NOTE:

[1] Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare

dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino, _Beiträge zur

Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens_.

[2] Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo,

quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino;

meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni

su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non

ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i

costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di

ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero

e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.

[3] _Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio

intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis

conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur

superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior,

aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti

evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit

clausura. — De re ædificatoria_, lib. X. c. 12.

Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando

quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattato _Della

fortificazione per chiuse_ di Simone Stevin, ingegnere del principe

Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le

chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare

coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo

il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere

portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il

quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle

facilmente servibili.

[4] L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo

Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di Milano _Sind die

reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem

Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der

Kunstwercke Italiens._ Basel, 1855.

[5] Donde l’epigramma del Sannazaro:

_Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;_

_Hunc in jure potes dicere pontificem._

[6] Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a

stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor

della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual

loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San

Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran

fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E

sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno

per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno,

frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l

può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è

uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se

ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo

in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a

chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».

[7] Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso

Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.

[8] L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo.

È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di

Ferrara.

[9] Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in

fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di

San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo

quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele

Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco

Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un

gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il

vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i

cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero

bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del

duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.

[10] Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite,

vedi _Memorie lucchesi_, vol. VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del

marchese Mazzarosa.

[11] Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la

data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote

Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo,

Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti

lavori ma sempre deteriorando.

[12] Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella,

dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi,

figure simboliche, eroi, ecc.

[13]

_Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hoste_

_Esse, foris muros, pax vos liget intus amoris....._

_Arboreis frustra petitur sub frondibus umbra_

_Interius morbus si viscera torret acutus._

_Ne pereant igitur labor ac impendia muri,_

_Cives, consilium vestri servate Johannis._

È del 1240.

[14] _In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit

amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur,

multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera

postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et

si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt_.

[15]

_Hos spectate viros, animisque infigite, cives._

_Publica concordi nam dum bona mente secuti_

_Majestas romana duces tremefecit et orbem;_

_Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,_

_Libertas romana perit, scissoque senatu,_

_Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ._

[16]

Specchiatevi in costor, voi che reggete,

Se volete regnar mille e mille anni:

Seguite il ben comune, e non v’inganni

Se alcuna passione in voi avete.

Dritti consigli, come quei, rendete,

Che qui di sotto son con lunghi panni,

Giusti coll’arme ne’ comuni affanni

Come quest’altri che quaggiù vedete.

Sempre maggior sarete insieme uniti

E salirete al ciel pien d’ogni gloria

Siccome fece il gran popol di Marte,

Il quale avendo del mondo vittoria,

Poichè in fra lor si fur dentro partiti,

Perdè la libertà in ogni parte.

[17] L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;

L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,

Le diedi affetto: insegni il Buonarroto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

[18] Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo,

parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non

sentirlo solamente lo dimostra dipinto». _Vita del Ghirlandajo_.

[19] VASARI. Il Cicognara, _Storia della scultura_, lib. III. c. 2, c

il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre

a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe, _A critical essay on

oil Painting_, cita un manoscritto _De artibus Romanorum_ di un Eraclio

romano, che si suppone vissuto nell’XI secolo, ove si parla _de omnibus

coloribus oleo distemperatis_, ma per dipingere muri a somiglianza di

marmi.

Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese

leggo al 1301 che, per dipingere la _maestà_ (in Lombardia si dà

ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon date _libre_ XXXIX

_trementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam

magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia_. Il

padre Marchesi, nel _Commentario alla vita di Antonello da Messina_,

raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck

l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli

insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera

d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si

asciughino.

* Il conte Giovanni Secco-Suardo (_Sulla scoperta e introduzione in

Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio_, Milano 1858) tolse a

chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non

erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417:

che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato

vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra

per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa.

Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.

[20] Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia

nel cinquecento son noverate da Burkhardt, _Der Cicerone_, pag. 845.

[21] Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi: _Gentilis

Bellinus amore incensus crucis_ 1496. — _Gentilis Bellinus pio

sanctissimæ crucis affectu lubens fecit_ 1500. Giovanni, sotto la

madonna della sacristia dei Frari scrisse:

_Janua certa poli, duc mentem, dirige vitam_

_Quæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ._

[22] È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette

nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero

disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si

richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida opera

_Holzschnitte berühmter Meister_, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i

grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.

* Nel _Kunstblatt_ del 1835, nº 58, è riferita un’immagine

coll’iscrizione _S. Nicola d’Tholentino_. Il santo porta un libro ov’è

scritto _precepta pris mei servavi_. 1446. È l’anno appunto in cui

quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale

incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno,

fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.

[23] Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr,

_Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra

Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes

Papier abzudrucken_. Lipsia 1841.

[24] È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche

dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de

Quincy, Passavant (_Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi_),

resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della

bellezza armonica.

[25] «Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano

buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono

affatto quelli nella volta del palazzo Chigi». VASARI, _Vita di

Rafaello_.

[26] Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti

istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H.

Fortoul (_Etudes d’archéologie et d’histoire_, 1854). Alla prima epoca

paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio;

alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da

Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto

con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione;

nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo,

Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole

dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia;

nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi

Caracci.

[27] Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo

diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di

nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima

cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione

ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni

rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre

statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte

come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano

quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo

e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio

di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi.

