Ai veltri spagnoli, come a supplizio inevitabile, l'Italia dopo il
1555 si adattò rassegnata; e per un trentennio, finchè non cominciò a
sperare in Carlo Emanuele I di Savoia, non chiese rimedio per sè, lo
chiese per tutta la cristianità. Il sentimento patriottico, compresso e
vilipeso, taceva; parve si ridestasse il sentimento religioso: se non
che la paura del Turco aveva in ciò più parte della fede. Correvano
le fuste barbaresche il Mediterraneo dall'un capo all'altro; le navi
del Sultano, reputate invincibili, predavano i possedimenti veneziani
in Oriente, gli spagnoli in Italia. I terrori privati crescevano forza
ai sospetti e ai lutti pubblici; nel '58 Cornelia, sorella di Torquato
Tasso, sposa novella, poco mancò non cadesse nelle mani de' Turchi,
sbarcati improvvisamente a Sorrento; e Bernardo, sapendo di questo
sbarco, tremava che la figlia bellissima non fosse riserbata “per lo
presente del Turco„: due anni dopo, alle Gerbe, l'armata cristiana
fu distrutta tutta quanta; passati a fil di spada o fatti schiavi i
soldati delle galee che non vi perirono. Una lega possente appariva
sempre più necessaria a frenar l'audacia de' Mussulmani: se Venezia
ne soffriva politicamente più che gli altri stati cristiani, neppur
essi potevano senza timore scorgere il rapido avanzarsi in Europa
di sì tremendo nemico; le terre del littorale, nelle isole e nelle
provincie meridionali, invocavano d'esser salvate; sul pontefice
ricadeva dolorosamente quel flagello della cristianità. Flagello
meritato davvero. Chi crederebbe, se la parola del pontefice stesso non
ne facesse fede, che i Cristiani nel combattere i Turchi, facevano su'
confratelli loro peggio che i Turchi? “Non sono mancati taluni (dovè
ammonire Pio V con minacce di scomunica) tanto immemori della cristiana
fratellanza che, assaltando le terre dei Turchi mostri nemici, han
fatti schiavi pur i Cristiani di quelle parti, e spogliatili dei loro
beni e sostanze li hanno incatenati nelle galee, messi al remo, ed
anche imposto il taglione per il loro riscatto. Donde è seguito che
i fedeli redenti col sangue di Gesù Cristo, i quali avevano con le
loro orazioni e voti affrettata la venuta e la vittoria de' Cristiani,
tali cose abbian avuto a patire dai Cristiani istessi loro fratelli e
vincitori, quali appena dai Turchi aspettar si potevano.„
L'assedio di Malta (occasione anch'esso a rime narrative e liriche),
la cattura delle navi de' Veneziani fatta da Selim sultano, e la
domanda di lui che gli avessero senz'altro a cedere il regno di
Cipro, precipitarono le cose; onde, auspice Pio V, si fece la lega
tra Venezia, Spagna, il pontefice, aderendovi i cavalieri di Malta,
il granduca di Toscana, Genova, Savoia; lega voluta dal sentimento
pubblico cristiano, voluta anche, fino a un certo segno, dalla utilità
comune, ma patteggiata con sospetti e con gherminelle, mantenuta
soltanto per la bontà del pontefice e per la longanimità che il loro
tornaconto consigliava ai Veneziani. Re Filippo, che li desiderava
deboli, voleva più far mostra di aiutarli che aiutarli in effetto;
ed essi, difendere i loro possedimenti più che la croce di Cristo.
