirituale, celeste ed

elementare_, di STROZZI CICOGNA. Vicenza 1605.

[235] Il penitenziale del vescovo Burcardo, anteriore al Mille, assegna

le penitenze per chi crede che altri possa per incantagione eccitar

procelle, odio o amore, affascinare o venir alle tregende. Di tutto ciò

parliamo più a disteso nella nostra _Storia universale_, lib. XV, c.

15. Però il Muratori, _Dissertaz._ LXVIII, pubblicò una penitenziale

del monastero di Bobbio: _Qui cum vidua aut virgine peccavit, qui

falsa testimonia super alios apponunt et ad sorcerias recurrunt, aut

divinationes credunt... isti pæniteant V annis, vel III ex his in pane

et aqua._

[236] Frà Bernardo da Como, 1584, dice che le streghe non sussistevano

_tempore quo compilatum fuit decretum per dominum Gratianum...

Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis

citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum_.

[237] XILETTI, _Consilia criminalia_. Venezia 1563, tom. I. cons. 6.

[238] _Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, sive potius

veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas

verti et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare

quæ ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et demonibus congredi,

ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare, et

nescio quæ alia deliramenta._ De situ Japigiæ, pag. 126.

[239] Forma seguito alla _Lucerna Inquisitorum hæreticæ pravitatis

reverendi patris fratris Bernardi comensis ordinis Prædicatorum ac

inquisitoris egregii, in qua summatim continetur quidquid desideratur

ad hujusce Inquisitionis sanctum munus exequendum_. Milano 1566. Fu

stampato per opera del reverendo padre Inquisitore di Milano _ad laudem

Dei_, ristampato delle volte assai, e commentato da Francesco Pegna.

[240] Citano questo fatto anche il Bodino nella prefazione della

_Demonomania_, e frà Silvestro Priero, il primo contraddittore di

Lutero, nelle _Mirabili operazioni delle streghe e degli demonj_.

[241] Il famoso Peiresc al 28 giugno 1615 da Aix scriveva a Paolo

Gualdo a Padova: — Il medico che mi cura, desidera con passione d’avere

un libro _Baptistæ Codrunqui medici imolensis de morbis ex maleficio_,

per causa di certe monache di questa città in assai numero, che si

trovano inferme di malattie incognite e soprannaturali».

[242] FRANCESCO VITTORIA, _Prælectiones theologicæ_, lib. II.

[243] _De strigibus_, 1523; e quattro apologie, 1525.

[244] _De sortilegiis._

[245] _Strix, sive de ludificatione dæmonum_, 1523; e la versione

italiana stampata a Venezia il 1556 col titolo: _Il libro detto Strega,

ovvero delle illusioni del demonio._

[246] _Compendio dell’arte esorcistica, e possibilità delle mirabili

e stupende operationi delli demonj e de’ maleficj, con li rimedj

opportuni alle infermità maleficiali... opera non meno giovevole agli

esorcisti che dilettevole ai lettori, ed a comune utilità posta in

luce._ Venezia 1605.

[247] _De sortilegiis_, lib. II. q. 7.

[248] _De strigibus_, c. 17 e s.

[249] _Fortalitium fidei._

[250] _De hæresi._

[251] _De lamiis, et excellentia utriusque juris._

[252] _Parergon juris_, VII. c. 23; VIII. c. 21. Contro di lui

principalmente sono dirette le confutazioni di Martin Delrio,

_Disquisitionum magicarum_, lib. III. q. 16.

[253] _Dæmonum investigatio peripatetica, in qua explicatur locus

Hippocratis, si quid divinum in morbis habeatur._ Firenze 1580.

[254] _Cum in brixiensi et bergomensi civitatibus et diœcesibus quoddam

hominum genus perniciosissimum ac damnatissimum labe hæretica, per quam

suscepto renuntiabatur baptismatis sacramento, Dominum abnegabant, et

Satanæ, cujus consilio seducebantur, corpora et animas conferebant, et

ad illi rem gratam faciendam in necandis infantibus passim studebant,

et alia maleficia et sortilegia exercere non verebantur_... Bolla del

15 febbrajo.

[255] _Repertæ fuerunt quamplures utriusque sexus personæ...

diabolum in suum dominum et patronum assumentes, eique obedientiam

et reverentiam exhibentes, et suis incantationibus, carminibus,

sortilegiis aliisque nefandis superstitionibus jumenta et fructus

terræ multipliciter lædentes, aliaque quamplurima nefanda, excessus et

crimina, codem diabolo instigante, committentes et perpetrantes etc._

[256] Il serio storico De Thou racconta: — Diceasi che Sisto V

avesse pratica col demonio, e patto di darsegli purchè fosse papa

e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni

segnalossi con azioni che sorpassano l’elevazione dello spirito

umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto.

Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni

erano corsi; ma il demonio gli disse: Ti ricorda che, trattandosi di

condannar uno che non avea l’età legale, dicesti _Gli do uno de’ miei

anni_? Sisto non seppe cosa rispondere, e si preparò a morire fra i

rimorsi». Vero è che De Thou non sta garante del fatto, potendo essere

invenzione de’ malevoli Spagnuoli. _Histoire universelle_, tom. XI.

[257] _Magos et maleficos, qui se ligaturis, nodis, characteribus,

verbis occultis mentes hominum perturbare, morbos inducere, ventis,

tempestati, aeri ac mari incantationibus imperare posse sibi persuadent

aut aliis pollicentur, ceterosque omnes, qui quovis artis magicæ

et veneficii genere pactiones et fœdera expresse vel tacite cum

dæmonibus faciant, episcopi acriter puniant, et e societate fidelium

exterminent._ Act., p. 5. pag. 5.

[258] Così frà Girolamo Menghi nel precitato _Compendio dell’arte

esorcistica_, pag. 480. Però egli stesso, pag. 416, dice che le streghe

non aveano potenza sugli Inquisitori in uffizio, e «più volte essendo

interrogate queste maghe et malefiche per che cause non offendevano gli

giudici et inquisitori, respondevano, questo più volte aver tentato et

non l’aver potuto fare».

[259] De’ moltissimi io allego quei soli ch’ebbi alla mano:

EIMERICO, _Direttorio degli Inquisitori_.

CARENA, _De officio Sanctæ Inquisitionis_.

PEGNA, _Praxis Inquisitorum_.

BODINO, _Demonomania degli stregoni, cioè furori e malìe de’ demonj col

mezzo degli uomini_. Venezia 1592.

MENGHI, _Compendio dell’arte esorcistica_. Ivi 1605.

CARDI, _Ritualis romani documenta de exorcizandis obsessis_. Ivi 1733.

_Flores commentariorum in Directorium Inquisitorum, collecti per

Franciscum Aloysium Bariolam mediolanensem._ Milano 1610.

_Aphorismi Inquisitorum._ Bergamo 1639.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il _Directorium Inquisitorum_,

Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de’ fatti

straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa

giurisprudenza di Eymeric e della Santa Inquisizione è ad un bel presso

la nostra giurisprudenza criminale tutt’intera. — Io restai confuso di

tale asserzione (soggiunge Morellet, _Mémoires_, I. 59); ma di poi ho

riconosciuto ch’egli avea ragione».

[260] _Sacro arsenale, ovvero Pratica dell’ufficio della Santa

Inquisizione, di nuovo corretto ed ampliato._ Bologna 1665. Lo stesso

trovo nella _Breve informatione del modo di trattare le cause del

Santo Officio per li molto reverendi vicarj della Santa Inquisitione di

Modana_. 1659.

[261] _Flores commentariorum_, pag. 3.

[262] _Millenarium sæpe excedit multitudo talium, qui unius anni

decursu in sola comensi diœcesi ab inquisitore qui pro tempore est,

ejusque vicariis, qui octo vel decem semper sunt, inquiruntur et

examinantur, et annis pene singulis plusquam centum incinerantur._

SPINA, _De strigibus_, cap. 13.

[263] RIPAMONTI, _Historia mediolanensis_, dec. IV. lib. V. p. 300; —

OLTROCCHI, _Notæ ad vitam sancti Caroli_, pag. 684-94.

Nell’archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro

maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di

quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (_Instructiones pro

iis qui in missionibus contra hæreticos versantur_)»; i «Dubbj dati

dal prevosto di Biasca», un de’ quali è: — Sono processati i sospetti

d’arte diabolica, et il notar dice d’aver mandato i processi a Milano,

nè altra provvision s’è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo

d’altri»; e un altro: — Sono alcuni mercanti i quali non osservano

il decreto di non andare ne’ paesi d’heretici senza licenza, et sono

difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però

con precetto di non andar alla predica d’heretici, nè trattar con loro

della religione».

Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608 si legge: —

Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe,

nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurgi,

medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et

volendo noi che la faccino, il fôro secolare dice di voler loro far

giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, e con questo

si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli

di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.