In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e

ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele

dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita

fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera,

di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui

mezzo il cadavere del papa.

Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però

aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le

prove in GAYE, _Carteggio_, tom. II.

[28] Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’_innocente

semplicità del_ cinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e

non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto

della Magliabechiana, _cl_. XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549

si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore

di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della

qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il

duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare,

e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si

scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino

a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor

delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo

Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili

capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o

scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero

che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili

idolatrie come queste».

Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye

alquanto diversa dalle edite:

— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del

giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne

la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi

vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne

lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni

senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo

stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel

Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà

di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che,

per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate

ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù,

ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa,

dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie

cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano,

contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se

non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di

bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento

a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva

ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con

detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia

mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e

quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire

non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir

con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per

più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il

decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto

del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il

postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro

supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non

credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui.

Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane

impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra

laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le

vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate

la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra

quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in

luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo

affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio

la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale

volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che

torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»

Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:

Dovevi pur distinguere e pensare

Che dipingevi in chiesa: in quanto a me

Sembra una stufa questo vostro altare...

Dunque là, dove al Ciel porgendo offerte

Il sovrano pastore i voti scioglie,

S’hanno a veder le oscenità scoperte?

[29] Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.

[30]

Grato m’è il sonno, e più l’esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura;

Non veder, non sentir m’è gran ventura;

Però non mi destar; deh, parla basso.

[31] CONDIVI, _Vita di Michelangelo_. Celebrandosene il centenario a

Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di

lui.

[32] Al Vasari dirigeva questo sonetto:

Giunto è già ’l corso della vita mia

Con tempestoso mar, per fragil barca,

Al comun porto, ov’a render si varca

Conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettuosa fantasia,

Che l’arte mi fece idolo e monarca,

Conosco or ben quant’era d’error carca,

E quel che a mal suo grado ognor desia.

Gli amorosi pensier già vani e lieti

Che fien or, s’a due morti mi avvicino?

D’una so certo, e l’altra mi minaccia.

Nè pinger nè scolpir fia più che queti

L’anima volta a quello amor divino

Ch’aperse a prender noi in croce le braccia.

[33] Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto:

— Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli

azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte

le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e

sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente

quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale

era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non

mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore,

onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua,

imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco,

faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto,

mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata;

dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro

risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che

nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il

priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire,

spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! —

Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava

l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando

gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è

vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai

chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli

sfiduciati, come voi siete».

Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano

il minio: _Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium

penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus._ Hist. nat.,

XXXIII. 40.

[34] Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non

finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la

testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità,

e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o

l’impotenza dell’arte». _Vita di Leone X_, cap. 2. Anche il Vasari dice

che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico

Borromeo, nel _Musæum_ stampato il 1625, loda tanto quella testa:

_Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione

occultatus atque suppressus intelligitur_. Vedasi GALLENBERG, _Lionardo

Vinci_, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sul _Cenacolo_ è di

mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando

nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente il

_Saggio delle opere di L. Da V._, con 24 tavole litografiche tratte dal

Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.

[35] Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.

[36] Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso

che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla

biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal

conte di Leicester.

Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera

al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I,

il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano

in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre

circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito

nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea

messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche

«in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva

la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento,

da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove

«raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla

gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano

trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari

ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano

gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari,

per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non

simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.

[37] Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo,

stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si

legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino

rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in

questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità

di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la

vite _b_, chè sopra al vaso de lacqua _bc_, e nel serrare la vite,

si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte

infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che

parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito.

Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che

qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e

quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico

libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in

antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del

nostro secolo.

[38] Nel 1604 nella _Astronomiæ pars optica Kepleri._

[39] Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e

colorito:

Apelle nel colore e ’l Buonarroto

Imitai nel disegno; e la natura

Vinsi, dando vigor ’n ogni figura

E carne ed ossa e pelle e spirti e moto.

Invece quella di frate Angelico diceva:

_Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,_

_Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam._

[40] Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e

alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.

[41] Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi

si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano

aspetto di bassorilievo.

[42] Scriveva al granduca Ferdinando:

«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio

di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli

ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti

a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel

che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno

quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di

dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore

e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare

una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano

per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici

di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di

tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi

molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli

uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza

non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira

da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza

di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio

della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima

che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire

o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state

fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti

servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle

cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono.

E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue,

che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca,

vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti,

siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani

tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri,

che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico

con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio

servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non

ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi

conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto

titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti

pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto

a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che

menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla,

essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza

cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è

christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra

altezza».

Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci

per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.

[43] Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San

Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura

che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli

poteva creder ciò che avea scritto.

[44] Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento,

e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere

ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali

cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la

religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie

lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode

nell’artificio e nella virtù».

Poc’anzi il sig. Didron scriveva: _Vasari est coutumier de l’erreur,

et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou

volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques_, 1856, pag.

23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le

Monnier.

[45] _Trattato dell’arte della pittura_, diviso in sette libri, nei

quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura;

Milano, 1584. _Idea del tempio della pittura_; 1590. A ciascun pittore

appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro

il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente.

Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del

Bramantino (lib. IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di

Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti

Alberto Dürer e Daniele Barbaro.

[46] Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta

dalla _Illustrazione del Lombardo-Veneto_.

Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di

casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi

avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo

innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del

Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar

timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo

modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il

Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli

adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione

di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine

all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in

quelli di Saronno, nell’_Ecce homo_ e nella Deposizione dalla Croce a

San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola

di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione

della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna

in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre

pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare

qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione

della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo

in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero

Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno

dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.

E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse

compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione

di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile

Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora

annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer

Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li

dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre,

e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo

opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li

teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche

sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede,

computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».

Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per

la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi

tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere

che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle

salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il

Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove

dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una

parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi

s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui

rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.

Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi

ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel

refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e

cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è

posteriore ai dipinti di Saronno.

Ma la fanciulla soccombette al dolore, e il Luino tornò in patria, ma

non dimenticolla mai, e pose spesso il ritratto dell’amata fanciulla,

e principalmente nel quadro che dicesi la Monaca di Luino. Occasione di

questo dipinto fu il cav. Giambattista Pusterla quando, combattendo per

Massimiliano Sforza, cadde prigioniero de’ Francesi, e votatosi alla

beata Caterina Brùgora, si trovò trasportato alle proprie tende; onde

fece dipinger questo fatto dal Luino, ove la fanciulla della Pelucca

compare in sembianza della santa, con un crocifisso nella destra

serrato al cuore, la palma nella sinistra, e sulla spalla la colomba.

Danno al Luino due figli, Aurelio ed Evangelista; e un fratello

Ambrogio che gli servì d’ajuto, e al quale si attribuiscono alcuni

dipinti del santuario di Saronno, e alcuni del Monastero Maggiore, men

chiari e di un fare meno spigliato. (_Gli editori_).

[47] Il Bordiga (_Notizia intorno a Gaudenzio_, Milano 1821) reca un

concilio novarese, dov’è menzionato _Gaudentius noster, opera quidem

eximius, sed magis eximie pius_. Non crediamo fosse scolaro del

Perugino. Nel suo quadro del 1511 per la chiesa d’Arona si sottoscrive

_Gaudenzio Vinci_.

[48] Egli e Cristoforo detto il Gobbo pare nascessero da Boniforte, che

per Francesco Sforza a Milano fabbricò l’Incoronata, la Rosa, la Pace,

le Grazie, sempre attenendosi al gotico.

[49] Gli scultori, che si trovano mentovati nei rendiconti dal

principio del cinquecento alla Certosa di Pavia, sono Antonio Amedeo,

Gian Giacomo della Porta, Silvestro di Carate, Giuseppe Rosnati,

Dionigi Bussola, Carlo Simonetta, Alberto di Carrara, Giambattista De

Magistris detto il Volpino, Cristoforo Romano, Bernardino da Novi,

il Gobbo Cristoforo Solaro, Agostino Busti detto Bambaja, Battista

Gattoni, Antonio Tamagini, Tommaso Orsolino, Andrea Fusina, Angelo

Marino, Marco Agrati, i fratelli Mantegazza, Ettore d’Alva, Antonio

da Locate, Battista e Stefano da Sesto, Biagio di Vairano, Francesco

Piontello, Giacomo Nava.

[50] Il Lomazzo lo nomina una volta, nessuna il Lattuada.

[51] Un altro artista trovo menzionato. Giovan Cristoforo Romano,

«oltra le altre virtù e massimamente della musica, fu al suo tempo

scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente, e

massimamente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Visconti

nella Certosa di Pavia. E se non che nell’età sua più verde e più

fiorita fu assalito d’incurabile infermità, forse fra Michelangelo e

Donatello stato sarebbe il terzo». SABA CASTIGLIONI, _Ricordo_ 409.

[52] _Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus_.

[53] _Vite ed elogi d’illustri Italiani_, in FEDERICO ASINARI.

[54] Lo stesso pensiero effettuò Antonio di Sangallo nel campanile di

San Biagio a Montepulciano. Accumula molti errori il Valery, _Voyage

historique et littéraire en Italie, ove dice: Le clocher de Sainte

Claire par Masuccio II, est d’un beau et pur gothique. On remarque

au troisième étage l’heureuse innovation du chapitau ionique, opérée

par Michelange, avec lequel l’architecte napolitain doit en partager

l’honneur_.

[55] In Santa Maria Nuova leggesi: _Petrus de Martino mediolanensis,

ob triumphalem arcis novæ arcum solerter structum, et multa statuariæ

artis suæ munera huic ædi pie oblata, a divo Alphonso rege in equestrem

adscribi ordinem et in ecclesia sepulchro pro se ac posteris suis

donari meruit_ MCCCCLXX. A torto il Vasari l’attribuisce a Giulian di

Majano, che neanche può aver eseguito le scolture, opere di diversi,

e nominatamente di Isaia da Pisa, figlio di Filippo, secondo un

manoscritto della Vaticana Nº 1670.