Nondimeno, stretta la lega, parve all'Europa cristiana che stesse
finalmente per armarsi quella crociata che ecclesiastici e poeti non
si erano mai stancati d'invocare, dal Medio Evo in poi, interpretando
la coscienza religiosa e l'aspirazione all'ideale che viveva
nelle moltitudini fin da quando si erano mosse alla liberazione di
Gerusalemme, e vi avean fatto pellegrinare Carlo Magno, e poi liberarla
col suo Orlando per forza d'armi, e avean confuso co' paladini Goffredo
di Buglione, sì da narrare che per amore della sorella del re pagano
si fosse travestito e introdottosi nella corte di lei. Ma anche nelle
forme più consuete che prese fra i popoli neolatini la leggenda di
Carlo Magno, che altro erano quelle sue guerre contro i Saracini se
non una grande e vittoriosa crociata occidentale? Quando si consideri
da questo lato la storia del nostro poema romanzesco, si vedrà
facilmente, per una ragione di più, come a torto i teorici lo volessero
distinto dall'epico propriamente detto: il Boiardo e l'Ariosto non
interpretarono meno del Tasso il sentimento nazionale e cristiano;
tanto più, perchè essi scrivevano nelle memorie recenti delle guerre
contro i Mussulmani di Spagna. Fattisi minacciosi i Mussulmani di
Costantinopoli, e venuta la guerra ad Oriente, fu meglio opportuno
allora che la _Gerusalemme liberata_ rammentasse le imprese già
combattute gloriosamente colà. Del resto, anche l'Ariosto che chiedeva
ai re di Francia e Spagna:
Se Cristianissimi esser voi volete
E voi altri Cattolici nomati,
Perchè di Cristo gli uomini uccidete?
Perchè de' beni lor son dispogliati?
accennava loro ad Oriente più giusta occasione di adoprare l'armi:
Perchè Gerusalem non riavete,
Che tolto è stato a voi da rinnegati?
Perchè Costantinopoli e del mondo
La miglior parte occupa il Turco immondo?
Sì che anche innanzi venisse in mente al Muzio di cantare in un poema
italiano la liberazione di Gerusalemme, e il Bargeo la cantasse in un
poema latino, gli incitamenti ad una crociata orientale erano divenuti
uno de' luoghi comuni della poesia nostra; e come l'autore del rozzo
_Mambriano_ aveva sperato che vi si mettesse un nuovo Carlo, Carlo
VIII, così da Carlo V la invocava Danese Cattaneo, e da Luigi d'Este,
per quando fosse divenuto pontefice, il Tasso giovinetto. Il quale,
studente a Padova, si compiaceva nel _Rinaldo_ descrivere il campo di
Carlo Magno e raffrontarlo con le corti e i campi del tempo suo, per
concludere:
Che meraviglia è poi se 'l rio serpente
Sotto cui Grecia omai languendo muore,
Orgoglioso minaccia a l'Occidente
E par che 'l prema già, che già il divore?
Ma dove or fuor di strada inutilmente
Mi torcon giusto sdegno, aspro dolore?
Dove, amor e pietà, mi trasportate?
Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.
La promessa da lui fatta nel '62 al cardinale, di celebrarlo liberatore
del Sepolcro di Cristo, riapparve nella _Liberata_ per Alfonso
..... s'egli avverrà ch'in pace
Il buon popol di Cristo unqua si veda,
E con navi e cavalli al fero Trace
Cerchi ritôr la grande ingiusta preda;
scomparve dagli augurii della _Conquistata_ al cardinale Aldobrandini.
Ormai la battaglia di Lepanto aveva mostrato la potenza delle forze
cristiane unite, ma anche la impossibilità del tenerle unite.
Non si erano ancora raccolte tutte le navi della Lega, che già
i collegati tentavano l'uno il danno dell'altro con insidie
diplomatiche, e si azzuffavano per le vie di Napoli con le armi.
