Quel fiorentino bizzarro del Lasca fu tra i pochissimi italiani che
nel secolo decimosesto avessero un concetto chiaro e concreto di ciò
che fosse e di ciò che dovess'essere il genere drammatico. Non che
riuscisse a scriver lui delle commedie vitali; ma, pur non avendo
scritta nè una _Drammaturgia_ nè un _Nathan il saggio_, egli ebbe in
sè qualcosa del Lessing: una scarsa vena poetica, cioè, e un'acuta
vista critica, snebbiata dagli uggiosi e letali pregiudizi della
imitazione classica. E fu una nuova iattura per l'arte nostra che gli
sprazzi di luce, emananti dai prologhi delle sue commedie o dalle
poesie burlesche, non valessero a trattenere qualcuno dei nostri
tanti commediografi dall'inoltrarsi per quella via senza uscita della
imitazione di Plauto e di Terenzio.
Poichè, mi preme dirvelo subito, noi abbiamo speciale obbligo a codeste
due nostre glorie passate se siamo privi d'un vero teatro nazionale.
Come fummo gli ultimi a tollerare che un nuovo volgare si sostituisse
a quella lingua con cui i nostri maggiori avean governato il mondo;
così ancora noi non sapemmo staccarci in tempo da quelle tradizioni
letterarie, che il mondo ancor venerava e c'invidiava. E mentre una
gente nuova, senza scrupoli e senza doveri, ci guadagnava la mano, noi,
con gli scrupoli ed i doveri di eredi d'una nobile razza, ci attaccammo
al passato; e nella poesia drammatica ci persuademmo che s'avessero
a prendere a modello le commedie degli antichi anzichè la natura e la
vita che ci s'agitava d'intorno.
Quando da un poeta come l'Ariosto ci sentiamo dire nel prologo dei
suoi _Suppositi_: “vi confessa l'autore havere in questo et Plauto
et Terentio seguitato...., perchè non solo nelli costumi, ma nelli
argumenti anchora delle fabule vuole essere degli antichi et celebrati
poeti a tutta sua possanza imitatore; et come essi Monandro et
Appollodoro et gli altri greci nelle lor latine comedie seguitaro,
egli così nelle sue volgari i modi et processi de' latini scrittori
schifar non vuole„; quando, dico, ci sentiamo dichiarar di codeste
cose dal poeta che con un sorriso tra scettico e bonario ravvivò la
già stracca materia cavalleresca mettendone in rilievo il lato comico
senza sdrucciolare nella caricatura, da quel virtuoso della forma che
illuminò della luce della rinascenza tutto un informe e caotico mondo
germogliato nelle fantasie medievali: ci si stringe il cuore, e ci
corre sulle labbra l'angosciosa esclamazione del falconiere dantesco:
“ohimè, tu cali!„ E l'Ariosto calava davvero; giacchè nel prologo della
prima sua commedia, la _Cassaria_, egli aveva levato baldo il volo e
bravamente affrontati quei pregiudizi dov'ora s'impigliava:
Nova commedia v'appresento, piena
Di varii giochi, che nè mai latine
Nè greche lingue recitarno in scena.
Parmi veder che la più parte incline
A riprenderla, subito ch'ho detto
Nova, senza ascoltarne mezzo o fine;
Chè tale impresa non li par suggetto
Delli moderni ingegni, e solo stima
Quel che li antiqui han detto esser perfetto.
È ver che nè volgar prosa nè rima
Ha paragon con prose antique o versi,
Nè pari è l'eloquentia a quella prima;
Ma gl'ingegni non son però diversi
Da quel che fûr; ch'ancor per quell'artista
Fansi, per cui nel tempo addietro fêrsi!
Ohimè! dopo, egli dovea rimetter le mani su questa medesima _Cassaria_,
e, per renderla meglio rispondente agl'ideali classici, ritoglierle
la nativa freschezza e quel colorito giovanile onde a un giudice ben
difficile e competentissimo, al Machiavelli, era parsa “una gentil
composizione„, traducendone perfino il dialogo in quei fastidiosi versi
sdruccioli che avrebbero dovuto arieggiare i giambi! Il pubblico fu
poco grato al poeta per codeste nuove cure; e il Lasca dava ragione al
pubblico:
In fino ad oggi non s'è recitata
Commedia in versi mai che sia piaciuta;
E la _Cassaria_, in versi trasmutata,
Nel recitarsi non fu conosciuta.
Ma l'Ariosto aveva della poesia drammatica un concetto troppo
aristocratico,per preoccuparsi del giudizio di spettatori che non
fossero al caso di apprezzar degnamente le finezze e l'arte squisita
ond'egli l'avea trapiantata sul suolo italiano dai verzieri fiorenti
del mondo classico. Per festeggiare la seconda discesa in Italia di
Carlo V, il duca di Mantova richiese l'Omero ferrarese di qualche nuova
commedia; ed egli si affrettò a mandargliene quattro, scusandosi se
le sue occupazioni non gli permettessero di correggerle “delli errori
circa la lingua„. Ma gli furono rimandate tutte e quattro, accompagnate
da una letterina del Duca, nella quale dichiarava che “avenga che
l'inventione de tutte siano belle, et scritte benissimo, nondimeno a
me non piace de farle recitare in rima„; e gli chiedeva: “se havete
le due ultime scritte in prosa, ed anche la _Cassaria_ reconcia et
mutata com'è questa in versi, haverò piacer me ne facciate copia; et
aggiongerò questo all'obbligo che vi ho de haverle mandate a questo
modo, quale è veramente de maggior arte e scienza, ma nel recitar pare
non reuscisca, come fa la prosa„. L'Ariosto dovette rimanerci male.
Al Duca si contentò di rispondere, con un laconismo che mal cela il
dispetto: “a me pareva che stessero così meglio che in prosa; ma i
giudicii sono diversi„. Questa volta però il giudicio del Duca aveva
per sè il suffragio del maggior numero; e, questa volta almeno, il
senso comune era equivalente a buonsenso!