[56] Un altro milanese sconosciuto ci è rivelato dalla pittura di San

Giovanni a Carbonara coll’iscrizione: _Leonardos Bisucio de Mediolano

hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit_ 1417. Quelle pitture fin oggi

furono attribuite a Gennaro di Cola e Stefanone. Un Ambrogio da Milano

fece il sepolcro del vescovo di Ferrara in San Giorgio di questa

città. Ottavio Scotto da Monza incise nel 1484 un soggetto della Divina

Commedia, rarissimo intaglio che venne recentemente al marchese Campana

di Roma.

[57] Due pajono i Colantonio. I primordj dell’arte a Napoli furono

ingombrati di favole da Bernardo Dominichi, _Vite dei pittori, scultori

e architetti napoletani_; seguitato dal Lanzi. Volea correggere i

troppi errori Enrico Guglielmo Schulz prussiano, che da molti anni

lavorava a una storia delle arti nell’Italia meridionale, ma morì

precoce. Masuccio secondo forse scomparirà dalle storie successive. Si

veda il _Discorso sui monumenti patrj_, dell’architetto Luigi Catalani.

Napoli 1842.

Quasi ogni scuola, anzi ogni paese ha storie artistiche particolari,

come

MARIOTTI, _Lettere pittoriche perugine_;

VIDONI, _La pittura cremonese_;

AVEROLDI, _Pitture scelte di Brescia_;

ZAMBONI, _Memorie intorno alle fabbriche di Brescia_;

PINO, _Dialogo della pittura veneziana_;

MORONA, _Pisa illustrata nelle arti del disegno_;

Trotti per Bergamo, Milanesi e Porri per Siena, Cricco per le arti

trevisane, Maniago per le friulane, Malvasia, Ridolfi ecc. e i recenti

editori del Vasari e il Cavalcasella.

[58] Appartiene agli aneddoti plateali la povertà del Correggio e la

tenuità dei prezzi attribuiti alle sue opere. Il Tiraboschi ricavò

dalle carte che, per la cupola di San Giovanni cogli ornamenti aggiunti

alla nave maggiore, toccò quattrocentosettantadue zecchini; millecento

per la cupola della cattedrale, cento per la Madonna e sant’Antonio,

ottanta pel san Girolamo, quarantasette e mezzo scudi d’oro pel

quadro della Notte, ora a Dresda. I moltissimi errori tradizionali

sul conto del Correggio furono confutati da Tiraboschi, Pungileoni,

Affò; e parecchi documenti si pubblicarono da poi. Al disegno che nella

biblioteca Ambrosiana è indicato come la _famiglia del Correggio_, e

che offre un vecchio, colla moglie ancor giovane, e una figliuola e tre

ragazzi a piè nudi, bisognerà cambiar titolo; giacchè il Correggio di

ventisei anni sposò Girolama Merlini di sedici, e n’ebbe un maschio e

tre ragazze.

[59] Enrico Mortara, in un’affettata biografia di questo pittore,

dubita se alchimiasse, e se intagliasse in legno. Il tipo delle sue

Madonne vorrebbesi riconoscere nella famiglia Beduschi. Alla Carossa,

un miglio da Casalmaggiore, additano la cascina ove dicono morisse di

sifilide sopra un pagliajo.

[60] Paolo, non molto abile nel frescare, volea sempre seco lo Zelotti

in tale uffizio.

[61] L’Algarotti, _Opere_, tom. VIII, p. 26, dice che Paolo della

sua Cena ebbe soli novanta ducati d’oro, «siccome io ho ricavato dai

quaderni della celleraria del monastero di San Giorgio Maggiore». Noi

addurremo il contratto qual si legge nell’archivio di esso San Giorgio,

donde apparirà quanto l’Algarotti _ricavasse_ male:

«Addì 6 zugno 1562.

Se dichiara per il presente scritto, come in questo giorno il padre

don Alessandro da Bergamo procurator, e io don Mauritio da Bergamo

cellerario, semo rimansi dacordio con messer Paulo Caliar da Verona

pictor di far uno nostro quadro nel refectorio novo, di la larghesa et

alteza ch se trova la fazada, facendola tutta piena, facendo la istoria

di la cena del miracolo fatto da Cristo in Cana Galilea, facendo

quella quantità de figure che le potrà intrar acomodadamente, et che

si richiede a tale intentione: metendo il detto messer Paulo la sua

opera de pictor et ancor tutte le colori de qual sorte se sia, et così

la tela et ogni altra cosa che se possa intrar a tuti soe spesi. Et il

monasterio mettira solum la tela simplizamente, et farà far il telaro

per ditto quadro; del resto poi inchiudarà la tela a soi spesi et

altre manifatura a che le potrà intrar. Et il detto messer Paulo sarà

obligado a metter in ditta opera boni et optimi colori, et no mancar

in niuna cosa dove abia a intrar oltremarin finissimo, et altre colori

perfettissimi che siano aprobati da ogni perito. Et per sua mercede

l’abiamo promesso per detta opera ducati trecentovintiquatro da ll. sei

ss. quattro per cadauno, dandoli detti danari alla zornada secondo farà

bisogno; et per capara le abiamo dato ducati cinquanta, promettendo

il detto messer Paulo dar l’opera finita alla festa de la Madona de

septembre 1563; et sopra mercado le abiamo promesso una botta di vino

condotta in Venezia, da esser data a sua requisition. Et il monasterio

le darà le spese di bocca per el tempo che lavorerà a detta opera, et

averà quelle spese di bocca che se manzarà in refectorio. Et in fede».