Or mentre s'indugiano essi in tal modo, Famagosta cade nelle mani
de' Turchi, e Marcantonio Bragadino, dopo tormenti di più giorni,
v'è scorticato vivo. Vanamente il Papa aveva pianto quando gli era
toccato vedere con gli occhi proprii quali fossero gli animi ch'egli
voleva concordi; le gelosie di Spagna contro Venezia, le puerili
questioni di precedenza tra Malta e Savoia, l'invidia di Giannandrea
Doria per Marcantonio Colonna, troppe altre passioni attraversano
l'impresa. Indettato secretamente da re Filippo, il capo dell'armata,
Don Giovanni d'Austria, per animoso che fosse e desideroso di gloria,
cercava piuttosto lasciar indebolire Venezia che debellare quei che
la indebolivano: onde consulte che duravano ore: “che io premetto a
Vostra Signoria illustrissima (scriveva il Colonna a un cardinale) che
da che si comincia a consultare, può un'armata nemica far duecento
miglia.„ Peggio; chè Don Giovanni, una volta che si poteva cogliere
insieme all'improvviso e sull'àncore tutta quanta l'armata turchesca,
non volle, e fingendo fosse errore notturno de' timonieri, navigò e fe'
navigare deviando dal nemico! E questo accadde dopo Lepanto, quando
cioè un'altra vittoria avrebbe facilmente confermati all'Europa i
frutti, non voluti cogliere subito, di quella grande giornata.
Quanta poesia sfolgora dai fatti del 7 ottobre 1571! Ma non la
cerchiamo, per carità, ne' poemi epici che si sforzarono riverberarla;
nel frammento che ci è rimasto della _Vittoria Navale_ del Cattaneo,
nella _Cristiana Vittoria marittima_ di Francesco Bolognetti,
nell'_Austria_ di Ferrante Caraffa, nella _Vittoria Navale_ di
Francesco di Terranova, nella _Vittoria Navale_ di Guidobaldo Benamati,
nella _Vittoria Navale_ di Ottavio Tronsarelli, e neppure negli
episodii o accenni che ne trassero, con vani artificii, Curzio Gonzaga
pel suo _Fidamante_, Girolamo Garopoli pel suo _Carlo Magno_, e,
maggiore di tutti perchè poeta vero, Alonzo Ercilla, l'epico di Spagna,
per _La Araucana_. Avvezzo come sono da più anni a farmi un diletto
della noia degli studî eruditi, in fe' mia, signori, non ci ho retto;
e potete fidarvi a me quando v'affermo che i poeti epici di Lepanto
sono uno peggiore dell'altro. Valgono meglio i lirici? Ne ho numerati
novantotto in latino, non computando trentacinque componimenti anonimi;
e molti han più d'una poesia: de' verseggiatori italiani vi sono tre
copiose raccolte a stampa, uscite tutt'e tre a Venezia nel 1572, e,
non è molto, fu indicata un'altra miscellanea che ne offre a sè sola
trentanove certi, ventidue anonimi, sei pseudonimi, e due poetesse per
giunta. Altri non tarderanno a venir fuori: troppa grazia. Nè epici
nè lirici (parrebbe impossibile, se non avessimo sott'occhio l'esempio
de' giorni nostri, che pur furono così ricchi di elementi poetici nelle
imprese del Risorgimento, e sì miseri poeti hanno dato a cantarle) nè
epici nè lirici, in tanti che vi si misero, trasformarono in poesia
di parole la poesia de' fatti. Il migliore tra quegli epici italiani
è forse il Benamati; eppure non seppe trovar meglio che narrare,
a proposito della battaglia, in ventinove libri, gli amori d'una
donzella che va travestita da uomo a cercare tra le armi la morte per
punirsi dell'avere ucciso, com'ella crede, l'amante suo: la battaglia
è verseggiata negli ultimi tre: nè, secondo i moduli d'allora, manca
l'arrivo dell'armata cristiana, per una diabolica tempesta, sulle
spiaggie dove fioriscono i giardini di Venere. Il migliore tra quei
lirici si direbbe dovesse essere Torquato Tasso; eppure nelle poche sue
rime che più o meno direttamente accennano a Lepanto, ei riuscì, non
che inferiore a sè stesso, inferiore ad altri. Insomma verseggiatori
molti, troppi; poeti neppur uno. Anche qui chi volesse rivivere il
fatto, non si volga a loro, sì agli storici contemporanei.