Roma è la città unica che simboleggia e comprende le cose più
disparate. Vi sono in Roma cinque o sei Rome che hanno il loro
carattere particolare e i loro speciali visitatori ed ammiratori.
Winckelmann e Overbeck, Goethe e Chateaubriand, Shelley e Lamartine,
Byron e Ruskin, Veuillot e Mazzini, l'hanno adorata con eguale
entusiasmo. Dall'Apollo di Belvedere ai mosaici bizantini; dal semplice
altare scavato nel tufo delle catacombe, alle magnificenze liturgiche
di _San Pietro_; dal palazzo dei Cesari, dal Colosseo e dalle Terme,
alle chiese dei gesuiti e ai palazzi e fontane del Bernini; dalla
desolata e pittoresca solitudine della _Campagna_, ai _parterres_
ricamati e agli alberi pettinati delle ville principesche; esistono in
Roma i più spiccati contrasti. È la città _dialettica_ per eccellenza:
concilia tutte le espressioni della storia e della vita, nella solenne
unità della sua grandezza, e nella infinita malinconia delle sue
memorie.
Ma la Roma del _barocco_ grandioso, non ancora delirante, ma ardito
e solenne, è quella che più apparisce, e direi quasi _s'impone_, a
chi visita per la prima volta l'eterna città. Nè la democratica vita
contemporanea, nè il movimento sociale e politico di capitale del
Regno, hanno minimamente alterato quel carattere di una grandissima
parte di Roma. Noi rivediamo anche oggi tal quale la Roma delle vecchie
stampe, che facevan tanto fantasticare Gœthe fanciullo: anzi, nelle
vecchie incisioni ritroviamo Roma più vera e rassomigliante che nelle
moderne fotografie. Una fotografia è cosa troppo elegante, troppo
nuova, troppo lustra, per rappresentarci la vecchia Roma barocca,
pontificale e blasonica. Quelle immense piazze con un obelisco e una
fontana nel mezzo, traversate da carrozzoni stemmati a sei cavalli,
e da qualche cavaliere in cappa, spada e parrucca — quelli scaloni
popolati di mendicanti — quei muraglioni di convento a cui s'affaccia
la punta di qualche cipresso — quei palazzi enormi, dai cui cancelli
di ferro arrugginito s'intravedono delle rose e si ode il murmure di
una fontana — quelle rovine di acquedotti tra cui sono sdraiati dei
ciociari e dei bufali — quelle architetture strane ma sempre grandiose
e indimenticabili; periodi ciceroniani scanditi in pietra ed in marmo
— tutte queste _romanità_ non si possono sentire e gustare che nelle
vecchie stampe.
E questa Roma barocca o baroccheggiante (scusate il vocabolo) è
quella che meglio mi riesce di ripopolare, di risuscitare con la mia
immaginazione. Passeggiando in certe ville romane ho rivisto quei
principi, quelle dame, quei cardinali antiquari e latinisti, quelle
file di servi gallonati, quelle grandi carrozze dorate fin su le ruote.
Queste ville sono come il guscio di un animale sparito, lo scheletro
fossile di una vita durata più di due secoli, vita che consisteva quasi
tutta nella rappresentazione cerimoniosa, nella decorazione pomposa,
nella etichetta di anticamera e di Corte. Essi non s'interessavano nè
alla natura nè all'arte per sè medesime, nè a un bell'albero o a un bel
tramonto, nè a una bella statua o a un bel quadro, per un sentimento
disinteressato e istintivo di ammirazione; ma li riguardavano come
elementi necessari alla decorazione, e ne facevano come l'appendice
della propria vita. Ville fatte non per viverci in libertà, per amare
o _rêver_, ma per passeggiare e conversare in _buona compagnia_,
scambiandosi riverenze e saluti.
Che abisso, o signori, fra quella gente e noi! La Rivoluzione francese,
come un formidabile terremoto, ha spezzato e separato due mondi: di
mezzo, vi corre oggi un terribile mare, che non sarà mai superato.
O cavalieri e dame del Secento, dal gran sussiego e dalla scrupolosa
etichetta, principi di baldacchino, grandi di Spagna, Conti zii
e Cardinali nipoti, Eccellenze e Eminenze!... E voi incipriati,
_rubantés_ e profumati cicisbei del Settecento, dame dai nèi e dai
_poufs_, dai _volants_ e dai guardinfanti. Come vi ritrovo in queste
ville romane! In villa Albani ho sentito l'eco delle _toccate_
del Galluppi e dei duettini dello Scarlatti. — Dillo, o caro.... —
Dillo, o cara.... — Se tu m'ami — S'io t'adoro — e la voce esciva dal
torace di un cicisbeo che potea far da modello per Ercole, e dalla
superba abbondanza di un petto di donna che pareva quello della madre
Cibèle. Ah! essi non logoravano la vita quei cari nostri antenati....
Non avevano nè letteratura naturalista, nè romanzi estetici e
psicologici, nè teatro educatore, nè discorsi delle Camere, nè musica
dell'avvenire.... e prima che la ipocondria di Rousseau mettesse di
moda l'_aurora_, si levavano sempre a mezzogiorno. Le passioni eran
capricciosi _volani_, scambiati a leggeri colpi di racchetta. Il buon
Goldoni lo attesti.