Seguono le sottoscrizioni e la quitanza finale di ducati trecento di

esso Paolo, sotto il 6 ottobre 1563.

[62] Antonio Campi pittore e storico numera molte Cremonesi del suo

tempo, celebri nelle belle arti o per virtù. Al 1572, altre pittrici

del cinquecento conosciamo; e suor Plautilla Nelli bolognese, non

potendo uomini, copiava donne, sicchè diceano che facea non Cristi ma

Criste. Altre monache, e principalmente Domenicane, coltivarono le arti

belle.

[63] Di bel gotico sono a Venezia il coro di San Zaccaria, la porta

della Carta, il portico del palazzo dogale verso la scala de’ Giganti,

la facciata di San Giovanni e Paolo, il monumento del doge Foscari,

ecc.

[64] Ma l’architetto di quel palazzo non fu il Calendario, e piuttosto

Pietro Baseggio: nè la facciata e la scala de’ Giganti sono del Bregno,

indicato dalla tradizione, se pur questo non era il soprannome del

Rizzo. Un’iscrizione infissa nella gran finestra del palazzo ducale,

che dà sul molo, porta:

_Mille quadrigenti currebant quatuor anni_

_Hoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit._

Dunque già allora parte della facciata era costruita. Forse nel 1424,

additato da due cronache contemporanee, si fece la porzione che va

dalla tredicesima colonna fin alla porta della Carta. Ma come spiegare

la bellezza de’ capitelli, che li mostra posteriori al 1404? Il lavoro

continuò fino al settembre 1463, quando «fo saldado la raxon a maistro

Pantalon et a maistro Bartolamio tajapiera per el lavor del palazzo

a lor deliberado». Questo Bartolomeo Bon, autore dell’ammirata porta

della Carta nel 1439, è differente dal Buono, che diresse la fabbrica

delle Procuratie vecchie e il campanile di San Marco. Tutto ciò consta

da documenti recentemente scoperti. Il Morelli pubblicò _Notizia

d’opere di disegni nella prima metà del secolo XVI, esistenti in Padova

Cremona, Milano, Pavia, Bergamo, Crema e Venezia_ (Bassano 1800),

tratta da manoscritti di Apostolo Zeno, e con copiose annotazioni.

Meglio giovano i documenti che pubblicò il Cadorin ne’ _Pareri di XV

architetti sopra il palazzo ducale_. Vedi ZANOTTO, _Il palazzo ducale

illustrato_, 1854.

[65] Di costui trovo a Ravenna un altare e un sepolcro in San

Francesco, un san Marco in duomo del 1491.

[66] Il cardinale Zen nel 1501 testò lasciando cinquemila ducati,

perchè in San Marco gli si facesse la sepoltura di bronzo, altri

milleseicento per ornare la cappella, e duemila da investire in beni

stabili, del cui reddito vestir gentiluomini di casa Zen con mantello

nero ogni suo anniversario, e cinquecento per un paliotto broccato

con velluto e oro, da mettere quel giorno; al Sant’Antonio di Padova

ducati cinquemila per una cappella con messa quotidiana; al duomo

di Vicenza ducati cinquemila per una messa quotidiana e altre opere

pie; al San Marco di Venezia nove grandi vasi d’argento; ai poveri di

Venezia diecimila ducati; dodicimila per la fabbrica di San Fantino,

oltre minori legati; e dell’avanzo, consistente in oro, argento, gemme,

costituiva eredi Alessandro VI e la repubblica di Venezia.

[67] Alcuni bronzi della loggetta sono di Tiziano Aspetti, che altri

lodevolmente ne fuse a Bologna. Nella necessità della guerra turca,

la repubblica impose tassa su tutti, eccettuati Tiziano e Sansovino.

Francesco, costui figlio, lasciò una descrizione di Venezia. Il

Sansovino allevò Tommaso Lombardo da Lugano, buon architetto, mediocre

scrittore e cattivo cantore di Marfisa.

[68] Menzioneremo anche l’_Architettura_ di Antonio Labacco.

[69] Ha ventotto metri di corda, ventidue di larghezza, e sorge metri

sette sopra l’acqua media. Or ora l’abate Magrini, autore delle

_Memorie del Palladio_, raccolse dai documenti che quel ponte fu

architettato da Giovanni Aluise Bolchi, patrizio, di cui null’altro si

conosce.

[70] Vedi BASSI, _Dispareri in materia d’architettura e di

prospettiva_. 1572.

[71] Che i baluardi del Sanmicheli non fossero i primi è dimostrato dal

Promis nei Commenti al Martini, ii. 300. Attorno a Firenze già n’erano

nel 1526; a Urbino dopo il 1521; a Bari prima del 1524. Nell’assedio di

Rodi nel 1522, i baluardi già erano formati alla moderna per opera di

Basilio della Scala vicentino, ingegnere di Massimiliano I e Carlo V:

nel 1518, Carlo III di Savoja aggiunse baluardi siffatti al castello

sul monte di Nizza: nel 1518 Alberto Pio muniva così Carpi: e al modo

stesso furono bastionate Padova, Treviso, Ferrara ed altre.