[264] Nell’epistolario di san Carlo stampato a Milano il 1857, leggesi

a pag. 419 in una lettera a Giovanni Fontana: — M’è dispiaciuto

d’intendere quello che passa nelle Tre Valli per conto di quel

negromante, il quale, facendo professione di scoprire le streghe e

stregoni di quel paese fuor delle vie giuridiche, mi par non men degno

di castigo lui medesimo che li stregoni stessi, camminando per via di

negromantia o altra proibita a’ cristiani. Però ne scrivo ai signori e

do ordine al visitator Bedra che vadi in dentro a posta per riportar

provvisione, perchè costui sia rivocato et anche castigato». Segue

l’ordine al visitatore.

Il 18 aprile 1567 san Carlo scriveva aver saputo che in val di Blenio,

quando si fanno esequie, molti preti, dopo detta messa nella loro

chiesa, vanno a dirla anche al luogo del funerale; e mancando le

particole, le spezzano e consacrano solo un frammento. Egli vuole che a

ciò si provveda. _Lettera nell’arch. arcivesc._, dove vi son moltissime

lettere sopra essa valle.

[265] Il processo esiste nell’Ambrosiana di Milano, segnato _R_. 109 in

fol.

[266] CREPET, _De odio Satanæ_, lib. I. disc. 3.

[267] Stuttgard, 1843.

[268] Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano vescovo di Como scriveva a un

parroco del territorio bormiese aver trovato colà _quamplures tam viros

quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere

et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa_. Perciò ne’

quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte

sbandite.

[269] _Del congresso notturno delle lamie, libri_ III. Rovereto 1749.

[270] _Lettere del Pr. G. B. Carli al signor G. Tartarotti intorno

all’origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe_; —

MAFFEI, _Arte magica dileguata_. Verona 1750. — A queste uscì una

risposta in Venezia l’anno stesso, _Osservazione sopra l’opuscolo Arte

magica dileguata_ di un prete dell’Oratorio, per dimostrare che, avanti

e dopo Cristo, sempre vi furono maghi e streghe; e raccolgonsi passi

de’ santi Padri che sembrano credere alle stregherie. Il padre Zacaria,

annunziando l’opera del Tartarotti, disapprova il negar le magìe: — In

una città m’accadde d’udir un medico spiritoso, il quale negava che si

dessero indemoniati, tutto attribuendo alla fantasia di chi si crede

offeso..... Ma perchè mai tanto impegno di relegare dentro l’inferno i

demonj?» _Storia letteraria d’Italia_, 1750.

A disteso ho ragionato io di tal materia nella _Storia universale_ e in

quella degli _Eretici d’Italia_, e prima nella _Storia della diocesi

di Como_, lib. VII. pag. 97 e seguenti, adducendo anche una sentenza

motivata. Altre possono vedersi nel MAZZONI TOSELLI, _Origini della

lingua italiana_, tom. III. p. 880, 1043, 1076, 1360.

[271] _Communis Catholicorum sententia docet re ipsa hanc commixtionem

dæmonum mulierumque accidere. — Theol. Christ._, tom. III. Il milanese

frà Francesco Maria Guacci, nel _Compendium maleficorum_, stampato

a Milano nel 1608 e nel 1626, ove le dottrine sono illustrate con

molte figure, al cap. 12 del lib. I scrive: _Solent malefici et

lamiæ cum dæmonibus, illi quidem succubis, hæ vero incubis, actum

venereum exercere; _communis est hæc sententia_ patrum, theologorum,

philosophorum, doctorum, et omnium fere sæculorum atque nationum

_experientia_ comprobata._

[272] Alle materie religiose io attribuii sempre importanza ed

estensione primaria nella storia, e sempre mi proposi di maneggiarle

da sincero indagatore, ma docile e riverente cattolico. Qui entrando

a dirne più di proposito, e in questioni dove l’esattezza dogmatica

può restar offesa da una parola meno precisa, sento il bisogno di

riprofessare la mia piena sommessione all’indefettibile autorità

della Chiesa, e l’incondizionata accettazione d’ogni suo decreto.

Il che fo nè obbligato nè consigliato, ma per vero convincimento; e

tanto più spontaneo quanto che mi sento e mi mostrai sempre cittadino

indipendente, e scrivo in paese dove nessun vincolo ha la stampa, in

tempi ove l’opinione careggia tutt’altri sentimenti.

(L’autore trattò più ampiamente questa materia in un lavoro speciale,

_Gli Eretici d’Italia_, volumi 3 in-8º, da questa medesima Unione

editrice. _Gli Editori_).

[273] Ho alla mano _Replica fratris Silvestri Prieratis ad fratrem

Martinum Lutherum_, senza data, di dieci carte, ove difende sè dalle

incolpazioni dategli.

