Quella, è la produzione politica perchè quella è la storia politica di
quel tempo. Non mi parlate del Boccalini, del Tassoni, del conte Verna,
perchè il riso, demolitore più potente del sillogismo, non costruisce.
C'è più costruzione nel paradosso di Rousseau che nel sarcasmo di
Voltaire.
Il secolo XVII è partito a mezzo dal gran fatto della pace di
Westfalia, che dopo un secolo e mezzo di lotte religiose, significa
finite per sempre le guerre di religione. Il secolo XVIII potrà
presentare guerre di successione, il secolo XIX guerre di nazionalità,
il secolo imminente guerre non guerreggiate bensì ideali, ma il vanto
di aver chiuso il ciclo delle guerre religiose tocca al secolo XVII.
Fu picciol vanto? E che significa aver chiuso il periodo delle guerre
di religione senza consenso del Papa e per grido di popoli? Significa
che la vittoria, pur non proclamata, restò ad un gran principio, alla
libertà di coscienza, che fu vittoria del pensiero.
Significa anche più: che se nelle nazioni cattoliche il potere —
troppo assoluto ancora — riusciva ad asservire la politica, a creare i
Ducci, i Sigismondi, i Pellegrini, voci roche ed ultime della Ragion di
Stato, il pensiero n'era fuori del tutto, tanto fuori da non essere nè
cattolico nè protestante, ed ivi più libero dove più cattolico durava
il culto, più assoluto il potere.
Quindi accanto alla logica della viltà scorre nel medesimo tempo
e luogo la logica de' supremi ardimenti, nella città medesima dove
Ducci scrive Galilei insegna, in Roma dove Sigismondi è ospite di un
cardinale, Campanella è ricoverato dall'ambasciatore di Francia, per
Bologna dove Pellegrini serpe passa Paolo Sarpi verso Roma, e in mezzo
ai più umili precetti di ossequio simulanti la politica erompe l'utopia
più larga ed audace che resterà codice a qualunque cervello impaziente.
La politica potè riuscire a testimoniare servilmente il potere
indiscutibile d'ignoti signori, il pensiero ad indicare nel trattato
di Westfalia le clausole della propria indipendenza; e dove l'una
consiglia l'esecuzione muta di qualunque ordine superiore, l'altro
condanna Arrigo VIII protestante e Aldobrandini papa se l'uno consegna
alla mannaia Tommaso Moro cattolico e l'altro al rogo Bruno eresiarca.
La più vasta e più cattolica potenza era la Spagna; il paese su cui più
incumbeva era l'Italia; qui più servile era la politica, qui più tenace
la resistenza del pensiero. In nessun tempo forse come nel seicento fu
così spiccato il dissidio tra quelli che chiamano uomini pratici ed i
pensatori.
Questo dissidio, nella letteratura, che non vuol servire e non arriva
a pensare, che spagnuola non vuol essere ed italiana non può, diventa
la più strana licenza formale; e nella filosofia, dove il pensiero è
destinato ad affermarsi o a spegnersi, diventa quella magnanima eresia
intellettuale che sconvolse le scienze, segnando le conclusioni massime
al naturalismo aperto da Telesio nel secolo precedente.
Non è però soltanto estrinseco il dissidio che tormenta la filosofia
in quel secolo, è più grave, è intimo. Non trovate nessun pensatore
de' più celebrati che mentre lotta contro la Chiesa e la scuola,
contro la Spagna e i politici che la rappresentano non lotti con
più affanno contro sè stesso. E contro sè deve difendersi assai più
che dall'inquisitore, dal pedante aristotelico, dal cortigiano, dal
vicerè. Questo contrasto intimo ne' pensatori del seicento è degno di
uno studio speciale che tocca davvero meno alla critica logicale che
all'esame psicologico e storico.
In fatti il secolo che metteva innanzi arditamente i più grandi
problemi naturali e non ancora poteva chiaramente vederne la soluzione,
e che nella posizione istessa de' problemi presenta lo spirito nuovo
e ribelle sotto la soma delle vecchie forme, crea negli animi quella
contraddizione che non è più l'irresolutezza — paralisi degli animi
fiacchi — ma è l'antilogia, tormento degli animi forti, che accolgono
in sè le due grandi voci dell'epoca, e in sè rifanno il dialogo
dell'età loro. Un medesimo uomo allora vi par due, con due lingue e
due tendenze, come se doppia fosse la coscienza sua, che è pure la più
semplice ed elevata.
Questo fenomeno, signori, è veramente d'ogni tempo e di ogni cervello
poderoso. Nessuno di voi può sottrarsi a questa influenza delle due
voci che vi fanno pensosi su problemi già risoluti facilmente dal volgo
che da un lato guarda le cose. In ogni mente ogni giorno si ripete la
tenzone tra il sì e il no, tra il vecchio e il nuovo, tra l'educazione
e l'osservazione, e chi, per saltare, si affretta a risolvere è
condannato a tornare indietro. Il certo è che questa doppiezza è umana,
ed ogni valentuomo in sè porta sè stesso e qualche altro, e più porta
di sè quanto ei più comporti dell'altro.
Questo dissidio intimo fu maggiore nel secolo XVII, il quale nella
prima metà rappresentò il secondo periodo del risorgimento e nella
seconda il transito dal risorgimento all'età moderna.
Confrontate, per esempio, lo spiritismo de' tempi nostri col
mistagogismo campanelliano e avvertirete meglio le differenze di
più e di meno. Voi incontrerete un darvinista che vi parlerà della
legge evolutiva onde la materia sale sino alla dignità e funzione di
pensiero, e a lui potete negare i santi e Dio senza che la terra e
i cieli se ne commovano; ma gli spiriti ci hanno a restare. Non per
testimonio altrui egli li conosce: li ha veduti, ha parlato, è in buona
dimestichezza con un mondo ignoto. Negate ancora? Ed egli vi dice che
la vostra esperienza è incompleta, la vostra incredulità è metafisica.
Lo spiritismo, dunque, è un capitolo del suo metodo sperimentale,
il mondo ignoto non è una superstizione nata sulla rovina di una
religione, è invece una continuazione del mondo noto, un ultimo grado
quasi della evoluzione superorganica. Egli ha sentito la contraddizione
e crede averla superata; egli può affermare che veramente Amleto ha
parlato col re morto di Danimarca, ma nella tendenza ei resta monista.
Non così Campanella. Per lui la contraddizione tra il mondo delle
credenze e il mondo dell'esperienza resta intatta. Egli non la turba,
non sa se siavi un punto verso cui le due linee convergano, non vuol
saperlo, non sogna il monismo. Possiede tutta l'ispirazione de' profeti
ed è uno; esercita tutta l'osservazione dello sperimentalista ed è un
altro. Può avere nella sua cella sotterranea l'uno accanto all'altro
i ritratti di Telesio e di Santa Brigida; e può tentare una congiura
calabrese con la fede ne' miracoli di Giovanna d'Arco.
Questo dissidio intimo non è vinto da lui, ma forse dall'ultima parola
del suo secolo.