[72] _La manière de fortifier villes, châteaux, et faire autres

lieux forts; mis en français par le seigneur de Beroil François de la

Treille_. Lione 1586. Vedi pure MAFFEI, _Verona illustrata_, part. III.

cap. 5.

[73] UGURGIERI, _Pompe sanesi_.

[74] CRASSO, _Elogi d’illustri capitani_.

[75] _Nuove invenzioni sopra il modo di navigare_. Roma 1595.

[76] _Arte militare terrestre e marittima secondo la ragione e l’uso

de’ più valorosi capitani antichi e moderni_. 1599.

[77] _Trattato delle acque_, Padova 1560.

[78] GAYE, _Carteggio d’artisti_, II. 364.

[79] Matteo Pasti, Giulio della Torre, il Pomedello, il Caroto; inoltre

Galeazzo e Girolamo Mondella, Nicolò Avvanzo, Giacomo Caralio, che

intagliarono anche pietre dure; Sperandio mantovano, Giovanni Boldù

veneziano, Francesco Francia bolognese, Vittorio Camelo veneziano.

Domenico di Paolo era valente per imitare le medaglie antiche, come

Lodovico Marmitta parmigiano. CICOGNARA, _Storia della scoltura_, lib.

V. c. 7.

[80] E dipinti li credeva Carlo V quando fu per la coronazione a

Bologna, e tratto lo stocco, ne distaccò alcune scheggie per chiarirsi.

Andò poi alla cella ove il frate lavorava; il quale, appena lui

entrato, richiuse l’uscio. L’imperatore gli disse che il suo compagno

era Alfonso duca di Ferrara; e il frate soggiunge ben conoscerlo, ma

nol voler ammettere alla sua officina perchè, traversando gli Stati di

lui, era stato costretto pagar dazio pei pochi ferri di suo mestiere.

L’imperatore lo chetò, e il duca concesse franchezza d’ogni pedaggio a

lui ed a’ suoi allievi.

[81] PASSERI, _Storia delle majoliche fatte in Pesaro_, 1857.

[82] Negli _Archives de l’art français_, per P. De Chennevières,

lib. II, leggesi l’_état des gages des ouvriers italiens employés

par Charles VIII_; dove, insieme con pittori e scultori, appajono

artigiani d’ogni sorta, falegnami, sartori, un giardiniere, profumieri,

ricamatori ecc.

[83] KLAPROTH, _Tableaux historiques_, pag. 274.

[84] CRISPO, _Vita del Sannazaro_.

[85] Per un saggio citeremo Matteo, _Ars dictatorum_; Tommaso

da Capua, _Summa dictaminis_; Maestro Punicio, id.; Bernardo da

Napoli, _Dictamina_; Pier delle Vigne, _Flores dictaminum, Summa

salutationum_; Guidone Fabio, _Summa dictaminis, Viridarium dictaminis,

Summa purperea_; e Buoncompagno, Teodoro da Niem, Ricardo da Pophi,

Giovanni retore, Giovanni di Garlando, che ciascuno fecero una _Summa

dictaminis_; Alberto di Morca, che fu poi papa Gregorio VIII, _Forma

dictandi quam Romæ notarios docuit_...

Sin dai primordj le lettere papali adottarono la forma e le formole

delle imperiali: ce ne restano fin del 614 che hanno attaccata la bolla

di piombo, sulla quale da un lato l’Α Ω, e dall’altro l’agnello, o il

buon pastore, o i santi Pietro e Paolo, e ben presto il nome medesimo

del papa, spesso in lettere greche. Si conservò l’uso del papiro fin

all’XI secolo. Talvolta i papi stessi scrivevano, più spesso i notaj e

scriniarj, e furono modelli di calligrafia.

Leone IX è il primo che nelle bolle di piombo adottò le lettere

numerali per distinguere i papi del medesimo nome. Vittore II vi fece

un personaggio che dal cielo riceveva una chiave, e sul rovescio una

città coll’iscrizione _Aurea Roma_. Alessandro II vi fece scendere dal

cielo il motto, _Quod nectes nectam, quod solves ipse resolvam_. Urbano

II pose la croce fra i due Apostoli, il che fu adottato da tutti i

successivi fino a Clemente VII.

Il nome de’ consoli è scritto nelle bolle fino al 546: quel degli

imperatori greci fin al 772. Adriano I, cessando di porre il nome

degl’imperatori d’Oriente, segna coll’anno del proprio pontificato: i

successivi v’aggiungono quel degl’imperatori d’Occidente, ma or sì,

or no. Fin a Urbano II il computo dell’indizione si riferisce alla

costantinopolitana, di poi alla romana che cominciava al 1º gennajo.

Non prima di Giovanni III compare l’anno dell’Incarnazione. Sol fino a

Urbano II è usata l’êra vulgare: ma Nicola II torna a valersene secondo

l’uso fiorentino, cioè cominciando al 25 di marzo, come divien comune

dopo Eugenio III. Nelle semplici lettere non mettono che l’anno del

pontificato.