[274] Fra altri compose il _Compendio d’errori ed inganni luterani;

Rimedio alla pestilente dottrina di frate Ochino; Discorso contro la

dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola_.

[275] Era egli a Siviglia nel 1522 quando fece ritorno la nave

_Vittoria_, che per la prima avea fatto il giro del globo; e trovavano

d’aver perduto un giorno, benchè esatto giornale avessero tenuto.

Nessuno sapeva darne ragione, ma il Contarini la spiegò.

[276] _Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac

maledictis; nec christiana pietate sed canina facundia... Nec jurgiis

modo, sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt.

Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque

se ipsos exhibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso

quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit,

ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur._ Il Bembo lodava

grandemente le lettere del Cortese, «nella qual cosa egli merita tanto

maggior laude, che _delet maculam jam per tot sæcula inustam illi

hominum generi_, di non saper scrivere elegantemente».

[277] PALLAVICINO, _Storia del Concilio di Trento_, lib. XI. c. 30.

[278] 1º Quod eliminet omnes dolores præteritorum temporum, simoniam

videlicet, ignorantiam e tirannidem, ac vitia omnia quæ alias Ecclesiam

affligebant; et bonis consultoribus adhæreat, et libertatem in votis,

in consiliis ac executione gubernatorum cohibeat.

2º Ecclesiam juxta sancta concilia et sacras leges canonicas religiose,

quantum tempora patientur, reformet, ut faciem sanctæ Ecclesiæ, non

peccatricis congregationis referat.

3º Fratres suos et filios carissimos sanctæ romanæ Ecclesiæ cardinales,

aliosque prælatos et membra Ecclesiæ integro amore non verbis tantum

sed rebus et operibus complectetur, bonos honorando et exaltando,

illisque et maxime pauperibus providendo, ne apex apostolicus

paupertate sordescat.

4º Omnibus indifferenter justitiam administrabit, et in hoc optimos

officiarios constituet, qui nullis compositionibus aut altercationibus

jurium justiciam pessundabunt.

5º Fideles, signanter nobiles, et monasteria consueta adjuvari, in suis

necessitatibus juxta tempora bonorum pontificum sustentabit.

6º Infideles, maxime Turchas, pessimos crucis hostes, nunc apud

Rhodum et Hungariam multis victoriis superbientes, qui maximo dolori

et terrori Ecclesiæ sanctæ sunt, excludet et expugnabit, et ad

hanc expeditionem pecunias congruentes, inducias inter Christianos

procurabit, et justam expeditionem magna auctoritate ordinabit, et nunc

aliquo pecuniario præsidio obsidioni Rhodianæ succurret.

7º Ecclesiam Principis Apostolorum magno nostro dolore diruptam et

conquassatam, partim sua impensa, partim principum et popolorum piis

suffrages, sicut prædecessores sui fecerunt, eriget, consolidabit.

[279] _Epistolæ famil._, tom. I. p. 18.

[280] Tratto dalla Biblioteca di Monaco, noi l’abbiamo inserito negli

schiarimenti al libro XV della _Storia Universale_. Nello SCHELHORN,

_Amœnitates historiæ ecclesiasticæ_, nº VIII, trovasi un lungo

consulto di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I

imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana.

[281] SANUTO, _Diarj_ al 1523; presso il quale è un’epistola, che dice:

_Vir est sui tenax, in concedendo parcissimus, in recipiendo nullus

aut rarissimus; in sacrificio quotidianus et matutinus est: quem amet

aut si quem amet, nulli exploratum. Ira non agitur, jocis non ducitur.

Neque ob pontificatum visus est exultasse; quinimo constat graviter

illum ad ejus famam nuntii ingemuisse._

[282] Giovanni Cambi, al 1522.

[283] Erasmo, _Ep._ 1176, dice: — _Vix nostra phalanx sustinuisset

hostium conjurationem, ni Adrianus tum cardinalis, postea romanus

pontifex, hoc edidisset oraculum: Bonas literas non damno, hæreses et

schismata damno_». Anche Girolamo Negri, nelle lettere, ove dipinge

sì bene quel pontificato, dice: — Dilettasi soprattutto di lettere,

massimamente ecclesiastiche, nè può patire un prete indotto».

[284]

_Sextus Tarquinius, Sextus Nero, Sextus et iste:_

_Semper et a Sextis diruta Roma fuit._

Sono di gran verità i due epitafi destinatigli:

Hadrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam

quod imperaret duxit.

Pro dolor! quantum refert in quæ tempora vel optimi cujusque vita

incidat.

[285] Lettera del 19 aprile 1532, nelle _Cartas al emperador Carlos V

escritas por su confesor_. Berlino 1848.