[86] È piuttosto a dire vario; ma parmi bellissimo in questo elogio

di esso Giovio a Venezia: _Ea tempestate Veneti, et magnitudine opum,

et diuturnitate imperii, et rebus terra marique feliciter gestis,

summam auctoritatem obtinebant. Urbs eorum ampla atque magnifica,

mercaturæ et rei navalis studio a parvis initiis crevit. Sed ea propter

incredibilem situs munitionem, ante alias et beata et admirabilis

æstimatur, quod interfluentis Hadriæ paludibus cincta, nullisque ob

id opportuna hostium injuriis, veteres thesauros domestica in pace

cumulatos periculosis etiam temporibus conservavit. Nulli etenim

a terra aditus, intercedente quadraginta stadiorum pelago, nulli

penitus a mari ingressus propter cœca atque humilia vada, usu tantum

indigenis nota, aut ingruentium Barbarorum avaritiæ, aut magnis ab

alto classibus patuerunt. Veneti homines in universum consilio sunt

graves, severi in judiciis, et in adversa rerum fortuna constantes, in

altera nunquam immodici. Omnibus quum idem sit conservandæ libertatis

et augendi imperii incredibile studium, in senatu libere et sæpius

acerrime sententias dicunt; nec quemquam temere ex optimatibus, qui

vel insigni virtute, vel spiritu in gerendis rebus cæteris antecellat,

nimio plus crescere, vel collecta gratia potentem et clarum fieri

patiuntur. Quibus institutis, dum servitutis metu, aliena virtute

quam sua terrestri in bello uti longe utilius et tutius putant, togati

omnes per octingentos amplius annos rempublicam nullis fere intestinis

seditionibus exagitatam, administrarunt. Cæterum ipsa nobilitas totius

maritimi negotii et navalis disciplinæ munera naviter implet, exutisque

togis arma desumit._

[87] La prima opera che siasi stampata a Parigi, furono le epistole del

nostro Barziza, il 1469, e vi sono premessi de’ versi, che finiscono:

_Primos ecce libros quos hæc industria finxit_

_Francorum in terris, ædibus atque tuis_ (della Sorbona).

_Michael Udalricus Martinusque magistri_

_Hos impresserunt, ac facient alios._

[88] Così il Poliziano nell’orazione su Omero: _Primæ nobilitatis pueri

ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non

deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum

proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile

in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse

videantur._

[89] Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati

dal DE WETTE, _Orientalische Studien_, nell’Enciclopedia di Ersch e

Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel)

portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla

corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato

in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si

collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e

in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare

colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato

di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di

questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro,

Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.

[90] Prefazione alla _Storia romana_. Citerò i lavori più celebri:

MANUZIO, _De legibus Romanorum_, 1558, _De civitate_, 1585; PANVINIO,

_De civitate romana interiore_; SIGONIO, _De jure civium romanorum_,

1560, _De jure Italiæ_, 1562, _De judiciis Romanorum_, 1574; PATRIZI,

_Della milizia romana_, 1583, che è il primo trattato di cose

guerresche; PANCIROLI, _Notitia dignitatum_ ecc. Potremmo aggiungere

Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.

[91] Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol. IX dello _Spicilegium

Romanum_, 1839; come anche alcune delle _Vite_ scritte dal Vespasiano.

[92] Il Sigonio avendo trovato frammenti del _De consolatione_ di

Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il

Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.

[93] Il dottor Maccaferri, che nell’_Irnerio_ studiò il genio

d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della

giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso

dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì al _credamus ut

intelligamus_, l’_intelligamus ut credamus_; eresse l’umana ragione

a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le

malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma

non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della

ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del

genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la

giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica

delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva

dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata

dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico

dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si

proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato

dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche;

al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che

gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu

precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del

sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al

novero dei genj progressisti.

I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza:

_De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De

jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc._

[94] La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio, _Regole

grammaticali della vulgar lingua_. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse

dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che

dal 1521 erano uscite le _Vulgari eleganze_ di Nicolò Liburnio.

[95] _Avvertimenti della lingua_, II. 21.

[96] Proemio agli statuti dell’Accademia.

[97] Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi

il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi

e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo

Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato

ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate,

che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente

erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non

apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto

quattro versi in lode o satira sua.

La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volume

I degli _Atti_ di questa, pubblicato nel 1819.

[98] È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro

convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico.

Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale

del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il

vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di

Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura

guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle

dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi

d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano

in mano si parla, e NON ALTRO».

[99] «Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (_il doge_)

quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore

non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole

riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al

bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non

chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così

gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...

«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e

tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno,

altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e

la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del

mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...

«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola,

niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro

ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre

e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle;

ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte.

Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli

odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie

sue...

«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti

dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria

gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancora _anzi_ pure ancora non

conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città,

che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono,

mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi

l’han fatto depositario e guardiano, rivendere, _anzi_ renderla loro

falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...

«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e

questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla

sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime

reliquie ed il vicario di Cristo; _anzi_ pure il santissimo corpo

di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed

all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre

false paci e non con alcuna real guerra vinto...

«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue

dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso

gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato,

sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata,

oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!

«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è

fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà

per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il

suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito

di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo

cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai

da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente

s’è potuto rimovere...»

Egli stesso, nell’orazione a Venezia _per la Lega_, descrive la

monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra

non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha

desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso

ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il

suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare,

di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del

sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto

(perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti

di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la

bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie

e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci

simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe.

Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i

costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato

gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe

avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la

libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».

[100] «E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che

quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra

e da voi operata...»

[101] _Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri

tempi_, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso

ristampate con cambiamenti.

[102] Trajano Boccalini, negli spiritosi suoi _Ragguagli del Parnaso_,

introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che

poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune

pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia

d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco

anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette

in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la

sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che

con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi

più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo

dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di

Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo

l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri,

deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti;

e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole

a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente,

ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti

il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro,

conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e

d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose,

perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di

Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città,

crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi

e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non

conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete

e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare,

hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di

conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità,

acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre

vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se

bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi

di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo

insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano,

di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità

de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo

che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna

notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri

delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra

cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà

nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle

quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna

cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era

più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma

più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata

e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni,

ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti

chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di

remissione d’animo».

[103] Lo _Scisma d’Inghilterra_ del Davanzati è traduzione o compendio

di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte

politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico

VIII.

[104] Il Napione, ne’ _Piemontesi illustri_, ha coraggio di lodare

l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e

la nativa semplicità.

[105] È pur notevole che la prima traduzione dell’_Eneide_ in francese

è d’un anonimo del 1483, oggi illeggibile, mentre noi leggiamo i _Fatti

di Enea_, anteriori di due secoli. Lemaire de Belges, che viaggiò

in Italia nel 1508 e 9, scrisse la _Concorde de deux langages_, ove

disputa sulla preminenza tra il francese e l’italiano, e concede la

superiorità di questo nel tempio d’Amore, ma l’eguaglianza nel tempio

di Minerva. Or bene, egli non può opporre a Dante che Jean de Meung,

autore del _Romanzo della Rosa_, e a Boccaccio e Petrarca, Crétin

e Meschinot; autori ignoti fino ai più eruditi francesi, mentre noi

leggiamo tuttodì que’ nostri.

[106] Nota al lib. I. c. 9, _Politic._

[107] Fu edito nello _Spicilegium_ del Maj.

[108] _Lettere_, nell’edizione de’ Classici, tom. III. c. 218.

[109] — Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanzi,

stracciate le lettere, chè io non ho tempo di scrivere quasi a persona,

non che di fare ogni lettera col compasso in mano; e questi furbi

libraj stampano ogni scempiezza. Fatelo, se volete ch’io vi scriva alle

volte: altramente mi protesto che non vi scriverò mai. Dico questo

in collera, perchè adesso ho visto andare in processione alcune mie

letteraccie, che me ne sono vergognato fin dentro l’anima».

[110]

Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,

Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.

Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,

E come te sol amo, pregoti me sol ama.

[111] Giammaria Barbieri di Modena stette molti anni in Francia per

istudiare i poeti provenzali, dai quali esso induceva l’origine della

poesia italiana; ricco di cognizioni e di manoscritti tornò in patria,

e chiese la collaborazione del Castelvetro; ma morì, non lasciando

compiuto che un trattato sull’origine della poesia rimata.

[112] Quando gli stranieri irrompevano contro Pavia, fece una canzone,

ove dice:

Eran tutta la turba di Guascogna

I vil fanti di Francia anime ladre

Contro l’alma Pavia giurati insieme

Co’ pastor di Lamagna e mille squadre

D’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!

Con loro Italia preme.

Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e teme

D’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;

Questo in disparte or lascio,

Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.

Tutte accampate son le schiere inique;

Come le rive, il Barco arme risuona,

Già son piantati i fulmini infernali.

[113] Novantasei opere del Sansovino cataloga il Cicogna, _Iscrizioni

venete_, tom. IV. p. 40.

[114] Se altro mancasse, citerei l’Oliviero e l’Orlando colla durindana

in pugno, scolpiti sulla facciata di San Zeno a Verona.

[115]

Io ti rispondo: era così permesso,

Era nato costui per ingannarlo,

E convenìa che gli credesse Carlo.

Cap. XXVIII. 15.

[116]

_Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,_

_Multa cito ut placeant, displicitura brevi._

_Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus impar_

_Ipsa sibi, longa non retinenda mora._

Carmina, lib. II.

[117] Nel III. 25, Melissa predice che da Ruggero nascerà un fanciullo,

il quale sarà in ajuto di Carlo contro i Longobardi.

[118] V’è una fontana _bella e ben intesa_, fatta come un padiglione

ottagono, _coperta_ da un cielo d’oro _colorito_ di smalti, e sostenuto

col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha

un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne,

che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca

aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.

[119] Un’_Allegoria sopra il Furioso_ fu stampata nel 1584 da Giuseppe

Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che

in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio

senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi

tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e

pubblica persona».

[120] L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi

senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse

«d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva

appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è

appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.

[121] Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio

dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i

padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in

mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il

più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’

nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare

l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli

del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria.

Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam

bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a

torcere dal bello, quando nemico del buono.

[122]

Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezza

Nobiltà d’alma, lealtade e fede,

Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.

Ben vi so dir che qui negletto siede

Parnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oro

Febo, Vener, Minerva e Marte cede;

Qui non bisogna ordir sottil lavoro

Per adempir le sue bramose voglie,

Chè ricchezze mostrar basta con loro.

[123] Gli furono pagate ducento scudi romani.

[124] A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per

avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli

tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si

ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per

questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 18 / 22 题