[286] Vedi _Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de

emendanda Ecclesia, S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et

exhibitum_. 1538.

[287] Vedi BARTOLI, _L’Italia_.

[288] _On n’a qu’à publier hardiment tout ce qu’on voudra contre les

Jésuites, on peut assurer qu’on persuadera une infinité de gens._

BAYLE, in _Lojola_.

[289] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a

Padova, scrisse un libro _del concilio_, dove esamina quali persone

abbiano diritto d’intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; ove

deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o

soltanto di filosofia e lettere anzichè di canoni e scritture; esamina

poi i varj concilj precedenti, e quistiona se il concilio sia superiore

al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici,

ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.

[290] Sulla riforma in Italia possono vedersi: SCHELHORN, _Amœnitates

historiæ ecclesiasticæ et literariæ_. Lipsia 1737-46; GERDES, _Specimen

Italiæ reformatæ_, 1763; TIRABOSCHI, _Storia della letteratura_, tom.

X. p. 560; MAC CRIE, _Storia dei progressi e dell’estinzione della

Riforma in Italia nel XVI secolo_, con un compendio della storia

della Riforma tra i Grigioni (ingl.) 1830; CANTÙ, _Storia della città

e diocesi di Como_, lib. VIII, il _Sacro Macello in Valtellina_,

Firenze 1853, e _Gli Eretici d’Italia_. Sui protestanti napoletani

vedi GIANNONE, _Storia civile_, VIII, p. 12; e nella _Zeitschrift für

Geschichtswissenschaft_, 1847, vol. VIII, p. 545, un articolo di G.

HEINE, _Ueber die Verbreitung der Reformation in Neapel_, con notizie

tratte dall’archivio di Simancas.

[291] Il famoso Andrea Alciato diresse al Mallio una lettera per

dissuaderlo di farsi francescano; ove a tal uopo gli espone gli

abusi e i disordini della vita monastica, con grandissima libertà.

Il Calvi n’ebbe copia, la mandò ad Erasmo, e pensava pubblicarla.

Grand’apprensione ne prese l’Alciato, e in bel latino ironicamente gli

scriveva: — Oh tristo di Calvi! e più che capital nemico dell’Alciato

se ciò farai! Che mi varranno le mie veglie, che i tanti studj? Se tu

mi spargi di questo veleno, vorrei piuttosto esser morto. Lutero, i

Picardi, gli Ussiti e gli altri nomi d’eretici non saran tanto infami

quanto il mio se ciò avvenga. Non sai o dissimuli di sapere le faccende

di questi cucullati, la forza, la potenza, le esclamazioni sui pulpiti,

le esecrazioni fra il popolo, le detestazioni, e gl’infiniti mali

che (gli Dei me ne campino) ricadran sul mio capo? Intenterò processo

d’ingiuria, prima a te come campione, poi a Erasmo, poi a Frobenio;

invocherò uomini e Dei, moverò ogni pietra per iscagionar me, e voi

soli imputare ecc.». _Marquardi Gudii et doctorum virorum ad eum

epistolæ._ Utrecht, 1697.

[292] Ap. HOTTINGER, _Ecclesia sæculi XVI_, tom. II. p. 61.

[293] Lettera del 27 marzo 1554, esistente nella biblioteca nazionale

di Parigi, cod. 8645, carta 56. — Calvino conservò sempre l’amore

della duchessa. Quando il duca di Guisa, campione de’ Cattolici di

Francia, genero di lei, fu assassinato davanti Orléans dal fanatico

Poltrot, e i predicanti dalla cattedra inveivano contro di lui, la

duchessa ne mosse lamento con Calvino, il quale rispondendo non riprova

l’assassinio: _Si le mal fâchait à tous les gens de bien, monsieur de

Guise, qui avait allumé le flambeau, ne pouvait pas être épargné. Et de

moi, combien j’ai toujours prié Dieu de lui faire merci, si est-ce que

j’ai souvent désiré que Dieu mit la main sur lui pour en délivrer son

Eglise, s’il ne le voulait convertir... Cependant de le damner c’est

aller trop avant, si non qu’on eût certaine marque et infaillible de sa

réprobation._ Lettere di G. Calvino, raccolte da G. Bonnet, tom. II. p.

553. Parigi 1855.

[294] Angelica Negri di Gallarate, piissima monaca, le cui lettere

spirituali si leggevano nei refettorj, e che il marchese Del Vasto

governator di Milano volea consigliera e al letto di sua morte, udendo

l’Ochino predicare a Verona nel 1542, predisse cadrebbe nell’eresia.

[295] Predica III e IV.

[296]

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 19 / 22 题